Recensioni di Libri - estate 2005

 


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Duri a morire di AA.VV. (2003, 223 pagine, Dario Flaccovio, prezzo: 13.00 Euro) .
Si deve alla coraggiosa ed eclettica casa editrice siciliana Dario Flaccovio Editore l’iniziativa di questa raccolta di racconti. Si tratta di undici racconti affidati, tranne che nel caso di Antonio E. Tinè che è un esordiente assoluto, a nomi ben noti a chi segue le sorti della letteratura di genere nostrana (per la cura di Raffaella Catalano), mentre la densa prefazione (un vero e proprio saggio) è affidata alla penna di Alda Teodorani. Il trait d'union dei diversi racconti è sicuramente il noir, ma caratterizzato dall’attitudine tutta italiana all’eclettismo, alla trasversalità e alla contaminazione prolifica (“scrittura meticcia” la definisce acutamente la Teodorani). Luigi Bernardi in Se io muoio vado all’inferno ci racconta del legame indissolubile e tragico che lega Albino, un anziano boss mafioso, al figlio erede del suo impero, ma non all’altezza della sua tragica statura. Leggendo, poi, Il nemico di Ugo Barbàra, incontriamo la storia di un poliziotto palermitano condannato a morte da un tumore al cervello, che fra l’altro gli impedisce di tenere sotto controllo i suoi gesti, davvero non sai chi è il buono o chi è il cattivo, da che parte sta la giustizia. Splendido e spietato Di che colore è uno sbirro di Giacomo Cacciatore, vicenda che vede poliziotti non certo irreprensibili, ed uno di loro che fa un errore tragico e grottesco. Questo racconto è seguito da un altro gioiello, Nemmeno una fototessera di Alessandro Locatelli, romantico e tenero, duro e disperato con un finale (alla lettera, le ultime parole…) da brivido. Con La culla di Giuda Danilo Arona ci propone la storia di un’"amicizia" davvero singolare, ambientandola in una Torino (la periferia di Mirafiori) inedita, cupa e carpenteriana, con ritmo e talento da vendere. Enzo Fileno Carabba con Il canguro con la giacca, ci presenta invece il racconto più folle e psichedelico (letteralmente lisergico), con la stramba figura del canguro in preda alle anfetamine (peraltro animale già esplorato anni fa da Ammanniti e Brancaccio nella prima antologia della gioventù cannibale…). Breve e disperatamente intenso è invece Il sogno del cerchio di Gianfranco Nerozzi, “durissimo come una coltellata”. Salvo Palazzolo, invece, in Olivetti, ispirandosi ad un doloroso fatto di cronaca, cerca di entrare nella testa di un “picciotto” e di farci vedere la storia (anche con la S maiuscola) con i suoi occhi... L’esordiente Antonio E. Tinè ci racconta di un allucinante rapimento e sfiora l’horror nel notevole L’uovo. Come al solito raffinatissimo, Nino Filastò ne La collezione ci racconta della passione di un uomo per la sua collezione di statuette, e del significato che esse hanno per lui. Chiude la raccolta Spongiforme di Serge Quadruppani, parigino di adozione artistica italiana, che utilizza la struttura del racconto noir classico per parlarci di una sorveglianza speciale “molto speciale”, da brivido. (Manfred)

Qumran di Eliette Abécassis (2002, 448 pagine, Net, prezzo: 8.00 Euro) .
La casa editrice Net, che fa parte del gruppo de “Il Saggiatore” e si occupa fondamentalmente della ristampa in versione economica di volumi usciti per la casa madre, in questi ultimi anni sta pubblicando una serie notevole di libri per chi sia affascinato da tematiche spesso trattate da Ver Sacrum, attraverso romanzi e saggi. Questo di Eliette Abécassis è un romanzo incentrato, naturalmente, sui “famosi” rotoli del Mar Morto, ritrovati nell’aprile del 1947 presso le rovine di Qumran, antica città nei pressi del suddetto lago salato, abitata da una comunità essena. Gli esseni erano una setta creatasi all’interno del mondo ebraico, più o meno un paio di secoli prima di Cristo, che predicava un ritorno alla semplicità e alla religiosità più antica dell’ebraismo ed erano, per questo, alquanto mal visti da buona parte del mondo ebraico. Molte delle caratteristiche del loro credo li accomunano alle predicazioni di Cristo, di San Giovanni Battista e del primissimo cristianesimo, al punto di aver spinto numerosi studiosi a vedere proprio in questa comunità le origini storiche del cristianesimo. Non è questo il luogo adatto per l’analisi di questo tema, ma era utile introdurre certi concetti per capire il tema del romanzo che sto presentando; altrettanto importante è spiegare per quale motivo ho usato le virgolette quando ho definito “famosi” i rotoli: intorno ad essi ruota, fin dal tempo della loro scoperta, una serie di misteri che parlano di scomparse, riapparizioni, traduzioni di parte e poco affidabili dall’antico aramaico e così via, poiché essi costituiscono probabilmente una delle più antiche testimonianze sull’origine del cristianesimo e, forse, una delle principali fonti a cui si sono ispirati coloro che hanno scritto i vangeli. È al centro di questi intrighi che si posiziona la storia del romanzo, in cui Ary (un chassis) e David (padre di Ary, ebreo laico e non osservante) Cohen vanno, su richiesta del Mossad, alla ricerca dei rotoli perduti tra cattolici oltranzisti e, in fondo, antisemiti, giornalisti d’assalto e studiosi convertiti. Il tema del romanzo è senza dubbio molto interessante ed è scritto con uno stile molto ricco e a tratti visionario, soprattutto nei momenti in cui descrive i sentimenti religiosi più profondi di Ary Cohen o le sue tecniche per raggiungere particolari stati di alterazione di coscienza. La prosa è, come dicevo, molto ricca e forbita ma, come capita talvolta in questi casi, poco scorrevole e abbastanza indigesta, rendendo la lettura lenta e abbastanza faticosa, soprattutto nelle prime fasi del romanzo; consiglio comunque chi fosse intenzionato a lanciarsi nella lettura di non cedere perché ben presto ci si abitua e, attraverso il romanzo, si può iniziare ad entrare in contatto con una cultura, quella ebraica e dei chassidim in particolare, con cui difficilmente si riesce ad avere realmente a che fare. Gli intrecci sono piuttosto interessanti, anche se, a mio personale modo di vedere, il finale risulta decisamente poco credibile. In conclusione si tratta di una lettura nel complesso faticosa ma interessante, che mi spingerà di certo a leggere il successivo romanzo dell’autrice francese, ma che non riuscirei a mettere tra i miei favoriti; la lettura è comunque consigliata, così come un approfondimento (che per quanto mi riguarda ho intenzione di fare a breve) sulla storia e il destino dei rotoli di Qumran. (Ankh)

Goblin: la musica, la paura, il fenomeno di Giovanni Aloisio (2005, 232 pagine, Un mondo a parte, prezzo: 19.00 Euro) .
Con il lavoro di Giovanni Aloisio (fra l’altro scrittore horror) la romana Un Mondo a Parte offre ancora una volta un tassello per la comprensione della cultura “di genere” italiana . Goblin: la musica, la paura, il fenomeno indaga nella storia e nella produzione del gruppo musicale che da Profondo Rosso (1975) in poi è stata indiscutibilmente la colonna sonora del cinema thriller-horror italiano, ed il cui nome è indissolubilmente e fatalmente legato all’opera di Dario Argento. Il libro, presentato in una veste grafica che forse vuole richiamare intenzionalmente la struttura dei mitici “castori” cinematografici, è articolato sostanzialmente in tre ampie sezioni. Nella prima, Il fenomeno musicale Aloisio indaga principalmente le influenze artistiche e le caratteristiche stilistiche del gruppo, anche in relazione alla sua collaborazione con Dario Argento. La seconda sezione, intitolata appunto La storia, ripercorre i passi dei singoli componenti del gruppo (soprattutto gli storici Simonetti, Pignatelli, Morante e Marangolo), dall’attività precedente a Profondo Rosso, ai successi legati alle colonne sonore argentiane (Profondo Rosso, Suspiria e Zombi che Argento ha prodotto e di cui a curato l’edizione europea), ai relativi insuccessi dell’opera fuori dall’attività di soundtrack, alla separazione, alle reunion più o meno fortunate sempre ad opera del nume tutelare Argento (per Tenebre nel 1982 e per Nonhosonno nel 2001), alle attività minori e parallele. La terza parte, La colonna sonora della paura, analizza ogni singolo lavoro del gruppo; viene discussa criticamente ogni produzione indicandone particolarità, varianti e riedizioni, prendendo in considerazione persino le sigle televisive. Segue poi, al di fuori dei tre nuclei strutturali portanti, una sezione di “vero o falso”, tesa a rispondere alle domande che chi si interessa dei Goblin si pone più di frequente, e una breve rassegna stampa. Chiudono il volume alcune interviste ai membri del gruppo e ai collaboratori e una completissima discografia dei Goblin e dei singoli componenti comprendente anche l’attivita fuori dal monicker. Buono anche l’apparato iconografico, purtroppo solo in bianco e nero. Un’opera densa e documentatissima (come è tradizione delle edizioni di Un Mondo a Parte), anche se, qua e là, alcune osservazioni di critica cinematografica o di costume sembrano non adeguatamente approfondite, una scrittura senza reticenze e persino avvincente (che pone coerentemente l’accento anche sulle contraddizioni e sui rapporti non sempre - quasi mai? - idilliaci fra i vari componenti del gruppo), e anche e soprattutto un nuovo imprescindibile strumento di lavoro e di studio. Un applauso a Giovanni Aloisio e a Un Mondo a Parte. Web: http://unmondoaparte.it. Email: info@unmondoaparte.it. (Manfred)

Fa un po’ male di Niccolò Ammaniti, Daniele Brolli e Davide Fabbri (2004, 188 pagine, Einaudi, prezzo: 14.00 Euro) .
Sull’onda del successo dei libri di Ammaniti, in particolare dell’ultimo Non ho paura, viene pubblicata per Einaudi questa gustosissima raccolta a fumetti, contenente tre storie scritte da Ammaniti, adattate da Brolli e disegnate da Davide Fabbri. “Bucatini e Pallottole”, “Fa un po’ male” e “L’ultimo capodanno” sono un cocktail micidiale di letteratura “pulp” (o meglio – dati i trascorsi dello scrittore – “cannibale”), gusto per il trash, humor nero e grottesco, resi con grande efficacia dai disegni di Fabbri. Le prime due storie erano già edite mentre “L’Ultimo Capodanno”, la versione a fumetti dell’omonimo film di Marco Risi del '98, non venne mai pubblicata visto l’insuccesso della pellicola nelle sale. Il grottesco è senz’altro l’elemento più evidente delle storie, affollate come sono di un’umanità surreale e delle loro tragicomiche vicende. La violenza è anche estremamente presente in questo libro, visto che due delle storie si chiudono con dei veri e propri massacri, con momenti talvolta davvero “splatter”. Tutto però è talmente buffo e surreale da non essere in alcun modo disturbante, ma semmai risulta essere solo divertente. Davvero indimenticabile è la galleria dei personaggi del libro, con una menzione speciale al “mister” della squadra di calcio di Porchiano Terme e all’avvenente quanto idiota “Idrovora”. Un’opera davvero esilarante, consigliata più agli amanti della vecchia “scuola cannibale” che a coloro che hanno apprezzato le opere recenti di Ammaniti. (Christian Dex)

Il bacio del diavolo + Erzsébet Báthory: una visione di Adriana Assini + Luciano Pirrotta (2003, 153 pagine, Spring Edizioni, prezzo: 10.00 Euro) .
La leggenda oscura di Erzsébet Báthory, la "contessa sangunaria" vissuta in Ungheria a cavallo tra '500 e '600, è destinata a non morire e ad alimentarsi ancora oggi grazie alla passione di chi continua a studiare tra i meandri dei documenti ufficiali, ma anche delle leggende e del mito, alla ricerca di una verità che probabilmente non sapremo mai. Ma forse non è la verità storica quella che conta, ma l'immagine che ognuno di noi si è costruito di questo particolare personaggio che affascina proprio per la sua ambiguità, e sul quale è possibile costruire cento, mille storie, senza pericolo di allontanarsi troppo dalla sua vera essenza, basti pensare a tutte le versioni cinematografiche e letterarie che ha alimentato nel corso degli anni. Il libro di Adriana Assini, scrittrice di romanzi a carattere storico, Il bacio del diavolo è proprio la storia romanzata della contessa Bathory, scritta ricostruendo in maniera attenta e puntuale le atmosfere e gli ambienti in cui è vissuta, i personaggi di cui si è circondata, le losche trame di chi nell'ombra ha complottato contro di lei. Ne viene fuori un'immagine a tutto tondo in cui la nostra eroina del male, lungi dall'essere completamente redenta, acquisisce però i contorni della vittima, altezzosa e sprezzante verso il ceto popolare quanto si vuole, ma pur sempre figura fragile e incerta, facile preda di complesse situazioni politico-strategiche ben più grandi di lei. Adriana Assini ha il merito di introdurci nel suo mondo e di descrivercelo con passione e pathos, che diventano sempre più intensi man mano che la storia viaggia verso la sua terribile soluzione. La contessa Bathory così alla fine non ne esce sconfitta, pur nelle sue colpe, ma assurge al rango di un'eroina capace di sopportare la terribile pena dell'essere murata viva con la fierezza e la forza che l'hanno sempre contraddistinta. Altrettanto interessante è il poemetto del saggista Luciano Pirrotta Erzsébet Báthory: una visione – Incubo rosso, che ha il merito di trasporci la storia della contessa sanguinaria dalla prosa alla poesia, riuscendo nel difficile compito di concentrare in 759 brevi versi tutta la sua triste e tremenda storia. L'autore ce la descrive dal di dentro e ne rivive in prima persona la complessa personalità, senza volerla giudicare, ma cercando di metterne in luce l'affascinante personalità. Si tratta di una lettura veloce ma che colpisce fortemente il lettore e che ha proprio nella sua brevità e nell'intensità delle singole parole il suo grande punto di forza. Il libretto è edito da Sallustiana Editrice, pp. 61, 8 Euro. Web: http://www.edizionispring.it. Email: springed@tin.it. (Mircalla)

Il santo Graal di Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln (1982, 486 pagine, Mondadori, prezzo: 8.80 Euro) .
Strano destino, quello di questo libro che analizza una nuova (almeno all’epoca della sua prima edizione), possibile tesi sul significato della più importante icona della cristianità: il santo Graal. Uscito da ormai parecchi anni (venne pubblicato nel 1982 in Gran Bretagna e tradotto quasi subito in Italiano) ha avuto, all’epoca, un’accoglienza molto negativa da parte della critica cattolica e cristiana in generale, ma non credo abbia avuto un successo di pubblico tale da diventare un fenomeno di costume ed è rimasto uno tra i tanti saggi sull’argomento, caratterizzato dal fatto di sostenere una tesi molto originale, che descriveremo più avanti. Il successo è arrivato molti anni dopo la sua prima stampa, nel corso della stagione appena terminata, al punto da spingere Mondadori a ristamparlo, riportando in copertina il reale motivo del suo nuovo successo: “Il libro che ha ispirato ‘Il Codice Da Vinci’ di Dan Brown”. I tre autori formano uno strano gruppo che, a seguito della pubblicazione di questo saggio, si è affermato nella pubblicazione di libri dedicati ai misteri dell’antichità: Baigent, in particolare, è specializzato in questa categoria (nella nostra lingua sono state tradotte diverse opere, come Misteri Antichi eIl cielo di Babilonia); di frequente ha collaborato con Richard Leigh, romanziere e novellista specializzato in letteratura comparata, insieme al quale ha pubblicato diversi volumi (in italiano si possono trovare Il tempio e la loggia, I segreti della Germania nazista, L’inquisizione. Persecuzione, ideologia e potere, L’elisir e la pietra e Il mistero del Mar Morto); la collaborazione dei due con Henry Lincoln, autore di documentari per la BBC, è iniziata con questo lavoro ed è proseguita con L’eredità messianica. Nel tentativo di dare un’ordine logico alla recensione, inizierei a descrivere brevemente il libro per come è scritto e per la tesi che sostiene, cercando poi di capire quanto e in che modo Dan Brown si è ispirato ad esso. Ma, prima ancora di iniziare tale descrizione, credo sia bene chiarire due concetti: innanzitutto che, come tutti i libri che parlano di misteri dell’antichità (ma lo stesso potrebbe dirsi dei punti più oscuri della storia recente), le tesi esposte si poggiano su prove circostanziali, in quanto molte fonti, soprattutto quelle più antiche, sono state spesso interpretate in modi molto diversi tra loro; secondo, alcune delle tesi esposte sono state successivamente confutate in maniera abbastanza convincente, senza però riuscire, per quanto mi è dato sapere, a minare le tesi esposte al punto da far crollare tutta la trattazione. Non c’è dubbio che in alcuni punti le deduzioni dei tre autori sembrino un po’ forzate ed eccessive, ma ciò toglie solo in parte fascino al complesso della ricerca descritta. I tre autori narrano l’evoluzione della loro ricerca intorno ai possibili significati del Santo Graal: si tratta di un’evoluzione nel vero senso della parola, visto che, in origine, non era stata prevista la pubblicazione di un saggio, bensì la produzione di un breve documentario per una trasmissione della BBC. Le ricerche si sono spinte ben al di là di questo e si è passati a diversi documentari più lunghi, fino ad arrivare alla pubblicazione di un saggio. La presentazione avviene in maniera fondamentalmente cronologica, con approfondimenti successivi sulle tematiche ritenute basilari per comprendere i motivi per cui ci si è mossi in determinate direzioni. Questa scelta rende la lettura piuttosto affascinante e si ha l’impressione di seguire un’avventura. Gli stessi autori sottolineano più volte che buona parte delle loro scoperte vanno considerate come indizi circostanziali più che prove certe: su un tema come questo le certezze possono essere ben poche e, a meno di non appoggiarsi alla fede (ma allora bisogna anche abbandonare ogni speranza di fare un’indagine “scientifica”). Poche parole riguardo alla tesi portate avanti dal saggio: effettuando alcune ricerche riguardanti il Santo Graal e Rennes-Le-Château, i tre autori si imbattono in una serie di documenti, alcuni originali altri spesso considerati apocrifi, che li spingono ad indagare sull’Ordine dei Templari e su un’altra società, ben più nascosta e sotterranea, chiamata “Priorato di Sion”, inizialmente molto legata ai cavalieri del Tempio. Seguendo le tracce del Priorato di Sion, gli autori giungono, dopo lunghe ricerche, a teorizzare che il Santo Graal “tradizionale”, la coppa che avrebbe contenuto il sangue di Cristo, non sia altro che un simbolo del sangue stesso del Messia, sangue inteso come lignaggio, discendenza: in altre parole, secondo i tre autori non solo Gesù sarebbe stato sposato, ma avrebbe avuto dei figli che gli sarebbero sopravvissuti. Durante il racconto della loro ricerca, i tre inglesi accennano e, in molti casi, approfondiscono numerosi temi, come il mistero di Rennes-le-Château, le storia dell’eresia Catara, dei Cavalieri Templari e del misterioso Priorato di Sion, degli antichi sovrani franchi noti come Merovingi, per poi passare alla giustificazione della tesi esposta dal saggio: il Santo Graal come segreto della discendenza di Cristo. In alcuni punti il fatto che Dan Brown abbia tratto ispirazione dai tre autori inglesi si fa notare con chiarezza: addirittura, c’è una vera e propria citazione nel testo del best seller americano, anche se il saggio viene “bollato” dal personaggio Leigh Teabing con le seguenti parole: “Questo libro ha suscitato un vespaio [...] nel 1982. A parer mio i tre autori si concedono qualche salto un po’ temerario nella loro analisi, ma la premessa è valida [...]”. Lungo la narrazione, i personaggi citano personalità storiche prelevando a piene mani informazioni da quanto descritto nel saggio. Anche l’uso di nomi denota una qualche ispirazione, sebbene non necessariamente legata a questo volume: il curatore del Louvre e gran Maestro dell’Ordine di Sion si chiama Saunière, come il parroco di Rennes-Le-Château, mentre il detective si chiama Bèzu Fache e Bèzu è il nome di una montagna vicino allo stesso paesino francese. C’è da dire che, data la natura molto differente dei due scritti (un saggio e un romanzo “commerciale”), le accuse di plagio contro Dan Brown sono a mio giudizio un po’ eccessive, malgrado l’ispirazione sia a tratti vistosa; certo è che la tesi qui esposta è senza dubbio la base del romanzo, senza la quale “Il Codice Da Vinci” non sarebbe mai stato scritto. (Ankh)

Nebbia e cenere di Eraldo Baldini (2004, 186 pagine, Einaudi, prezzo: 11.50 Euro) .
Eraldo Baldini è uno dei pochissimi scrittori che è stato davvero capace di emozionarmi negli ultimi tempi. La lettura di quel piccolo capolavoro che è Gotico Rurale mi ha spinto a recuperare – e a divorare – gli altri suoi libri. Se alcuni di essi (Terra di nessuno, Mal'aria e alcuni racconti di Bambini, ragni e altri predatori) non hanno fatto che confermare la mia ottima opinione sull'autore, confesso anche di essere rimasto un po' deluso dalla lettura di Tre mani nel buio e di Bambine: del primo non ho amato il tono semplicistico da thriller televisivo; il secondo invece è troppo concentrato sulla figura del trentenne in crisi che fa da protagonista e perde per strada una buona trama noir. Purtroppo Nebbia e cenere appartiene a questa seconda categoria di opere, anche perché, per certi versi, mi ha ricordato tantissimo Bambine. Intanto anche qui c'è questa figura maschile, ormai più vicina ai quaranta che ai trenta, in crisi nera per una storia sfortunata d'amore. L'uomo guida uno scuolabus ed è quindi circondato da bambini, un altro motivo ricorrente dei racconti di Baldini: come altra somiglianza con Bambine c'è il personaggio di Chiara che ricorda davvero molto la bambina con lo stesso nome presente in quel romanzo (o forse è proprio lo stesso personaggio?). La storia è ambientata nei paesini della "bassa modenese", in posti in cui la superstizione popolare alla fine è davvero dura a morire (e la descrizione delle credenze sulla sorella "indemoniata" del protagonista sono fra i momenti migliori del romanzo). Quello che non va in Nebbia e cenere è il tentativo di interessare il lettore con la descrizione delle pene d'amore di un personaggio tutto sommato grigio (come la nebbia che lo circonda) e inetto. La sua inettitudine non ha niente di "eroico" come quella dei personaggi di Svevo: è più un "essere sfigato" che nemmeno irrita ma annoia. Purtroppo il romanzo si dilunga davvero troppo nei flussi di coscienza del protagonista, perso completamente per l'affascinante Serena tanto da trasformare questo suo amore in un'ossessione che si concluderà in modo tragico. Probabilmente l'autore ha cercato di fare il grande passo, di realizzare – come accennato nelle note di copertina – l'opera della "maturità", abbandonando gli stilemi del romanzo "di genere" che invece costituiscono le sue corde più vere e originali. Nebbia e cenere non è totalmente brutto perché comunque è scritto bene ma è davvero un romanzo noioso e anche un filino inutile, soprattutto se paragonato agli episodi migliori della carriera dello scrittore. Forse sono stato troppo cattivo in questa mia recensione ma da autori come Baldini è lecito pretendere solo il meglio: purtroppo Nebbia e cenere è proprio un passo falso che spero ardentemente resterà isolato. Web: http://www.eraldobaldini.it/. (Christian Dex)

La donna che visse due volte di Pierre Boileau, Thomas Narcejac (2003, Sellerio, prezzo: 10.00 Euro) .
(Tit. Orig. D’entre les morts, 1954, con postfazione di Claudio G. Fava). La Sellerio pubblica il romanzo che ispirò uno dei film più belli di Alfred Hitchcock, Vertigo (in Italia tradotto appunto con il titolo La donna che visse due volte). Francois Truffaut rivelò nella celebre intervista al regista americano (F. Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Nuove Pratiche Editrice 1997), che i due celebri giallisti francesi avevano scritto quel romanzo in un certo senso per lui, quando seppero che a Hitchcock era molto piaciuto il film Les diaboliques, ispirato al loro romanzo omonimo. Questa coppia prolifica, stanca della “liturgia tradizionale” del romanzo poliziesco classico, spiegò in diverse occasioni che la suspence totale si sarebbe raggiunta quando la vittima fosse stata condotta non soltanto a indagare sul suo proprio caso, ma ancor più a delirare, quanto più si fosse sforzata di ragionare rettamente. Nei loro migliori romanzi volevano riproporre in fondo, come avrete capito, l’Edipo re di Sofocle. Il romanzo francese è ambientato a Parigi, nei mesi che precedono l’invasione nazista, nella prima parte, e cinque anni dopo a Marsiglia, nella seconda parte. Non riassumerò la trama, che a grandi linee non è molto diversa da quella del film, nota a tutti. E se ancora non l’avete mai visto, dovete rimediare subito. Rispetto al romanzo cambiano i nomi, ovviamente: Roger Flavierés diventerà nel film John “Scottie” Ferguson; la suicida Madeleine ritornerà nei panni di Renée, ne romanzo, di Judy, nel film. Ci sono significative differenze, oltre ovviamente all’ambientazione, fra romanzo e film. Almeno due però – e strettamente collegate l’una all’altra - sono fondamentali. La prima è la scelta del regista - universalmente criticata in fase di progettazione, come spiegò Hitch a Truffaut - di anticipare la rivelazione della vera identità di Judy. La seconda è stata quella di aver modificato la natura del protagonista. Scottie, ingenuo, vulnerabile, romantico, ha una disperata volontà di far rivivere Madeleine grazie alla complicità di una donna che vagamente le assomiglia. Non ha mai il sospetto di essere stato raggirato proprio da quella donna a cui sta chiedendo aiuto. Flavières è un perdente solitario, cinico e astioso, che per vigliaccheria non ha testimoniato sulle circostanze della morte di Madeleine, che sospetta sin da quando la incontra che Renée possa essere Madeleine, e che per questo la tortura per tutta la durata della loro relazione fino a quando la donna non lo ammetterà. Non si può simpatizzare per lui. La sua disillusione è la punizione che si merita. Si può invece, anche in virtù dell’espediente narrativo di Hitchcock che annulla la sorpresa, simpatizzare, e molto, con Scottie. Una persona sentimentalmente coinvolta non può essere un segugio. Una persona onesta e disinteressata necessariamente deve saperne meno dell’ultimo spettatore. Ci fa tenerezza quest’uomo ingenuo, vulnerabile e romantico. Ed è quello che voleva Hitchcock, che ha sacrificato deliberatamente il plot poliziesco perché – come spiegò in quell’intervista a Truffaut – quello che lo interessava di più era mettere in luce l’aspetto emotivo del personaggio. E’ inevitabile a questo punto che i due finali fossero diversi. Ah, già, non ve lo avevo ancora detto. Ma per conoscere quello del romanzo, non vi resta che andarlo a leggere. (Tristitia)

Il Codice Da Vinci di Dan Brown (2003, 523 pagine, Mondadori, prezzo: 18.60 Euro) .
Non credo ci siano grandi dubbi riguardo al fatto che Il codice Da Vinci si possa considerare il fenomeno editoriale della passata stagione, a lungo primo in praticamente tutte le classifiche di vendita delle librerie, on line e non. La domanda che spesso ci si pone in questi frangenti è, chiaramente, se tanto successo è realmente meritato o meno; oppure, scendendo un po’ più nel dettaglio, se il successo è dovuto a particolari capacità dell’autore o a un’eccellente promozione. Di fatto in genere ci si trova sempre a metà strada tra le due posizioni e anche in questo caso è più o meno così, con la sostanziale differenza che, al contrario di quanto accade normalmente, riguardo a quest’opera si sono scatenate polemiche e querelle a non finire. In questa complessa serie di scontri, non è facile trovare un ordine con il quale procedere. Inizierei con una breve descrizione della trama, che suppongo sia ormai ben nota. Il racconto si svolge in un futuro molto prossimo: la collocazione temporale non è chiaramente evidenziata ma si può con certezza supporre che non si tratti del presente, in quanto si parla di un Papa eletto per le sue forti tendenze progressiste (quindi di certo non può trattarsi di Giovanni Paolo II, a suo tempo appoggiato da correnti conservatrici all’interno del Vaticano), ma l’ambientazione è estremamente attuale. L’omicidio di Jacques Saunière, curatore artistico del Louvre, e una serie di messaggi in codice, che lui stesso lascia prima di morire e che interessano alcune opere d’arte di Leonardo Da Vinci, coinvolgono i due protagonisti in una rocambolesca serie di avventure che li spingeranno alla ricerca del Sacro Graal. La reliquia viene qui interpretata secondo le tesi di alcuni autori che si allontanano di molto dal classico calice contenente il sangue di Cristo: la vera natura del Graal sarebbe infatti un segreto protetto da una congrega chiamata “Priorato di Sion”, i cui membri farebbero parte dell’élite culturale di molti paesi occidentali. I due personaggi al centro dell’azione sono Sophie, nipote di Saunière e crittologa della polizia francese, e Robert Langdon, professore di Harvard e profondo conoscitore della scienza dei simboli; nella ricerca i loro destini si incroceranno con quelli di Bézu Fache, ufficiale di polizia in carriera, Leigh Teabing, studioso che ha dedicato tutta la vita al Graal, Silas, accolito dell’Opus Dei che svolge la sua missione nel tentativo di impedire che la ricerca vada a buon fine, agli ordini di un personaggio noto come “Il Maestro”. Da un punto di vista “giallistico”, devo dire che è piuttosto semplice capire chi si nasconda dietro questa identità misteriosa. La sequenza degli eventi, porterà ad un finale tutto sommato deludente, per motivi cui accennerò più avanti. A questo punto può essere interessante cercare di capire quali sono le probabili motivazioni di un successo così ampio, iniziando dal fatto che, indubbiamente, è stato scelto l’argomento giusto al momento giusto: ormai da diversi anni le tematiche legate al mistero stanno facendo molto successo, sotto ogni aspetto mediatico; in televisione stiamo assistendo al proliferare di trasmissioni ad esso dedicate, a partire da un primo, quasi timido, tentativo con la trasmissione “Misteri” nel 1995, fino al notevole successo di “Stargate”, per non parlare di reportage sull’esistenza degli angeli o dei miracoli. La stessa “Stargate” ha dedicato più di una serata proprio ai misteri del Graal e di Rennes-Le-Château, presentando molte delle tematiche utilizzate nel romanzo; in edicola sono ormai decine le riviste dedicate al settore ma gli stessi quotidiani gli riservano spazio con una certa frequenza (anche il “Corriere della Sera” ha dedicato quasi un’intera pagina al romanzo e alle tematiche ad esso connesse); in libreria il flusso di pubblicazioni a riguardo è praticamente continuo (solo sul mistero del Graal e di Rennes-Le-Château esistono più di cinquecento libri in lingua francese), senza contare che, a seguito del successo di quest’opera, sono state recentemente ristampate decine di libri sull’argomento tra saggi e romanzi; anche il cinema non lesina certo produzioni che si incentrano sul tema. Inoltre, il romanzo è scritto in modo tale da tenere il lettore incollato alle proprie pagine: Dan Brown si muove con maestria da inveterato autore di best seller, sfruttando tecniche che, ad una lettura attenta, sono chiaramente evidenti: una scrittura estremamente scorrevole, capitoli brevi che spingono a proseguire la lettura, interruzioni ad hoc che stimolano la curiosità, piccoli suggerimenti rilasciati qua e là, la storia del Graal che viene raccontata un po’ alla volta, e così via. Tali artifizi narrativi, non posso negarlo, funzionano molto bene e spingono ad assalire il romanzo con voracità ma nascondono quelle che personalmente considero le debolezze dell’opera: da un lato, lo scopo primo dell’autore sembra essere quello di afferrare il lettore e tenerlo inchiodato alla lettura e non quello di scrivere veramente in una bella prosa: per intenderci, è quello che, in ambito musicale, definiremmo un lavoro “commerciale”, creato con il preciso scopo di attirare acquirenti in numero elevatissimo. Questa scelta spinge a creare personaggi che somigliano troppo a stereotipi, pieni di cliché e quasi infallibili nel loro agire; l’analisi psicologica è praticamente assente: i personaggi hanno caratteri troppo squadrati per permettere sfumature possibili a livello di comportamento e, soprattutto, per essere credibili. Dall’altro lato, questa stessa esigenza costringe l’autore a fare scelte che, in qualche modo, alleggeriscono il racconto; ad esempio, la scelta di due personaggi (uno maschile e uno femminile) che invariabilmente finiranno per innescare una prevedibile relazione; oppure, la necessità di mantenersi in una posizione di neutralità che potremmo definire “politically correct” e che scagionerà quasi completamente tutte le istituzioni coinvolte nel romanzo, lasciando che le azioni deteriori siano, di fatto, dovute a scorrette interpretazioni o interventi personali dei singoli personaggi. È proprio questa necessità di distacco che rende il finale, a mio giudizio, deludente e troppo in sordina rispetto alla vivacità eclatante espressa durante lo svolgimento dell’azione. Inoltre, la scelta (almeno apparente) di imparzialità, oltre a aver indebolito il romanzo nel suo complesso, non ha assolutamente raggiunto il suo scopo, visto che Il codice Da Vinci si è attirato l’antipatia e le invettive di molta critica cristiana e cattolica in particolare, creando polemiche a non finire; polemiche che, senza dubbio, ne hanno amplificato il successo commerciale. Di certo non ho intenzione di buttarmi nella mischia delle controversie, né di andare a scavare nella bontà o meno delle fonti usate dall’autore: lo hanno già fatto altri più in grado di me di attingere direttamente alle fonti, e senza riuscire a risolvere la contesa; mi limiterei solo a dire che, con buona pace della critica cattolica più oltranzista, l’idea di un “complotto contro il cristianesimo” troppo spesso citato riguardo a questo romanzo sia decisamente eccessiva e che raramente le ricerche effettuate da studiosi cristiani mi sono sembrate sufficientemente distaccate da poter essere considerate “scientifiche”. Per concludere, anche in vista del “sequel” che Dan Brown starebbe scrivendo in questo momento, mi sentirei tranquillamente di suggerire la lettura de Il codice Da Vinci a chiunque apprezzi letture molto avvincenti senza preoccuparsi troppo della qualità della prosa utilizzata; non posso, però, non citare la frase con cui questo romanzo mi è stato presentato: “Se lo avesse scritto Arturo Pèrez-Reverte, probabilmente sarebbe stato un capolavoro”. Web: http://www.danbrown.com/. (Ankh)

Angeli e Demoni di Dan Brown (2004, 562 pagine, Mondadori, prezzo: 18.60 Euro) .
Ormai sono davvero pochi quelli che non hanno ancora letto Il codice Da Vinci l'opera che lanciato Dan Brown, oltre ogni sua più rosea aspettativa, nell'olimpo degli autori di successo. Devo dire che all'inizio ho resistito alla tentazione di leggere questo best-seller, visto che, con atteggiamento - lo ammetto - un po' snob, disdegnavo per principio un'opera che era sulla bocca di tutti. Poi per caso ho iniziato a sfogliare il libro e non l'ho più abbandonato: alla fine, pur riconoscendone tutti i suoi limiti, descritti molto puntualmente nella recensione di Ankh, devo dire che mi ha anche divertito, tanto da spingermi a comprare questo Angeli e demoni e a leggerlo immediatamente. Il libro, sebbene sia uscito in Italia solo di recente, è in realtà antecedente al Codice Da Vinci e rappresenta la prima avventura del professor Robert Langdon: le due opere inoltre condividono delle somiglianze nella costruzione della storia. Anche qui Langdon è alle prese con un'antica setta, di nuovo è centrale la Chiesa Cattolica (qui ancora di più che nel Codice…), c'è un'affascinante fanciulla a fare da "sparring partner" al gagliardo professore (che in fin dei conti è un po' una versione idealizzata dell'autore) e infine le vicende si dipanano in pochissime ore, svolgendosi in una specie di "caccia al tesoro" mossa a ritmi serratissimi. L'inizio del romanzo è davvero intrigante: uno scienziato del CERN viene ucciso in modo orribile e sul suo petto viene marchiato a fuoco il simbolo della setta degli Illuminati. Langdon, che vanta una pubblicazione sull'argomento viene contattato dal direttore del centro di ricerca e suo malgrado si troverà coinvolto in un'avventura per salvare la Città del Vaticano, per di più in pieno Conclave, dalla distruzione. Brown è davvero bravo a narrare gli eventi pseudo-storici che sono alla base del libro, sebbene qui è lecito pensare che la fantasia dell'autore abbia nettamente prevalso su qualsiasi prova storiografica. E' pertanto assai riuscita la descrizione della setta, dei personaggi storici che l'avrebbero popolata, così come è assai intrigante la ricerca fra i monumenti di Roma degli indizi che portano a svelare il mistero. I colpi di scena ovviamente abbondano in ogni capitolo, compresa un'agnizione finale che in realtà era assai prevedibile. Purtroppo Angeli e demoni si perde in molti punti, rivelandosi alla fine un romanzo nettamente più debole del Codice…. Intanto vengono descritte diverse situazioni paradossali, talmente assurde da risultare risibili (una su tutte, senza svelare troppo, è la soluzione con cui Langdon si salverà da morte certa nell'ultima scena d'azione del romanzo). In questi momenti il libro perde di efficacia perché la famosa "sospensione dell'incredulità", necessaria per immedesimarsi nei romanzi di genere, si incrina creando nel lettore un senso di diffidenza che cresce, al pari della delusione, con il passare delle pagine. Inoltre, nonostante io sia un ateo convinto, ho trovato davvero semplicistica la visione della Chiesa qui mostrata: nelle mani di Dan Brown diventa di fatto poco più che un'istituzione folkloristica e il Conclave viene visto come un evento di pochissimo interesse, seguito giusto qui in Italia. Ho dovuto poi fare un grosso sforzo per immaginarmi tutta la Città del Vaticano messa sotto scacco praticamente da una sola persona. Angeli e demoni è quindi un libro a metà: è pieno di falle e di punti deboli ma non mancano dei guizzi di ingegno che potrebbero costituire motivo di interesse per i fan del Codice…. Personalmente non mi sento di consigliarvi quest'opera ma attendo con curiosità l'uscita, attualmente né prevista né prevedibile, della nuova avventura di Robert Langdon su cui è ora al lavoro Dan Brown. Web: http://www.danbrown.com/. (Christian Dex)

Le Vampire – Crimini e misfatti delle succhiasangue da Carmilla a Van Helsing di Arianna Conti e Franco Pezzini (2005, 406 pagine, Castelvecchi Editore, prezzo: 20.00 Euro) .
Davvero prezioso e ricco di informazioni questo volume, curato dal bravo Franco Pezzini, di cui ricordiamo l’ottimo saggio Cercando Mircalla. La leggenda della donna vampira, e da Arianna Conti, che si presenta come un esauriente excursus sulla figura della vampira in tutte le sue sfaccettature. Se infatti la figura di Dracula e in generale quella del vampiro sono stati oggetto nel corso degli anni di numerosissimi saggi e lavori di approfondimento sia dal punto di vista artistico (letteratura, cinema, fumetto etc.) che storico e antropologico-etnologico, molta meno attenzione si è prestata alla versione femminile di questo mito, quasi giudicandola una sua “appendice” secondaria. Ma la realtà è molto diversa e questo libro giustamente mette l’accento sull’importanza di questa figura, mostrandone i caratteri originali e autonomi. La prima parte del saggio si sofferma su una “breve storia delle succhiasangue” in cui gli autori rievocano con estrema competenza tutte le figure femminili della mitologia e del folklore collegabili al vampiro, per poi soffermarsi a lungo sulla figura di Carmilla, dal celebre romanzo di Le Fanu del 1872, prima vampira letteraria e capostipite di tutta una genia di donne vampiro nella letteratura e soprattutto nel cinema. E proprio al cinema è dedicata la parte centrale del lavoro che, a partire dal Vampyr di Dreyer del ’32, esamina la figura della vampira nelle pellicole degli anni ’60 e ’70 (con il fiorire delle vampire lesbiche della Hammer) e nei decenni successivi, fino al proliferare di film sull’argomento di questi ultimi anni. L’ultima parte del saggio è invece dedicata all’”età neogothica” (e ringrazio gli autori per le ampie citazioni fatte a Ver Sacrum e al nostro libro Gothica) in cui si esamina come il mito di Carmilla e della donna vampiro viva ancora in mezzo a noi e sia diventato un punto di riferimento importante, un’icona, un simbolo, della società e della cultura contemporanea. Insomma, un libro davvero da consigliare, molto esauriente, ricchissimo di spunti e di riferimenti, frutto di un lavoro puntuale e approfondito di ricerca e di studio. Web: http://www.castelvecchieditore.com. (Mircalla)

Calliphora di Patricia Cornwell (2004, 422 pagine, Mondadori, prezzo: 18.60 Euro) .
Calliphora è l’ultima fatica di Patricia Cornwell e ci ripropone le vicende della famosa Kay Scarpetta, il medico legale protagonista della maggior parte dei romanzi della scrittrice americana. Stavolta l’affascinante dottoressa dal cognome italiano non ha a che fare con un caso inedito, ma si ritrova nuovamente coinvolta in una vecchia storia che i lettori più appassionati ricorderanno bene, vale a dire quella del “lupo mannaro”. In Cadavere non identificato (del 2000) si parlava infatti di un maniaco che mutilava orrendamente le sue vittime prendendole a morsi, e che aveva tentato di uccidere anche la stessa Kay. Il nome del killer era Jean-Baptiste Chandonne, mentre il suo soprannome era dovuto alla rara malattia genetica (l’ipertricosi) che lo aveva colpito sin da quando era bambino, e che ne rendeva mostruose le sembianze (il suo corpo era completamente ricoperto di peli, come quello di un animale). Al termine del libro egli veniva arrestato, e infatti nel nuovo romanzo lo ritroviamo detenuto nel braccio della morte di un carcere texano. Diverse cose sono cambiate anche per la protagonista, che non lavora più presso l’Istituto di medicina legale della Virginia ma fa la consulente free-lance. In questo caso il serial-killer da scovare non è più l’uomo lupo ma suo fratello Jay, un personaggio assai pericoloso che da ragazzo si era reso colpevole di svariati delitti (commessi con l’aiuto di Jean-Baptiste) e che in Calliphora agisce assieme alla sua compagna, con la quale condivide un nascondiglio tra le paludi della Louisiana. Stavolta per Kay non ci sono cadaveri da analizzare, perché i corpi delle (presunte) vittime non vengono ritrovati, ma nonostante ciò la scomparsa di quelle persone viene ricollegata alla morte di una donna che alcuni anni prima aveva avuto strani legami con la famiglia Chandonne. La vicenda descritta è in realtà piuttosto complicata, così come tutte le storie della Cornwell, e incuriosisce parecchio: l’identità dell’assassino la scopriamo fin dalle primissime pagine del libro, ma quello che più coinvolge il lettore è la descrizione di tutto ciò che la sua cattura implica (in poche parole la parte più interessante della narrazione riguarda il lavoro investigativo svolto dalla Scarpetta e dagli altri protagonisti del romanzo). Cosa dire quindi di questo Calliphora? Beh, di sicuro non ci propone nulla di nuovo: la scrittrice ha capito da molti anni che i suoi personaggi e i suoi racconti conditi con particolari macabri e con un po’ di sesso piacciono moltissimo alla gente, perciò è ovvio che non abbia nessuna intenzione di mettere da parte quello che le ha fatto ottenere un successo così clamoroso! Non si può negare che i suoi lavori siano sempre molto piacevoli e intriganti, e che anche quest’ultimo a suo modo lo sia, però ogni tanto qualche novità non guasterebbe a mio parere. Addirittura in questo caso l’autrice si è ricollegata a un’opera scritta in passato, utilizzando quindi idee vecchie e aggiungendo semplicemente dei particolari in più: l’impressione è che fosse a corto di ispirazione, e che in mancanza di meglio abbia deciso di “ampliare” (anche con qualche forzatura) una storia già esistente. La sua bravura le ha permesso ancora una volta di scrivere un romanzo scorrevole e più che godibile, ma c’è comunque da augurarsi che si tratti di un episodio isolato (anche se purtroppo ho il presentimento che non sarà così), e che in futuro la “signora del thriller” sappia regalarci nuovamente storie un po’ più originali. Web: http://www.patriciacornwell.com/. (Grendel)

Breve storia del diavolo - Antagonista e angelo ribelle nelle tradizioni di tutto il mondo di Alberto Coustè (2004, 286 pagine, Castelvecchi, prezzo: 15.00 Euro) .
Dopo il periodo di fermo, Castelvecchi ha ricominciato a pubblicare numerosi libri d’interesse; uno di questi è la ristampa di questo libro di Alberto Coustè, autore argentino ma spagnolo di adozione, che illustra la storia del diavolo, visto come elemento “negativo” legato alle grandi religioni monoteistiche occidentali ma non solo. Pur essendo molto simile nel tema trattato e nel titolo, questo libro si discosta abbastanza da quello di Georges Minois (la cui recensione è stata pubblicata tra quelle dell’ inverno 2003); laddove quello risultava infatti più distaccato, strettamente cronologico e tendenzialmente serioso, questo appare invece più scanzonato e in esso l’autore non sembra nascondere una certa simpatia verso il protagonista assoluto delle sue parole, pur tenendosi ben lontano dalle sciocchezze fatte e asserite da alcune sette sataniche odierne, che descrive quasi come se si trattasse di offese nei confronti di un personaggio di tale importanza e sottigliezza intellettuale (il che la dice lunga sulla posizione presa dall’autore). Il saggio è diviso in tre parti: inizia con una sezione introduttiva, intitolata “Della natura Del Diavolo”, che ne analizza gli aspetti esteriori ma anche le tipologie di rapporti che, nella storia, avrebbe avuto con uomini e donne in tutte le sue varie forme (animali o umane, come nel caso di incubi e succubi) e le modalità con cui l’uomo avrebbe cercato di stringere patti e legami con lui. Il titolo della seconda parte è abbastanza esplicativo: “Della storia del diavolo”; un aspetto interessante di questa parte è la descrizione della figura diabolica in culture molto diverse dalla nostra, come quelle Mesopotamiche (in cui probabilmente affonda le proprie radici il diavolo “nostrano”) ma anche quelle dell’oriente più lontano (Giappone, Cina e India); ovviamente sono prese in considerazione anche le religioni a noi più “vicine”: quella ebraica, quella cristiana (responsabile dell’”ingresso in società” del personaggio e, in fondo, massima celebrazione della sua opera) e quella musulmana. L’ultima parte, “Dei nomi di Satana”, è un breve elenco di alcuni dei nomi che, nella storia e in giro per le varie culture, sono stati associati al Male e, come tutti gli elenchi di questo genere, è interessante perché mette in risalto come il cristianesimo abbia assorbito in sé come demoniaca ogni cultura con cui sia venuto a contatto, spesso modificando notevolmente alcune caratteristiche delle divinità demonizzate (nel vero senso della parola). Interessante, a conclusione dell’opera, la ricca bibliografia. Nel complesso il lato più notevole di questo libro è l’assenza di un’eccessiva seriosità, cosa che spesso appesantisce la lettura di saggi di questo genere, sostituita da una prosa scorrevole e scherzosa che ne rende molto più semplice e divertente la lettura. Che questa caratteristica sia sufficiente ad attrarre nuovi lettori o possa spingere qualcuno ad informarsi attraverso mezzi diversi dai “soliti”, sinceramente dubito, ma, in fondo, non si può mai sapere. Web: http://www.castelvecchieditore.com. (Ankh)

Neopaganesimo di Francesco Dimitri (2005, 209 pagine, Castelvecchi Editore, prezzo: 12.00 Euro) .
Questo interessante e piacevole saggio tratta un argomento di sicura presa dato il pullulare di nuove religioni che in questi ultimi tempi sorgono come funghi, anche nella nostra cristianissima Italia, segno della necessità contemporanea di trovare delle alternative a quei monoteismi vecchi ormai di duemila anni che sono diventati per molti forse un po’ troppo pesanti da sopportare. E così il ritorno al paganesimo può essere una alternativa interessante, una scelta “moderna”, più in linea con le esigenze spirituali, ecologiste, ma anche tecnologiche della società in cui viviamo. E forse allora più che di nuove religioni, si potrebbe parlare, come mette ben in evidenza lo scrittore, di movimenti culturali legati al paganesimo. Non religioni rigide con precetti e dogmi da seguire, ma libere scelte di dei, di culti, di pratiche magico-religiose, all’interno di un pantheon vastissimo e alle volte un po’ buffo, dove assieme alle varie Diana-Ecate-Iside-Inanna della religione Wicca, troviamo anche Eris Discordia della Società Discordiana, o addirittura il gatto sullo skateboard Goflowolfog della Chaos Magick, che aiuta a far scorrere il traffico quando ci si trova imbottigliati, e così via. Il libro affronta vari aspetti del neopaganesimo partendo dalle origini del movimento magico moderno, ovvero da Aleister Crowley, occultista inglese nato alla fine dell’‘800 e morto nel 1947, frequentatore di territori dell’occulto e di ordini come la Golden Dawn, la cui oscura fama di mago è legata alla fondazione della religione del Thelema, i cui principi filtreranno poi in gran parte nelle correnti neopagane contemporanee. In particolar modo il saggio si sofferma sul rapporto tra Crowley e Gerard Gadner, il fondatore della Wicca, ovvero la stregoneria pagana, la religione neopagana più conosciuta e diffusa nel mondo, con una forte crescita e molto rappresentata anche sui giornali, nei film e telefilm. Molto interessante è l’intervista ad una “strega” romana che conclude il saggio e che ci dà una chiara idea di quella che è la filosofia che sottende a questa cultura neopagana, che tanti adepti trova anche nel mondo “neogotico” che ben conosciamo (tra i siti web citati in fondo al libro c’è anche quello della band Inkubus Sukkubus!). Vengono poi esaminati vari altri gruppi “neopagani”, spesso nati in coincidenza con il movimento del ’68, che fondono religione, ecologia, movimento hippy etc, basando le loro idee su libri di fantascienza (come la Chiesa di tutti i mondi) e passando il tempo a produrre unicorni, o altri più recenti che fanno della giungla urbana il loro spazio d’azione e delle nuove tecnologie la loro bacchetta magica. Insomma un insieme di persone in qualche modo tra loro interconnesse spesso dalle idee alquanto bizzarre e divertenti, certo molto lontane dallo stereotipo del “mago” o peggio ancora del “satanista”, con cui, come l’autore ben sottolinea, il neopaganesimo non ha nulla a che fare dato che non crede né in Dio né nel diavolo. Gli dèi sono tornati dunque, e con loro anche le streghe; che sia solo una moda passeggera o la nuova forma dello spiritualismo umano forse è presto per dirlo, ma vale comunque la pena di approfondire l’argomento e questo libro sicuramente è una buona base di partenza per cominciare a farlo. Web: http://www.castelvecchieditore.com. (Mircalla)

La figlia del re degli elfi di Lord Dunsany (Edward John Moreton Drax Plunkett) (Edizioni della Terra di Mezzo, prezzo: 15.00 Euro) .
Non è certo mia intenzione quella di fare una vera e propria recensione su quello che può essere considerato il romanzo simbolo di questo autore irlandese, non a torto considerato tra i creatori del genere fantasy. Scrittore piuttosto prolifico nato come commediografo teatrale, pubblicò numerose commedie per dedicarsi, successivamente, ad opere di fantasia ambientate in mondi fatati. Grande viaggiatore, dedicò infine buona parte delle sue opere più tarde alla descrizione romanzata delle sue esperienze di viaggio narrate da un alcolizzato in cerca di un cicchetto. Critici di ben altro livello hanno parlato dell’opera di questo autore che, non dimentichiamolo, fu uno dei principali ispiratori di H. P. Lovecraft; mi limiterò, quindi, a una breve citazione, con due scopi principali: innanzitutto quello di ricordare che è possibile trovare questo romanzo in lingua italiana; secondo poi, per fare alcuni commenti sulla sua veste editoriale. Non è mai stato facilissimo trovare quest’opera tradotta nella nostra lingua, finchè le Edizioni Terra Di Mezzo non hanno deciso di ristamparlo, ormai diversi anni fa. Anche questa pubblicazione non ha una diffusione particolarmente capillare ma, con un po’ di impegno, si riesce a trovare. La veste editoriale è bella per quanto semplice e spartana, e sembra molto adatta al tema del romanzo: in brossura, la sua copertina in cartone è trattata in modo da somigliare a pergamena e riporta un semplicissimo disegno che rappresenta la figlia del re degli elfi impegnata in una danza. Se da un lato è da lodare l’iniziativa di questa piccola casa editrice di rendere disponibile quest’opera importante, dall’altro credo che un po’ più di cura nella sua edizione sarebbe stata d’uopo: troppo frequenti, infatti, gli errori e i refusi di stampa, causati probabilmente da un editing poco attento, che sarebbe stato necessario anche in considerazione del prezzo del libro, non esattamente bassissimo. Altra pecca, a mio giudizio, può essere trovata nella traduzione; purtroppo non ho mai letto il romanzo in lingua originale e suppongo che la sua traduzione possa essere un lavoro non semplice; d’altra parte il linguaggio utilizzato mi sembra spesso ampolloso e antiquato: forse la traduzione è molto vecchia (non mi sembra che sia riportata la data a cui risale) ma ho l’impressione che molto spesso appesantisca la lettura. Ciò non toglie che la lettura di questo romanzo sia consigliata agli amanti della letteratura in generale e del genere fantasy in particolare, tenendo ben a mente che non si tratta di una lettura leggera e scorrevole ma che, a tratti, è intensa e ricchissima di poesia. (Ankh)

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