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Albireon: Il volo insonne
(CD - Cynfeirdd, 2005).
Gli Albireon sono uno di quei gruppi di cui non sono mai riuscito a farmi un’idea precisa: fino a poco tempo fa ero convinto che fosse dovuto al fatto che conoscevo solo poche delle loro canzoni, mentre mi sto convincendo che la questione sia da collegare alla loro forma musicale che in qualche modo mi sfugge, per motivi che ignoro. Si tratta di una tipologia di musica fondamentalmente acustica ma piuttosto contaminata, che non può non far pensare subito al folk apocalittico ma che, allo stesso tempo, se ne distacca per le forti tendenze cantautorali che rimandano ad uno stile di derivazione decisamente più latina. Sono presenti campionamenti sia nell’impasto strumentale sia nella parte testuale, con diversi dialoghi tratti, suppongo, da film. La mia difficoltà nell’approccio è probabilmente dovuta a quest’anima multipla del gruppo: folk, forme legate alla canzone d’autore italiana ma anche, in qualche modo, francese e ricerca musicale fanno una certa fatica a miscelarsi per bene (mi rendo conto che non è del tutto facile riuscire nell’impresa…) e il risultato spesso è simile all’effetto che può fare un cocktail imperfetto: come un Negroni in cui l’amaro del Campari predominasse troppo sull’aroma del Gin o sul dolce del Vermut. Nel complesso Il volo insonne rimane un bel disco, molto bello a tratti, indubbiamente piuttosto personale (l’unico gruppo che in qualche modo riesco ad accostare loro, con le dovute differenze, sono i romani Rose Rovine e Amanti), pur se non innovativo, ma che in altri momenti può risultare leggermente più spigoloso. Sicuramente adatto per palati abituati a sapori particolari, può richiedere un certo impegno e migliorare molto con più ascolti successivi.
(Ankh)
Alec Empire: Futurist
(CD - Digital Hardcore Recordings/Audioglobe, 2005).
Il buon Alec Empire aveva convinto un po’ tutti con il precedente Intelligence and sacrifice (doppio cd uscito nel 2002…), sia coloro che lo conoscevano principalmente per i lavori con gli Atari Teenage Riot, sia tutti quelli che lo avevano scoperto grazie a quella prova da solista. Adesso si ripresenta con Futurist, un disco che non è contraddistinto dall’insana cattiveria che invece scaturiva dalle note del suo predecessore, per cui l’impressione generale è che il musicista tedesco abbia realizzato qualcosa di meno moderno, ridimensionando molto il ruolo dell’elemento electro/noise (che in passato aveva avuto un’enorme importanza…). Le canzoni pubblicate tre anni fa possono essere descritte come un mix tra techno-hardcore e rock tradizionale e appaiono a tutt’oggi piuttosto interessanti (tra l’altro esse sono anche piacevoli da sentire, per lo meno per chi è abituato a sorbirsi estremismi sonori di qualsiasi tipo!!), mentre la maggior parte delle nuove composizioni sono meno originali e soprattutto mettono un po’ troppo in risalto la componente rock. L’unica vera eccezione è rappresentata da “Make em bleed”, un brano al vetriolo che piacerà agli amanti di tutto ciò che è eccessivo e fuori degli schemi, ma per il resto il denominatore comune dei pezzi di Futurist è quello di suonare parecchio scontati e di apparire molto simili gli uni agli altri. Non importa fare poi così tanta attenzione per rendersi conto che i riff di canzoni come “Terror alert: high”, “Gotta get out”, “Uproar” o “Point of no return” sono triti e ritriti, minimalisti e anche abbastanza noiosi, per cui la conclusione cui si giunge dopo aver sentito l’intero album è che il signor Empire non si sia sprecato/impegnato più di tanto durante la sua realizzazione, o che magari non sia stato sufficientemente ispirato! Insomma, non ci vuole molto ad ascoltarsi qualche classico del metal o del rock e a prendere spunti qua e là, aggiungendoci poi una buona dose di noise e di suoni ultradistorti, perciò direi che questa nuova prova discografica si rivela davvero priva di sostanza e poco efficace. A questo punto mi domando quale tipologia di ascoltatori potrà apprezzare di più un lavoro del genere, perché ho l’impressione che i metallari potrebbero non gradire granché l’estrema semplicità strutturale delle tracce incluse, mentre gli appassionati di elettronica si chiederanno che fine ha fatto la spietatezza a cui il musicista li aveva abituati. Difficile dare una risposta a tale quesito ora come ora, resta comunque la delusione per qualcosa che poteva essere decisamente migliore di come invece è venuto fuori…
Web: http://www.alecempire.com/.
(Grendel)
Apoptygma Berzerk: You and Me Against the World
(CD - GUN, 2005).
Davvero senza parole mi ha lasciato l'ascolto di questo nuovo album di Apoptygma Berzerk. Premetto infatti che ho amato da morire molti dei suoi lavori e 7 compare in posizione alta nella mia classifica personale degli album preferiti. Avevo letto della svolta "rock" che Stephan Groth aveva imposto al suo progetto, svolta d'altra parte anticipata con la ripresa di "Unicorn" nel mini-CD omonimo. Certo che questo You and me… mi ha davvero spiazzato. Il suo difetto principale è l'essere totalmente "innocuo": non si può dire nemmeno che sia un lavoro completamente brutto perché non mancano episodi tutto sommato validi. Il problema è che il CD è sfacciatamente pop, leggero e inutile, con un suono facile facile, assolutamente radiofonico e sinceramente molto scontato. Insomma la carica innovativa di "Love never dies", "Starsign", "Burning Heretic", "Paranoia" o "Non-stop violence" sembra essersi totalmente persa, in favore di quest'accozzaglia di rock alternativo (lo spettro dei Placebo aleggia in più di un brano), elettronica e industrial-superannacquato. Come dicevo alcune canzoni non sono nemmeno brutte: il singolo "In this together" è sì un po' burino ma è anche molto accattivante; "Tuning in to the frequency of your soul" suona come un'improbabile, ma riuscita, collaborazione tra Brian Molko e Trent Reznor. Veramente carina è poi la cover di "Cambodia", un'anticaglia dagli anni '80 della fascinosissima - all'epoca - Kim Wilde. A parte questi episodi decisamente riusciti nel CD ci sono dei brani indiscutibilmente brutti ("Back on track", "Lost in translation", "You keep me from breaking apart", "Into the unknown"): il resto si appiattisce su un livello medio-basso che non disturba in un ascolto distratto, ma che personalmente mi fa venire voglia di bruciare tutte le magliette di Apoptygma della mia collezione. Un album inutile, che è anche peggio di dire brutto, assolutamente da dimenticare, così come da dimenticare è ormai il suo autore.
Web: http://www.apoptygmaberzerk.de.
(Christian Dex)
Black Rebel Motorcycle Club: Howl
(CD - Echo/Pias/Self, 2005).
Non c’è che dire, in quest’ultimo paio d’anni ai Black Rebel Motorcycle Club è capitato davvero di tutto… L’etichetta che li aveva messi sotto contratto per i primi due cd (ovverosia la Virgin) aveva puntato moltissimo su di loro, credendo forse che potessero esplodere alla grande nei circuiti rock alternativi, invece le attese sono rimaste in parte deluse e tutto ciò ha portato a un’evitabile rottura con il gruppo di San Francisco, il quale nel frattempo era anche venuto ai ferri corti con il drummer Nick Jago (che è uscito dalla formazione per un periodo, ma che adesso ne fa nuovamente parte!!). Insomma, tutti questi cambiamenti devono aver fatto riflettere parecchio i due mastermind della band, Robert Turner e Peter Hayes, ed infatti il loro terzo lavoro suona un po’ come un taglio netto con il passato. In poche parole Howl è un disco acustico (!!), che si lega molto più alla tradizione folk americana che non a ciò che eravamo abituati a sentire ai tempi di Take them on, on your own o del primo album. Il fatto è che non c’è più traccia di quel sound ruvido e grintoso che tanto era piaciuto agli appassionati di new rock e che sembrava una via di mezzo tra Stooges e The Jesus And Mary Chain, perché al suo posto troviamo cose ben più tranquille e convenzionali… C’è già chi ha paragonato il nuovo materiale alle canzoni di Johnny Cash, ed in effetti la cosa ha un senso perché nel cd si sente fortemente l’influenza di generi come il country e il blues, mentre è importante sottolineare che per ciò che riguarda le vocals ci sono variazioni meno “sconvolgenti” rispetto a quelle appena citate. Devo comunque ammettere che tale evoluzione (o forse dovrei dire involuzione?) non mi spiazza più di tanto perché i tre ragazzi, in realtà, mi sembrano quasi più adatti a suonare questo tipo di musica che non quella che ci hanno proposto in precedenza. Se qualcuno di voi ha avuto modo di vedere qualche loro concerto si sarà accorto che non riuscivano né a trasmettere energia né a sembrare davvero coinvolti, un po’ come se si ritrovassero a suonare cose che in realtà non li rappresentavano appieno dal punto di vista caratteriale/attitudinale. Chissà, forse le nuove composizioni rispecchiano maggiormente l’animo della band, e magari nella versione live risulteranno anche migliori di come sono su disco (con quelle vecchie invece accadeva l’esatto contrario!!). Resta comunque il fatto che Howl non è un brutto album, e che anzi si lascia ascoltare con piacere dall’inizio alla fine, ma è chiaro che molti fan del gruppo potranno rimanerne delusi. Non posso quindi fare a meno di mettere in guardia questi ultimi, ma credo anche che sia giusto lodare i BRMC per aver avuto il coraggio di osare così tanto…
Web: http://www.blackrebelmotorcycleclub.com/.
(Grendel)
The Bravery: The bravery
(CD - Island, 2005).
I The Bravery hanno una storia molto breve alle spalle (si sono infatti formati nel 2003…), ma sono già considerati come uno dei nomi di punta della scena alternative newyorkese. Avendo detto questo parecchi di voi penseranno immediatamente agli Interpol, ma in realtà il quintetto capitanato dal cantante Sam Endicott non ha molto in comune con la band di Paul Banks, poiché il sound proposto da quest’ultima è più oscuro di quanto si può ascoltare nell’album che mi accingo a recensire. In poche parole potremmo dire che anche i Bravery si rifanno agli anni ottanta e in particolare alla new wave inglese, ma hanno come modelli di riferimento formazioni diverse da quelle che hanno maggiormente influenzato gli autori di Antics (che in realtà prendono spunto soprattutto da una, vale a dire i Joy Division). L’attitudine di questi cinque ragazzi mi sembra un po’ più scanzonata di quella dei loro illustri concittadini, difatti le canzoni che ci presentano hanno quell’appeal pop che manca ai pezzi degli Interpol. Dovendo fare dei paragoni con altri giovani gruppi statunitensi nominerei piuttosto i The Killers, che in comune con questa band hanno la capacità di produrre brani orecchiabili, abbastanza semplici e diretti, oltre che molto adatti al dancefloor. Il disco si apre con “An honest mistake”, una canzone estremamente efficace che sembra riproporre certe cose dei Duran Duran in versione rock, mentre la successiva “No brakes” non lascia dubbi sul fatto che il quintetto sia stato influenzato dai lavori di Robert Smith e compagni (sia a livello musicale che vocale). Tra l’altro l’impressione che i Cure siano dei veri e propri “idoli” per i Bravery viene confermata in varie occasioni, perché il buon Sam cede spesso (forse anche troppo!) alla tentazione di cantare in stile “smithiano”, e anche il chitarrista Michael Z. propone riff che richiamano alla mente alcuni dei pezzi più famosi della formazione inglese. Per fortuna però il cd è abbastanza vario e non è solo una riproposizione di cose già sentite, non a caso episodi come “Out of line”, “Swollen summer”, “The ring song”, “Public service announcement” e la già citata “An honest mistake” fanno pensare ad un incrocio ben riuscito tra il cosiddetto new rock (quello alla Strokes tanto per capirsi…) e la wave prodotta nel Regno Unito un paio di decadi fa. In linea generale si può quindi parlare di un buon debutto, magari un tantino meno convincente di quelli di altri gruppi dediti a generi simili, ma pur sempre degno di una certa attenzione…
Web: http://www.thebravery.com/.
(Grendel)
Collection d’Arnell-Andréa: Au Val des Roses
(CD - Prikosnovénie/Audioglobe, 2005).
Continua da parte dell’etichetta francese Prikosnovénie la benemerita opera di riedizione dei primi lavori dei Collection d’Arnell-Andréa: dopo Un Autumne à Loroy, album d’esordio del gruppo, tocca ora a Au Val des Roses, secondo lavoro risalente al 1990.
Si tratta di un album bellissimo che consiglio a tutti quelli che se l’erano perso ai tempi (come noi) di recuperare assolutamente, perché presenta una serie di canzoni davvero uniche, malinconiche e struggenti nella migliore tradizione di questo gruppo francese. Brani molto noti come “Aux Cordes Eternelles”, “Un attente douleur” e “Un matin de septembre” si alternano ad altri meno conosciuti, ma ugualmente intensi ed ispirati sia a livello musicale che dal punto di vista dei testi (tutti presenti nel bel artwork del CD). Passione, romanticismo, nostalgia, sogno, dolore etc…, questi sono tra i tantissimi sentimenti che la musica dei Collection d’Arnell-Andréa mette allo scoperto, un mix magico ed inimitabile grazie alla perfetta combinazione tra sonorità cold-wave basate su basso e drum machine, echi di musica classica legati all’uso di violino e viola e superbe melodie eteree guidate dalla delicata ma potente voce di Chloé St Liphard.
Che altro dire? Solo che alle otto canzoni originali sono stati aggiunti nei CD altri due brani, un remix di “Un attente douleur” e un bel inedito “Refuge, we’re watching them dying” in linea con le ultime produzioni del gruppo, più una traccia video; insomma, che volete di più?
Web: http://www.prikosnovenie.com.
(Mircalla)
Daniele Brusaschetto: [Mezza luna piena]
(CD - Bar La Muerte/Bosco Rec./Dizlexiqa/Audioglobe, 2005).
Daniele Brusaschetto è davvero un personaggio particolare della scena alternativa italiana, non solo perché attivo su più fronti (troverete infatti in queste stesse pagine la recensione del disco di uno dei suoi tanti side-projects, gli Ich Niente), ma perché nella sua carriera non è mai riuscito a raggiungere un pubblico diverso da quella ”elite” di ascoltatori che lo segue da anni. Leggendo le note biografiche del chitarrista/cantante torinese si rimane stupiti dall’enorme numero di concerti tenuti dal 1995 ad oggi (che lo hanno portato a suonare anche in molti paesi europei e negli Stati Uniti), ma quello che impressiona di più è la discografia, che è davvero qualcosa di sterminato se si vanno a contare anche le partecipazioni a compilations e le varie collaborazioni. [Mezza luna piena] è il suo quinto cd ufficiale (considerando solo quelli a nome DB ovviamente, perché poi ci sono tutte le varie uscite sotto altri monicker…) e ci propone un sound raffinato, colto, per nulla scontato e ricco di sfumature. In generale si potrebbe parlare di rock sperimentale, di un specie di mix tra la nuova musica autoriale italiana e certe sonorità electro/noise, un po’ come se queste canzoni fossero il frutto di una collaborazione virtuale tra i Marlene Kuntz, Franco Battiato e qualche artista dell’ambito elettronico. Gli umori presenti all’interno dell’album sono molteplici, difatti in alcuni casi si fa un po’ fatica a comprendere certi passaggi repentini tra suoni a volte soft e ricercati e altre volte invece fragorosi o pesanti, ma devo dire che i tredici brani inclusi hanno un discreto fascino. Di sicuro non basta un solo ascolto per arrivare ad apprezzare appieno questo tipo di cose, ma del resto non credo che il dar vita a composizioni immediate o di facile interpretazione sia mai stato nelle intenzioni di Brusaschetto. Per quanto riguarda le singole track, mi sono molto piaciute “Ultima thule”, “Nuovi operai”, “Ciao bellissima”, “Dicètecelo” (sia per quanto riguarda le “bizzarrie” musicali proposte, sia per l’interpretazione vocale…), ma anche strumentali come “Stella stellina” o “Bandieralvento” non sono affatto male (anche se, stilisticamente parlando, sono piuttosto “convenzionali” se paragonate alle song citate in precedenza). Non so se con questo nuovo lavoro il musicista piemontese riuscirà a far circolare maggiormente il proprio nome, ma penso che le persone interessate a conoscere band/artisti che non hanno paura di sperimentare dovrebbero procurarselo, perché potrebbe davvero riuscire a stupirle!
Per informazioni: http://www.barlamuerte.com/; http://www.dizlexiqa.tk/.
Web: http://www.danielebrusaschetto.com/.
(Grendel)
Decoded Feedback: Combustion
(CD - Out of Line/Audioglobe, 2005).
A due anni di distanza dal precedente "Phoenix", tornano i Decoded Feedback, con "Combustion", un album di ottima fattura, forse il migliore della loro discografia. "Phoenix" era stato accusato di essere troppo prossimo allo stile di Suicide Commando ed effettivamente in alcuni brani (come la title-track), il paragone risultava inevitabile, mentre il nuovo album ha una sua personalità ben precisa e si stacca tanto dal filone "harsh-elettro" (quello che conta innumerevoli copie di Suicide Commando e Hocico), quanto dal filone "future-pop" (che del resto i Decoded Feedback non hanno mai frequentato); lo stile di "Combustion" mi ricorda semmai i Front 242 del periodo "Up Evil", producendo brani elettro-industrial che forse non sentirete in discoteca, anche se le varie "Combustion", "Birth of a nation" (brano qui in una nuova versione rispetto all'originale risalente ai tempi di "Technophoby")o "Sacrilege" non vi sfigurerebbero di certo. "Combustion" è un disco di elettro-industrial compatto ed oscuro (ascoltate "That's all you want", "Monument" o "2Faces") ma capace anche di svolte prossime alla techno ("Psy-storm") o di soluzione piu' "ariose" ("Supernova"), per un lavoro che non deluderà certamente i fans del duo italo-canadese.
Come consuetudine per i Decoded Feedback, anche il nuovo album include una cover, questa volta è toccato a "Sacrilege" dei Mentallo & The Fixer, un brano che non conoscevo per un gruppo che conosco pochissimo.... non so quindi come fosse la versione originale, ma posso dire che la versione qui presente è ottima. Indubbiamente uno dei migliori dischi elettro dell'anno.
Web: http://www.decodedfeedback.com.
(Candyman)
The Departure: Dirty words
(CD - Parlophone/EMI, 2005).
Ultimamente la scena alternativa inglese sta proponendo un numero impressionante di nuove formazioni piuttosto valide, e i giovanissimi The Departure sono senza ombra di dubbio una di queste. Il quintetto di cui sto parlando proviene da Northampton e sembra avere tutte le carte in regola per poter piacere agli appassionati di (brand) new wave (categoria di ascoltatori che comprende sia coloro che considerano tali sonorità come qualcosa di nuovo, sia tutti quelli che invece le hanno già apprezzate/ascoltate nel corso degli anni ottanta…). Il loro Dirty words gode di una produzione davvero eccellente (ad opera di Steve Osborne, già collaboratore di gruppi come New Order, Placebo e Suede), che ne esalta il dinamismo e conferisce spessore agli undici brani inclusi: in generale si tratta di canzoni piuttosto immediate e abbastanza fresche, nelle quali spiccano le linee melodiche create dalle chitarre ma anche la voce di David Jones, che per certi versi è un po’ fuori della norma. La timbrica di questo cantante si adatta benissimo al contesto musicale creato dal resto della band, ma in più egli si fa notare anche per il suo particolare accento (giusto per fare dei paragoni provate a pensare ai Subsonica e a quanto l’inflessione dialettale di Samuel caratterizzi le loro song…) e per l’interpretazione, davvero convincente a mio avviso. Il mix tra brit pop e wave cui sono dediti i Departure riesce a catturare fin dalle prime battute e pur rimandando a cose piuttosto familiari (vale a dire al sound di gente come Blur, Echo & The Bunnymen o Cure) non arriva mai a sembrarne una brutta copia, anzi certe similitudini sono anche interessanti da notare perché, diciamoci la verità, è bello sentire gruppi che riescono a far tesoro dell’insegnamento di alcuni loro illustri predecessori e a riproporre in chiave più moderna ciò che hanno imparato! Tra i pezzi da segnalare ci sono senz’altro i già famosi (e ottimi) “All mapped out” e “Lump in my throat”, ma anche episodi come “Changing pilots” (contraddistinto da atmosfere piuttosto oscure), “Just like Tv” (a metà strada tra gothic e emo!!), “Only human” (brano in stile Interpol) e molti altri hanno un notevole fascino, tanto da far pensare che se questo quintetto continuerà nella direzione intrapresa probabilmente raggiungerà traguardi ragguardevoli nel giro di pochissimo tempo!
Web: http://www.thedeparture.com/.
(Grendel)
Diary of Dreams: Alive
(CD - Accession Records/Audioglobe, 2005).
Dopo svariati dischi, anche per i Diary of Dreams è arrivato il momento del "live album". Il cd in questione raccoglie tredici tracce, registrate nel corso del "Nigredo Tour", per una tracklist che spazia tra la produzione piu' recente ("Menschfeind", "Giftraum", "Reign of Chaos", ecc..) ad episodi che risalgono ai primi album della band di Adrian Hates ("End of flowers", "But the wind was stronger", "Methusalem"). Chi ha avuto modo di assistere a concerti della band tedesca, ritroverà in questo cd lo stesso pathos e la stessa carica drammatica che i Diary of Dreams sanno produrre sul palco (anche se è ovvio che ascoltare un cd nel salotto di casa non può dare le stesse vibrazioni di un'esperienza diretta), con la voce di Adrian Hates come sempre in bella evidenza, al servizio di brani dalla grande intensità emotiva. Una valida tracklist (da notare l'assenza della bella ma inflazionatissima "Butterfly:dance!") ed una buona qualità audio, per un cd che comunque, niente aggiunge e niente toglie al giudizio che ognuno di voi può avere sui Diary of Dreams. Sicuramente piu' interessante si preannuncia il DVD che la band dovrebbe realizzare nei prossimi mesi.
Web: http://www.diaryofdreams.de.
(Candyman)
Editors: The back room
(CD - Kitchenware/Sony BMG, 2005).
La storia degli Editors è davvero molto simile a quella di tante band inglesi, il quartetto infatti si è formato quando i suoi membri frequentavano l’università, e più precisamente quella di Stafford. Alla fine del 2004 è arrivato il primo contratto discografico con la label indipendente Kitchenware e in gennaio è uscito il singolo “Bullets”, poi seguito da “Munich”. A fine luglio è stata la volta del debut oggetto di questa recensione, ma c’è da dire che anche sul fronte live il gruppo si è dato parecchio da fare, visto che ha partecipato a numerosi e importanti festival (vedi quelli di Glastonbury, Reading/Leeds e anche il “nostro” Independent Days…). Quando li si ascolta per la prima volta si ha la netta impressione che questi quattro ragazzi abbiano fatto colazione a “pane e Interpol” per mesi e mesi, difatti i parallelismi tra la formazione di Paul Banks e gli Editors non sono certo pochi, con il tempo però ci si rende conto che non si può parlare di un tentativo di clonazione perché The back room risulta un po’ più dinamico rispetto ai dischi realizzati dai newyorkesi. Inoltre esso non è un lavoro qualunque, ma piuttosto un qualcosa di particolarmente ben riuscito, non a caso gli undici brani che contiene sono tutti potenziali singoli che si distinguono sia per la linearità/semplicità della struttura che per la loro efficacia. In apertura troviamo la sognante “Lights”, subito seguita dalla già citata “Munich” (caratterizzata da un sound di chitarre in puro Interpol-style) e da “Blood”, una canzone piuttosto tirata rispetto alle altre e difficile da dimenticare a causa del suo micidiale ritornello. La quarta traccia (“Fall”) propone atmosfere soft e ritmi rilassanti, mentre “All sparks” è più simile alle song iniziali. È poi il turno della bellissima “Camera” (che, nel caso l’ascoltatore avesse ancora qualche dubbio, fa capire una volta per tutte quanto questa band sia debitrice dei Joy Division), dell’incalzante “Fingers in the factories” e di “Bullets”, che a mio parere potrebbe funzionare molto bene anche negli alternative dancefloor. In chiusura troviamo “Someone says”, “Distance” e il più che convincente “Open your arms”, un pezzo che ricorda vagamente gli Psychedelic Furs e che dimostra la bravura del quartetto anche sulla lunga distanza (è infatti uno dei pochi che dura più di quattro minuti). Insomma, direi che si tratta di un esordio coi fiocchi, e che non si può far altro che raccomandarne l’ascolto ai fan di questo tipo di sonorità…
Web: http://www.editorsofficial.com/.
(Grendel)
The Evpatoria Report: Golevka
(CD - Shayo Disk, 2005).
Non posso certo asserire di essere un grande esperto della scena musicale svizzera ma, per essere un paese così piccolo e scarsamente abitato, ha generato diversi gruppi di ottimo livello negli anni passati (sto pensando a nomi come The Young Gods, solo per citarne uno tra i più famosi). Il nome di questa formazione mi era assolutamente sconosciuto, anche se avevano già prodotto un mini CD di due brani nel 2003. Le note allegate al CD hanno immediatamente risvegliato la mia curiosità, citando come ispirazione nomi di una certa importanza nell’ambiente cosiddetto post-rock, in particolare quello dei canadesi Godspeed You Black Emperor, sicuramente il mio gruppo favorito all’interno di quelle sonorità e uno dei miei preferiti in assoluto negli ultimi anni, soprattutto in dimensione live, dove l’incredibile potenza del loro suono raggiunge vertici difficilmente eguagliabile. Certo, non sempre le note di copertina sono molto affidabili, ma devo ammettere che in questo caso lo sono state: il combo svizzero si avvicina molto alle sonorità espresse dai nordamericani, pur con una formazione meno numerosa. I loro brani partono lenti e in sordina e crescono lentamente ma in maniera inesorabile. Rispetto al gruppo sopra citato, forse, gli Evpatoria Report mantengono, anche nei momenti in cui il muro di suono invade ogni spazio possibile, una linea melodica leggermente più riconoscibile; si distinguono anche per un’uso differente dell’elettronica, che potremmo definire leggermente più “industriale” (le virgolette sono d’obbligo…). Certo, l’ispirazione è ben visibile colpisce fin da subito ma, tra i numerosi gruppi che si sono dedicati a sonorità di questo tipo, questi svizzeri sono sicuramente tra i migliori da me ascoltati e raggiungono livelli assai elevati; eccellente, in particolare, il brano conclusivo “Dipole experiment” in cui hanno collaborato con un’orchestra e un coro che aggiungono alla splendida musica quel tocco di originalità che permette loro di avvicinarsi al capolavoro, riportando alla mia mente addirittura il nome di Ennio Morricone, pur in uno stile completamente differente. Per quanto mi riguarda, si tratta di uno dei dischi migliori ascoltati quest’anno. Da segnalare anche la possibilità di scaricare, dal loro sito ufficiale, i due brani del loro primo lavoro e la suite introduttiva di questo Gloevka intitolata “Prognoz”.
Web: http://www.the-evpatoria-report.net.
(Ankh)
Falling You: Touch
(CD - Fossil Dungeon, 2005).
Il nome dei Falling You non mi è del tutto nuovo: mi era infatti capitato, in passato, di scaricare diversi loro brani da qualche sito ufficiale su web; devo dire, però, che non avevo dedicato loro sufficiente attenzione in quanto mi sono reso conto, grazie a questo CD, che si tratta di un gruppo estremamente interessante. Di fatto è il progetto di un musicista elettronico che risponde al nome di John Michael Zorko, che si avvale però della splendida collaborazione di alcune cantanti dotate di ottime capacità e, spesso, di una certa fama: Dru Allen (This Ascension, Mirabilis), Aimee Page (fondatrice di un gruppo a me ignoto, chiamato “Vishnu's Secret”), Jennifer McPeak (anche lei non mi era nota in precedenza), Sara Ayers (musicista attiva da oltre vent’anni), Victoria Lloyd (Claire Voyant, Mirabilis) ed Erica Mulkey (aka Dark Muse). La composizioni di questo interessante progetto sono, nella gran parte, caratterizzate da un flusso di suoni ambientali che fanno da sottofondo alle delicate emissioni vocali delle cantanti, un po’ nello stile delle produzioni della Ventricle Records, rispetto alle quali questo lavoro è leggermente più “corporeo” e spinto verso ambientazioni trip hop: se nei lavori (almeno, nei pochi che conosco) dell’etichetta di Seattle, la musica sembra solo fluttuare incorporea intorno alle voci, in questo caso le sonorità sono più presenti e fisiche, talvolta quasi solo come sonorità ambientale, talaltra in maniera più concreta, addirittura ritmata in alcuni casi; i ritmi sono quelli lenti e caldi del trip hop; si riconoscono, al di sopra delle basi elettroniche d’ambiente, chitarra e violino, violoncello e strumenti etnici come il bastone della pioggia. Il risultato è, a mio giudizio, piacevole ed estremamente rilassante: fragile ma allo stesso tempo presente. Collaborazioni di questo tipo meriterebbero probabilmente più attenzione e una maggiore promozione da parte degli addetti ai lavori; di certo non si tratta di un lavoro semplicissimo, se non altro perché rifiuta di inserirsi un un vero e proprio “genere” ma la qualità è, nel complesso, decisamente elevata anche se, in alcuni punti, dà l’impressione di “già sentito”; a mio parere si tratta, in questo caso, di un peccato veniale.
Web: http://www.fossildungeon.com/fossildungeon/artists_falling_you.htm.
(Ankh)
The Frozen Autumn: Is anybody there ?
(CD - Pandaimonium Records/Audioglobe, 2005).
Sarà un caso che il nuovo album dei Frozen Autumn sia stato pubblicato pochi giorni prima del 21 settembre (inizio dell'Autunno)? Al di là di queste curiosità, trovo che poche bands abbiano un nome così ben rappresentativo della musica che propongono; la musica dei Frozen Autumn incarna perfettamente il gelo (l'artwork del cd è esemplificativo in tal senso) e gli stati d'animo che si è soliti associare alla stagione autunnale: malinconia e decadenza. Le dieci nuove tracce (oltre a due remix a cura di Clan of Xymox e Dust of Basement) di "Is anybody there?" sono ancora una volta dei perfetti esempi di cold-wave fredda ma passionale; musica elegante nei canoni tipici del duo torinese, debitore della lezione dei maestri/amici Clan of Xymox. Si ascolti in particolare l'inizio di "Static Cold" (a mio avviso una delle migliori tracce del disco) e si noti la sua forte somiglianza con "Stranger" della band di Ronny Morings. Rispetto ai lavori precedenti possiamo forse riscontrare in alcuni brani, una maggiore propensione "dance" (virgolette quanto mai d'obbligo); mi riferisco in particolare alla già citata "Static Cold", a "Faceless Names" ed "Ashes". La pacata "Oblivion" rappresenta un intervallo prima di una strepitosa sequenza, all'insegna della miglior new-wave (arricchita di elementi dance) rappresentata dalle ottime "Venetian Blinds" (la migliore dei quattro brani cantati da Arianna), "Guardian Angel" e "Concavo-Convex". La conclusiva "Citywards" ci porta in atmosfere rarefatte ed intime, tra freddi synth ed un ancor piu' freddo violino. Semplici bonus i due remix già citati in precedenza; poco aggiungono ad un disco già ottimo che conferma la grande classe del duo torinese. Dischi come questo danno lustro alla musica italiana.
Web: http://www.frozenautumn.com.
(Candyman)
Funker Vogt: Fallen Hero
(MCD - Synthetic Symphony, 2005).
Che dire dei Funker Vogt che già non sia stato inciso nel loro curriculum? "Fallen hero" assolve il compito di apripista dell'album "Navigator" senza aggiunger lodi ulteriori al loro palmares, e pure senza insinuar accuse d'infamia. Il pezzo che attribuisce il titolo al mini implementa la vicenda dell' eroe tragico che già avevamo conosciuto in passato, interessanti sono le versioni affidate agli emergenti The Birthday Massacre ed Underwater Pilots. Il brano piace già di suo, e pure nelle due rinnovellate vesti (v'è pure un terzo episodio, sottotitolato "Vereinight"). "Pain" ed "Our battlefield" non fanno parte della tracklist del nuovo disco, e nel loro ruolo di inedite sono carine quanto basta, pur se assolutamente assecondanti lo stile di Gerrit e Jens.
Web: http://www.funker-vogt.com.
(Hadrianus)
Funker Vogt: Navigator
(CD - Synthetic Symphony/Audioglobe, 2005).
Vi sono artisti che, a torto o ragione, giungono ad un punto della propria carriera in cui sentono bisogno di cambiare stile (gli ultimi album di VNV Nation e, sopratutto, Apoptygma Berzerk ne sono un chiaro esempio) ed altri che invece rimangono rigidamente fedeli al proprio stile. In quest'ultima categoria rientrano sicuramente i Funker Vogt che però con "Navigator" non solo producono un disco contraddistinto dal loro tipico sound, ma si appiattiscono su canzoni che mancano di mordente e degli spunti che (seppur in maniera non esaltante) avevano contraddistinto i piu' recenti "Machine Zeit" e "Survivor". Non è servito nemmeno andare a riesumare il mitico "Tragic Hero", ora divenuto "Fallen Hero", in un brano (primo singolo estratto dall'album) che non ha nemmeno un decimo del fascino del suo predecessore. "Navigator" si riduce così ad essere un freddo esercizio di stile, la ripetizione di un clichè ormai un pò logoro, senza nessun particolare guizzo. Le prime 11 tracce si riducono ad essere una sequela di brani mediocri e molto simili tra di loro; per trovare qualcosa di diverso bisogna attendere gli ultimi due brani: "Fuer dich" è un brano romantico (magari anche un pò sdolcinato), abbastanza insolito per i Funker Vogt e che può rivestire il ruolo che nell'album precedente era toccato a "Red Queen", mentre la conclusiva "Vorwaerts" si rivela come la migliore del disco: un brano duro ed aggressivo che rimanda ai primi album della formazione tedesca. Troppo poco per promuovere questo disco.
Web: http://www.funkervogt.de.
(Candyman)
The Futureheads: The futureheads
(CD - 679 Recordings, 2005).
L’incontro tra i membri dei The Futureheads è avvenuto qualche anno fa grazie ad un progetto statale senza scopo di lucro della città di Sunderland (Uk), che mirava a creare un luogo di aggregazione per i giovani abitanti di quella zona e a coinvolgerli in attività inerenti all’ambito musicale. Il quartetto ha realizzato il primo demo nel 2000 e ha poi iniziato a esibirsi dal vivo, anche se i primi show erano a dir poco brevissimi (pare infatti che non durassero più di quindici minuti!!). Nessuno dei componenti della band aveva mai pensato di poter diventare famoso, né si era mai impegnato per esserlo, ma la pubblicazione di singoli come “First day” e “1,2,3 – Nul” ha fatto sì che la stampa britannica iniziasse ad occuparsi di loro e a farli conoscere al grande pubblico. Nel 2005 è uscito l’omonimo album di debutto, che si inserisce nel filone brand new wave e che, di conseguenza, si presta ad essere paragonato ad altri lavori simili pubblicati di recente nel Regno Unito. È perciò opportuno sottolineare che esso mi è parso un po’ meno brillante di altre cose ascoltate ultimamente, anche se non si può certo parlare di canzoni brutte o poco curate… In poche parole i quattro hanno mostrato di avere buone capacità compositive ed esecutive, ma non sono riusciti a creare brani davvero efficaci, di quelli che ti colpiscono fin dalle prime battute. Insomma, i pezzi inclusi nel cd sono carini e abbastanza piacevoli, ma non sono “travolgenti” e non hanno quella carica che invece caratterizza tutte le composizioni di gruppi come Maxïmo Park e Bloc Party. Ho fatto questi due nomi perché i Futureheads hanno parecchie cose in comune con essi, in particolar modo il fatto di essere stati molto influenzati dal post-punk inglese. Il punto è che però la musica dei primi due, nel complesso, è più fresca e originale di quella dei ragazzi di Sunderland, e risulta di qualità superiore perché propone un abbinamento a dir poco perfetto tra il vecchio e il nuovo. Tale abbinamento è riuscito forse un po’ meno bene agli autori di questo disco, e infatti le loro canzoni appaiono un po’ tutte uguali, oltre a dare l’impressione di essere contraddistinte da suoni troppo datati. Come dicevo in precedenza la band ha senz’altro un grosso potenziale, che magari in futuro potrebbe permetterle di fare un bel salto di qualità, ma per il momento non è tra quelle che consiglierei maggiormente a coloro che si stanno appassionando alla “nu” new wave…
Web: http://www.thefutureheads.com/.
(Grendel)
Goldfrapp: Supernature
(CD - Mute, 2005).
I Goldfrapp (duo composto dalla cantante e tastierista Alison e dal compositore di colonne sonore Will Gregory) sono stati uno dei nomi di punta della scena trip-hop e del Bristol sound, difatti il loro esordio (dal titolo Felt mountain) è considerato come uno degli album più rappresentativi di quel particolare ambito musicale. Le melodie raffinate e le atmosfere da sogno che lo caratterizzano avevano convinto una folta schiera di ascoltatori, ma questi ultimi cominciarono a storcere il naso già con l’uscita del successore Black cherry (2003), disco di matrice electro-pop da molti considerato spudoratamente commerciale. Insomma, viste le premesse non oso immaginare cosa diranno i fan della prima ora quando ascolteranno questo Supernature, lavoro “furbo” e accattivante che sembra una sorta di collage tra generi diversi e che ci regala musica che appare allo stesso tempo nuova e scontata. In effetti la mia ultima affermazione può sembrare un po’ un controsenso, ma il fatto è che le tracce incluse nel cd non sono così facilmente etichettabili come potrebbero sembrare la prima volta che le si sente. Si tratta di materiale molto “easy” e questo è innegabile, ma se si cerca di analizzarlo nel dettaglio ci si rende conto che è il frutto di un processo di fusione di stili abbastanza elaborato. L’iniziale “Ooh la la” richiama certa electro minimale di qualche decade fa, ma ad essa si aggiungono sonorità rockeggianti che danno vita ad un qualcosa di abbastanza simile a quanto proposto di recente dai The Kills, mentre le successive “Lovely 2 C U” e “Ride a white horse” sono ottimi esempi di dance anni ottanta. Con “You never know” le cose cambiano radicalmente, difatti essa è caratterizzata da melodie ricercate e intriganti, che rimandano addirittura alla darkwave più eterea e raffinata, ma anche “Let it take you” è molto diversa dalla triade iniziale (sembra quasi di sentire un brano trip-hop cantato dalla vocalist dei Cardigans!!). Subito dopo è la volta di “Fly me away”, che piacerà parecchio agli appassionati di synth-pop, e di “Slide in”, che invece si avvicina di più a territori electroclash. Ancora synth-pop con “Koko”, mentre la deliziosa “Satin chic” si mette in evidenza per l’abbinamento tra sonorità da cabaret anni trenta e la moderna musica elettronica. In chiusura ci sono l’evanescente “Time out from the world”, che a tratti fa venire in mente gli Air (ma anche i Massive Attack) e “Number one”, che ancora una volta mostra la propensione dei Goldfrapp verso il pop da classifica. Non so quanti dei lettori di Ver Sacrum saranno incuriositi da un prodotto del genere, ma credo che i più open-minded potrebbero trovarlo interessante, anche perché le canzoni che contiene sono piuttosto gradevoli e formalmente molto curate. Se invece siete tra coloro che mal sopportano le cose troppo sdolcinate vi consiglio di girare alla larga da Supernature, perché non è proprio il disco che fa per voi!!
Web: http://www.goldfrapp.co.uk/.
(Grendel)
Ich Niente: Ri-tagli
(CD - Bosco Rec./Into My Bed, 2004).
In queste pagine troverete la recensione del nuovo album di Daniele Brusaschetto (dal titolo [Mezza luna piena]), ma anche quello di cui sto per parlare è un lavoro imputabile all’artista torinese, che in circa dieci anni di carriera si è dato molto da fare sia in veste solista, sia con vari side-projects (vedi ad esempio Diononesiste, Mudcake, All Scars Orchestra, Whip e Lime). In generale un po’ tutta la sua musica non può essere considerata né “ordinaria” né immediata, e ovviamente lo stesso discorso vale anche per gli Ich Niente, dato che il loro Ri-tagli non è certo un disco di facile assimilazione. Esso è stato registrato in presa diretta “in un giorno dell’agosto 2004” (come possiamo leggere all’interno del digipack…) dallo stesso Daniele e dal chitarrista Mirco Rizzi, infatti quello che le otto tracce incluse ci propongono è materiale che sembra nato da un processo creativo del tutto spontaneo. L’impressione è che i due si siano lasciati andare alle emozioni del momento e all’improvvisazione, dando vita a qualcosa che, in precedenza, non aveva una forma ben precisa. Può darsi che mi sbagli, ma credo che le canzoni del cd siano (almeno in parte) state create direttamente in sala d’incisione, e che siano il frutto della sperimentazione di varie soluzioni sonore congeniali ai due autori. Man mano che si procede nell’ascolto del disco ci si rende conto che il sound si fa sempre più particolare e straniante, tanto da ricordare certo dark-ambient di matrice nordeuropea. I tre brani iniziali (vale a dire “Prime impressioni”, “Du whe” e “Ghghghghghghghgh”) sono infatti il frutto di divagazioni chitarristiche abbastanza nella norma, ma nel quarto pezzo (“Baigon”) si ha un passaggio verso sonorità noise/avantgarde che, pur non essendo mai portate agli estremi, costituiscono un radicale cambiamento rispetto a quanto proposto all’inizio. Ci sono poi altre due song che confermano la precedente affermazione, cioè le conclusive “Chiamala” e “Lunga 02”: la prima sembra tratta dai lavori di qualche band Cold Meat, ed è caratterizzata da atmosfere rarefatte e ipnotiche, mentre la seconda ha un che di oscuro e inquietante che personalmente ho molto apprezzato… Insomma, come avrete capito Ri-tagli è una release che non si rivolge al grosso pubblico, ma credo comunque che parecchie persone (specie tra i musicisti e gli addetti ai lavori) ne apprezzeranno il fascino e la non convenzionalità.
Per informazioni: http://xoomer.virgilio.it/ashpool/.
Web: http://www.danielebrusaschetto.com/.
(Grendel)
In The Nursery: Electric Edwardians
(CD - ITN Corporation, 2005).
Non è semplice recensire quest'ultima fatica degli In The Nursery; non siamo infatti al cospetto del nuovo album dei gemelli Humberstone, bensì di una colonna sonora (sesta opera di tale genere all'interno della loro corposa discografia) realizzata per una serie di brevi films che documentano diversi aspetti della vita della gente comune nel Nord dell'Inghilterra, Scozia, Galles ed Irlanda tra la fine dell'800 e l'inizio del '900. Trentuno brevi tracce che sottolineano in modo perfetto (almeno questo è il giudizio di chi ha visto i films, beneficiando quindi dell'aspetto visivo oltre che di quello uditivo) le immagini che accompagnano. Le difficoltà di recensione a cui facevo riferimento all'inizio dell'articolo sono dovute proprio al fatto che reputo che in lavori come questo, gli aspetti audio e video siano inscindibili, pertanto è difficile godere appieno di queste brevi tracce; la classe degli In The Nursery è innegabile e risaputa, ma senza l'ausilio delle immagini ci si trova al cospetto di una sorta di opera incompiuta.
Web: http://www.inthenursery.com.
(Candyman)
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