L'estetica della Visual-kei
Speciale Visual Key: Parte 4: intervista all'etichetta Gan-Shin L'estetica della Visual-kei L'estetica della Visual-kei - Speciale Fotografico
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L'universo Visual Kei non può essere compreso pienamente se non si tiene conto dei fan. Sebbene sia probabilmente semplicistico affermare che tutte le Gothic Lolita ascoltino Visual Kei è innegabile che fra i due movimenti ci siano dei forti punti di contatto. Non è un caso quindi che Mana, il leader dei Moi Dix Mois, ha anche inaugurato una linea di moda per Gothic Lolitas, con tanto di vendita diretta nel suo negozio di Harajuku. A corredo di questo articolo pubblichiamo inoltre un piccolo ma interessante speciale fotografico.
Preso a portavoce ed in qualche modo lui stesso a modello del mondo delle ragazze, Novala Takemoto sintetizza l'estetica shoujo in due concetti di grado via via maggiore: "kawaii" e "otome". "Kawai", che ha lo stesso significato di "cute, lovely" in inglese è la caratteristica fondamentale dello stile Visual kei delle gothic lolita ("goshikku roriita" in giapponese), un concetto che è in relazione più con le principesse rococò francesi del XVIII secolo che con le geisha indigene e quindi, dal loro punto di vista giapponese, assume la connotazione di "esotico" e antitradizionale, ovvero "anti-geisha". "Otome" è il "kawaii" portato all'eccesso, il kawaii irraggiungibile, estremo e, per usare un termine giovanilistico, "mitico". Il movimento rock nato negli anni '80 in Giappone che al pari delle band europee e americane univa la musica ad una forte connotazione estetica e glam, anche se probabilmente con maggiore eccessi, ha dato origine alla sottocultura delle gothic lolita che niente ha a che fare con il personaggio descritto nel libro di Nabokov, né con il seppur acerbo erotismo espresso dalla protagonista. La "lolita" è semplicemente "kawaii" e non sexy, adorabile ma non erotica, più simile a una bambola di porcellana d'epoca vittoriana che alla sexy geisha veicolata ad uso e consumo dell'immaginario occidentale, anch'essa comunque distante anni luce dall'essenza di una vera geisha giapponese che, se fortunati, si può vedere attraversare velocemente e a piccoli passi una strada del quartiere Gion a Kyoto. Le "gosurori" (contrazione per "goshikku roriita") di Harajuku, il quartiere di Tokyo dove è facile incontrarle, hanno un campionario visuale che si rifà allo stile vittoriano, al rococò, neoromantico e vagamente kitsch con trine, cuffie, parasole (d'altronde molto comuni in Giappone anche per le donne che non si rifanno a nessuna moda) e scarpe dall'aspetto infantile, così come descritto nel best-seller di Takemoto, Shimotsuma monogatari. Dall'opera è stato tratto nel 2004 un film dallo stesso titolo che ha avuto un notevole successo in patria e notorietà anche in Italia. A conferma del "misundertanding" culturale il titolo sia italiano che americano è reso in Kamikaze girls, fornendo un'immagine ancora una volta distorta delle due protagoniste che non posseggono nessun istinto "kamikaze". E' la storia, ancora una volta e come di consueto nello shoujo manga tra due ragazze e della loro relazione: un tipo di relazione platonica che è una caratteristica unica nella sottocultura shoujo. Takemoto ancora una volta spiega che "le gothic lolita diventano e aspirano ad essere kawaii con lo scopo di creare una sessualità femminile in senso para-femminista. In un mondo come quello giapponese dove, malgrado la formale eguaglianza tra i sessi, in realtà la società è ancora comunque maschio-centrica le gothic lolita sembrano portare il kawaii al limite della militanza". Quella che si può facilmente scambiare con sindrome di Peter Pan è in realtà un modo per cercare una propria via, una propria responsabilità; non si tratta di vera e propria rivoluzione, ma forse più di una presa di coscienza unita alla voglia di divertirsi e un po' di trasgredire liberandosi dopo la scuola delle divise tipiche delle scuole superiori giapponesi. Lontane dal tradizionale "iki" (stile pacato) del mondo giapponese le gothic lolita re-interpretano attraverso occhi giapponesi l'estetica dell'eccesso. Riferimenti: Kaonashi
Si ringraziano Thomas Lottermoser (a.k.a. manganite), Patrick (a.k.a. Patosan) e José Silva Pinto (a.k.a. Tonspi) per averci concesso il permesso di usare le loro foto per questo articolo e per lo speciale fotografico!
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