Film & DVD - Luglio 2003

 


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28 giorni dopo di Danny Boyle (Inghilterra - 2002) . Con Cillian Murphy, Naomie Harris, Brendan Gleeson.
Danny Boyle, regista di Trainspotting, ritorna con questo film "apocalittico" in cui un misterioso virus portato da scimmie infette, liberate da un'incursione di animalisti in un laboratorio, stermina buona parte dell'umanità. La vicenda prende il via da Londra, dove il protagonista (Cillian Murphy) si sveglia dal sonno in cui era caduto (causa incidente automobilistico) poco prima che il virus esplodesse. I momenti piu' allucinanti e visivamente piu' forti del film sono proprio la marcia del ragazzo in una Londra spettrale e deserta. Il ragazzo apprenderà cio' che e' accaduto incontrando un'altra coppia di "sopravissuti" che lo salveranno dall'attacco di una banda di "infetti" ; chi infatti viene colpito dal virus, prima di morire, si aggira per la città a caccia di sangue. Tali spunti, rendono il soggetto di "28 giorni dopo" non particolarmente originale ed accostabile al serial TV anni '70 I sopravissuti ed ai film di zombie di Romero. La prima parte del film comunque è quella che riesco a salvare, in virtu' dell'opprimente senso di angoscia che sa trasmettere (la scelta di aver girato il film con camera digitale, con immagini volutamente sporche è buona da questo punto di vista), mentre nella seconda parte (quando i protagonisti si trasferiscono da Londra a Manchester alla ricerca di altri sopravissuti), si scade nel B-movie, con il protagonista impegnato a difendere le due ragazze che lo accompagnano dall'assalto di un manipolo di militari-arrapati regrediti al ruolo di bestie. Non c'è salvezza per l'umanità? L'ambiguo finale lascia la porta aperta a diverse interpretazioni. (Candyman)

Al calare delle tenebre (Darkness Falls) di Jonathan Liebesman (Australia - 2003) . Con Emma Caulfield, Chaney Kley.
A volte l’estate è l’occasione per potere vedere al cinema dei film di genere, magari ritenuti minori, ma che possono riservare delle belle sorprese, e questo Darkness Falls poteva essere una di quelle. Gli ingredienti c’erano tutti per creare una bella favola gotica: il personaggio di Matilda Dixon, la Fata Dentina, uccisa ingiustamente 150 anni prima accusata di avere ucciso un bambino, e che ora ritorna ogni volta che qualcuno perde l’ultimo dente da latte, per ucciderlo di terrore se viene guardata, la bella location della cittadina costiera australiana (Darkness Falls, appunto)… E invece il risultato è davvero deludente: dopo la bella introduzione e la prima mezz’ora circa di narrazione il film non diviene altro che l’ennesima variazione sul tema del personaggio simil Freddy Krueger, tutto fughe ed inseguimenti… verso il catastrofico e fracassone finale, dove il palesarsi completo della strega (che pure un certo effetto lo sortiva quando la si vedeva in fugaci apparizioni di pochi secondi) le fa perdere definitivamente ogni appeal. Nessuno pretendeva l’originalità del plot a tutti i costi, ma almeno intuizioni registiche che rendessero digeribili e divertenti i topoi su cui il tutto è costruito. Le cose migliori di tutto il film? Come si è detto l’introduzione alla vicenda, piuttosto suggestiva, e i titoli di coda che, pur essendo spropositati rispetto all'ora e 25 di durata totale (oltre i 10 minuti!) sembrano disegnati da Dave McKean: che ciò sveli l’anima da videoclipparo del signor Liebesman? (Manfred)

Black Symphony (Tuno Negro) di Pedro Barbero e Vincente Martin (Spagna - 2001) . Con Silke, Jorge Sanz, Eusebio Poncela. Paca Gabaldòn.
Riguardo alla new wave del cinema fantastico spagnolo la critica italiana si divide nettamente in due: chi vi vede un fenomeno effimero, gonfiato e senza valore (in questo senso mi pare vadano ad esempio le critiche di Elvezio Sciallis su Macabro Show, ma anche certi scritti apparsi su Film TV i cui collaboratori sono solitamente sensibili al cinema di genere), e chi vi vede (come noi) comunque il positivo segno della vitalità di un genere, soprattutto confrontato con la realtà italiana che, semplicemente, non esiste. Con questo Tuno Negro ( Menestrello Nero, a differenza dell’anglofilo e abbastanza fuorviante titolo italiano) siamo lontani dalle atmosfere gotiche dell’ultimo Amenabàr, o dalle rarefazioni a volte eccessive proposte da Balaguerò o da Plaza. Barbero e Martin viaggiano piuttosto dalle parti del cinema adrenalinico e parossistico di Alex De La Iglesia, sopratutto quello de El dia della bestia (non a caso citato in una gustosissima sequenza; il box del VHS di questo film è utilizzato come contenitore di pasticche di acido!). Certo, questa storia di un serial killer in abito da menestrello che uccide ad ogni sessione d’esame i peggiori studenti delle università spagnole, molto deve agli slasher movie americani di ultima generazione (la trilogia di Scream innanzi tutto, anche se qui l’assassino sfida le sue vittime attraverso una chat-line, ma anche suoi sottoprodotti come So cosa hai fatto), ma i due registi vanno oltre creando un divertente pastiche, ironico e pieno zeppo di citazioni, che possono fare la gioia del cinefilo in vena di divertimento. Dunque vediamo quelle che siamo riusciti a raccogliere: è indubbia l’influenza del cinema italiano; scenografie e qualità della fotografia rimandano a film come La Chiesa di Soavi, soprattutto nelle sequenze ambientate nella cattedrale. Viene citato anche Argento, ma quello in qualche modo ritenuto più kitsch, soprattutto La Sindrome di Stendhal (non a caso film editato per il mercato anglofono dalla Troma di Kauffman!). La protagonista Alex (interpretata da Silke, una sorta di Asia Argento spagnola, con un notevole seguito di fans in patria e una serie di siti a lei dedicati…) rimanda più volte all’Anna Manni del film di Argento, soprattutto nella sequenza in cui pratica il kick-boxing, o in quella in cui indossa una parrucca bionda. Ma l’arrivo della ragazza a Salamanca, sotto la pioggia ha tutta l’aria di omaggiare l’incipit di Suspiria. L’elaborata arma bianca utilizzata dal menestrello assassino è poi pericolosamente vicina a quella vista in Sotto il vestito niente 2 di Dario Piana (annata 1988). Viene poi parodiato anche il filone degli psycho-thriller in voga da Seven in poi: c’è il detective, l’anatomopatologo etc… Ovviamente Martin e Barbero omaggiano anche l’horror ispanico sia storico che contemporaneo. Si è detto di Alex de La Iglesia, cui il film deve il tono generale: l’ipercinetismo, il ritmo indiavolato, i personaggi e le situazioni sempre al limite della caricatura. Non sbagliamo forse nemmeno se vediamo nel nome della protagonista un altro scherzoso omaggio al regista de El dia della bestia, Azione Mutante e La Comunidad, tanto più che lei è a Salamanca per studiare appunto una chiesa (iglesia...). Inoltre i due si concedono una citazione dello splatter viscerale ed intellettuale di Nacho Cerdà ( il cult Aftermath), nella scena dell’esame di anatomia, intrisa di humor nero. Ma la sequenza dell’amplesso sull’altare della chiesa, nella sua blasfema goliardia, rimanda alle atmosfere del sexy-horror anni ’60/70 del pioniere Jess (Jesus) Franco. Il tutto è sostenuto da un notevole ritmo (aiutato da un soundtrack spesso metal) e da una buona padronanza del mezzo tecnico, senza contare la splendida location gotico-medievale di Salamanca, davvero ben sfruttata. Insomma, Tuno Negro è un film fatto con competenza e passione, una passione che fa trasparire un autentico amore per il genere: il che porta a perdonare le pecche (come alcune incongruenze nel plot, o alcune approssimazioni nell’uso degli effetti digitali), i dialoghi a volte tirati lì, lo sconclusionato e piuttosto incongruo sottofinale, la non eccelsa levatura di alcuni attori e l’aria eccessivamente giovanilistica che a volte vi si respira (Manfred)

Daredevil di Mark Steven Johnson (USA - 2003) . Con Ben Affleck, Jennifer Garner, Colin Farrell.
Ormai la trasposizione sul grande schermo dei comics americani è entrata nella fase di massima espansione. Raramente queste operazioni producono risultati interessanti, se si eccettua il primo e ancor di più il secondo Batman di Tim Burton e più recentemente i due X-Men di Bryan Singer. Daredevil conferma questa cattiva tradizione, ma quello che fa arrabbiare in particolare è il fatto che Daredevil, o Devil come è conosciuto da sempre in Italia, è uno dei super-eroi più complessi, interessanti e oscuri, e vederne un simile trattamento non può che irritare fortemente. Il periodo d'oro di questo fumetto è stato quando alla sceneggiatura (e anche per un certo periodo ai disegni) sedeva Frank Miller, uno degli autori più rappresentativi del comic-dome statunitense. In particolare nei primi anni '80 Miller creò una memorabile saga che introdusse ai fan di Devil l'affascinante ninja Elektra. I fumetti che compongono questa serie (raccolti nel 1989 nella graphic novel The Elektra saga, che dovrebbe essere di facile reperibilità nelle librerie on-line americane) rappresentano una delle massime espressioni del fumetto supereroistico made in Usa. Raccontano una storia molto oscura, un vero noir stile "hard boiled", caratterizzato da toni duri e cinici, impensabili ai tempi per i perbenistici fumetti della Marvel Comics. Molti anni dopo, nel '91, Miller riprende il personaggio di Elektra in altre graphic novel, tra cui la meravigliosa Elektra lives again, molto dark e misteriosa. Perché questa lunga premessa sul fumetto? Il motivo è che Daredevil riprende esattamente queste storie, annacquandole, banalizzandole, riducendo un personaggio tormentato, violento e affascinante come Elektra ad una via di mezzo tra una Spice Girl e una Charlie's Angel. E che dire di Ben Affleck, l'attore più inespressivo del pianeta (secondo solo al nostro Marco Leonardi, "dimenticabile" interprete de La Sindrome di Stendhal)? Tutto il male possibile ovviamente. Della complessità e della profondità dei personaggi rimane ben poco, quel minimo di introspezione psicologica che la storia richiede è condotta in modo superficiale: tutto è molto "grafico" e spettacolare, come l'allenamento - risibile - di Elektra sulle note di "Bring Me To Life" degli Evanescence. I personaggi secondari sono ridotti a macchietta, così come i "villain", Kingpin, in un'improbabile versione black, e soprattutto Bullseye, che più che un abile assassino sembra un goffo sfigato. Certi film non dovrebbero davvero mai raggiungere le sale... Brutto in modo criminale! (Christian Dex)

Dark Water di Nakata Hideo (Giappone - 2002) . Con Hitomi Kuroki, Shigemitsu Ogi, Rio Kanno, Mirei Oguchi.
(Video - formato: DVD).
Dopo la celeberrima saga dei due Ringu il regista giapponese Hideo Nakata torna sullo schermo (o meglio in DVD, dato che in Italia di distribuirlo non se ne parla proprio!) con il film Dark Water, vero e proprio capolavoro del genere horror, che non solo non fa rimpiangere i suoi due precedenti film, ma addirittura li supera in capacità visionaria e abilità registica. Tratto sempre da un romanzo di Suzuki Yoji, già autore di Ringu, il film racconta, ancora una volta, una storia di fantasmi: in questo caso è la piccola Mitsuko, morta in terribili circostanze e il cui corpo non è mai più stato ritrovato, a infestare un enorme condominio, ormai quasi in rovina, con la sua presenza inquietante, strettamente legata alla presenza dell'acqua. In effetti, ancora più che nei film precedenti, in Dark Water l'acqua diventa l'elemento portante, a partire dall'ambientazione in un Giappone dai cieli cupi, uggiosi e terribilmente piovosi, fino a manifestarsi in tutte le situazioni quotidiane (nell'appartamento, dentro i lavandini, sul pavimento, nell'ascensore) come strumento di terrore, viatico tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Nuovamente il regista costruisce un film dalle atmosfere oscure e dal ritmo lento, sonnambulesco: per più di metà pellicola solo alcuni sporadici accenni fanno presumere ad una svolta perturbante della storia, ma praticamente nulla accade; poi improvvisamente l'orrore comincia a materializzarsi, in maniera sempre più violenta e la tensione cresce fino a diventare quasi insopportabile. E' a questo punto che il film ha una svolta importante: l'apparizione del mostro, della bambina fantasma Mitsuko, avrebbe potuto facilmente portare alla fine della vicenda, con la messa in atto della sua forza vendicativa e distruttrice, e invece l'elemento femminile/materno entra prepotentemente sulla scena e ribaltando i canoni dell'horror tradizionale conduce ad una fine inaspettata e sorprendente, cui il finalino un po' posticcio (fatto forse per chiarire la trama un po' complessa) non aggiunge assolutamente nulla di più. Senza una goccia di sangue, senza nessun "cattivo" da sconfiggere, ma solo con il triste fantasma di una bambina dai desideri molto umani, Nakata riesce ancora una volta a costruire un film di terrore e di angoscia, basato su poche ma agghiaccianti visioni di orrore, che alla fine lascia un profondo senso di malinconia e solitudine. (Mircalla)

Darkness di Jaume Balagueró (Spagna/USA - 2002) . Con Anna Paquin, Lena Olin, Giancarlo Giannini.
L'aspettativa verso questa seconda opera di Jaume Balagueró era per noi di Ver Sacrum altissima, dopo che avevamo apprezzato molto il suo precedente film Nameless tanto da pubblicare sul numero XI della rivista un'intervista al regista (forse la prima in Italia?). Darkness fortunatamente è una conferma del suo grande talento visionario: per certi versi possiamo dire che la pellicola è una logica evoluzione di Nameless visto che ritornano alcuni temi come le Sette, i bambini, il Male, l'ambiguità dei rapporti familiari. Soprattutto il regista riprende il suo modo di girare visionario e unico con i movimenti di macchina "schizzati" che irrompono all'improvviso per mostrare delle scene di inquietanti flashback, una soluzione che aumenta a dismisura il senso di angoscia dello spettatore. Il film si apre con un episodio di circa 30 anni addietro in Spagna, con dieci bambini che vengono rapiti per essere uccisi in un rito: uno di essi riesce a fuggire e a salvarsi, ma nella sua mente non rimangono che delle immagini frammentarie della sua tremenda esperienza. La scena si sposta poi ai giorni nostri per seguire le vicende di una famiglia che si trasferisce dall'America in Spagna, andando a vivere in una vecchia villa isolata. Dalla casa, che già da fuori ha un aspetto sinistro, comincia a traspirare un'influenza nefasta e nel giro di una settimana la serena vita dei personaggi entra in una repentina spirale discendente di orrore. La trama di per sé "tipica" delle storie horror assume personalità grazie all'enfasi che il regista dà ad alcuni aspetti apparentemente secondari. Intanto il tema della famiglia, vista non come un sereno rifugio ma al contrario come il posto dove si celano le radici del Male: allo stesso tempo, come in Nameless nella famiglia ci sono legami forti d'amore, che spingono i protagonisti a capofitto nelle loro azioni, senza badare alle conseguenze. Questo forte dualismo nei rapporti familiari presente nei due film fa quasi pensare ad un trauma infantile del regista, ma, senza scadere nella psicanalisi da bar, in questo modo Balagueró riesce a toccare nello spettatore le giuste corde per farlo immedesimare ed appassionare alle vicende, senza mai rovinare il tutto con un eccesso di sentimentalismo. Ancora interessante è poi la visione del Male e soprattutto delle Sette, i cui membri sacrificano ogni cosa, compresi gli affetti familiari, in nome di un'oscura ideologia. Ma in Darkness il Male è un qualcosa di fisico e tangibile, non un'idea astratta, è una corruzione accompagnata al buio e alle tenebre che calano (quasi sarebbe il caso di dire "colano" tanto sono palpabili) su ogni cosa, vittoriose, nel finale del film. Una menzione va fatta infine agli ottimi attori, tra cui un superbo Giancarlo Giannini e la giovane Anna Paquin, brava anche se un filino troppo stucchevole (era la bambina del film Lezioni di Piano e ora - cresciutella - si è vista in molte altre pellicole recenti tra cui X-Men 2 e La 25a ora). Darkness consacra Balagueró nell'olimpo dei maestri del genere fantastico: non ci resta che sperare che il suo talento visionario non vada mai sprecato (come ahimé è successo per molti ottimi registi italiani tra cui Michele Soavi...). (Christian Dex)

Ghost Ship - Nave Fantasma di Steve Beck (USA - 2002) . Con Gabriel Byrne, Julianna Margulies.
Sinceramente non mi aspettavo niente da questo film, mi sembrava la classica "americanata" fatta per alzare un po' di soldi, con un ottimo attore, Gabriel Byrne, scelto giusto per dare un minimo di credibilità al tutto. In effetti Ghost Ship non è molto di più, se non addirittura qualcosa in meno. La pellicola in realtà parte benissimo: l'azione si apre su una lussuosissima nave da crociera all'incirca negli anni '20-'30. L'atmosfera festosa dei presenti si spezza quando all'improvviso un cavo d'acciaio si sgancia e velocissimo tronca in due chi sta ballando sul ponte della nave: non tutti invero, perché una bambina, troppo piccola per essere colpita dal cavo, rimane illesa mentre intorno a lei si presenta uno scenario da macelleria. La scena è girata in modo veramente efficace e lo spettatore non può che provare inquietudine per le sorti della piccola. L'azione si sposta poi al tempo presente per incontrare i protagonisti del film, un gruppo di "recuperatori" di navi alla deriva comandati da Byrne. Un giovane uomo, dai modi misteriosi, si presenta a loro in un bar per proporgli di andare insieme in cerca di un grosso battello abbandonato: ovviamente quest'ultimo si rivela essere proprio la nave da crocierà di cui sopra, spersa negli oceani da quasi un secolo e a bordo della quale i nostri si ritroveranno ad affrontare delle spaventose avventure. Il film spreca l'unica idea potenzialmente interessante ed inquietante, quella del fantasma della bambina che si aggira nella nave vuota, annacquandola nel sentimentalismo. La piccola infatti è uno spirito buono a cui la protagonista femminile Maureen, interpretata da Julianna Margulies, quasi stimolata nel suo istinto materno, si lega fortemente. In alcuni momenti del film si rasenta davvero il ridicolo come quando un uomo viene sedotto da un'affascinante donna fantasma che lo porterà - come poteva essere altrimenti? - incontro alla morte. Nemmeno Byrne, sempre eccellente, riesce a tirare su più di tanto il livello del film, anche perché alla fine Ghost Ship si sviluppa soprattutto intorno alla figura di Maureen, relegando gli altri attori un po' al ruolo di comparse. Il regista non lesina negli effetti speciali, spesso truculenti, per dare, se non un senso, almeno un po' di sapore a questa insipida vicenda. Il finale, che ovviamente non vi svelo, è tanto idiota da essere grottesco. C'è solo una raccomandazione che posso darvi, quella di non sprecare il vostro tempo e i vostri soldi con questo inutile e dannoso film! (Christian Dex)

Identità di James Mangold (U.S.A. - 2003) . Con John Cusack, Ray Lotta, Rebecca De Mornay, Amanda Peet, Alfred Molina.
Dieci personaggi confluiscono in un desolato motel in una notte di pioggia torrenziale; ognuno di essi ha un segreto, tutti sono accomunati da qualcosa ed uno dopo l'altro inizieranno ad essere uccisi. Prendendo palesemente spunto dal mitico “10 piccoli indiani” di Agatha Christie (per altro citato in uno dei dialoghi del film), ha il via questo interessante thriller in cui niente è come sembra ed i colpi di scena non mancano. Il clima plumbeo e la squallida "location" del motel danno un buon contributo al senso d'angoscia che permea il film, la cui durata è breve rispetto alla media dei film in circolazione, ma funzionale alla storia e tale da mantenere alto il livello di tensione. Tutto bene quindi sino agli sviluppi finali della vicenda, indubbiamente sorprendenti e spiazzanti, col difetto di poter risultare però un po' troppo macchinosi e cervellotici. Discutibile, ma indubbiamente originale. (Candyman)

Il Signore degli Anelli - Le Due Torri di Peter Jackson (USA/Nuova Zelanda - 2002) . Con Elijah Wood, Cate Blanchett, Ian Holm, Ian McKellen, Orlando Bloom, Billy Boyd, Christopher Lee, Dominic Monaghan, Viggo Mortensen, John Rhys-Davies, Andy Serkis, Liv Tyler, Hugo Weaving, Sean Astin.
Fiumi di parole sono stati versati su J.R.R. Tolkien e su Il Signore degli Anelli, il suo capolavoro; altrettante ne sono state scritte sulla versione cinematografica del romanzo, portata sullo schermo dal geniale regista neozelandese che risponde al nome di Peter Jackson. Due parole per descrivere le peripezie che il romanzo fantasy per eccellenza ha passato da un punto di vista cinematografico, in quanto la trilogia di cui Le Due Torri fa parte non è il primo tentativo di portare sul grande schermo il libro d Tolkien: nel 1978 Ralph Bakshi tentò di trarne due film d’animazione, il secondo dei quali non uscì mai, a causa dello scarso successo della prima parte. Si trattava di uno dei primi esempi di cartone animato dedicato ad un pubblico adulto ed è innovativo anche nel tentativo di integrare animazione e parti recitate da veri attori e lavorate in modo da sembrare a loro volta animazioni: c’e da dire che l’effetto visivo non è dei migliori, probabilmente a causa degli scarsi mezzi tecnici disponibili all’epoca, e l’operazione rimane encomiabile più per le intenzioni che per il risultato. Tutt’altra storia è quella della nuova trilogia dell’anello: con un enorme dispiego di forze, sia dal punto di vista economico sia da quello del cast, attraverso l’uso di notevoli mezzi tecnici per quanto riguarda gli effetti speciali, Peter Jackson realizza un’opera notevole, sfruttando anche il lavoro dei numerosi artisti e grafici che, affascinati dall’opera e dal mondo in essa descritto, negli anni passati ne avevano dipinto le scene, gli ambienti e i personaggi. Come era accaduto nella prima parte della trilogia, è stato necessario tagliare alcune parti che, pur essendo affascinanti e ricche di poesia, non erano strettamente necessarie alla comprensione dell’intreccio (ad esempio la storia delle Entesse raccontata da Barbalbero) e modificare qualcosa in modo da rendere il film più appetibile anche a chi non è patito del genere (ad esempio la storia d’amore di Aragorn): malgrado ciò, il film rimane molto fedele al romanzo, più di quanto ci si potesse attendere, con una cura del dettaglio che rasenta la monomania; sotto questo punto di vista, probabilmente la prima parte della trilogia ha raggiunto vertici impressionanti (penso alla scena in cui la Compagnia incontra le statue dei tre Vagabondi, già mostrate nelle prime scene durante il racconto di Bilbo, o alle scene girate in cima alle montagne, in cui si vedono i vari personaggi sprofondati nella neve fino alla cintola mentre Legolas, nella sua elifca eleganza e leggerezza, “galleggia” su di essa), mentre in questo secondo episodio, nel tentativo di dare particolare risalto all’azione, in alcuni punti forse si eccede un po’: la scena in cui lo stesso Legolas usa uno scudo come fosse un surf è forse un po’ eccessiva. Certo è che il tentativo suddetto riesce a centrare pienamente l’obiettivo, e il film tiene attaccati allo schermo fino all’ultimo secondo, lasciando, dopo quasi tre ore, solo l’amaro in bocca di non poter vedere immediatamente il terzo ed ultimo episodio. I personaggi sono tratteggiati molto bene, se ne intuiscono bene i drammi, le caratteristiche psicologiche, i comportamenti e i sentimenti che provano. Notevole anche la resa di Gollum, per il quale non ci si è potuti avvalere delle capacità mimiche di un attore, ma che rende bene l’idea della drammatica sofferenza interiore, che poi è esattamente la stessa che prova Frodo e che ha provato a suo tempo Bilbo: la lotta per l’indipendenza della propria volontà contro una volontà esterna e terribilmente potente. Un po’ inferiore, forse, la resa degli Ent, personaggi splendidi, simbolo di vecchiaia e saggezza, la cui lentezza (nei movimenti e ancor di più nelle decisioni) è pari solo alla loro forza e alla furia in combattimento. Nel complesso, trovo che la difficile resa cinematografica de Il Signore Degli Anelli stia procedendo nel migliore dei modi, e credo che la scelta, coraggiosa dopo i pessimi risultati commerciali del cartone animato, abbia dato eccellenti risultati anche da un punto di vista economico. Non mi resta che attendere pazientemente il terzo ed ultimo episodio che, ne sono convinto, concluderà degnamente la serie, per poter dare un giudizio complessivo sull’intera saga. Web: http://www.lordoftherings.net/. (Ankh)

In linea con l'assassino di Joel Schumacher (U.S.A.) . Con Colin Farrell, Forest Whitaker, Keifer Southerland.
Piu' volte rimandato in seguito al caso del "cecchino di Washington", ecco finalmente questo film di cui si parlava già da diversi mesi sulle riviste specializzate. Colin Farrell (divo emergente ed autore di un'ottima interpretazione) indossa i panni di un "press agent" dalla vita non proprio irreprensibile, che rispondendo ad una chiamata in una cabina telefonica, si trova in contatto con un maniaco che lo tiene sotto tiro e gli vuole fare confessare in diretta televisiva le bugie con cui inganna la moglie e buona parte delle persone con cui ha a che fare. Se puo' essere discutibile la figura di questo maniaco, una sorta di "grande fratello" che osserva gli altri e sceglie a chi far espiare le proprie colpe, il film è per il resto veramente ben riuscito ed apprezzabile. La vicenda si svolge nel breve lasso di 80 minuti, praticamente in "tempo reale" , senza alcun calo di tensione, ma anzi, in un crescendo di pathos, con ritmi serratissimi in cui, come detto, spicca la notevolissima interpretazione di Farrell. (Candyman)

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