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Il delitto si addice a Eva di Paola Alberti
(2002, Jaca Book, prezzo: 8.00 Euro)
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Inizia bene questo Ti prendo e ti porto via del bravo Niccolò Ammaniti, e infatti tutto sembra essere nella norma a Ischiano Scalo, il paesino di provincia nel quale sono ambientate le vicende narrate. Si parla di Pietro (un ragazzino dodicenne con molti problemi familiari alle spalle) e delle sue disavventure con i bulli della scuola, ma in parallelo l’autore ci racconta anche la storia di un altro abitante di Ischiano, un playboy giramondo di nome Graziano. Oltre ai due protagonisti sono presenti anche numerosi personaggi secondari, molti dei quali rivestono un ruolo fondamentale ai fini della narrazione. Proprio la caratterizzazione del personaggio, nella quale Ammaniti si dimostra particolarmente abile, risulta essere un punto di forza del libro: l’aspetto psicologico e i sentimenti più profondi (positivi o negativi che siano) sono infatti essenziali per capire il senso di ciò che viene raccontato. Come dicevo l’inizio della storia non fa presagire nulla di strano, poi via via che si prosegue nella lettura si susseguono tutta una serie di vicende che definirei piuttosto cruente, ma tutto sommato si ha ancora l’impressione che le cose possano concludersi bene, con una sorta di “redenzione” dei protagonisti: ci viene lasciato credere che Pietro potrà finalmente superare i suoi problemi pre-adolescenziali e che Graziano si sposerà con l’unica donna che abbia mai amato veramente. Beh, sia ben chiaro, non è certo questo che l’autore ha in serbo per noi lettori… È nell’ultimo centinaio di pagine che ce ne accorgiamo: Ammaniti fino a quel momento ci illude che ci possa essere una “happy-end”, ed invece ci sta solo preparando un finale a sorpresa e decisamente shockante (ma al tempo stesso riuscitissimo). Ti prendo e ti porto via è una storia che vi ritroverete a leggere tutto d’un fiato, magari identificandovi in qualcuno dei personaggi della variegata galleria che ci viene presentata. È una storia dura e in un certo senso sconvolgente, ma quelle che apparentemente sembrano esagerazioni in fin dei conti sono cose che non si discostano poi così tanto dalla realtà… Una nota a parte la merita la bella copertina del libro ad opera di Gianluca Lerici (alias Professor Bad Trip), davvero un motivo in più per procurarselo il prima possibile! (Grendel)
La scorsa primavera è uscita anche qui in Italia la pellicola francese del 2001 Les Morsures de l'Aube con Asia Argento fra gli interpreti principali. Il film, per usare un eufemismo, è veramente poca - pochissima - cosa e fa una trasposizione dell'omonimo volume enfatizzando molto il lato fantastico-soprannaturale della vicenda. Nel libro - e finalmente ci arriviamo - questo è senz'altro presente per evidenziare l'ambiguità della coppia di fratelli misteriosi, la splendida Violaine e Jordan, che appaiono e scompaiono come spettri nelle discoteche e nelle feste più alla page della notte parigina. Alla fine la costruzione fantastica del romanzo, basata sul sospetto vampirismo dei due fratelli, si rivela una suggestione, e il romanzo assume sempre di più le caratteristiche di un noir. In realtà anche questo elemento è in fondo di secondaria importanza: l'autore è più interessato a descrivere le "nuits fauves" di Antoine e del suo compagno di bisboccia, Mister Laurence, il cui unico scopo nella vita è quello di passare le nottate infiltrandosi nei party più esclusivi e chic della Parigi bene. I due si ciondolano tra un vernissage ed una festa privata in discoteca, escogitando mille trucchi per entrare, pasteggiando unicamente a tartine e champagne, senza una dimora (Antoine dorme di giorno in un Fitness Club) né tantomeno un lavoro fisso. La storia misteriosa che va a turbare la vita di questi debosciati di classe è quindi meramente un pretesto, per dare una direzione e un fine alla narrazione. Il romanzo è quindi abbastanza divertente, senz'altro meglio del film e se non altro vi insegnerà un sacco di parole nello slang (pardon, volevo dire l'"argot") parigino. Per chi ha familiarità con la scena dark francese segnalo che fra le discoteche passate in rassegna dai protagonisti del romanzo figura anche la Loco(motive), vero tempio del goth-electro parigino. P.S.: ultimata la recensione ho scoperto che di questo libro esiste anche una versione italiana, I morsi dell'alba, pubblicata dall'editore Baldini Castoldi Dalai. (Christian Dex)
State tranquilli, questo volume non ha nulla a che fare con lo sbandierato (ed effimero) fenomeno degli autori “cannibali” in auge qualche anno fa. No, qui si parla proprio di uomini che divorano altri uomini. Si deve a quelli del mai troppo lodato Macabro Show, questa piccola ma preziosa iniziativa editoriale: tre racconti per tre modi diversi di sondare l’orrore di un tabù ancestrale, che costituiscono anche l’occasione di avvicinare autori dell’horror nostrano ormai attivi da anni ma ostinatamente fuori dal circuito mainstream. Luigi Boccia ne “Il canto del cannibale”, ambienta una vicenda di sangue e follia in un ambito rurale e folklorico, con la consueta abilità nel dosare il ritmo. Nicola Lombardi in "Striges", ci narra da par suo le gesta di streghe che mangiano bambini, rimandando echi della letteratura horror a lui cara (Bradbury, Matheson, King). Infine, Lupi con "Il sapore della carne" tratta il tema della necessità del cannibalismo immergendoci in una realtà esotica (Angola, Cuba) fuori da ogni cliché. La prefazione è di Eraldo Baldini Web: http://macabroshow.com. (Manfred) Alle radici della cavalleria medievale di Franco Cardini
(1997, La Nuova Italia)
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Se avete seguito in Tv la cult-series Dark Angel allora conoscete bene le vicende dell’antieroina Max: è lei infatti la protagonista del telefilm ed anche il personaggio principale di questo libro dal titolo Prima dell’alba. A chi invece non avesse familiarità con il personaggio, dirò che Max è una giovane ragazza che ha trascorso l’infanzia a Manticore, una base militare del Wyoming utilizzata dal governo americano per condurre esperimenti segretissimi legati alla creazione di esseri umani dal DNA geneticamente modificato (da impiegare come super-soldati). Proprio a causa del suo particolare codice genetico (e del durissimo addestramento ricevuto da bambina) Max è dotata di eccezionali capacità psicofisiche che le permettono di fare cose impensabili per un individuo normale. Nella serie televisiva ci sono solo brevi accenni alla sua vita nella base e alla fuga da essa (avvenuta nel 2009 e messa in atto assieme ad alcuni compagni), infatti le vicende raccontate sono quelle che avvengono circa dieci anni dopo a Seattle, città nella quale Max si stabilisce. Il romanzo di Collins ci presenta invece i fatti accaduti dopo la fuga della ragazza e fino ai primi mesi della sua permanenza nella città dello stato di Washington, luogo nel quale si trasferisce dopo aver vissuto molto tempo a Los Angeles. Tra le cose più interessanti, la lettura ci permette di scoprire che in quell’intervallo di tempo era accaduto qualcosa di particolare negli Stati Uniti: una vibrazione elettromagnetica (il “Pulse”) aveva distrutto gran parte delle città della costa orientale e a distanza di poco tempo un altro evento catastrofico, cioè un terribile terremoto, aveva portato morte e distruzione lungo quella occidentale. Tutto ciò risulta fondamentale per capire come mai la versione televisiva ci presenta uno scenario decisamente “post-apocalittico”, che tra l’altro è anche uno dei punti di forza del telefilm. Oltre a questo ci vengono fornite molte altre informazioni sulla vita condotta da Max in quel periodo (per esempio scopriamo che aveva imparato a vivere di “espedienti” sfruttando le sue particolari capacità, inoltre veniamo a sapere in quali circostanze aveva incontrato i suoi amici e il giornalista clandestino Logan Cale, cioè l’altro protagonista della serie), ed è chiaro che tutto ciò risulta utilissimo per riuscire colmare i “vuoti” temporali (e di conseguenza il “non detto”) della narrazione Tv. Il romanzo ha inoltre la particolarità di porre l’accento sul cambiamento che avviene in Max nel corso degli anni: da macchina da guerra, addestrata solo ad obbedire agli ordini e a rimanere impassibile di fronte a tutto e tutti, si trasforma in una persona che mano a mano dà sempre più importanza ai sentimenti e al lato “umano” della propria complessa personalità. Lettura più che consigliata!! (Grendel)
Il dio dal piede caprino (titolo originale The Goat-Foot God ) è uno dei principali romanzi di Dion Fortune, ovvero di Violet Mary Firth, nata in Galles nel 1890, grande esperta di magia e occultismo, psicanalista, direttrice della "Christian Mystic Lodge" della Società Teosofica di Londra. Il suo nome d'arte deriva dal motto "Deo non Fortuna" che si scelse quando entrò nell'ordine cabalistico della Golden Dawn, cui aderì dal 1919 al 1922. Affascinata fin dall'infanzia dai temi misterici, si considerava la reincarnazione di una sacerdotessa del tempio di Atlantide e l'ultima degli Avaloniani, un gruppo di maghi con centro spirituale ed artistico a Glastonbury, (vicino a Stonehenge), dove fondò la setta "The Fraternity of the Higher Light". Le sue opere si dividono in romanzi e in saggi di occultismo pratico; tra i secondi si segnala Cabala Mistica, ma sono soprattutto i primi, che lei considerava opere minori, (oltre a Il dio dal piede caprino vanno ricordati La Dea della Luna, La Sacerdotessa del Mare e I segreti del Dott. Taverner), a risultare particolarmente riusciti ed interessanti, perché sviluppano il suo pensiero e il suo credo in maniera libera e gradevole, lasciando sfogo alla fantasia. Infatti lo scopo principale che Dion Fortune voleva ottenere attraverso la scrittura era di comunicare ad un pubblico più vasto possibile le sue conoscenze di magia e di occultismo, in particolar modo il suo messaggio sulla possibilità di salvezza e di liberazione di ogni individuo grazie alla presenza dell'elemento femminile, la cui energia è intermediaria con il divino. Infatti Dion Fortune si rifaceva ad una tradizione esoterica che poneva in primo piano il principio femminile, in contrasto con l'organizzazione gerarchica e maschilista tipica delle società teosofiche e della Golden Dawn. Il tema principale di Il dio dal piede caprino, come di altri romanzi, riguarda pertanto la redenzione di un uomo caduto in disgrazia, vicino al crollo psicologico, che viene salvato da una potente sacerdotessa, riuscendo così a ritrovare se stesso e il suo posto nella società. E' così che in una Londra opprimente e nebbiosa, il ricco Hugh Paston, dopo aver perso la moglie in un incidente stradale e dopo averne scoperto il tradimento, lungamente nascosto, con il suo migliore amico, deriso e nauseato dalla doppiezza della sua classe sociale, capita per caso, vagando nei quartieri poveri, in una libreria antiquaria e diventa amico ed ospite del proprietario. Da questo momento la sua vita comincia a cambiare: grazie all'interesse per la letteratura occulta si decide a studiare i misteri eleusini e ad acquistare in campagna un vecchio monastero in rovina per risistemarlo secondo i principi esoterici. La giovane e squattrinata artista Mona Wilton lo aiuta a rimettere a nuovo la struttura, ma la scoperta che in essa durante il Medioevo era stato murato vivo il Priore Ambrosius, accusato di praticare antichissimi riti pagani, sconvolge la loro esistenza. Presente e passato cominciano a sovrapporsi, mentre lo spirito del Priore si incarna nel protagonista e lo trascina nelle tenebre. Solo la forza di Mona, capace di evocare il Dio Pan, riuscirà a sottrarlo al male e a riportarlo, finalmente libero, alla vita. Con una prosa fluida ed elegante Dion Fortune trascina piacevolmente il lettore nel suo mondo esoterico e si viene facilmente coinvolti dalla trama ricca di mistero e di terribili evocazioni, riuscendo nel suo compito di "introdurci all'occulto" in modo coinvolgente ed interessante, senza un filo di noia e di indottrinamento. NOTA: Il libro, di non facile reperimento nelle normali librerie, è comunque acquistabile da Sottomondo, la bellissima libreria (e molto di più) di Treviso. Per informazioni: Venexia - Via dei Primati Sportivi 88 00144 Roma. (Mircalla)
Il segreto editoriale di Evangelisti, quella formula che proietta i romanzi dell’Inquisitore Eymerich nel limbo del genere, al confine fra gotico, romanzo d’appendice, fantascienza e conte philosophique, è nella giustapposizione dei piani temporali. Mater terribilis, però, introduce una novità: il passato si duplica in due vicende che si succedono con uno scarto temporale di qualche decina d’anni, l’una nell’estate del 1362, l’altra tra il 1429 e il 1431. Entrambe sono inserite nella cornice della Guerra dei Cento Anni, e non è un caso: quella guerra secondo lo storico francese Jules Michelet portò il suo paese indietro nel tempo di centinaia d’anni per la barbarie che la contrassegnò. Per Evangelisti la Guerra dei Cento Anni sembra essere l’allegoria permanente della Guerra e la prefigurazione della peggiore di tutte, quella futura. Quello che ci aspetta e che incombe minaccioso in tutti i suoi romanzi, infatti, sarà un conflitto apocalittico e primitivo nella sua ferocia, un conflitto che non avrebbe potuto essere altrimenti per tutto quello che nel passato è stato fatto e che avrebbe potuto essere, o sarà, fatto altrimenti. Per la teoria junghiana della sincronicità a cui Evangelisti si ispira, infatti, nei romanzi dell’Inquisitore Eymerich il passato può modificare simultaneamente il futuro e il futuro interferire col passato. In questo spazio che deve ospitare insieme presente, passato e futuro, in questo spazio dove i nessi causali non si distribuiscono linearmente e saltano, è la geometria che diventa ratio universalis e sembra anticipare e determinare le relazioni umane. In Mater terribilis la passione per il simbolismo geometrico ci propone questa volta un quadrato le cui diagonali si incrociano configurando un chiasmo che è un paradosso temporale: Eymerich sarà (è) l’arcangelo Michele di Giovanna d’Arco, eroina visionaria in odore di stregoneria; Gilles de Rais, compagno d’armi della Pulzella, futuro serial killer pederasta, è stato (sarà) padre Jacinto Corona, compagno dell’Inquisitore. Due passati non del tutto passati che interferiscono fra di loro, due coppie dall’identità non definita una volta per tutte che attraversano il tempo, si incrociano, si scambiano e si contrappongono, due visioni del mondo in conflitto, ortodossa l’una, eretica l’altra, due nazioni in lotta, quella francese contro quella degli Inglesi invasori. Questa dualità che viene riproposta in più forme non fa che ripetere all’infinito la polarità sessuale e la conflittualità fra i due sessi. Nel romanzo il nemico di Eymerich è una donna, anzi due, anzi qualunque donna che nel suo presente e nel futuro sia espressione dell’eterno femminino che mette in discussione l’ordine patriarcale. Un ordine che è minacciato alla base dal disordine sessuale, qui rappresentato dalla figura emblematica del barone Gilles de Rais, la mostruosità sadica che sarebbe il parto della confusione dei ruoli sessuali. Una conferma di questa chiave di lettura dell’ultimo episodio del ciclo è nella presenza della setta ereticale dei Luciferiani, che sarebbe qui l’espressione di un protofemminismo sia teologico che politico, dal momento che una adepta della setta è, nel romanzo, la suocera del Delfino, Jolanda d’Aragona, sostenitrice di Giovanna d’Arco a corte e vera anima del partito armagnacco ostile agli Inglesi. Eymerich in un certo senso lotta per garantire la sopravvivenza della dualità originaria che contrappone i due sessi, anzi, dello squilibrio a favore dell’elemento maschile, perché questo squilibrio sarebbe la sola garanzia contro il disordine morale e il Caos della materia indifferenziata. Che l’altro possa diventare noi e che in seguito a questa fusione niente ci possa più di nuovo distinguere dall’altro, il principium coniunctionis che l’Inquisitore sembra temere più di ogni altra cosa, è una minaccia all’identità personale e alla configurazione dell’Universo che nelle allegorie alchemiche, attraverso l’immagine del matrimonio di Sol e Luna, è considerata l’operazione d’avvio della trasformazione degli elementi e degli uomini. Parliamo di alchimisti non a caso: quella della Mater terribilis, che dà il titolo al romanzo, è infatti una immagine che la psicologia del profondo ha ripreso dal repertorio figurativo alchemico. E inoltre il vero barone Gilles de Rais, sposo mancato nell’unione alchemica con l’eroina nella finzione narrativa, praticò per davvero la cosiddetta arte regia. Contro gli alchimisti, il vero inquisitore scrisse un pamphlet di rara violenza polemica. Forse immaginando, chissà, che Evangelisti glieli avrebbe fatti affrontare in futuro, un giorno. (Tristitia)
Coraggioso questo tentativo della Mondadori di pubblicare in versione a fumetti la nuova avventura dell'inquisitore Eymerich. Al contrario della splendida graphic novel francese (si veda la recensione più avanti) siamo al cospetto di una storia originale, curata dallo stesso Evangelisti fortemente ispirata a Mater Terribilis, ultimo volume della saga di Eymerich, anche se non mancano delle significative differenze. Confrontando la sceneggiatura di quest'opera a fumetti ai volumi della serie va notato che Evangelisti abbandona la sua tipica narrazione su piani temporali diversi, raccontati in parallelo e intrecciati tra loro. Mater Terribilis è poi probabilmente uno dei romanzi più sofisticati e complessi di Evangelisti mentre per La furia di Eymerich saggiamente l'autore decide di lasciare più spazio al disegno. La trama e i dialoghi sono quindi piuttosto semplificati (senz'altro chi ama gli intrecci sofisticati delle trame eymerichiane può storcere il naso) ma in fin dei conti la trovo una scelta azzeccata: non dimentichiamoci che si tratta pur sempre di un media - il Fumetto - con regole e dinamiche diverse dalla Letteratura. Per i disegni Evangelisti si affida a Francesco Mattioli che sceglie uno stile asciutto a china nera, molto pulito ed essenziale, caratterizzato da linee forti. Questo dà molta espressività alle tavole, in particolare nei primi piani dei personaggi (compare anche un omaggio all'Urlo di Munch) che l'artista privilegia in particolar modo. Non si tratta di disegni proprio "bellissimi" a vedersi, certo non paragonabili alle tavole di Sala della graphic novel francese, anche se sanno rendere in maniera efficace il senso della storia, proprio in virtù dell'enfasi data all'espressività delle figure. Come amante dei fumetti non posso che fare un plauso incondizionato a questo esperimento, incoraggiando anzi l'eventualità di un seguito (cosa che il finale "aperto" lascia d'altra parte sottendere). Come avido lettore della saga di Eymerich questo volume mi lascia comunque un minimo senso di insoddisfazione, forse perché dalla lettura dei libri di Evangelisti uno riesce a provare una vasta e complessa gamma di emozioni che in questo fumetto si ritrovano solo in parte. Un'opera comunque assai godibile che spero possa far avvicinare sempre più gli amanti dei libri al mondo del fumetto. Web: http://www.eymerich.com. (Christian Dex)
Apprezzato studioso e noto Autore d'opere quali "La Premiére Croisade" e "Croisade et chevalerie", Flori affronta in questo volumetto un tema assai impegnativo quale è quello della precisa definizione d'una espressione, "cavaliere", evocante a seconda degli usi e degli eventi storici oggetto d'analisi sentimenti e pareri contrastanti. Chi ha già letto il da noi altre volte citato "Alle radici della cavalleria medievale" d'un altro altissimo Maestro, Franco Cardini, troverà ulteriori spunti d'interesse scorrendo le pagine del tomo, graziate da una scrittura mai ampollosa e roboante, al contrario quanto mai efficace e chiara. Se la storia delle origini viene ovviamente ripresa, e Flori certo non poteva trascurare la genesi, offrendoci i suoi giudizi illuminati e chiarificatori su un periodo importantissimo e controverso qual'è l'Alto Medioevo, è l'evoluzione che i tempi ed il mutar delle esigenze imposero al fenomeno la protagonista di questa opera, l'oggetto dell'attenta analisi dell'Autore. Le necessità imposte dalle contingenze, la spiritualità, l'importanza del ruolo del cavaliere, le pratiche d'iniziazione, il militare come formidabile occasione di ascesa sociale, il consolidarsi d'una vera e propria, nuova classe, il sorgere degli Ordini Cavallereschi, i Codici Cavellereschi e l'ideologia sottostante, le nuove tattiche di battaglia, fino al progressivo inaridimento della primitiva vocazione, l'imporsi della forma e dell'apparenza, lo svuotamento interiore che sancirà la fine dell'Ideale, ma al contempo il principio del Mito. Sopravvissuto fino all'oggi, quando "cavaliere", purtroppo abusatissima onorificenza, assume non più le sembianze dell'intrepido miles coraggioso difensore del più debole, chiuso nel suo orgoglio d'appartenente ad una casta prestigiosissima tuttavia pronto ad inchinarsi al cospetto d'una leggiadrissima dama, ma magari quelle d'un ben più modesto pensionato statale... (Hadrianus)
A chi di noi non è mai capitato, viaggiando solitari nelle metropolitane delle grandi capitali, di pensare che ci potrebbe essere tutto un mondo lì sotto, un mondo che rimane normalmente nascosto ai nostri occhi? Capita, nei momenti in cui il treno rimane fermo in galleria, in attesa che si liberi la stazione successiva, di rendersi conto che c’è tutta una serie di cunicoli, gallerie di servizio, uscite di emergenza, piccoli rifugi e passaggi nascosti che normalmente non si notano: come non pensare che tali passaggi siano collegati ad una più ampia rete sotterranea, frequentata da moltitudini di persone la cui esistenza e il cui modo di vivere sono a noi ignoti? Nel mio immaginario personale, questa sorta di sottomondo era simile a quello descritto nel film “Subway”, dell’allora giovanissimo Luc Besson: popolato da personaggi particolari che vivono ai limiti della nostra società, nascosti ma visibili. In questo romanzo Gaiman dimostra, una volta in più, la limitatezza della mia fantasia, costruendo un mondo fantastico (in questo lui è maestro) popolato da esseri che vivono nei coni d’ombra della nostra coscienza: l’appartenenza ad un mondo esclude l’appartenenza all’altro; tutto ciò che viene abbandonato, dismesso, dimenticato o perduto scivola nelle fessure del nostro mondo ed entra a far parte integrante di quello nascosto. Ogni grande città è caratterizzata da un essere bestiale e mostruoso che vive nei suoi sotterranei, generato forse dall’accumulo delle rabbie represse, delle malignità accumulate, delle violenze nascoste e dimenticate dai suoi abitanti. Il mondo ctonio sembra essere disciplinato da regole lontane dalla normale logica: qui quasi tutto è ciò che dice di essere – a Blackfriars ci sono veramente dei frati neri, a Shepherd’s Bush ci sono dei pastori che è meglio non incontrare, a Earl’s Court si può entrare in contatto con la corte itinerante di un conte mentre un angelo di nome Islington vive sotto un quartiere settentrionale di Londra – ma è diverso da quello che in superficie ci si aspetterebbe; allo stesso tempo, quasi nessuno è ciò che sembra ad un primo sguardo. Poche parole per descrivere la storia, che sarebbe un peccato raccontare nel dettaglio: Richard Mayhew, che vive a Londra ma proviene dalla provincia, è una persona che conduce una vita normalissima: ha ottime capacità ma, forse per pigrizia forse per mancanza dei giusti stimoli, non sembra sfruttarle appieno. Per uno stranissimo caso entra in contatto con un personaggio proveniente dal sottomondo e, salvandogli la vita, si ritrova suo malgrado catapultato nell’universo di Londra Di Sotto, allontanato dalla sua vita abituale: le persone che incontra, compresi gli amici e l’ex fidanzata, non lo vedono o si dimenticano immediatamente di lui, di conseguenza non gli resta altra possibilità che penetrare nell’universo nascosto cercando disperatamente una via d’uscita. Il passaggio nel mondo ctonio può essere interpretato, a mio giudizio, come la metafora di una ricerca interiore, della caccia agli stimoli che la “società civile” non è in grado di dare: le avventure che il nostro attraversa potrebbero essere viste come una sorta di moderna “Cerca del Graal”, un’evoluzione spirituale volta alla ricerca di se stessi: il paragone tra superficie e sottosuolo richiama quello tra superficialità e interiorità, tra forma e sostanza. Così se nella Londra di Sopra la vita di Richard è piatta e monotona, nelle profondità di Londra di Sotto tutto è tumultuoso, rischioso, emozionante; se sulla superficie è possibile subire gli eventi più che viverli, al di sotto di essa ci si mette in gioco sempre e comunque. La narrazione procede con uno stile talmente scorrevole e scarno che il lettore rimane incollato alle pagine in maniera indissolubile. Il mondo sotterraneo è certamente scuro, maleodorante e grottesco ma Gaiman si avvale di un profondo "sense of humor" che, mescolando piacevolmente scene e toni da opera buffa (i comportamenti impacciati di Richard che fa le sue prime esperienze nel nuovo mondo mi hanno strappato più di una risata) ad eventi drammatici e misteriosi (ad esempio l’attraversamento del Ponte della Notte), stempera la cupezza delle atmosfere e rende l’esposizione ancor più efficace e avvincente. Non mi rimane molto da aggiungere, se non che, per com’è strutturato, questo breve romanzo potrebbe piacere ad un pubblico molto eterogeneo se solo si riuscisse a pubblicizzarlo nel modo adatto. Web: http://www.neilgaiman.com. (Ankh)
Qualcuno si stupirà nel veder recensito su Ver Sacrum un libro per ragazzi, ma vi assicuro che la storia narrata in Coraline è molto gradevole e intrigante e non mancherà di piacere anche al pubblico adulto. Il titolo dell’opera è anche il nome della sua piccola protagonista, una ragazzina molto curiosa e vivace che vive in una grande e misteriosa casa. In quell’abitazione Coraline scopre l’esistenza di una strana porta, che una volta varcata conduce a una specie di mondo parallelo nel quale la piccola ritrova i “doppioni” dei suoi genitori, quelli dei suoi vicini di casa e persino le copie degli oggetti presenti nella sua abitazione. Inizialmente questo mondo parallelo le appare molto interessante e invitante, ma ben presto Coraline si rende conto che non è così, infatti scopre che la sua “altra madre” (il doppione di quella vera) è un essere malvagio che tiene prigionieri i suoi genitori allo scopo di trattenerla lì con lei. Come se non bastasse, quella strana donna dalle sembianze spaventose (la sua immagine è spettrale, ha mani scarne e unghie affilate e al posto degli occhi ha due bottoni cuciti sul volto!) tiene prigionieri anche tre bambini e allora Coraline le propone un patto: la donna la lascerà libera di tornare nel mondo reale con i suoi genitori se lei riuscirà a trovare il luogo in cui sono nascosti e se scoprirà anche dove sono le anime rubate ai tre bambini. Inizia quindi la ricerca, che porterà la piccola in luoghi tetri e spaventosi popolati da strani mostri, gatti parlanti, cani volanti ed enormi ratti, ma alla fine tutto si risolverà per il meglio: grazie alla sua intelligenza e determinazione Coraline riuscirà nell’impresa e se ne tornerà finalmente a casa felice e contenta. Non mi stupisce che questo libro sia stato a lungo in vetta alle classifiche americane e personalmente ritengo che il suo successo sia del tutto meritato: si tratta infatti di una favola molto particolare, una storia gotica che però non mette mai realmente paura e anzi è ricca di spunti ironici, inoltre non dimentichiamoci che le sono state affiancate le splendide illustrazioni di Dave McKean (già collaboratore di Gaiman per la serie The Sandman), che contribuiscono a rendere l’opera ancora più “appetibile”… Da non perdere!! Web: http://www.neilgaiman.com/. (Grendel)
Ho adorato questo libro, tanto da divorare in pochi giorni le 592 pagine dell'edizione inglese. Gaiman non è stata una scoperta per me: ho seguito per anni la sua carriera straordinaria di sceneggiatore di fumetti, sia con la serie Sandman che con eccezionali graphic novel come Black Orchid o quelle dedicate alla "sorellina" di Sandman, Death. Ho letto e amato Nessundove e apprezzato i suoi racconti brevi apparsi in varie antologie. Non avrei dovuto stupirmi più di tanto per American Gods, in fin dei conti era "scontato" che mi sarebbe piaciuto. Ma non avevo messo in conto "quanto" mi sarebbe piaciuto! Gaiman riesce a trascinarti in un mondo in cui gli eventi eccezionali irrompono nel quotidiano con una leggerezza tale da far sembrare il tutto ovvio: non hai quasi mai bisogno di arrivare alla "sospensione dell'incredulità" teorizzata da Stephen King per accettare questi eventi. Accadono, basta. Vuoi solo seguire la storia e sapere come va a finire. Ecco, in fondo è proprio questa la chiave dello straordinario talento di Gaiman: una capacità affabulatoria straordinaria, affiancata da una leggerezza e da una delicatezza dello stile. American Gods parte da un'idea decisamente brillante: i Dei delle nostre credenze in fin dei conti non sono immortali, si estinguono nel momento in cui non v'è più nessuno che crede in loro. Gli "dei americani" descritti nel romanzo sono incarnazioni delle divinità adorate da tutti i popoli immigrati nel continente americano, da secoli, anzi da millenni se si considerano i vichinghi sbarcati nelle coste atlantiche o ancor prima le popolazioni nomadi che dalle lande siberiane attraversarono lo stretto di Bering in epoca glaciale. E questi dei in fin dei conti sono molto terreni, pieni di vizi, raramente accompagnati da delle virtù, e, nella migliore tradizione delle saghe mitologiche, sono in guerra tra di loro. La storia si dipana seguendo le vicende del protagonista Ghost, un uomo appena uscito di prigione e senza più niente a cui tornare (la moglie muore pochi giorni prima della sua uscita dal carcere), e che accetta, con una naturalezza che è un po' ingenuità un po' vera saggezza, gli eventi straordinari in cui si ritroverà protagonista. Il libro si dipana mostrando l'altra faccia dell'America, quella della provincia, quella delle strade secondarie, delle "roadside attractions", lontana dai clamori e dal lusso delle ben più note metropoli. Un viaggio in un continente in fin dei conti sconosciuto, descritto con simpatia e un pizzico di ironia. Un vero capolavoro, che non a caso ha fatto incetta di riconoscimenti internazionali tra cui i prestigiosissimi premi Hugo e Bram Stoker's Award (oltre che "miglior libro 2002" nella playlist della redazione di Ver Sacrum!). Accostatevi senza indugio al meraviglioso mondo di Gaiman, non ve ne pentirete! Web: http://www.neilgaiman.com/. (Christian Dex)
Curiosa creatura questo La notte eterna del coniglio, di Giacomo Gardumi, classe 1969, milanese residente a Parigi. E prima di spiegare il perché raccontiamone in breve la trama: negli Stati Uniti, dopo l’olocausto nucleare tre gruppi di sopravvissuti si ritrovano in altrettanti rifugi, isolati fra loro, tranne che per il solo contatto video. Ad un certo punto, mentre la morte ed il fall out hanno cancellato fuori ogni genere di vita , dentro succede una cosa incredibile: un grande coniglio di peluche rosa, armato d’ascia comincia a decimare nei modi più orribili gli occupanti dei rifugi. Chi, che cosa è? Com’è sopravissuto alla morte nucleare? Come riesce ad entrare in rifugi ermeticamente chiusi? Abbiamo detto che il libro è una curiosa creatura: all’interno di una struttura di romanzo molto classica l’autore miscela in maniera bizzarra e coraggiosa stilemi narrativi, temi e suggestioni fra le più disparate (letterarie, cinematografiche, fumettistiche), magari in maniera non sempre equilibrata, ma dando vita ad un risultato davvero interessante. Singolare è, innanzi tutto, la scelta di affidare il racconto in prima persona ad un personaggio femminile, pur essendoci fra i protagonisti personaggi maschili anche di un certo spessore. Il materiale narrativo è poi organizzato, come abbiamo detto, per suggestioni e citazioni da generi diversissimi. C’è lo struttura del classico racconto ad enigmi (come riesce la mostruosa creatura ad entrare ed uscire da spazi inaccessibili?). C’è il racconto di fantapolitica (numerose pagine sono dedicate ai prodromi della guerra nucleare). Ci sono citazioni del cinema catastrofico e “di sopravvivenza” (da “The Day After” a “Deep Impact”). Vi troviamo prestiti presi di peso dai fumetti (il coniglio rosa stesso deriva pari pari dal mitico numero 24 di Dylan Dog “I conigli rosa uccidono”). E soprattutto c’è l’horror estremo, lo splatter più efferato, le influenze slasher: i delitti del coniglio sono davvero fra i più duri che sia dato leggere da molti anni a questa parte, talmente spinti e grotteschi da sembrare a tratti usciti dalla penna di Clive Barker. Gardumi riesce a portare avanti la vicenda per oltre 400 pagine in maniera convincente e coinvolgente, riuscendo ad inchiodare alla lettura fino all’ultima frase. Certo, a volte il racconto perde un po’ d’equilibrio e di ritmo soprattutto perché va ad arenarsi nei frequenti “monologhi interiori”, fra lo psicologistico ed il moralistico, della voce narrante (che a volte verrebbe voglia di saltare a piè pari), ed effettivamente 15 pagine di finale per “spiegare” l’epilogo a sorpresa della storia sono un po’ troppe: ma gli ultimi paragrafi, con i protagonisti sopravissuti che si allontanano in elicottero, citazione dell’amato almeno da noi) Zombi romeriano, fanno perdonare i difetti e chiudere il libro con un moto di soddisfazione ed un sorriso di simpatia sulle labbra. Email: gardumi.giacomo@wanadoo.fr. (Manfred)
Di questo romanzo non sapevo assolutamente nulla, né avevo trovato notizie e recensioni sugli abituali mezzi di stampa, fino a che non mi ci sono letteralmente imbattuta per caso in libreria. Il sottotitolo di presentazione "La più famosa ghost story inglese scritta ai nostri giorni" non poteva non attrarre il mio interesse, molto sensibile a questi richiami letterari e dunque, senza neppure pensarci, me lo sono portata a casa ansiosa di leggerlo. Certo il dubbio che si trattasse di una "bufala" era piuttosto forte, trattandosi non di un romanzo nuovo, bensì scritto nell'ormai lontano 1983 da una scrittrice mai sentita nominare prima. In realtà, poi, dalle note di copertina venivo a scoprire che Susan Hill tanto sconosciuta non è, almeno in Inghilterra, dove ha pubblicato altri quattordici libri, vincendo i due più prestigiosi premi letterari britannici, il Whitbread Award e il Somerset Maugham Award. Inoltre La donna in nero ha avuto in patria ben venti ristampe e una versione teatrale che viene rappresentata ininterrottamente da tredici anni. In effetti il libro mantiene le promesse: si tratta di una bella storia gotica e orrorifica, che, anche se è stata scritta ai giorni nostri, sembra appartenere al passato, tanto rispetta i canoni del genere: l'ambientazione ottocentesca in uno sperduto villaggio inglese circondato da pericolose paludi, una bellissima, ma lugubre, dimora di campagna isolata dal resto del mondo, raggiungibile solo nelle ore in cui la marea si ritira, il fantasma di una donna consunta e dal volto devastato che si aggira nella casa e nel cimitero circostante. Tutti ingredienti ben noti per una ghost story che si rispetti, cui si aggiungono l'incipit con il narratore che in prima persona decide di raccontare ai suoi familiari, seduti accanto al fuoco, la vigilia di Natale, la "classica" storia di fantasmi (senza che essi sappiano che si tratta di una vicenda da lui veramente vissuta in prima persona) e una parte centrale del racconto basata sulla suspense, in cui il protagonista cerca di capire chi sia il fantasma della donna vestita in nero e per quale motivo gli abitanti del villaggio ne abbiano tanta paura. Fino a questo punto il romanzo, per quanto piacevole da leggere, grazie ad una prosa estremamente fluida ed elegante, mi sembrava un po' troppo scontato, ma devo dire che il finale mi ha invece completamente convinto. L'autrice infatti costruisce una conclusione che definirei "a trabocchetto", perché dopo aver dato esaurienti spiegazioni sulla terribile vicenda familiare che si nasconde dietro le apparizioni, ecco che proprio nelle ultime pagine del libro fa accadere l'evento più terrificante che ghiaccia il sangue e dà un senso a tutto il racconto. Nel complesso dunque lo ritengo un buon romanzo, per quanto non innovativo e molto debitore della letteratura dell'orrore ottocentesca (da Dickens a Le Fanu a M. R. James e via dicendo…). Il suo punto di forza direi che è da ricercare nella descrizione del paesaggio, che diventa davvero il co-protagonista del racconto e che partecipa in modo forte a suscitare un senso di inquietudine e di ansia nel lettore, con le sue solitarie e cupe brughiere inglesi, immerse in una nebbia inquietante, che sembra vivere di vita propria…"Il terrore è una nebbia avvolgente come un sudario, una palude silenziosa, il gemito del vento, il gracchiare di orridi uccelli, uno scalpitio lontano, un fruscio di vesti … una donna in nero" (Mircalla)
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