Paola Capriolo
Nel 'doppio regno', in biblico tra la vita e la morte
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"L'inferno più atroce che posso
immaginare
è quello in cui al dannato sia sottratta la memoria del peccato per il quale è punito". Paola Capriolo, Il doppio Regno La studiosa di Rilke, di Gottfried Benn, l'autrice, la traduttrice dal tedesco ha scritto un romanzo degno dei suoi ispiratori, a diretto contatto con i grandi temi della letteratura naturalista, vedi l'esistenzialismo in nuce di uno Zola perfettamente coerente con il vittimismo sacrificale di Thérèse Raquin, incastonati da una tessitura nichilista, tipica dei primi del Novecento. Il libro della Capriolo non è situato in un tempo e in uno spazio specifici: anche gli stessi pochi abiti la cui foggia sarebbe moderna, non sono ben ubicabili in un tratto della Storia. In effetti ci troviamo di fronte ad un romanzo che ha le caratteristiche della semi-universalità in quanto a situazione spazio-temporale, ovverosia non è limitato come tante opere contemporanee ai tasselli geografici e al tessuto connettivo di un determinato periodo. "Solo nel doppio regno le voci si fanno eterne e dolci." (2) La citazione dai Sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke, che la protagonista del romanzo ricorda come suoi è uno dei passi determinanti dell'opera di questa scrittrice contemporanea dall'inusuale talento. Questi sonetti sono stati scritti dal poeta di getto, tra il 2 e il 23 febbraio 1922, e concludono il ciclo duinese inaugurato con le Duineser Elegien (le Elegie duinesi(3)), sostanziando con una vena commmossamente gioiosa e serena la meditazione dolorosa del dialogico confronto con l'Angelo delle Elegie. Ciò che però inquietamente stupisce il lettore conoscitore di Rilke è la straordinaria e drammatica analogia fra i temi esposti nei Sonetti e gli argomenti dominanti in Il doppio regno, il cui titolo è evidentemente tratto dal sonetto intitolato Das Bild, Il simulacro (anche quadro, ritratto, immagine). L'asse portante dei Sonetti è indicato dall'unità di vita e morte: il regno del doppio, il Doppelbereich o doppio regno (come nella maggioranza delle traduzioni italiane) rappresenta questa "condivisione". L'onda da cui si sottrae la narratrice all'inizio della storia, narratrice peraltro inaffidabile essendo in prima persona (può mentire, ha una relativa conoscenza dei fatti ed un punto di vista limitato perché personalmente coinvolta nel racconto), ipotizzeremo sia una allegoria delle emozioni. Un'onda emotiva che sta quasi per travolgerla quando lei se ne allontana e giunge in questo albergo che somiglia molto, in prima battuta, ad una costruzione difensiva dell'Io in termini psicoanalitici. Proseguendo nella disamina ci si accorgerà purtroppo che l'albergo, l'altro protagonista essenziale della vicenda, è piuttosto l'edificio dove si rifugiano le emozioni ormai in balìa dell'Es. Nella Conferenza di Bruno Bianco su "Rilke e la musica" l'autore sottolinea come «I Sonetti ad Orfeo costituiscono, appunto, la celebrazione pacificata dell'essenza ordinatrice della musica, [...]. L'orecchio, cioè il suono invisibile (la musica), rappresenta qui l'autentica fondazione del mondo visibile: il messaggio delle Elegie Duinesi, la trasmutazione del visibile nell'invisibile, si precisa nei Sonetti come trasmutazione sonora, nel segno della musica» (9). Abbiamo notato prima quanto la musica, in specie quella del flauto del direttore dell'albergo, sia invece per Cara perturbante e cifra di morte quando ricorda, non distinguendola chiaramente, la melodia di un Lied di Schubert, «La morte e la fanciulla» (10), di cui riporta anche un verso dalla poesia omonima di M. Claudius: «Tra le mie braccia potrai dormire dolcemente» (11) («dolcemente dormirai fra le mie braccia!» nell'originale) (12). Aggiungo inoltre che Der Tod und Das Mädchen (1817) è anche il titolo di un quartetto per archi sempre di Schubert, ma a cui verosimilmente Capriolo non si riferisce nella sua citazione. La musica orfica del doppio regno, come regno di vita e di morte in cui si trova la protagonista è meramente dionisiaca, inquietante e sconvolgente, per lei non possiede quella capacità «'apollinea', razionale ordinatrice di rapporti» (13) di cui la dota la poesia di Rilke: Cara sente divenire un'«elegia» (14) l'orchestrazione di suoni riferita al Lied schubertiano, e lei destinata ad «un distacco irrimediabile» (15). L'angoscia nei termini heideggeriani di «nulla» (1889) fa capolino in questo romanzo dove gli unici soprammobili hanno forma di piramide, anch'essi tetre riproduzioni della morte che nell'immobilismo, nella staticità, e nella fissità del reiterarsi dei pensieri, degli atti dei camerieri dell'albergo condanna la narratrice allo stesso destino. Sintomatici sono i fiori che vengono cambiati ogni giorno rivelando sempre la stessa freschezza senza vita però, se comparati ai fiori che le regala Bruno, uno degli ospiti, turgidi e di colori fiammanti, purpurei, come i colori della vita, sebbene caduchi. Il senso della morte è acclamato ma paventato ed il territorio di rifugio di Cara è a metà percorso tra i regni della vita e della morte: in un limbo dove non si invecchia ma nemmeno si vive, dove i labirinti della biblioteca affogano il senso delle cose rendendole incomprensibili e vane, perché incomunicabili. L'ultima pagina presenta una lettera indirizzata a Guido, una persona che come lei ha fatto una grande rinuncia, senza però rinunciare al mondo, come ha fatto lei. La narratrice in questa pagina afferma la totale inesistenza del mondo esterno contrapposta alla «sola realtà» (16) riprodotta dall'albergo che decide altresì del «comparire e scomparire» (17) degli altri, dei suoi ospiti. Il delirio di onnipotenza della protagonista-narratrice, padrona di una realtà dalla quale è in grado di escludere gli altri, le fa affermare di essere in grado di cancellare «Lei e i Suoi amici, dall'unica realtà» (18) dell'albergo, che sente come sua. Le battute finali correggono il tiro anche sul passato e sull'identità della narratrice: «la memoria che credevo mi appartenesse, nemmeno quella mi appartiene, perché io, caro Signore, non sono nulla, e se sono qualcosa sono l'albergo» (19). Riaffermando con potenza la questione dell'annullamento di una realtà esterna non considerata come propria e l'isolamento, la chiusura dentro un universo terrorizzante e annientante quale l'albergo, si forma la volontà di Cara, che sceglie l'albergo come garante di quella stabilità che promette il silenzio ed il ripetersi coattivo dei gesti, in bilico tra la vita e la morte. Livia Bidoli
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