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Si tratta di un piccolo volume che raccoglie sei racconti di genere gotico di autori poco noti, di cui quattro tradotti per la prima volta in italiano e di difficile reperimento anche in Inghilterra. Le storie riprendono a piene mani gli stilemi dei "racconti del terrore" dell'800 e del primo '900, rifacendosi evidentemente a grandi autori come Le Fanu, M.R. James, Henry James e via dicendo, mettendo in evidenza come nel genere gotico quello che conta è suscitare sensazioni di terrore e di paura servendosi di piccoli e inquietanti accenni, senza cercare di descrivere o rivelare in maniera evidente l'orrore e il suo carico di violenza, cosa invece molto più comune nella letteratura contemporanea. Dicono giustamente i curatori dell'antologia nella prefazione: <
In un paesino dell’Italia meridionale, alla fine degli anni settanta, il piccolo Michele Amitrano è protagonista di una vicenda agghiacciante, cruda e violenta. Io non ho paura ci racconta quella storia, e lo fa attraverso gli occhi di un bambino che, improvvisamente, si trova faccia a faccia con il mondo degli adulti, un mondo che è ancora lontano da lui e che conoscerà nel peggiore dei modi… Il tutto si svolge in un’estate caldissima, durante la quale Michele e i suoi amichetti scoprono casualmente una casa abbandonata non molto lontana dal luogo dove abitano. Solo lui però si accorge che c’è qualcosa di strano nel cortile di quell’abitazione semidistrutta, cioè un buco scavato nel terreno e ricoperto da una lastra di plastica e da un vecchio materasso. Inizialmente si spaventa perché capisce che all’interno del buco c’è qualcosa di strano, ma ben presto si accorge che l’essere ricoperto di sporcizia e rannicchiato su se stesso che giace sul fondo è un bambino. Da quel momento in poi torna diverse volte alla casa, riuscendo pian piano a conquistare la fiducia del suo coetaneo. Nel corso dei primi giorni Michele non si rende conto che quel ragazzino è vittima di un rapimento, mentre Filippo (questo il nome del prigioniero) crede addirittura di essere morto, e di dover stare chiuso in quel posto in attesa di poter andare in paradiso. Ben presto però il primo comincia ad intuire qualcosa: a casa sua c’è infatti un ospite, un uomo che lui non ha mai visto prima e che passa molto tempo con suo padre ed altri abitanti del paese, e in qualche modo inizia a capire che c’è un collegamento tra quella persona così ambigua e il bambino del buco. Nel giro di poco tempo la situazione precipita, Michele viene scoperto in compagnia del rapito e quest’ultimo viene trasferito in un luogo più sicuro, ma quando il piccolo protagonista si rende conto che l’altro è in grave pericolo fugge di casa durante la notte e corre a salvarlo. Come dicevo inizialmente, il narratore della storia è proprio il suo personaggio principale, ed è sicuramente questa particolarità a rendere speciale il romanzo di Ammaniti. Più precisamente sono due i livelli del discorso che la mettono in evidenza, vale a dire quello lessicale e quello sintattico. Per quanto riguarda il primo, c’è da osservare che la storia è densissima di riferimenti a quello che è l’immaginario infantile, ed in particolar modo a tutto ciò che spaventa i bambini e che appartiene alla sfera del “negativo” e del “malvagio”. Per tutto il romanzo infatti il giovane protagonista non fa che immaginare (e menzionare) streghe malefiche, giganti che escono dalle profondità della terra, animali che mangiano i bambini, uomini neri e mostri di ogni tipo. A livello sintattico invece si può riscontrare l’uso di frasi sempre abbastanza brevi e dalla struttura semplice, portatrici però di significati importanti proprio perché frutto dell’immediatezza e dall’ingenuità di un bambino (invece che dei calcoli e dei complessi ragionamenti degli adulti). Leggendo il racconto abbiamo la sensazione di venire a conoscenza di una versione oggettiva dei fatti proprio perché Michele ci racconta esattamente ciò che vede e che gli accade: tra lui e noi non esistono “filtri” o “mediatori”, il suo punto di vista è l’unico che conosciamo ed è, per certi versi, il più realistico. Nonostante ciò che è stato sottolineato fino a adesso, bisogna aggiungere che Io non ho paura è anche un’opera fortemente legata al tema della crescita, vista in questo caso come il superamento di quelle paure alle quali il personaggio principale allude in continuazione. Il titolo del romanzo nasce da qui ovviamente, ed acquista significato soprattutto nella fase conclusiva della storia, durante la quale il ritmo narrativo si fa serrato e si susseguono numerosi colpi di scena che lasciano col fiato sospeso fino all’ultima pagina. Una cosa è certa: questo lavoro non deluderà i numerosi fan dello scrittore romano, e con ogni probabilità gliene farà guadagnare parecchi altri! (Grendel)
La vicenda narrata in questo romanzo ha per protagonisti due giovani ragazzi, Luca e Sandra, che un giorno per caso si accorgono della presenza di uno strano personaggio nella baracca costruita vicino allo stagno dove si recano abitualmente per pescare. Non riescono mai a parlargli, a comunicare con lui, ma Sandra trova alcuni suoi libri nella capanna e se ne impadronisce. Questo è, a grandi linee, il contenuto della prima parte della storia, nella seconda invece scopriamo che quel bizzarro individuo è un pericoloso serial killer ricercato dalla polizia, e inoltre Sandra viene a conoscenza di alcuni particolari inerenti all’infanzia del maniaco grazie ad una specie di diario che trova all’interno di uno dei libri che gli erano appartenuti. Se da un certo punto di vista si può affermare che Mai come voi sia un lavoro riconducibile al genere noir, dall’altro è giusto sottolineare che certe sue peculiarità lo rendono difficilmente etichettabile. La storia che racconta ci viene presentata quasi come se si trattasse di un sogno della protagonista femminile: il limite tra fantasia e realtà è sempre alquanto labile ed è forse questo il motivo per cui la crudezza di certe particolari descrizioni e di alcuni degli episodi narrati non viene mai percepita in maniera totale. Anche il macabro ritrovamento di una testa mozzata vicino alla riva dello stagno viene descritto in modo tale che per il lettore è ben difficile provare ribrezzo: tutto appare lontano, distaccato dal mondo reale e di conseguenza non può turbare più di tanto, né infastidire chi magari non ha molta simpatia per la componente “orrorifica” che solitamente fa parte di lavori di questo genere. Costoro non hanno davvero di che preoccuparsi, perché tale componente riveste un ruolo marginale nel racconto: certi fatti (ad esempio gli omicidi commessi) vengono solo vagamente accennati e in realtà un po’ tutta la vicenda presenta delle grosse lacune, che rendono abbastanza impegnativa la lettura e che impongono a chi legge di fare molta attenzione alle informazioni che gli vengono fornite, onde evitare di perdere completamente il filo della narrazione. Nella scrittura di Arduino ogni singola parola ha un significato profondo e complesso, che spesso può essere percepito solo se si hanno conoscenze pregresse che permettono di capire di cosa si sta parlando. Credo infatti che frasi come “…quattro tizi con i pantaloni strappati sulle ginocchia e la pettinatura a scodella improvvisano un ritmo veloce e costante…” (pag. 33) possano significare poco per chi non ha specifiche conoscenze musicali (utili a fargli intuire che lo scrittore si riferisce ai punk-rockers Ramones), e la stessa situazione si verifica anche in molti altri casi, tanto da poter essere considerata una caratteristica vera e propria di questo autore. C’è poco di scontato in Mai come voi e soprattutto c’è poco di chiaro, di facilmente fruibile, di diretto, un po’ come se Arduino volesse evitare di dare troppe informazioni e preferisse lasciare agli altri il compito di ricostruire le parti mancanti utili a interpretare la sua opera. Direi quindi che la principale chiave di lettura del racconto è quella linguistica più che quella contenutistica, ma per fortuna in questo caso tale particolarità non è un ostacolo, anzi è qualcosa che fa nascere curiosità e interesse per ciò che ci viene comunicato attraverso frasi così criptiche ed essenziali, ma che allo stesso tempo hanno anche la capacità di stimolare moltissimo l’immaginazione del lettore. Web: http://www.giovanniarduino.com/. Email: giovanni@giovanniarduino.com. (Grendel)
Il titolo di questo romanzo, esordio letterario di Tullio Avoledo, aveva destato in me, allo stesso tempo, curiosità e una certa perplessità. Da appassionato lettore di letteratura di genere, non potevo certo rimanere indifferente ad un titolo di questo tipo che però mi faceva temere lo stanco sfruttamento di tematiche sempre più trite e, da un po’ di tempo a questa parte, sovrasfruttate e troppo di moda. È quindi con interesse e un certo velo di sospetto che mi sono accinto alla sua lettura; devo dire subito una cosa: il titolo che mi aveva tanto colpito e preoccupato ha ben poco a che vedere con lo svolgimento effettivo della storia; il suo senso si capisce solamente alla fine di tutto, nell’epilogo che segue la fine cronologica della storia narrata e il suo scopo principale sembra essere quello di creare un ambiente in cui inserire, fin dal principio, il lettore, addirittura da prima che inizi il suo percorso all’interno della narrazione, dal momento stesso in cui acquista il libro o, quantomeno, si accinge a leggerlo. La storia inizia con la descrizione quasi cinematografica di un condominio, il Condominio Nobile, “inquadrato” con dovizia di dettagli; in esso troviamo Giulio Rovedo, impiegato dell’ufficio legale di una piccola banca del Nord Est italiano, pochi minuti prima di uscire per andare in ufficio; questo breve quadro descrive piuttosto bene l’ambientazione della prima parte del romanzo, apparentemente una normalissima storia ambientata in una piccola città italiana. Gradualmente ci si inizia a rendere conto di come, in realtà, nella normalissima vita di un apparentemente tranquillo cittadino, non solo esistono delle “incrinature comportamentali”, ma si inseriscono degli strani e misteriosi personaggi: una sorta di misterioso e buffo esoterista, un altrettanto ridicolo e confusionario hacker, i diriganti di una multinazionale, che ha appena acquisito la banca per cui lavora il protagonista e che sembra essere interessata a oscure ricerche di antichi oggetti dall’arcano potere più che al mercato azionario e, ultimo ma non ultimo, uno strano abitante del Nobile, inviso a quasi tutti i condomini, che sotto certi aspetti è un personaggio chiave dell’intreccio. L’autore spinge gradualmente il protagonista in una spirale che si fa via via più complessa e che coinvolge un sempre maggiore numero di persone: un abitante del nobile, furbetto e approfittatore; un altro che sembra sapere molto sui segreti del condominio e che vive rinchiuso nel suo appartamento, come se fosse in un bunker; colleghi spinti sull’orlo del lastrico dalla politica aziendale della multinazionale; politici ottusi e scaltri portaborse. La sua vita di bancario apparentemente tranquillo viene definitivamente compromessa dagli eventi che lo coinvolgono fino a trasportarlo in un finale pirotecnico, seguito da un epilogo che si svolge in un piano narrativo differente da quello in cui si svolge l’azione del romanzo. La narrazione è scorrevole e lo stile molto piacevole; chiaramente l’autore si diverte a giocare con il lettore, attraverso l’uso di diversi artifici: a partire dal fatto che il protagonista sembrerebbe essere un suo alter ego (oltre all’assonanza del nome fa il suo stesso mestiere), ai giochi di parole basati su titoli cinematografici, alle citazioni musicali, all’uso attento e divertito di figure retoriche e vocabolario; a questo proposito, citerei un passo che trovo esemplare; ci troviamo in una riunione di condominio (senza dubbio uno dei luoghi in cui gli esseri umani del ventesimo e ventunesimo secolo riescono a mostrare il peggio di sé) in cui si sta decidendo di allontanare il condomino fastidioso; questo è il modo in cui viene descritto, con sarcasmo e nera ironia, l’impegno degli astanti nella ricerca del modo in cui farlo: ”A questo punto un raptus creativo s’impossessa dell’assemblea, i cui membri elaborano piani d’azione tanto fantasiosi quanto – ahi loro – impraticabili, causa il noto impedimento del codice penale. Vengono degustate e a malincuore scartate ipotesi che spaziano dal linciaggio all’arresto in flagranza […]“. Se, per tutta la narrazione, il lettore rimane sempre più invischiato nel complesso intreccio, a mio parere il finale gli crolla addosso non solo in maniera troppo improvvisa ma da un piano narrativo quasi inesistente fino a quel momento e che non permette di trovare una soluzione vera e propria ai misteri di cui si è parlato fino a quel momento. Questo è, a mio giudizio, l’unico punto debole dell’intero romanzo; ed è un vero peccato, perché per il resto si tratta di un libro molto interessante, ben scritto e pieno di geniali trovate, come non capita spesso di incontrare. (Ankh)
Il titolo di questa raccolta di racconti di Eraldo Baldini mi ha subito incuriosito, sia per il riferimento esplicito al termine "Gotico" ma soprattutto per il suo accostamento con la parola "Rurale". Immediatamente ho ripensato al "Gotico padano" dei film capolavoro di Pupi Avati La casa dalle finestre che ridono e Zeder, con cui questo volume condivide l'ambientazione nella terra di Romagna. Se l'immagine più ovvia che abbiamo di questa zona è quella solare e strabordante dell'Amarcord di Fellini, la realtà è invece assai diversa. Abbandonata la chiassosità delle cittadine costiere, questo è un territorio pieno di paludi (valli e "pialasse") inaccessibili anche a molti dei nativi della zona, che soprattutto d'inverno, quando è immerso nella gelida nebbia, diventa mortalmente pericoloso. Le zone di montagna sono altrettanto impervie e dure e i suoi abitanti, soprattutto i più anziani, superando una naturale diffidenza verso i forestieri, sono disposti a raccontare storie misteriose e macabre che hanno avuto luogo in quei posti. Tutto ciò è reso mirabilmente da Baldini nelle 12 storie che compongono questo volume, storie che vengono costruite come frammenti, come delle "epifanie", che si concludono all'apice del terrore, senza dare una spiegazione. Il risultato è spesso davvero agghiacciante: come dice Valerio Evangelisti, citato nella copertina del libro, "le storie di Baldini fanno paura". Nei racconti sono quasi sempre centrali le figure di bambini, tema che ritorna spessissimo nell'opera dell'autore, quasi a invitare il lettore a tornare bambino e ad immedesimarsi, con la meraviglia e l'incredulità dell'infanzia, nei timori dei protagonisti. Praticamente nulle sono le cadute di tono in questo libro: forse il racconto iniziale, "La collina dei bambini", non è efficacissimo, ma è ampiamente compensato dalla storia successiva, "A lume di candela", che è a mio avviso uno dei migliori "racconti del perturbante" che mi sia mai capitato di leggere. Altrettanto bellissimi sono "Il grande secco" e il "Re di carnevale", ispirati a credenze pagane che nei posti isolati di campagna e montagna possono sopravvivere nei secoli, in barba alla religione ufficiale. Altrettanto bello e spaventoso è il racconto "Nella nebbia" con la storia della "Borda", una strega delle paludi che compare nelle notti in cui la nebbia è più fitta per strozzare i bambini. Gotico rurale è davvero un eccellente volume che mi ha permesso di conoscere una delle voci più interessanti e fresche del panorama letterario di genere, italiano e non. Non è facilissimo reperire questo volume (anche se può capitare di trovarlo a metà prezzo nelle librerie "remainders") ma vi consiglio caldamente di cercarlo con ogni mezzo. Web: http://www.eraldobaldini.it. (Christian Dex)
Ho comperato questo libro "a scatola chiusa", non conoscendo per nulla l'autrice (dalle note interne vengo a sapere che ha già pubblicato parecchie raccolte di racconti per molte case editrici italiane), ma attirata inesorabilmente dalla presentazione in quarta di copertina, che descrive il romanzo come una storia gotica ambientata nella Torino del primo Novecento, in piena epoca liberty. I protagonisti sono una ragazza, Erina, figlia di un eclettico attore di teatro Grand-Guignol, dalle notevoli facoltà sensitive, capace di cadere in trance, trasformandosi in una medium, e un enigmatico dottor Barbi, anatomo-patologo con una predilezione per i freaks e per i cadaveri, ipnotista e amante delle arti esoteriche, che, ammaliato dalla giovinezza e dalle doti psichiche di Erina decide di chiederla in sposa e di portarla a vivere nel suo palazzotto neo-gotico-jugendstil di Torino, un luogo cupo e solitario, quasi stregato, pieno di porte e luoghi inaccessibili dove sembrano celarsi strani segreti. La prima parte del libro si limita ad accennare al lettore tutta una serie di sensazioni di mistero, tragedia e morte, senza rivelare assolutamente nulla e soffermandosi invece in una descrizione accuratissima della casa e della vita mondana e tronfia dei signorotti della Torino bene del tempo. Il tutto è reso piuttosto pesante dalla scelta del linguaggio, difficile e carico, estremamente raffinato e impreziosito di mille aggettivi e sostantivi, e dall'uso di uno stile aulico e arcaico che può ricordare, se volete, il D'annunzio di Il Piacere nel suo voluto intento di riportarci alle atmosfere dei primi del Novecento. Nonostante la difficoltà della lettura la storia si segue con attenzione perché ci descrive passo passo le sensazioni della protagonista, giovane e indifesa, fragile e leggera come una piuma, vegetariana e anoressica, e il suo strano rapporto con il fidanzato (poi marito) in là con gli anni, barbuto e corpulento, amante della buona tavola, della carne e del sangue (ma che non la sfiora neanche con un dito), che sembra nascondere nel suo passato parecchi segreti. In effetti la scoperta che il marito aveva avuto in precedenza altre due mogli, entrambe scomparse ancora giovani per cause poco chiare e i cui oggetti sono devotamente custoditi in stanze chiuse a chiave, getta Erina nello sconforto e la sua mente fragile e impressionabile si convince di rivivere la leggenda oscura di Barbablù e le sue sette mogli. In realtà la seconda parte del libro rivela molte sorprese, perché entrano in gioco altri due personaggi, a dir poco inquietanti, presenti nella casa: l'ambiguo maggiordomo Orfeo, ex becchino ed esperto di erbe medicinali e la serva nana e deforme Iliade, che vive negli scantinati della casa, luogo, come d'uso nei romanzi gotici, oscuro e misterioso, sede del male, verso cui la nostra eroina è inevitabilmente attirata. Da questo momento in poi la trama del libro si fa veramente intrigante e piena di colpi di scena fino alla soluzione finale (che non vi svelo) che non lascia delusi, mentre anche il linguaggio si scioglie e diventa più lineare ponendosi totalmente al servizio della storia. In conclusione direi quindi che si tratta di un romanzo davvero notevole e originale, che riesce ad unire abilmente il gothic romance di fine '700/inizi '800 con il romanzo decadente e sensuale di fine '800/inizi '900, mescolando mistero, esoterismo e morte in modo davvero impeccabile. Web: http://www.robinedizioni.it. Email: robinedizioni@yahoo.it. (Mircalla)
Non preoccupatevi, Ritratto di un assassino non è uno dei classici romanzi di Patricia Cornwell e qui non correte il rischio di trovare le (ormai un po’ scontate!) storie di Kay Scarpetta e Judy Hammer (vale a dire le protagoniste di tutte le storie della giallista americana). Questo libro è infatti il frutto di un lungo lavoro di ricerca che l’autrice ha svolto negli ultimi anni allo scopo di svelare il mistero sull’identità del serial killer più famoso di tutti i tempi, Jack lo Squartatore. La Cornwell ci rivela fin da subito quale sia stato il risultato ottenuto, dicendoci che il terribile assassino va identificato con il pittore londinese Walter Sickert, un artista molto noto in Gran Bretagna che è stato talvolta collegato con la figura dello squartatore, ma che mai nessuno ha realmente accusato degli omicidi commessi dal killer. La scrittrice ripercorre a grandi linee la vita di questo personaggio, ponendo un accento particolare su tutte le stranezze che lo riguardano, come ad esempio il fatto che spesso si travestisse nei modi più assurdi per andare a visitare i luoghi malfamati della città, o che dipingesse quadri che ritraevano scene di violenza o che comunque trasmettevano un senso di minaccia, paura e mistero. In modo particolare avanza l’ipotesi che Sickert fosse rimasto in qualche modo mutilato dopo un’operazione subita da bambino agli organi genitali, e che questo avesse potuto provocare in lui un trauma grandissimo che in età adulta lo avrebbe portato a commettere orrendi delitti. Nel libro viene raccontata in maniera molto minuziosa la storia relativa al breve lasso di tempo durante il quale furono commessi i cinque omicidi attribuiti al maniaco di Londra, avvenuti tra l’agosto e il novembre 1888: non scopriamo solo alcuni particolari raccapriccianti sul modo in cui essi vennero perpetrati, ma ci viene anche fornito un quadro generale relativo al contesto sociale che fece loro da sfondo. In tal modo il lettore può rendersi maggiormente conto di quale fosse il tipo di vita condotto dalle vittime (tutte prostitute e appartenenti alle classi più povere), ma anche dallo stesso Sickert (che al contrario era un uomo abbastanza ricco e di successo, che oltre a dipingere si dedicò pure alla carriera di attore). Così come accade in ogni romanzo della Cornwell, anche qui tutte le informazioni e i particolari relativi alle indagini vengono forniti in maniera dettagliatissima, e devo dire che è piuttosto interessante capire quali errori furono commessi allora, quando nulla si sapeva sugli assassini seriali e anche il solo mettere in collegamento tra di loro delitti diversi poteva risultare molto complicato. L’autrice ovviamente si attiene a narrare fatti dei quali si ha una documentazione certa, ma in più aggiunge quelle che sono le sue supposizioni e intuizioni personali, sicuramente molto interessanti e in un certo senso anche piuttosto convincenti. Non so se la sua soluzione sia quella giusta e neanche se ci sarà mai una vera e propria certezza sull’identità di Jack lo Squartatore, ad ogni modo Ritratto di un assassino è un lavoro che desta molta curiosità e che coinvolge parecchio il lettore, specie se interessato a questo tipo di tematiche. Mi sento comunque di sconsigliarlo ai più deboli di stomaco, perché è molto ricco di particolari macabri e agghiaccianti sul modo in cui il killer massacrava le sue vittime. Una cosa però è certa, e cioè che il libro potrà costituire una sorpresa per chi fino ad ora ha un po’ snobbato questa scrittrice, visto che qui non abbiamo a che fare con uno dei suoi soliti racconti di pura fantasia, ma con la realtà vera e propria. Web: http://www.patriciacornwell.com/. (Grendel)
È con grande piacere che mi accingo a recensire questo fumetto italiano: infatti, pur non ritenendomi un esperto in ambito fumettistico, devo dire che ho trovato in questi albi (al momento ho letto solo i primi tre, il quarto non è ancora uscito ma dovrebbe essere imminente) un buon livello qualitativo sia nei disegni che nella narrazione. Rigel è una vampira che vive a Roma e che ha intrapreso una strana lotta all’interno della società, ovviamente nascosta e sotterranea, dei suoi simili, combattendone la natura sanguinaria che li porta ad uccidere invariabilmente le loro prede invece di nutrirsi semplicemente costringendoli poi a dimenticare, grazie ai poteri ipnotici di cui sono dotati, quanto è avvenuto. Malgrado la sua apparenza di giovanissima darkettina, forse un po’ troppo simile ad una Death degli Eterni in versione tendente al manga, si tratta di un vampiro decisamente venerabile e abbastanza temuto dagli altri membri della sua società, anche a causa della protezione di Artemius, suo “padre di tenebra” (per usare le parole di Kim Newman), e per il fatto di essere una “scelta dal fuoco”. La sua esistenza sembra inizialmente scorrere in una relativa quiete, disturbata solo dall’incontro di altri vampiri sanguinari, finchè non le capita di incontrare Lucia: costei è un membro della “Sorellanza di San Giorgio”, fondata dalla Chiesa fin da tempi antichissimi per combattere quelle che essa ritiene essere le forze guidate dal maligno; la congregazione è rientrata in possesso, dopo secoli di oblio, di una sorta di rituale in grado di sterminare i vampiri attraverso pene che ricalcano le piaghe d’Egitto, incantesimo che per essere effettuato richiede il sacrificio di un certo numero di questi esseri e che già una volta, nel lontano passato, aveva portato la razza al limite dell’estinzione. Rigel si trova quindi a combattere una complicata lotta su più fronti: da un lato, contro i suoi stessi simili; dall’altro, contro le forze che vorrebbero eliminare dalla faccia della terra la sua razza e che sembra essere in contatto con il sospetto Slawn, fratello di Artemius, anche lui immortale, pur non essendo vampiro, grazie a qualche artificio alchemico. L’accompagna, in queste avventure, una donna gatto chiamata Tìnebra, la cui natura rimane per il momento alquanto misteriosa. Questi sono, a grandi linee, i temi della narrazione; da un punto di vista grafico, viene utilizzato uno stile prossimo al manga: in linea di massima non amo particolarmente questo tipo di disegni, ma devo ammettere che in questo caso non solo questa forma grafica si adatta molto bene alla storia e ai personaggi, ma viene anche utilizzata in maniera alquanto personale e non a pura imitazione dei fumetti nipponici. I personaggi sono ben delineati nei loro caratteri fondamentali, spesso portati all’estremo, e il loro linguaggio è tendenzialmente realistico: divertenti alcune delle esclamazioni volgari di Rigel (in particolare quella che urla dopo il primo incontro con Lucia), tipicamente romane nella forma e nella sostanza. Come dicevo in precedenza, non ho ancora potuto ultimare la lettura della serie, ma mi premeva comunque segnalarla in quanto si tratta della prima uscita “ufficiale” di questo fumetto presso un editore importante. È da segnalare che alcuni dei personaggi contenuti in Interlunium erano già comparsi in precedenza in alcuni albi autoprodotti, che hanno avuto una distribuzione microscopica e che, se non ho capito male, lei stessa ha deciso di ritirare dal mercato; in più sedi mi è capitato di leggere che, secondo l’autrice, tali personaggi sono decisamente “maturati” nel frattempo: la storia stessa del loro passato è, in molti casi, alquanto diversa. Anche la confezione è molto accattivante, con una sovracopertina a colori dalla bella grafica. Pur essendo un prodotto un po’ costoso, a mio parere vale la pena acquistarlo, anche per dare supporto a quegli autori e disegnatori che decidono di utilizzare tipologie e tecniche non necessariamente ad imitazione dell’imperante “formato Bonelli”, contro il quale non ho nulla ma che sta, a mio giudizio, monopolizzando un po’ troppo il mercato fumettistico italiano. Web: http://www.chaoticats.com/interlunium. Email: ombra@catshade.com. (Ankh)
Il "palero" Pantera sta diventato famoso ormai quasi quanto Eymerich fra gli appassionati di letteratura fantastica. Evangelisti ha dedicato a questo suo accattivante personaggio di "pistolero-stregone", le cui vicende sono ambientate in America all'epoca del "selvaggio West", già due volumi (Black Flag e questo Antracite), senza considerare il racconto omonimo pubblicato nella raccolta Metallo Urlante in cui questa figura venne alla luce. Il contesto alle soglie dell'epoca contemporanea, nonché l'ambientazione in America, dà modo a Evangelisti di caratterizzare le vicende di Pantera con una matrice esplicitamente politica, che sembra suggerire al lettore di guardare al recente passato americano per avere una chiave di lettura degli eventi del presente. Il contesto temporale è descritto dall'autore con estrema attenzione e precisione, citando molteplici fonti, costruendo una solida e stimolante impalcatura "teorica", mai pesante, al carattere fantastico delle vicende narrate. Antracite non sfugge a tutto questo: la sua ambientazione intorno alla seconda metà del XIX secolo si inquadra in un momento storico importantissimo anche se sconosciuto ai più. In quegli anni infatti si consumava in America lo scontro tra il rampante capitalismo industriale, che nella costruzione delle ferrovie e nell'estrazione del carbone dalle miniere poneva i suoi assi portanti, e i fautori di uno sviluppo più lento e maggiormente legato alla produzione agricola. Il conflitto più radicale si consumava però tra i proprietari di fabbriche e di miniere e i lavoratori che cominciavano a prendere coscienza di sé e dei propri diritti, ma erano al contempo dilaniati dai pregiudizi legati alle divisioni etniche. Gli ideali socialisti cominciavano a diffondersi fra i lavoratori tanto da produrre violenti scioperi e tentativi di autogestione da parte dei lavoratori (es. la "comune di Sant Louis" descritta in questo romanzo). I giornali, legati agli interessi dei proprietari, gettarono benzina sul fuoco tuonando contro la "minaccia comunista" (non vi suono un po' familiare tutto ciò?) e le lotte dei lavoratori vennero così represse violentemente dalla polizia e dalle squadracce assoldate dal padronato. Questa premessa storico-politica è indispensabile per inquadrare le vicende del romanzo visto che Pantera si muove in questo scenario e ne è diretto testimone. Questo fa di Antracite un romanzo innanzitutto politico più che fantastico: talvolta risulta un po' difficile seguire le vicissitudini del "palero" che si muove tra le fazioni avverse, in doppi o tripli giochi in cui è facile perdersi, dato anche il gran numero di personaggi coinvolti nella storia. Nonostante questo, ho trovato il romanzo estremamente stimolante e interessante: non è senz'altro una lettura facile e può risultare indigeribile a chi ignora e vuole ignorare la storia e la cronaca odierna. Ma chi si pone abitualmente delle domande sull'attualità e sui mali del mondo, troverà - inaspettatamente? - in questo romanzo "di genere", non delle risposte ma delle efficaci chiavi di lettura per interpretare il nostro presente. Web: http://www.eymerich.com. (Christian Dex)
Continua la meritoria iniziativa della casa editrice Venexia di proporci le opere di un'autrice davvero importante nel campo dell'esoterismo come Dion Fortune (per le note biografiche vi rimando alla mia precedente recensione di Il Dio dal piede caprino sempre su Ver Sacrum). In questo caso ci viene proposta una sua raccolta di racconti che vedono al centro la figura del Dottor Taverner, una specie di Sherlock Holmes dell'occulto, che gestisce una clinica psichiatrica per malattie mentali molto particolari. Il dottor Taverner si ritrova infatti a fare i conti con situazioni paranormali che risultano inspiegabili con i metodi della scienza tradizionale e anche con quelli della "nuova" psicologia freudiana, in cui ha a che fare con fantasmi e altre strane entità, anime che fuoriescono dai corpi, metempsicosi, ipnotismo ecc. Lo aiuta nel suo lavoro quotidiano il dottor Rhodes, uomo di scienza che fa da ponte e da mediatore nei confronti del lettore tra mondo razionale e irrazionale, ma che spesso si lascia anche lui coinvolgere in questo mondo "altro" tanto affascinante quanto inquietante e pericoloso. L'autrice ancora una volta si distingue per l'abilità della sua narrazione, lineare ed estremamente efficace, in cui riesce bene a dosare e mescolare suspense e senso di terrore da una parte, analisi e spiegazione degli eventi esoterici dall'altra, senza dare mai l'impressione di voler indottrinare il lettore, ma solo di metterlo di fronte ad una realtà "altra", ad una diversa ottica nel guardare le cose. E tutto questo senza essere mai banale o noiosa, ma anzi con una notevole abilità nella costruzione dei personaggi e nella descrizione della società inglese del suo tempo, con in più quel tocco di humour tipicamente british che ce la rende ancora più simpatica. Una lettura dunque davvero appassionante e piacevole, consigliata anche a chi non è molto addentro o interessato al mondo dell'esoterismo. Web: http://www.venexia.it. (Mircalla)
La giovane scrittrice statunitense Laurell K. Hamilton è diventata famosa nel suo paese grazie a questo libro Nodo di sangue, il primo di una serie comprendente ben 10 altri romanzi, pubblicati in tutto il mondo, che raccontano le vicende della cacciatrice di vampiri Anita Blake. Il successo di questa saga è ben testimoniato dal frequentatissimo sito internet della scrittrice (www.Laurellkhamilton.org), nonché dagli innumerevoli siti dedicati a lei e al suo personaggio Anita, con una vera e propria comunità di fans, denominata "Anitaverse", ovvero "l'universo di Anita". Con queste buone premesse mi accingo a leggere il libro in questione, risalente all'ormai lontano 1993, ma tradotto solo quest'anno in italiano dall'Editrice Nord. Anita Blake, la protagonista, vive a San Louis e svolge un compito non prettamente femminile, quello della Risvegliante, ovvero resuscita i morti dietro compenso, e nel tempo libero fa anche la cacciatrice di vampiri autorizzata e per questo è soprannominata "La Sterminatrice". Ci troviamo infatti in un mondo non proprio futuristico, ma comunque alternativo a quello presente, in cui oltre agli umani sono presenti (almeno negli USA) varie altre categorie di esseri più o meno viventi, come per l'appunto i vampiri, che sono stati ormai legalmente riconosciuti e possono lavorare e avere contatti con gli umani, ma anche i "revenants" o zombies, morti che vengono risvegliati dalle loro tombe per brevi periodi di tempo, i necrofagi, esseri abominevoli che si nascondono nei cimiteri, e ancora i ratti e i lupi mannari e via dicendo…. Se la costruzione di questo mondo oscuro e pericoloso popolato di esseri strani e mostruosi può sembrare un'idea originale e avvincente, non altrettanto si può dire per la storia che viene narrata, che segue gli stereotipi più triti e ritriti dell'eroe senza macchia e senza paura (in questo caso virato al femminile), armato fino ai denti, che si lancia nella battaglia contro tutti questi esseri mostruosi fino a sgominare la cattivissima regina dei vampiri, vecchia addirittura di mille anni. Sembra cioè di stare in un videogioco o in un film d'azione pieno di effetti speciali dove la nostra protagonista passa da un combattimento all'altro senza sosta, ma in cui non c'è il minimo spazio per la riflessione, per l'analisi dei personaggi e della società in cui si trovano. Siamo nell'America (settentrionale) più becera e retriva, quella del far-west per capirci, dove vale solo la legge del più forte, del "vita mea mors tua", in cui la difesa e la vendetta sono esclusivamente fatti personali. Il tutto raccontato con uno stile assolutamente piatto e dozzinale, da telefilm di seconda categoria, e con dialoghi spesso imbarazzanti per la loro vuotezza. Se questo non bastasse, anche la narrazione spesso non scorre, è confusa e abborracciata, gli eventi si susseguono in maniera caotica e alla fine è difficile districarsene e trovare un senso compiuto. Un romanzo dunque che mi ha davvero deluso e profondamente annoiato, nonostante tutta la sua azione e i suoi colpi di scena, e se questo era il primo della saga, mi immagino cosa possano essere gli altri…. (Mircalla)
Christian Jacq si può tranquillamente considerare una star internazionale della scrittura, grazie soprattutto ai romanzi della serie “Ramses”, che una decina d’anni fa conquistarono con forza le classifiche di vendita un po’ dappertutto, e ai loro successori come i romanzi di “Kheops”, che, pur essendo usciti in un periodo di relativo calo dell’enorme successo, sono quasi immediatamente diventati best seller. Relativamente poche persone sanno che, parallelamente ai suoi libri, saggi e romanzi, dedicati all’antico egitto, lo scrittore francese si è dedicato in più di un’occasione a tematiche diverse, come la massoneria o la storia medievale: questo volume della collana “Storia” degli Oscar Mondadori è uno degli esempi di saggistica di questo genere. Si tratta di un saggio, il cui titolo originale, Le message des constructeurs de cathédrales era sicuramente più adatto al contenuto rispetto alla sua traduzione, volta probabilmente a incuriosire l’eventuale avventore con l’idea di segreti e misteri in stile X-Files. Questo saggio prosegue di fatto il lavoro iniziato nel 1974 da Jacq insieme alla persona che lui considera essere il proprio maestro in questo cammino di conoscenza, ossia François Brunier, in un saggio quasi omonimo intitolato Le message des bâtisseurs de cathédrales: qui gli autori si ponevano domande dalle difficili risposte: qual è il messaggio che gli antichi scultori volevano inviarci attraverso le opere allegoriche di cui le antiche cattedrali sono ricchissime? Perché quelle incredibili costruzioni ancora oggi, a distanza di numerosi secoli, continuano ad esercitare un fascino così forte su uomini tanto diversi da quelli che le realizzarono? In qualche modo, è come se l’architettura di quell’epoca andasse a toccare delle corde molto profonde dell’animo umano che il tempo, i cambiamenti della società e la tecnologia non sono riuscite ad intaccare. L’analisi dell’autore inizia, non è certo un caso, dall’antico Egitto, e dalle caratteristiche comuni tra la mitologia egizia e l’esoterismo cristiano, tematica toccata molto di frequente e da numerosi autori, al punto che molti vedono nei segreti iniziatici dell’antico egizio l’origine di tutte le società segrete moderne e del passato: viene fatto un lungo parallelo tra le due culture, con particolare attenzione al ruolo dei templi delle due religioni. Lo studio è molto interessante e dettagliato, anche se a volte alcune considerazioni mi hanno dato l’impressione di essere un pochino forzate. Si prosegue poi nell’indagine andando a vedere come, nel medioevo, arte e scienza non fossero affatto contrapposte ma due facce della stessa medaglia, e come l’universo, creazione del Verbo, possa essere letto ed interpretato attraverso esse. In questi passaggi mi sembra di aver notato una forte influenza di colui che viene considerato uno degli ultimi grandi iniziati, ossia René Guénon (per chi non lo conoscesse, consiglierei caldamente la lettura di Simboli della Scienza Sacra, un grande classico pubblicato da Adelphi), nell’interpretazione del simbolo come oggetto di valore universale, una sorta di metalinguaggio al di sopra di nazionalità, razze e culture. Segue l’indagine su coloro che realizzavano le cattedrali: i Maestri d’Opera e le loro Corporazioni. Il loro era un vero e proprio percorso iniziatico: la “carriera” iniziava molto presto, quando, poco più che bambini, iniziavano a lavorare all’interno delle corporazioni come semplici muratori o intagliatori: in questo modo impostavano una crescita interiore che li avrebbe portati all’acquisizione dell’arte di realizzare le cattedrali secondo conoscenze tradizionali tramandate oralmente solo a pochi eletti, seguendo la strada verso la conoscenza o l’illuminazione, qualcosa che avrebbe creato in loro il senso delle sacre proporzioni, la capacità di scegliere il luogo adatto alla realizzazione dell’Opera, l’intuizione che li avrebbe resi in grado di creare un oggetto pieno di sacralità in sé e per sé, indipendentemente dall’uso che se ne sarebbe fatto. Belle sono anche le descrizioni di sculture allegoriche presenti nelle cattedrali e la loro possibile interpretazione. Nel complesso si tratta di un’opera molto interessante anche se di lettura non semplicissima, in quanto richiede una certa attenzione per essere seguita e gustata appieno: al termine della lettura si ha l’impressione di avere un’idea più precisa del perché certe forme architettoniche destano un impressionante senso del sublime nel proprio animo e di aver compiuto, a propria volta, un passo avanti nella conoscenza di sé e del concetto di “Sacro”. Da questo punto di vista, il lettore compie una versione ridotta del percorso fatto, all’epoca, dagli stessi Meastri d’Opera, la cui conoscenza andò lentamente perduta nel tempo, causando la lenta ma inesorabile separazione tra scienza, arte e misticismo che caratterizza il mondo moderno. (Ankh)
Libidissi è la tentacolare, babelica città, capitale immaginaria (ma neanche tanto) di un martoriato stato mediorientale, in un futuro prossimo. In questa città (dove si parla il piddi-piddi, un inglese schematico e sintetizzato) si muove Spaik, una volta valido agente segreto tedesco, oggi una sorta di rottame umano malato e dipendente dalla suleika, fetida bevanda locale; l’uomo è diventato inaffidabile e due killer vengono inviati dalla madre patria ad eliminarlo. Libidissi è la storia di questa caccia… Il tedesco Georg Klein ci regala uno strepitoso romanzo dalla struttura hard boiled e noir. Ma è solo lo scheletro, poiché fra i numi tutelari di Klein ci sono sicuramente Dick da una parte e Burroughs dall’altra. Dal primo l’autore tedesco desume la visione cupa e decadente del futuro, il gusto per una sorta di “archeologia” della tecnologia, la figura dell’uomo solitario e tormentato. Dal secondo il gusto per le ambientazioni corrotte e disfatte, per le invenzioni disturbanti e bizzarre, per il sentimento di fremito febbrile che percorre tutta la vicenda: la Libidissi di Klein deve tantissimo davvero alla Tangeri di Burroughs, al tempo stesso luogo reale e “posto dell’anima”. La struttura sintattica e formale del romanzo è originalissima ed estremamente coinvolgente; si alternano capitoli in prima persona dal punto di vista di Spaik (il soggettivismo è fortemente marcato dal soggetto esplicito Io=Spaik), a capitoli raccontati dai due killer; ma poiché i due vivono in simbiosi non si sa mai quale dei due parla, e quando lo fa narra descrivendo sempre le azioni dell’altro. La lingua di Klein è originalissima e sperimentale, un vero e proprio fuoco d’artificio lessicale, reso splendidamente dalla traduzione di Robin Benatti. A questo riguardo, il traduttore ci regala in fondo calibro una nota che dà perfettamente conto della complessità della lingua inventata da Klein, e della difficoltà di renderla compiutamente in italiano, se non forzando a volte il nostro modulo espressivo. Veloce, evocativo, nero, violento, spiraliforme: da leggere assolutamente. Web: http://www.marsilioblack.tk. (Manfred)
Esce finalmente anche in Italia la raccolta di racconti Blood and Water di Patrick McGrath, libro d'esordio risalente all'ormai lontano 1988, sulla scia del successo ottenuto in questi ultimi anni grazie al romanzo Follia e alla versione cinematografica di Spider diretta da Cronenberg. Acqua e sangue raccoglie perciò i primi racconti dell'autore, nel periodo in cui forgiava per la sua scrittura l'etichetta di "new-gothic", ovvero di un nuovo rinascimento gotico, in cui il terrore non arriva più dall'esterno ma dai meandri oscuri delle nostre menti, sul modello dei racconti di E.A. Poe. Ecco allora che le sue storie dell'orrore sono fatte soprattutto di ossessioni mentali, terribili perversioni, delitti crudeli e passionali, manie inconfessabili, angeliche visioni, casi di vampirismo che non hanno nulla a che vedere con quelli di Ann Rice. E' sempre la follia, o comunque la deviazione rispetto alla norma il campo di indagine di McGrath: l'orrore si insinua nella mente come una malattia che non lascia scampo ed è sempre nei retrovia della psiche che si aggirano i suoi protagonisti, in mezzo ai fantasmi e alle ombre di mostruosi accadimenti che cercano invano di placare. Si tratta di tredici racconti tutti da leggere, che mostrano "in nuce", ma già ben chiari all'autore, i temi e le atmosfere che saranno sviluppati in seguito nei suoi romanzi (oltre a quelli già citati, i grandissimi Grottesco e Il morbo di Haggard) e che ne rivelano la futura grandezza. Tra questi cito in particolar modo "Marmilion", oscura storia di passione e mistero ambientata nell'800 in una vecchia casa colonica tra le torbide e terribili paludi della Lousiana, "Lo spiedo", diario di un vecchio zio con un grave complesso di colpa nato dai conflitti irrisolti della sua dimensione psicosessuale, "La malattia del sangue" storia di un antropologo tormentato dai ricordi africani che si ritrova in mezzo ad un gruppo di persone malate di anemia perniciosa che per sopravvivere hanno bisogno di sangue fresco, e l'omonimo "Acqua e sangue", ambientato nell'Inghilterra del 1936, terribile storia di omicidio e follia. Insomma, un libro da non perdere per gli appassionati di questo scrittore e un ottimo inizio per chi si accosta per la prima volta alle sue opere. (Mircalla)
Non è facile recensire un volume che raccoglie semplicemente delle copertine di un fumetto, ma è proprio questo il punto…non si sta parlando di semplici copertine e, soprattutto, non si sta parlando di un semplice fumetto. Il fumetto in questione è Sandman, che molti anni fa alle sue prime uscite in edicola si presentava con l’intestazione di “fumetto dark”. Vera o falsa che fosse questa affermazione, il fumetto non ebbe molta fortuna nonostante un primo consenso generale…questo forse anche dovuto al fatto che i piccoli fascicoli pubblicati dalla comic art non si presentavano con le copertine originali. E furono proprio queste copertine che molti anni dopo attirarono molti futuri lettori di Sandman nelle fumetterie. In questo volume, che raccoglie tutte le 75 covers della serie più molti altri disegni, schizzi e anomalie visive, ogni copertina è un piccolo capolavoro che porta dentro di sé una storia. Le illustrazioni di Mc Kean sono difficili da descrivere a parole specie poi se ci si ritrova davanti ad una di esse. Più che illustrazioni si dovrebbe parlare di vere e proprie creazioni, viste le tecniche usate, alle volte anche un po’ fuori dai canoni. Del resto bisogna ricordare Mc Kean nasce come fotografo prima di tutto e le sue sperimentazioni sugli oggetti più impensati portano a quei miscugli quasi onirici di forme e colori che sono poi i suoi lavori. Il volume in questione tratta proprio di queste creazioni, della loro ideazione attraverso lunghi o brevi cammini che l’artista ci racconta con sue parole, insieme ai commenti di Neil Gaiman, coautore dell’opera. Sulle prime si era parlato di una venale mossa commerciale ma a ben guardare l’opera è sicuramente un prodotto innovativo nella sua tradizionalità…una raccolta di immagini, disegni, fotografie ma con dentro un’anima che si rivela con la lettura delle note in calce. Alcune immagini ricordano le atmosfere tetre e fredde delle creazioni di Giger e altre fanno pensare alle bizzarre visioni del fiammingo Bosch, ma nel complesso tutte riportano a quella saga quasi mitologica del Sandman di Gaiman. Nell’opera c’è anche spazio per piccole curiosità riguardanti gli stessi personaggi del fumetto…come ad esempio le ispirazioni trovate durante il lavoro su una copertina o i vari nomi più o meno famosi sui cui volti Mc Kean ha basato i personaggi da ricreare su carta. Due su tutti il volto di Peter Murphy, ex cantante dei Bauhaus, alla cui fisionomia è ispirato proprio il volto di Morfeo nella primissima copertina della serie e quello di un giovane David Bowie per Lucifero. Il volume è consigliato a tutti coloro che hanno amato Sandman e più in generale a chi comunque ama l’arte in tutte le sue forme. Per maggiori informazioni sull’opera ed in particolare sulle altre creazioni di Dave McKean vi rimando al suo sito. Web: http://www.mckean-art.co.uk/. (Grifis)
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