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Un uomo, destinato a morire per una malattia cardiaca (Sean Penn), riceve un cuore nuovo da un uomo morto in un incidente stradale. Quest’uomo è stato investito, insieme alle figlie, da un ex delinquente, ora fanatico cristiano (Benicio Del Toro). Il trapiantato si mette in contatto con la moglie dell’uomo investito (Naomi Watts), semplicemente perchè vuole sapere da chi ha ricevuto la nuova vita: fatalmente, però, i due s’innamorano e ad un certo punto la Watts chiede a Penn di aiutarla a vendicarsi e di uccidere Del Toro. Ma il cuore nuovo non ha vita eterna.. Come avrete notato, in fondo, questo 21 Grammi, del messicano Alejandro González Iñárritu, autore dell’acclamato Amores Perros, non è altro che un melodramma noir, esagerato, costantemente sopra le righe, e persino abbastanza improbabile (con qualche puntatina in territori prossimi all’horror, come nella scena in cui Sean Penn chiede di vedere il suo vecchio cuore in un contenitore di vetro). Il valore del film sta tutto nella forma della messinscena scelta da Iñárritu: il regista, infatti, costruisce il film come un mosaico polifonico, composto da sequenze a volte in flashback, a volte in flashforward, il più delle volte brevi e spezzate. Tocca allo spettatore mettere insieme i frammenti della vicenda e ricostruire il flusso giusto degli eventi; all’inizio con un po' di fatica (e forse di fastidio), ma poi se accetta il meccanismo può essere coinvolto in un gioco ipnotico ed ammaliante. Iñárritu è un supremo formalista: soggioga cioè alla forma il contenuto della sua opera; ed in questo senso è un cineasta puro perchè erige un monumento a quello che i critici seri chiamerebbero “lo specifico filmico” ( e cioè il fotogramma, la fotografia, il montaggio...), riducendo quasi il contenuto narrativo a suo puro supporto. E lo fa rischiando davvero grosso, soprattutto quando osa frammentare ed interrompere le performance stellari dei tre protagonisti (un Sean Penn sempre più bravo, ad esempio o una Naomi Watts di sorprendente, tormentata, intensità; ma Del Toro non è da meno...). Certo il risultato è indubbiamente gelido, perchè la ricercata struttura a puzzle ghiaccia il pathos (complice anche la bellissima fotografia decolorata, al neon di Rodrigo Prieto), ma proprio qui sta il fascino di un’opera da amare o da odiare, senza riserve. A proposito: i 21 grammi del titolo sarebbero quelli che chiunque muore, indistintamente, perde nei primi istanti dopo il decesso; quindi, forse, il peso dell’anima. (Manfred)
Dopo il poco personale Il Pianeta delle scimmie, Tim Burton torna a tematiche a lui più congeniali, sospese tra la favola e il sogno, in questo Big Fish, tratto dal romanzo di Daniel Wallace (Tropea editore), che racconta la vita avventurosa e incredibile di Edward Bloom, interpretato da giovane da Ewan McGregor e da anziano, ormai sul letto di morte, da Albert Finney. Il figlio William Bloom, al capezzale di suo padre, cerca di scoprire che uomo fosse attraverso i racconti mitici e le tante leggende che gli ha raccontato fin da quando era bambino e ai quali, da un po' di anni a questa parte, ha smesso di credere, pensando che si tratti solo di colossali bugie. Entriamo così, attraverso una lunga serie di flashback, nel fantastico mondo di Edward Bloom, fatto di storie colorite, surreali, impossibili, popolate di giganti, freaks da circo, streghe con un occhio di vetro capace di predire la morte, pesci-sirena che non si lasciano catturare, cupe foreste animate e così via, fino a scoprire, alla fine del film, che tutti questi coloriti aneddoti hanno più verità e sono più importanti di quanto si sarebbe potuto immaginare. Si tratta di uno dei film di Tim Burton dall'atmosfera più solare e positiva, lontano dai toni cupi e gotici che caratterizzano buona parte della sua produzione, e dominato da una vena fiabesca e giocosa che del resto è tipica del suo universo cinematografico. Il regista è inoltre abilissimo nel mescolare i toni, passando dal pop squillante degli anni Cinquanta in cui dominano colori pastello sgargianti e irreali, alle suggestioni inquiete del cinema gotico alla Mario Bava (regista sempre citato da Burton come suo principale punto di riferimento) nelle scene più cupe e misteriose, fino alle creature multiformi del circo, che a molti hanno ricordato i film di Fellini. ll film è un inno alla fantasia e all'evasione dal grigiore quotidiano e dalla routine che uccide la mente: non importa che le storie siano credibili, l'importante è che siano interessanti e che attraverso di esse si mantenga vivo lo spirito e la fantasia e si realizzino i nostri sogni. In tutto questo ogni tanto ci scappa un po' di melassa e qualche sentimentalismo di troppo (soprattutto verso il finale), ma ciò non toglie che il film sia ricchissimo di invenzioni narrative e di creazioni visive entusiasmanti e che si segua dall'inizio alla fine con lo stesso stupore di un bambino a cui si raccontano le prime favole. (Mircalla)
(Video - formato: DVD - distribuzione: Fantoma - prezzo: 24.95 Dollari). Titolo originale: Moujuu (Bestia cieca) rilasciato nel 1969, 84 min. Tratto da un romanzo di Edogawa Rampo. Il mondo del tatto è tutto il mondo possibile per un artista cieco (o per un cieco tout court), spinto dalla necessità di trovare la sua via verso la conoscenza del mondo dopo le delioni dalle sensazioni degli altri quattro sensi. Questo impulso spinge principalmente l'ossessionato Michio (Funakoshi Eiji), con l'aiuto della madre, a rapire e imprigionare la giovane modella fotografica bondage Aki, iniziando un viaggio in discesa verso un mondo S/M. Il piacere e il dolore erotico, fino all'inevitabile superamento dell'ultimo limite, l'annullamento del corpo stesso, la cannibalizzazione dello strumento del piacere e del dolore stesso ricordano Oshima di "Ai no corrida" (L'impero dei sensi) anche se in modo visivamente diverso (Ai no corrida è comunque posteriore al lavoro di Musumura). Dopo il rapimento, la modella Aki viene rinchiusa nello studio dell'artista, buio, claustrofobico, tetro; questo è il luogo dove tutto, l'inizio e la fine, avranno luogo. Lo studio dell'artista è dominato dalle spoporzionate sculture di gambe, seni, occhi, nasi, labbra, orecchie (insuperabile scenografia anni '60) e dalle enormi statue di due donne ridotte alla loro “essenza sessuale”, il loro torso, una prona e una supina, che diventano subito vero palcoscenico di questo dramma psicologico, edipico e feticistico. Sugli smisurati seni e glutei di queste statue-donna primordiale e sull'ampio ventre, Aki e Michio reciteranno: lei sostituirà prima l'iniziale paura del rapimento con l'interesse e la fiducia verso l'artista, poi con qualcosa di simile all'amore, lo inizierà ai piaceri della carne (“...hai detto che sono il bravo cocco di mamma, ora farai di me un uomo!”), lo distoglierà ben presto dalle cure della madre prima complice del suo rapimento, poi complice di un tentativo di fuga di Aki. Ben presto si sostituirà alla statua che l'artista stava creando, sul modello di Aki, come prezzo per la libertà della ragazza. Non passerà molto che anche Aki, ormai abituata al buio dello studio, inizi a perdere l'uso della vista e ad affidarsi unicamente all'unico senso che ossessivamente Michio predilige, il tatto. Inizia così il percorso della ricerca del dolore, prima come alternativa ed in aiuto al tatto, poi sempre più come unica fonte di sensazione, fino ad arrivare all'estremo, allo smembramento del corpo e al seppuku rituale, che paradossalmente riporta Aki a somigliare ai torsi delle statue-feticcio-palcoscenico. Musumura (di cui va anche ricordato "Kyojin to gangu" -Giants and Toys-) ha creato un film moderno, ormai un classico cult della filmografia giapponese, con un uso delle scene di nudo (all'epoca relegate solo al circuito dei “pinku eiga”) originale, una scenografia superba e un uso delle luci e ombre non meno straordinario. Web: http://www.fantoma.com. (Kaonashi)
Rutilio Namaziano è considerato l’ultimo poeta della tradizione latina. Nato in Gallia, a Tolosa, verso la metà del IV sec d.C., è praefectus urbis nel 414, quattro anni dopo il traumatico sacco di Roma da parte di Alarico. Nel 416 decide di tornare in patria per rendersi conto di persona delle condizioni dei suoi possedimenti; data l’insicurezza delle vie di comunicazione via terra decide di intraprendere il viaggio per mare. Su questa sua esperienza Rutilio scrive un poemetto in distici elegiaci intitolato De reditu suo del quale a noi è rimasto solo un frammento che descrive il primo tratto del viaggio, da Roma a Pisa. Fervente ammiratore della cultura pagana e acceso anticristiano, Rutilio fa della sua opera un atto di riflessione sulla decadenza di un impero secolare, sulla disintegrazione dei suoi valori, della sua cultura, della sua religione. E’ stato Claudio Bondì, allievo ed assistente di Roberto Rossellini, che ha avuto il coraggio, soprattutto considerando il respiro generale del cinema nostrano, di trarre un film dal De reditu suo. Bondì s’ispira appunto al docu-dramma televisivo di Rossellini, del quale sorprendentemente ripropone nell'anno del signore 2004, come attraverso l’uso di una macchina del tempo, le estetiche ed i ritmi di un dimesso neorealismo. Bondì sembra aderire con passione alle istanze di Rutilio Namaziano (interpretato da Elia Schilson), alle sue riflessioni sulla decadenza di Roma, sull’incontro con culture straniere, sulle responsabilità di un cristianesimo integralista ormai colluso con il potere (il regista, fra l’altro, abbraccia l’ipotesi che il viaggio di Rutilio avesse come scopo quello di riunire le forze per tentare una rivolta contro l'imperatore Onorio). Minimalista nelle ricostruzioni storiche e ambientali, con il limite che spesso questo minimalismo non è scelta stilistica ma evidente necessità produttiva, De reditu è un film soprattutto di attori e di dialoghi (gli episodi del frammento di poemetto superstite sono citati pressoché letteralmente) caratterizzato da un ritmo lento e cadenzato, adeguato alla materia trattata. Si respira davvero un’aria strana in questo piccolo e coraggioso film, fuori del tempo: il respiro di un cinema che vorrebbe ancora avere forza morale e pedagogica. La sequenza del suicidio stoico di un perfetto Roberto Herlitza ci regala poi una chicca di virtuosismo attoriale. (Manfred)
E Kassovitz sbarca ad Hollywood, nientemeno che sotto l’ala protettrice di Robert Zemeckis, il quale gli dà anche tanti soldi e tanti mezzi per cercare di dare un senso all’improponibile sceneggiatura scritta da Sebastian Gutierrez: in sostanza una ghost story, che poi non è una ghost story, ma che forse alla fine è proprio una ghost story... Insomma, Gutierrez saccheggia a piene mani dal Sesto Senso, da The Gift, da The Ring, da Seven,da (ovviamente) Le Verità Nascoste, da L’Esorcistada.., da...,da... Al regista/attore francese non resta altro che tentare di dare una forma ed un ritmo a tale magmatica materia (thriller+soprannaturale+false piste+bisbiglii+scritte sulla carne...); e allora non trova nulla di meglio che riproporre, per ogni frammento saccheggiato, il modello visuale corrispondente: e dunque giù con le apparizioni fantasmatiche in puro oriental-style, con i filtri azzurri alla Fincher, con gli esterni alla Lynch e via citando, cui aggiunge qualche rinforzino fatto di qualche acrobazia di macchina o di bordate di decibel. Ma non riesce proprio a rendere credibile questo patinato, costosissimo pastrocchio. Decisamente, la cosa migliore è il titolo. (Manfred)
Mentre Mathieu Kassovitz, autore del primo, discreto I Fiumi di Porpora combinava danni oltreoceano con il suo Gothika, Luc Besson affidava la direzione del sequel (ma l’unica cosa che lo lega al precedente è il personaggio del commissario Niemans interpretato da Jean Reno) da lui scritto al non altrimenti noto Olivier Dahan. Il giovanotto fa del suo meglio per rendere vedibile questo improbabile patchwork fatto di goticismo medievale (viene citato nientemeno che Valerio Evangelisti dato che il personaggio interpretato da uno sprecato Cristopher Lee si chiama –udite udite- Eymerich!), sette esoteriche naziste, fanta archeologia, killer acrobatici, tocchi splatter, atmosfere da psycho thriller, e chi più ne ha più ne metta. Quello che ne viene fuori alla fine è un action movie che sembra un episodio, e nemmeno tanto bello, di Martin Mystere: va bene, la regia è buona, il ritmo è sostenuto, la fotografia è ricercata, ma il povero Dahan sembra un Don Chisciotte che si danna contro i mulini a vento... Happy ending, battutona finale e...to be continued? (Manfred)
Il fuggiasco è un film tratto dal romanzo omonimo di Massimo Carlotto, una delle voci più celebri e apprezzate del noir italiano. Non si tratta di una storia come un'altra perché qui viene narrata la vita, davvero al limite della fiction, dell'autore italiano che venne accusato ingiustamente di omicidio nei "caldissimi" anni '70. Studente e militante di Lotta Continua in lui le forze dell'ordine videro subito il colpevole perfetto di un delitto di cronaca (una donna uccisa) su cui ancora oggi non si è fatta luce. Carlotto decide di darsi alla latitanza e si rifugia a Parigi e poi in Messico, mentre le sue vicende giudiziarie si complicano sempre più e tutte le prove che possono discolparlo misteriosamente vengono trafugate. Alla fine solo la grazia concessa dal presidente Scalfaro salva Carlotto dalla prigione, dopo quasi vent'anni di traversie e fughe. La vicenda è davvero interessante e, trattandosi di un caso vero, veramente agghiacciante. Il film in compenso non è un capolavoro per quanto si lasci vedere con piacere. Mostra infatti una regia abbastanza scolastica, completamente al servizio della storia, senza grossi guizzi. E' una direzione quella di Andrea Manni efficace ed essenziale, un po' da fiction televisiva, ma non certo molto personale. E' senz'altro la storia quindi ad emozionare più delle immagini e a far venire la voglia, per me che conoscevo l'autore solo di nome, di leggere i romanzi di Carlotto. Comunque quando dovesse passare in TV potete senz'altro vedere questo film senza timore di annoiarvi. Web: http://www.ilfuggiasco.net/. (Christian Dex)
La saga de Il Signore Degli Anelli è giunta al termine: finalmente, dopo due lunghi anni di attesa, si giunge all’epilogo dell’eterna battaglia tra il bene e il male, raccontata attraverso allegorie e simboli tratti dalla mitologia nordica e celtica. Si tratta, senza ombra di dubbio, di un’enorme celebrazione dell’incredibile romanzo, in assoluto uno dei più letti al mondo in quanto a tutti gli effetti iniziatore e principale ispirazione di un intero genere letterario. A grandi linee, i commenti che mi sento di fare su quest’ultimo episodio, sulla sua realizzazione nonché sulle scelte fatte per trasformare un lunghissimo romanzo in un film sono molto simili a quelli fatti per la seconda parte della saga: la resa delle scene, soprattutto quella delle enormi masse umane durante le battaglie, è eccellente e rappresenta bene il carattere epico del racconto; probabilmente anche in questo caso si eccede un pochino nella riproduzione delle prestazioni personali dei vari personaggi in battaglia, cosa, in fondo, del tutto comprensibile (anche in questo caso Legolas si staglia in quanto a capacità sovrumane) data l’enorme differenza che esiste, a livello mediatico, tra una descrizione scritta e la sua rappresentazione cinematografica. Anche in questo terzo episodio, alcune parti non strettamente funzionali all’evoluzione dell’intreccio sono state eliminate: penso ad esempio alla parte finale del rientro degli hobbit nella contea; anche in questo è una scelta comprensibile se non necessaria, data l’incredibile durata del film nel suo complesso. Forse qualcosa di più si poteva fare per spiegare il significato della partenza degli Elfi, di Gandalf e dei Portatori dell’Anello verso le terre ad Oriente ma, bisogna ammetterlo, anche il romanzo non si dilunga molto a riguardo, lasciando alla lettura del “Silmarillion” le spiegazioni a riguardo. Non posso negare, al termine di questa lunga avventura, che difficilmente si sarebbe potuto fare un lavoro migliore di quello del regista neozelandese, il quale ha dimostrato, oltre a un coraggio notevole come è stato sottolineato nella recensione del secondo episodio, gradi capacità nella scelta delle parti da tagliare (immagino con grande dolore anche per lui) e una buona dote di visionario, molto importante in realizzazioni di questo tipo. Ben venga quindi la cascata di Oscar: sono convinto del fatto che il loro numero sia stato così elevato anche per il fatto che si è atteso il terzo episodio per premiare la colossale opera nel suo complesso. In fondo, si tratta anche di un importante riconoscimento all’opera tutta di Tolkien, per troppo tempo relegata all’interno della “Letteratura di genere” (termine troppo spesso usato in senso dispregiativo) quando non addirittura “Letteratura per ragazzi”: a parte il fatto che alcune opere recenti (“Coraline” di Neil Gaiman in primis) stanno dimostrando che, anche in quest’ultimo ambito, è possibile scrivere opere di tutto rispetto, Il Signore degli Anelli ha negli ultimi anni finalmente conquistato la sua posizione all’interno della Letteratura di sempre, in quanto affronta temi universali e antichi quanto l’uomo stesso, temi che ogni cultura ha affrontato e raccontato a suo modo e questa è, a mio personale parere, una delle rappresentazioni più possenti e avvincenti. Web: http://www.lordoftherings.net/. (Ankh)
Con In the Cut Jane Campion si accosta allo psycho- thriller, e lo fa con risultati contradittori. Il film indubbiamente attira per il particolare sguardo femminile con il quale la Campion abbraccia ed in qualche modo aggira la materia del genere: la regista vuole raccontare una storia dolente di donne (una stupefacente Meg Ryan, finalmente lontanissima dallo stereotipo di fidanzatina d’america, ed un bravissima, provata Jennifer Jason Leigh), del loro rapporto con l’amore, con i genitori, con gli uomini. Particolare è anche lo sguardo che la Campion posa su New York che raramente è stata resa con un’atmosfera così brumosa e autunnale: la protagonista Frannie si muove in questo labirinto urbano, in un metaforico viaggio iniziatico alla scoperta della sua interiorità più oscura e profonda. Notevole poi l’incursione nella dimensione onirica con il sogno ricorrente di Frannie, girato magnificamente e reso con un grafismo progressivamente ai limiti del’horror. Mi pare, invece, che il film abbia il suo punto debole proprio sul versante della vicenda thriller in se stessa: già vista tante volte e piuttosto corrente. Anche la cura nella direzione e la caratterizzazione dei personaggi maschili non è al livello di quella delle due protagoniste femminili: il personaggio del poliziotto borderline interpretato da Mark Ruffalo, non va oltre il livello di simili caratteri in thriller e noir di bassa e media levatura. Anche le parti gore sembrano nell’insieme piuttosto incongrue e posticce. In conclusione, chi cerca il thriller puro può rimanere deluso proprio per l’approccio meramente utilitaristico che la Campion fa del cinema di genere (il noir è comunque citato con rispetto; l’acconciatura stessa della Ryan è identica a quella di Jane Fonda nello storico Una squillo per l’ispettore Klute), piegato ad altre necessità narrative; invece chi cerca il cinema cosidetto “d’autore” può rimanere spiazzato dall’involucro “di genere”, a volte anche abbastanza grossolano. Una nota: pare che l’italica censura non si sia tirata indietro nemmeno questa volta ed abbia sforbiciato la scena forte della fellatio nel buio.... (Manfred)
La mia recensione alla parte 1 di Kill Bill, pubblicata su questo sito lo scorso dicembre, si chiudeva con il dubbio sulla capacità del regista di produrre un secondo episodio di così alto livello qualitativo. La risposta, data più col cuore che con la testa, è "No". Ben inteso, Kill Bill vol. 2 è un film grandioso, ma ha mancato di suscitare in me quella sensazione di meraviglia che invece il primo episodio mi aveva provocato. Negli attimi migliori ripropone quelle suggestioni mediate dal cinema di genere già apprezzate nel primo film. Questo si apprezza particolarmente nei tre momenti capolavoro di Kill Bill vol.2, a partire dalla sparatoria nella chiesa dove si sta per celebrare il matrimonio della "sposa" (Uma Thurman), ispirato al cinema western più classico (con tanto di campana che rintocca alla fine della sparatoria). Altrettanto grandiosa è la sequenza dell'allenamento di Uma Thurman in Cina, con il temibile maestro che sembra provenire da un film di Ringo Lam. E' che dire poi del gustoso omaggio ai film di zombie della scena in cui la "sposa" riesce a fuggire da una tomba in cui era rinchiusa e si presenta, sporca e claudicante, al "diner" posto di fronte al cimitero? Non mancano altri momenti eccellenti, anche se la ovvia sensazione di "deja vu" rovina inevitabilmente l'effetto sorpresa e di conseguenza il piacere di vedere il film. Meno ispirata è la parte finale, in cui si raggiungono dei toni melensi a mio avviso poco felici. La sequenza di coda, con i lunghi primi piani in bianco e nero di Uma Thurman che guida la macchina, appare tanto inutile da sembrare messa giusto per espandere del necessario la lunghezza del film. Insomma, alla fine può darsi pure che questo Kill Bill vol. 2 appaia fra i miei film preferiti del 2004, perché è comunque ottimo. Certo che il piacere e la meraviglia che ho provato nell'assistere al suo predecessore non sono state purtroppo eguagliate dalle sensazioni che questo volume 2 mi ha dato. (Christian Dex)
Certo, 25 anni dopo Dawn of the Dead di George Romero, uno dei classici dell’horror contemporaneo, Zack Snyder e compagni si sono presi una bella gatta da pelare con questo remake. In realtà, poi non si tratta nemmeno di un remake in senso stretto, ma piuttosto di un’opera autonoma liberamente “ispirata alla sceneggiatura di George Romero” (come sta scritto nei titoli di testa): rimane l’idea di base del mondo invaso dagli zombi antropofagi e dei sopravvissuti asserragliati in un centro commerciale. L’Alba dei Morti Viventi, consapevole di non poter reggere il confronto con il modello, si accontenta di essere un omaggio non solo ai film di Romero, ma anche a tutto il glorioso filone degli zombi-movies degli anni ’80. Da vero cinefilo Snyder infatti utilizza citazioni anche dai film di Fulci (la vecchia zombi grassa e le sequenze sulla barca) e di Lenzi (che in Incubo sulla città contaminata aveva avuto per primo l’intuizione dello zombi veloce nei movimenti e capace di usare oggetti e armi), e addirittura Mattei (il neonato zombi). Il tutto reso con un ritmo sostenuto, molto contemporaneo, una tensione mai allentata e un buon senso del racconto che prevede anche alcune variazioni rispetto al canovaccio originale atte a rendere meno prevedibile lo svolgimento del plot (la bella idea dell’uomo isolato che comunica con dei cartelli, ad esempio). Snyder cerca anche di rinverdire lo splatter estremo di Savini, ma ci riesce solo in parte, perchè benchè non lesini il gore, in qualche modo lo sterilizza con il suo montaggio eccessivamente concitato e veloce (scelta commerciale?). Alcune riprese aeree e scene di massa, supportate da un uso discreto del digitale, sono davvero belle. A conti fatti, un horror sincero e convolgente, che a tratti mette i brividi addosso (tutte le sequenze introduttive) e che –soprattutto- suscita bei ricordi. Strepitosi i titoli di testa e di coda. (Manfred)
(Video - formato: 2DVD - distribuzione: Fox Video - prezzo: 21.90 Euro). Per quanto le aspettative su questo film fossero in me davvero poche è comunque con estrema delusione e un po' di irritazione che ho assistito a questo scempio dell'ottima di graphic novel di Alan Moore e Kevin O'Neill (di cui abbiamo parlato nelle recensioni di libri del dicembre 2003). La sensazione è proprio quella di aver sprecato gli oltre 20 euro necessari per acquistare l'edizione speciale in doppio DVD, che ha anche in allegato un volumetto col Dr. Jekyll di Stevenson. Il film è veramente brutto, diretto dal regista del già mediocrissimo Blade che qui continua a mostrarci una regia ipertrofica, tanto veloce e adrenalinica quanto confusa e goffa. Credo che l'estrema velocità delle immagini mostrate serva in fondo a nascondere i limiti di una direzione buona forse per qualche video-clip o per la pubblicità, ma davvero ignobile e inadatta per il grande schermo. Oltre che per la pessima regia il film si fa notare per l'orrido script, che fa scempio e stravolge completamente l'opera di Moore: non mi hanno perciò sorpreso le voci secondo cui l'autore inglese ha, sebbene con molta ironia, rinnegato di fatto il film. E' buffo assistere all'intervista di Sean Connery presente nel secondo DVD, in cui il celeberrimo attore scozzese dichiara di aver accettato questo film dopo essersi pentito per aver rifiutato i ruoli in Matrix e nel Signore degli Anelli: a proposito del film dichiara "ho accettato anche se non lo capisco, come non capivo gli altri due". Mai scelta fu così sbagliata perché La leggenda..., pur ottenendo dei buoni incassi in tutto il mondo, non è assunta al ruolo di "icona" nella cinematografia fantastica come le altre due pellicole. E' un mediocre action movie, pieno di effetti speciali e nemmeno dei migliori. Le sequenze in "computer graphic" sono difatti pessime, talmente finte da essere grottesche. Tutte le immagini del sottomarino Nautilus o le scene sott'acqua sono davvero brutte ed evidentemente posticce: meglio sarebbe stato eliminarne una buona parte in fase di montaggio. Il film si chiude con un finale "aperto" (e molto grottesco) che lascia spazio ad un sequel, che a questo punto mi auguro proprio che non veda mai la luce. Tornando al DVD, nell'edizione speciale di cui parlo c'è un secondo disco pieno di extra, con interviste e speciali che mostrano i tre momenti di vita della pellicola, la fase di pre-produzione, la lavorazione e la promozione del film. Soprattutto le prime due parti sono abbastanza interessanti perché danno un'idea dello sforzo organizzativo necessario per realizzare una pellicola a così alto budget. Se vi siete persi al cinema questo film meglio per voi, non spendete i vostri soldi per acquistare il DVD o la videocassetta, ma usateli piuttosto per acquistare l'eccellente fumetto omonimo di Moore e O'Neill. (Christian Dex)
Eccomi qui a parlare del film più chiacchierato della stagione, lo faccio in questa sede perchè ritengo che La Passione di Cristo peschi a piene mani dal cinema di genere, dall’horror, dallo splatter, dal peplum e dallo spaghetti western; che sia in ultima analisi un grande film di genere. Lasciamo da parte le polemiche inutili e imbecilli su film in se stesso (addirittura di antisemitismo...) e sulla sua moralità, anzi, per chiudere il discorso, mi pare che il film sia così crudo e così materialista perchè Gibson è un vetero cattolico anglosassone, e non esiste nessun’altra religione più materialista, più scatologica, e più legata alla carne del cristianesimo cattolico. Ma torniamo al film. Innanzitutto è bene precisare che il film di Gibson è filologico e aderente alla verità storica come Maciste nella terra dei ciclopi, ad esempio. L’escamotage dell’uso dell’aramaico sottotitolato (affascinante, invero, mentre qualche dubbio è lecito esprimere sulla pronuncia delle parti in latino...) ha lo scopo, a parte l’essere un vezzo autorale, di aumentare il realismo, che non è, ovviamente,da confondere con la realtà. Per il resto Gibson è totalmente aderente alla vulgata del catechismo più ortodosso e all’iconografia cattolica dal medioevo in poi. E questa scelta è quasi sempre azzeccata a livello di fruizione del film: ad esempio, tutti sappiamo ormai che Gesù non portava la croce tutta d’un pezzo, ma solo il braccio orizzontale (c’è arrivato anche Zeffirelli...); ma se Gibson ci fa vedere il contrario lo si accetta, perchè va bene così; mentre alcuni altri episodi, come quello della Veronica (con la nostra Sabrina Impacciatore, dal perfetto fisique du role) o l’episodio dell’acqua dal costato o le inquadrature finali della resurrezione, sono francamente poco riusciti. Dunque, abbiamo parlato dei generi. Come non definire horror gli squarci di soprannaturale con l’apparizione del demonio (una fantastica Rosalinda Celentano), o la straordinaria scena dei bambini demoni, o il nano mutante? O anche la nebbia hammeriana della sequenza iniziale nel Getsemani? Come non avvicinare allo splatter le scene di sangue, con tanto di uso di animatronic? Come non vedere nei caratteri esasperati, anche fisicamente, di quasi tutti i personaggi, oppure nelle scenografie pietrose e polverose chiare derivazioni dallo spaghetti western? Poi Gibson manipola molto bene la materia, mettendo insieme una messinscena potente e spettacolare (fra l’altro filma la location naturale di Matera in maniera superba, cercando di coinvogere lo spettatore con tutti i mezzi dei blockbuster da multisala (orgia di decibel compresa), coinvolgendo, raramente emozionando, a volte divertendo, e tirando fuori qualche idea non male (la soggettiva della goccia d’acqua/lacrima di Dio...). Un filmone irruento e sincero (fra l’altro meno costoso di quello che sembra), imperfetto (ad esempio, i flashback di Cristo sono chiaramenti pleonastici e forse realizzati per arrivare ai 126 minuti canonici per un kolossal) ,chiassoso e... grossolano quanto basta. Almeno una ragione per vederlo? Zeffirelli (così come L’Ultima tentazione di Cristo di Scorsese) lo detesta. (Manfred)
Marito e moglie (Dennis Quaid e Sharon Stone) decidono di abbandonare la stressante vita cittadina per recarsi a vivere con i figli in casa di campagna, che un tempo è stata teatro di violenze. Dopo qualche tempo ritorna il vecchio proprietario (Stephen Dorff), che si è fatto qualche anno di galera e afferma che ora non sa dove andare; impietositi i due decidono di assumerlo come giardiniere tuttofare. Ecco che cominciano i guai… Mike Figgis, autore fra l’altro del sopravalutatissimo Via da Las Vegas, mette questa volta mano allo psycho-thriller (perché questo è il film, nonostante che il titolo italiano cerchi di millantare i territori del soprannaturale): e lo fa con risultati sconfortanti. Oscure presenze a Cold Creek è un bruttissimo, banale coacervo di tutti i luoghi comuni più triti del genere (lo psicopatico che sconvolge la tranquillità della famigliola per bene, la casa pseudo-gotica, gli ospedali psichiatrici, i presunti segreti sepolti nel tempo), messi insieme con un’assoluta e sconfortante mancanza di personalità. Tutto è gia visto e prevedibile in questo filmetto dalle velleità autoriali, ma dall’estetica inevitabilmente paratelevisiva; è davvero così tutto –letteralmente- prevedibile che quasi non riesci a credere che sia così e ti aspetti da un momento all’altro il colpo di testa registico che ribalti la situazione. E invece nulla; Mike Figgis è totalmente latitante, e lascia la già pessima materia narrativa totalmente in balia di se stessa (alcuni tentativi di ravvivare il tutto con “depistaggi” verso il soprannatutale, vedi l’invasione dei serpenti, risultano del tutto risibili e goffi). Non giova al tutto il cast; da un bollito Dennis Quaid, ad una Sharon Stone che ha sempre l’aria di chiedersi cosa ci sta a fare lì, ad una imbolsita e pressochè irriconoscibile Juliette Lewis, caparbiamente e pateticamente legata al suo eterno ruolo di ragazzetta borderline. Fastidioso. (Manfred)
Philip Dick è sicuramente una miniera inesauribile di idee, di temi e di storie per il cinema contemporaneo. Certo, è difficile trovare una trasposizione cinematografica all’altezza del modello latterario e che sia fedele fino in fondo al cupo pessimismo dickiano (in questo senso Blade Runner di Scott è davvero un vertice insuperato).Questa volta ci prova John Woo, ormai di casa ad Hollywood, a portare sullo schermo un suo romanzo ed il risultato è più o meno catastrofico. La storia dello scienziato informatico che cede la sua memoria, di volta in volta, dopo avere concepito nuove idee, a multinazionali senza scrupoli, diventa nelle mani di Woo, un’innocuo action movie patinato, monotono e prevedibile.La sceneggiatura è piatta e sbiadita ed il finale con happy ending (sicuramente non dickiano…) è disgustosamente cretino nel suo ottimismo da commediola Disney anni ’60. Ma, direte voi, almeno Woo avrà supplito a tutto ciò con il mirabolante stile registico per cui è diventato famoso: e invece no, nemmeno questo; degli stilemi e delle cifre stilistiche tipiche del regista orientale non rimane che qualche brandello qua e là, come una malinconica firma (le solite colombe bianche, i soliti rallenti..). Dalle parti della direzione degli attori, poi, Woo è totalmente latitante: è un delitto l’indecorosa sotto utilizzazione di un’attrice come Uma Thurman (Tarantino docet), e catastrofica la scelta di un attore inespressivo come Ben Affleck. (Manfred)
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