Recensioni giugno 2007

 


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Aa.Vv.: Fairy World 3 (CD - Prikosnovénie/Audioglobe, 2007). L’opprimente caldura del meriggio estivo è stata appena spazzata via da un improvviso quanto benaccetto fortunale, mi godo l’aere netto e leggiero alla finestra della mia stanza, mentre i nembi scuri si sfilacciano all’occaso. Se poc’anzi parea che forze ignote e sovrumane volessero schiacciarci al suolo arso, ora ci libriamo risollevati! Inserisco nel lettore questo bel CD della pregiatissima "Prikos", che gli Dei siano benevoli con Ella!, e schiaccio il tasto Random, onde godermi proprio ad onta dell’ordine e del rigore queste belle e piacevolissime melodie! Per primi il caso ha voluto gli ellenici Daemonia Nymphe, poi è il turno degli eccellentissimi bulgari Irfan, risalgo quindi i Balcani, ed i piedi dolgono idealmente, mentre percorro tratturi calzando sandali primitivi, come un novello peregrino alla ricerca di qualche fonte purissima od un pittore desioso di iscoprire paesaggi incontaminati. Come il solito, a queste operazioni non va attribuito un valore puramente enciclopedico, non fungendo solo da piccolo catalogo di prossime uscite, perché il livello di queste composizioni, ed ovviamente dei loro autori, è realmente elevato. Difficile comparar i singoli episodi, vanno estratti con cura uno ad uno, ed apprezzati in tutta la loro ineguagliabile beltà. Su diciaotto canzoni, dieci sono quelle inedite, ma anche se delle altre qualcheduna già l’avete udita, fortunelli!, parimenti piacere proverete al ri-ascolto! Gli autori? Eccoli tuttinfila: Irfan e Daemonia Nymphe già nominati, poscia Maple Bee prossimi di tour che li recherà fuor d’Albione, i bizzarri Onze H3O con due brani, Amadou Sanfo dal Burkina Faso, Secret Vibes, Antrabata (bis pure per loro), Mediavolo, Hallucinations (dal vivo), Sharon Lewis, Pinknruby (li amo, li adoro!), Lys (remix Moon Far Away), Misstrip, Artesia, i noti ed apprezzati Collection d’Arnell Andrea (dei veterani, sempre più maturi ed incisivi con la loro drammatica cold-wave) ed infine il violinista Ceco Ivo Sedlaceck. "Imaginary words, sensitive music" è il motto della label, quanto mai appropriato! Web: http://www.prikosnovenie.com. (Hadrianus)

Adam: Adam (CD - Fear Section/Audioglobe, 2007). Nel proliferare di band harsh-elettro, l'Italia non poteva certo stare a guardare ed ecco quindi, tra tanti, il nome degli Adam ergersi dalla massa in maniera assai decisa, tanto che la band veneta giunge al full-length di debutto nientemeno che su Fear Section (label di Chris Pohl). "Adam" sviluppa brani potenti seguendo le coordinate tipiche dell'harsh-elettro e pur non brillando certo per originalità, rispetto ai gruppi del carrozzone Noitekk (tanto per non fare nomi) dimostra una maggior perizia nei suoni che risultano particolarmente accattivanti in pezzi come "Voodoo Nation", "Dead Walking Machine" e "Ugly smile", tutti potenziali hits da dancefloor; interessante anche la cover del classico hit anni'80 "Send me an angel" (a cui partecipa come guest vocalist Constance Rudert dei Blutengel). Sulla lunga distanza il disco segna però indubbiamente il passo, denunciando tutti i limiti di un genere ormai sfruttato a fondo. Le cose migliori arrivano da un brano come "Dead syllables", che per buona parte abbandona il tipico cantato harsh, a favore di una voce pulita che giova indubbiamente alla resa del brano (ed il mio modesto consiglio sarebbe quello di puntare anche in futuro su questa impostazione vocale); concetto ribadito nella conclusiva "Falling down again", imperniata su voce e pianoforte. Web: http://www.churchofadam.com. (Candyman)

Air Conditioning: Dead rails (CD - Load Records/Goodfellas, 2007). Allentown, la città da cui provengono gli Air Conditioning, deve essere un posto da schifo, uno di quei luoghi alienanti dove non c’è granché da fare e dove le persone devono inventarsi le cose più astruse per riuscire a riempire il loro tempo libero. O forse non è niente di tutto questo, forse è una gran bella città che offre moltissimo ai suoi abitanti, ma magari i componenti della band di cui stiamo parlando non sono tipi che si accontentano, e con ogni probabilità non gliene frega nulla di fare una vita normale, di avere gli hobby che quasi tutti hanno, e di suonare musica anche solo vagamente strutturata o melodica. Credo che Robert Jürgensen (voce, basso), Matt Franco (chitarra) e Sean McGuinness (percussioni) siano degli spiriti liberi, dei personaggi che mai cederebbero alla tentazione di fare un disco commerciale, e forse sono convinti che i brani che compongono abbiano un senso logico, o addirittura un filo conduttore comune. Davvero non oso immaginare cosa può girare nella testa di questi eccentrici individui, ma di sicuro so che la loro proposta è quanto di più ostico mi sia capitato di sentire di recente. Il cd si apre con “Where to litter/Trash burning”, malatissimo esempio di noise-rock ultradistorto capace di sconvolgere anche i più smaliziati e avvezzi a certi estremismi sonori, ma pure il successivo “Conclusions/Concussions” sembra fatto apposta per mettere a dura prova l’apparato auditivo del povero ascoltatore, già fortemente provato dagli oltre otto minuti di durata dell’opener. La terza traccia, denominata “ I run low”, rappresenta una sorta di “quiete dopo la tempesta” (trattasi infatti di un breve episodio caratterizzato da atmosfere piuttosto rilassanti…), ma è con la quarta ed ultima ”canzone” (dal titolo “Accept your paralysis/Cephalexin”) che arriva il vero colpo di grazia, non tanto per la pesantezza del sound quanto per la sua totale incoerenza e disarmonia. Inutile dire che chi apprezza la non-musica e la cacofonia più totale può trovare negli Air Conditioning dei nuovi dei da idolatrare, ma tutti gli altri faranno bene a tenersi molto lontani da una release come questa!! Web: http://www.loadrecords.com/. (Grendel)

Arcade Fire: Neon bible (CD - Merge, 2007). Ricordo che circa tre anni fa, in occasione dell’uscita del debut degli Arcade Fire (intitolato Funeral…), la critica musicale fu molto tenera nei confronti di questa band, inserendola addirittura nel gruppo delle giovani promesse dell’indie-alt rock (quelle che, a detta di alcuni, dovrebbero addirittura contribuire a risollevare le sorti di una scena che necessita continuamente di rinnovarsi). Già allora la proposta dei canadesi non mi aveva convinto più di tanto, e devo dire che anche la loro seconda prova in studio non è qualcosa che può in alcun modo esaltarmi, né convincermi che essi facciano parte della categoria degli “intoccabili”: al di là del fatto che non ho nessuna simpatia per quei musicisti pretenziosamente intellettualoidi, che hanno pure la convinzione di essere dei veri artisti, gli Arcade Fire mi sembrano più una montatura della loro casa discografica che altro, ed ho anche l’impressione che di talento non ne abbiano poi moltissimo. Questo perché Neon bible è un disco discontinuo e interlocutorio, fatto sia di canzoni piuttosto belle, sia di schifezze inascoltabili che, orrore degli orrori, mi ricordano addirittura certe robacce melense di Bruce Springsteen (non a caso la voce di Win Butler, in certi frangenti, ricorda parecchio quella del Boss!!). Insomma, il rock crepuscolare e “back to the roots”che il gruppo ci propina può essere digeribile in certi casi (vedi ad esempio un brano come “Intervention”, che si mette in luce più che altro per la bellezza degli arrangiamenti), ma è davvero insopportabile in altri (“Keep the car running”, “Windowstill”, “Ocean of noise” e via dicendo), e purtroppo la presenza di episodi un po’ particolari come “Black wave/Bad vibrations” o “No cars go” (caratterizzati da influenze new wave…) non riesce a risollevare le sorti di un lavoro senz’altro poco adatto ad un pubblico dal palato fine, ma destinato piuttosto a raccogliere consensi tra chi segue i trend del momento. Web: http://www.arcadefire.com/. (Grendel)

The Bravery: The sun and the moon (CD - Island Records, 2007). Tra i tanti ritorni “importanti” di questa prima metà del 2007 c’è senz’altro quello dei The Bravery, quintetto (con base a New York) che un paio di anni fa si era imposto all’attenzione del pubblico con un album omonimo influenzato sia dalla wave inglese che dal new rock di stampo americano, con particolare riferimento al sound dei celeberrimi Strokes e dei Killers. E proprio a proposito di questi ultimi, pare che il cantante Brandon Flowers abbia dichiarato apertamente la sua antipatia nei confronti della band capitanata da Sam Endicott, accusandola di plagio e perfino di “poca serietà” (affermazione legata al fatto che lo stesso Sam e il tastierista John Conway, prima di iniziare l’avventura con i Bravery, erano membri di un gruppo ska…), ma forse gli sarebbe convenuto rimanersene zitto perché il suo secondo disco, uscito qualche mese fa, non è all’altezza di questo The sun and the moon, che lo supera sotto tutti i punti di vista. Personalmente non posso dire di aver apprezzato troppo il debut dei newyorkesi, ma le nuove canzoni sono piuttosto belle e curate nei minimi dettagli, inoltre è stato un sollievo notare che non sono stati inclusi i soliti “odiosi” riempitivi, che invece sono presenti in quasi tutte le ultime release di formazioni che hanno contribuito al revival new wave che tanti proseliti ha fatto in anni recenti. Le qualità che più apprezzo di questi brani sono la semplicità e l’immediatezza, unite ad un appeal pop che non appare mai eccessivo e fa da ulteriore collante tra i vari episodi, peraltro già perfettamente collegati tra loro sia a livello stilistico che formale. Tra i miei preferiti citerei “Every word is a knife in my ear”, “Above and below”, “Fistful of sand” e “Believe”, ma anche i super-melodici “The ocean” e “Time won’t let me go” non sono niente male, anzi mi sembrano azzeccati e molto ben inseriti nel contesto generale. I vecchi fan del quintetto hanno di che rallegrarsi quindi, e in più possono fare affidamento su una band che, a differenza di tante altre appartenenti alla stessa scena, ha saputo migliorarsi e progredire pur non snaturando la sua proposta musicale originaria. Web: http://www.thebravery.com/. (Grendel)

Daemonia Nymphe: Krataia Asterope (CD - Prikosnovenie, 2007). A cinque anni dal cd d’esordio, i greci Daemonia Nymphe escono con il loro terzo lavoro per la Prikosnovenie, il secondo totalmente nuovo. Nel frattempo il gruppo capitanato da Spyros Giasafakis ed Evi Stergious, sempre circondato da un gran numero di guest musicians, pare che sia diventato una sorta di istituzione in patria, arrivando a comporre le musiche di numerosi documentari sulla Grecia antica, e dando vita a tour sponsorizzati dal ministero della cultura greco. Segno di questa fama è senza dubbio la partecipazione a Krataia Asterope del suonatore di lira Antonis Xylouris (Psarantonis), vera e propria leggenda della musica cretese. Dunque, se avevo definito l’album di esordio un capolavoro, con Krataia Asterope siamo da quelle parti, anzi andiamo sicuramente oltre. Spyros Giasafakis, Evi Stergious e collaboratori, pare abbiamo abbandonato il crinale pericoloso dell’approccio più propriamente filologico, per donare alla loro musica una straordinaria dose di corposità e potenza, a volte -vorrei dire- al limite del rock. Certo non mancano gli strumenti antichi ricostruiti sempre da Nicholas Brass, ma alle ancestrali sonorità create da lira, cetra, syrinx , crotala, kymbalon, keras, askaulos, sistrum e percussioni, che anzi sono sempre di più l’impalcatura dei pezzi proposti, questa volta è venuta incontro una produzione che ha rinforzato i suoni, li ha in qualche modo monumentalizzati, rendendoli in certi casi aggressivi e potenti, con l’aggiunta di strumenti moderni e un pizzico di elettronica (l’opening “Esodos”). L’aspetto heavenly è in qualche modo meno evidente e anche se lo ritroviamo intatto in pezzi come “Syrens of Ulysses” o “Hymaeneos”, ad esempio, forse sono capolavori sontuosi come la title track col suo crescendo emozionante, o la danza dionisiaca di “Daemonos”, o la bellissima sincopata “Dios astrapaiou”, o la lirica “To Goddes Mnemosyne” a segnare il nuovo corso dei Daemonia Nymphe. Allora fra canti orfici, inni Omerici e versi di Saffo, celebrazioni della divinità come rappresentazione simbolica dell’uomo, forse ci rinfrescheremo le idee sulle radici della nostra Europa mediterranea, che forse – con buona pace di Ratzinger e delle sue truppe di atei devoti- proprio solo giudaico-cristiane non sono. Profondo. Web: http://www.prikosnovenie.com. (Manfred)

Derniere Volonté: Toujours (CD - Hau Ruck!/Audioglobe, 2007). Sulla scia dell'ottimo "Devant le miroir" (per chi scrive uno dei migliori album del 2006), ecco questo 7" (limitato a 333 copie) realizzato in occasione del mini tour svoltosi a Maggio e che ha visto Derniere Volontè esibirsi a Budapest, Zagabria e Roma (senza però scordare l'ottimo concerto all'interno del Wave Gotik Treffen di Lipsia). Assolutamente splendide "Toujours" e "L'eau pure", i due brani di questo disco, che accentuano la svolta "pop" del sound di Derniere Volonté; senza perdere nulla in classe e credibilità, il sound del gruppo francese si è fatto piu' melodico ed il "military drumming" è parzialmente accantonato a favore delle tastiere e di atmosfere maggiormente ariose su cui Geoffroy D. dà sfogo a testi sempre intrisi di poesia. Un altro piccolo gioiello per una band sulla cui classe e valore non vi è dubbio alcuno. Web: http://www.myspace.com/dernirevolont. (Candyman)

Dwelling: Ainda é noite (CD - Equilibrium Music, 2007). Lettori miei, voi che mi compatite, comprendete la mia angoscia: come poter esprimere la beltade di questo dischetto, senz’offender con verbi troppo correnti la sua immensa grandezza? Ci proverò, e la mia coscienza mi dice che non farò torto ai suoi Autori, perché non esistono nel nostro pur ricco vocabolario parole che possano compiutamente esprimere le emozioni che ho provato all’ascolto delle sue undici canzoni… Melancolìa dolcissima, quieto abbandono, addii soffocati nelle lacrime, incontri benedetti da lacrime liberatorie. Lo sfondo del tramonto, col cielo striato di nuvole fuggenti, la maestà muta dell’alba. Oppure la partenza, il distacco consumato sulle assi incrostate di salsedine d’un vascello pronto ad affrontare la furia degli Oceani. Immaginiamo Lisbona, Capitale orgogliosa d’un Impero morente, ed i suoi vicoli custodenti memorie secolari, immaginiamo queste melodie graziose colmare i vuoti di piazze deserte appena accarezzate dalla brezza marina, che a stento rompe la cappa del meriggio, o le navate drappeggiate d’ombra di severe chiese. Questo ed altro è “Ainda è noite”, è la mestizia del Fado, è l’armonia di forme perfette scivolanti sul selciato, avvolte nelle frangie nere di scialli preziosi intrecciati dalle mani ossute e sapienti di peritissimi artigiani, intenti a narrare ai più giuovini i fasti di un Passato remoto, ma a suo modo glorioso. E’ l’onda che si frange sugli scogli, sospinta dalla forza scaturente dalle immensità del mare, è il coraggio di un Popolo pronto a sfidare l’ignoto, è lo sguardo dell’anziano, seduto sull’uscio, che nel vuoto si perde, inseguendo una lontana Memoria. E’ un giuoco di bimbi, all’ombra delle torri d’un castello dirupato, che pur seppe resistere ai Mori. E’ la voce di Catarina Raposo a sospingerci in volo, e paiono ali di farfalla le note prodotte dagli istromenti sapientemente pizzicati da Silvia Freitas, da Alexandra Bochman (che fa pure da modella, apparendo nelle foto del booklet con misurata eleganza), da Moritz Branco, Jaime Ferreira e dall’Amico, perché posso vantarmi, concedetemelo!, di definirlo tale, Nuno Roberto. Ecco, finalmente ho compreso il recondito segreto di “Ainda è noite”, che è da ricercarsi nella sua misura, nella sua intima compostezza… Un’opra che si fa apprezzare per il suo nobilhissimo decoro, che sottrae quando altri aggiungerebbero, perché è sufficiente il giusto per ottenere il più grande dei risultati. Appunto, il senso estremo della misura… Web: http://www.equilibriummusic.com. (Hadrianus)

Editors: An end has a start (CD - PIAS/Self, 2007). Come ho già detto in varie occasioni, la prima metà del 2007 ha segnato il ritorno di alcune tra le più importanti formazioni brit-rock/nu wave, ma purtroppo pochissimi dei loro nuovi lavori si sono rivelati all’altezza di quelli che li avevano preceduti, vedi ad esempio le deludenti prove offerte da Bloc Party e Maxïmo Park. Per questo motivo ero abbastanza in apprensione all’idea di ascoltare il secondo disco degli Editors, sto infatti parlando della giovane band inglese che, più di ogni altra appartenente alla stessa scena musicale, mi ha convinto ed entusiasmato negli ultimi tempi, inducendomi ad una sorta di adorazione nei confronti del suo album di esordio. A due anni dall’uscita del medesimo posso tranquillamente affermare che esso era un concentrato di canzoni bellissime ed intense, che mi avevano colpito per il loro mood malinconico ma anche per la loro immediatezza, inoltre non c’era voluto molto per capire che gli autori di quei piacevoli “esercizi sonori” non erano gli ennesimi sbarbatelli con qualche buona idea, ma dei veri talenti a cui non mancano certo le intuizioni geniali. Dopo aver sentito svariate volte An end has a start non posso che riconfermare tale impressione, e dire che Tom Smith e compagni sono ottimi musicisti che sanno come scrivere brani molto curati, ma che riescono anche a trasmettere emozioni, raggiungendo allo stesso tempo la mente e il cuore dell’ascoltatore. Ci sono però alcune differenze rispetto a The back room, senz’altro più diretto e compatto di quest’ultimo cd, che invece include sia pezzi piuttosto dinamici (vedi ad esempio “The racing rats”, “Bones” e la titletrack), sia episodi caratterizzati ad un’estrema pacatezza (“Push your head towards the air”, “Spiders”, “The weight of the world”, “Well worn hand”). In generale direi che le atmosfere cupe e una certa frenesia tipiche delle canzoni del debut hanno lasciato spazio ad un’attitudine più riflessiva, e che il gruppo si è un po’ allontanato dai territori post-punk/wave che aveva esplorato in passato, avvicinandosi invece ad uno stile rock melodico che potrebbe vagamente ricordare i Coldplay (non spaventatevi però, gli Editors non sono ancora diventati né pallosi né stucchevoli!!). Di sicuro il cambiamento può essere interpretato come una svolta commerciale, attuata con il preciso scopo di coinvolgere un pubblico più ampio e mainstream, ma finché la band continuerà a sfornare materiale di questo livello non mi sentirò di criticarla, e continuerò a pensarne tutto il bene possibile… Web: http://www.editorsofficial.co.uk/. (Grendel)

Enter Shikari: Take to the skies (CD - Ambush Reality, 2007). Davvero non potete immaginare quanto mi viene da ridere quando sento dire che “La musica di oggi è tutta uguale”, o che “I nuovi gruppi sono solo buoni a copiare le cose del passato”, difatti non riesco a capire da quale pianeta provenga la gente che afferma queste cose, specie se si tratta di persone che hanno grande familiarità con l’ambito musicale, e trovo che loro “ignoranza” in materia sia piuttosto preoccupante, perché di roba strana in giro ce n’è eccome!! I giovanissimi Enter Shikari, per esempio, entrano di diritto nella categoria delle “formazioni più assurde del momento” e, pur essendo alle prime armi, dimostrano di avere le idee chiare e di propendere molto per l’innovazione e l’originalità, oltre che per il rischio. Eh sì perché il loro mix tra emo, HC ed elettronica è qualcosa che lascia spiazzati, ma che personalmente trovo piacevole e intrigante, visto che comunque non si tratta di un’accozzaglia di cose che si legano male l’una con l’altra, e che il quartetto è riuscito a realizzare canzoni nelle quali melodia, aggressività e velocità si alternano di continuo. Come dicevo poco fa ci vuole del coraggio per proporre un lavoro con tali caratteristiche, perché per quanto ben fatto e orecchiabile rimane pur sempre qualcosa di bizzarro e anomalo, e mi domando che tipo di pubblico potrà accoglierlo con favore, senza scandalizzarsi più di tanto. I giovanissimi appassionati di emo sono forse quelli che si convinceranno più velocemente della validità di questa band, mentre ho un po’ di dubbi riguardo agli hardcore fan (che secondo me sono tra i meno portati ad apprezzare un prodotto del genere) e a chi ascolta l’electro, perché di solito chi segue VNV Nation o Covenant non va ad interessarsi a gente come, che so io, Terror o Funeral For a Friend! Rimane però il fatto che Take to the skies è un esordio con i fiocchi, e quindi l’augurio è che il gruppo inglese possa ottenere tutta la considerazione e il successo che merita, altrimenti sarebbe davvero un gran peccato… Web: http://www.entershikari.com/. (Grendel)

Ikon: The Burden of History (2CD - Equinoxe/Audioglobe, 2007). Fanno le cose in grande gli Ikon, con questo doppio cd retrospettivo che abbraccia 15 anni di carriera; sul cd1 sono inclusi i 16 singoli sin' ora realizzati dalla band australiana (la sola "Life without end" appare nella stessa versione inclusa nell'album), mentre il cd2 si sviluppa in maniera parallela al primo dischetto, contenendo le 16 b-side dei brani del cd1. Band tra le piu' valide del panorama "gothic", gli Ikon sono stati spesso paragonati ad inizio carriera ai Joy Division: per quanto mi riguarda, tale accostamento ha avuto ragione di essere sopratutto nella prima parte della carriera della band australiana e trovava la principale motivazione nella voce di Michael Carrodus, vocalist degli Ikon sino al 1996 e qui presente nei primi quattro brani ("Why", "Echoes of silence", "Condemnation" e "Life without end"). Con la sua fuoriuscita dalla formazione, le parti vocali vengono affidate a Chris McCarter, vera "mente" degli Ikon; il sound si fa in alcuni episodi leggermente piu' "pop" ("Ghost in my head", "Psychic Vampire"), ma la classe ed il talento della band australiana rimangono inalterate, offrendoci altri brani immortali come "Blue snow, red rain", "Afterlife", "Rome" e la piu' recente "Without shadows" che fanno degli Ikon un nome imprescindibile per la scena "gothic" di questi anni. Il cd2 ovviamente costituisce la parte piu' interessante dell'opera, includendo brani non apparsi sugli album (se escludiamo qualche pezzo riproposto in versione "live") ma che dimostrano come certe b-sides non fossero certo qualitativamente inferiori ai singoli stessi. Un doppio cd che potrebbe essere considerato superfluo solo dai fans piu' incalliti della band australiana (e che quindi, da bravi collezionisti, suppongo abbiano già tutti i singoli), per tutti gli altri una bella occasione per mettere le mani in un colpo solo su tutti i singoli e relative b-side! Web: http://www.ikondomain.com. (Candyman)

Inseedia: Secrets from the room (CD - Nomadism Records, 2007). La Nomadism Records si conferma etichetta attenta ai propri prodotti, ponendo grande cura in ogni particolare, principiando dalla confezione dei dischetti da essa patrocinati, caratterizzati da piacevoli digipack. E non mancano i contenuti pure in questo Secrets from the room degli Inseedia, trio dedito ad un rock "alterna" energico ma pure melodico. Le chitarre di “Away again” ben dispongono l’ascoltatore, bella pure l’impostazione indie della svelta “Inside my ocean”, la quale mette in giusto risalto la voce dell’interprete Carmine Maffei e l’agile sezione ritmica (Simone Vignola basso e Lorenzo Petruzziello batteria). Più meditata la darkeggiante “About you;” (sì, proprio col puntoevirgola finale), con soluzioni armoniche che possono rimandare ai The Cure (ma io non posso non citare Sad Lovers and Giants od And Also the Trees), mentre porzioni di “Eternity” emanano aromi post-grunge, prima che il pezzo si distenda in una bella cavalcata che molto sa di America. Conferma la freschezza di una formula compositiva per certi versi innovativa “All that you do”, brano capace di spazzare via la cappa di apatia che comprime il panorama indipendente italico (con gli Husker Du nel cuore!), doppiata dalla ciondolante ballata “Maybe” (sotto un cielo infiammato dal sole…). Otto sono i pezzi che costituiscono l’ossatura del dischetto (chiudono questa prima parte la ballata “17”, hard rock moderno, e “Forget my dreams”, ove torna la new-wave oscura di matrice "curiana", col tratto distintivo offerto dalla voce a renderla accattivante), ma ad essi sono stati aggiunti “The best years of my life” (brano del 2005 prima disponibile solo tramite websites, ove compaiono effetti elettronici che non dispiacerebbero ai The Muse) ed i quattro episodi del contemporaneo EP Oltre il muro (veloce e punkeggiante “Solo in un istante”, “Through the darkness” a la “The forest”, “Rubo un’immagine” e la title-track, anche il cantato in italiano, per molti uno scoglio insuperabile, non appiattisce il risultato). La produzione è spettacolare, fino ad ora il nostro Max non ha proprio sbagliato un colpo. Rivelazione assoluta di questo primo semestre del 2007! Web: http://www.nomadism-records.com. (Hadrianus)

Lily’s Puff: Heaven Frowns (CD - Ark Records/Masterpiece Distribution, 2007). Come sono cambiati, i miei conterranei Lily’s Puff, ancora una volta è come se ri-incontrassi un vecchio amico, dopo una lontananza di anni, e lo trovassi mutato nel fisico e sopra-tutto nell’animo. Ma pur sempre lui, coi suoi distintivi e caratteristici tratti che ne renderebbero immediato il riconoscimento. Dovrò riporre in un cantuccio della memoria l’introspettività di “Domino” o la teatralità di “The raven, the thirst and the pendulum”, ed anche l’abbandono notturno di “Nightporter”, cover dei Japan così ben interpretata sull’ultimo, ottimo Crashing Diamond. Ed è giusto che sia così, Marco Fabro, Paolo Corberi e Simone Sari possiedono talenti che non vanno frustrati, ed i recenti innesti degli ospiti Renzo Fanutti e di Elisabetta Mauro, oltre alla riconferma di Virginia Boemo, innalzano la cifra stilistica dell’ensemble friulano. Eccoci così dinanzi a Heaven frowns, lavoro che godrà della distribuzione della collaudatissima Masterpiece in Italia, e della prestigiosa Season of Mist in parte d’Europa, e che esce sotto le insegne della volonterosa Ark Records. E’ senza dubbio un disco ove prevalgono nettamente atmosfere dark e sperimentali, ed ove l’immediatezza e la facile assimilazione non sono agevolate, affatto. HF va metabolizzato con attenzione, con calma, senza lasciarsi prendere dalla frenesia. Il minimalismo scarnificato di “Prelude” mette in guardia i nostri sensi, dovremo impegnarci, senza tralasciare la coraggiosa esplorazione d’ogni menomo anfratto nel quale si riparte questa opera oscura ed introspettiva. Squarci di grande ambient accompagnano la prova di Marco, voce ispiratissima di questi tenebrosi frammenti sonici. “The rope” pare provenire dall’immensità inesplorate dello spazio, tanto è aliena e disturbante, il lavoro per sottrazione dei musicisti è mirabile, “Distant walking” insinua apprensione, insicurezza, riemergono ancestrali paure che magari provammo da pìccioli, non sono da meno le tracce sonike che seguono. La maestosità pietrificata di queste canzoni (“All same words” che potrebbe essere tranquillamente firmata Bjork, le chitarre asciutte di “A song”, “Wake up”) si manifesta in passaggi genialoidi alternati a stati di apparente, in realtà pronta a deragliare, quiete. Non cercate riferimenti, non azzardate paragoni, accettate Heaven frowns così come è, in tutta la sua scheletrita essenza. Per informazioni: Ark Records – C.P. 169 – Ufficio PT Caserta Centro – 81100 Caserta – Italy. Web: http://www.arkrecords.net. (Hadrianus)

Linkin Park: Minutes to midnight (CD - Warner, 2007). I Linkin Park ci hanno messo quattro anni per dare alle stampe il successore di Meteora: sono stati ben quattordici mesi in studio, hanno scritto decine di canzoni di “prova” e, come se non bastasse, si sono fatti perfino aiutare dal produttore Rick Rubin, ma il risultato di tanta fatica (?) è un lavoro fiacco, banalotto e abbastanza deludente. Già m’immagino i commenti dei loro detrattori, tutti lì pronti a dire che avevano ragione, e che la band è, ed è sempre stata, una gran “sola”, ma anche se in passato avevo molti buoni motivi per contrastare tale opinione, adesso devo ammettere che il sestetto di Agoura Hills è diventato indifendibile, e oltretutto ha perso per la strada quello che di più interessante aveva, e cioè la voglia di proporre un sound heavy/aggressivo lievemente contaminato dall’elettronica. Quest’ultimo elemento è infatti pressoché sparito dalle loro composizioni, ma ora non si può neanche più parlare di nu metal perché Minutes to midnight, in realtà, è un album rock, e per giunta un po’ raffazzonato, poco coeso e pieno di roba che sa di già sentito. A parte il singolo “What I’ve done”, che in effetti è una delle cose migliori contenute nel cd, ci sono brani che mi hanno lasciato basita, vedi ad esempio “Given up” (costruito su riff rubati da “Shut the f**k up” dei Brides Of Destruction e da “N.W.O” dei Ministry), per non parlare di “No more sorrow” (anche qui le scopiazzature palesi non si contano…) o di “Shadow of the day”, vagamente simile a “With or without you” degli U2. E per completare questo ben poco idilliaco quadretto, ci sono pure episodi inutili come “Valentines day” e “In between” (così sdolcinati da far venire la nausea…), o come “Hands held high” (una specie di rap-gospel che non c’entra nulla con il resto, ma che forse è stato inserito per far sfogare il povero Mike Shinoda, che in questo disco sembra contare quanto il due di picche!). Credo che l’unica nota positiva di Minutes… sia rappresentata dalla voce di Chester Bennington, cantante dotato di una buona timbrica ma bravo soprattutto a livello interpretativo, e in generale penso che il gruppo, nel tentativo di distaccarsi da ciò che aveva fatto in passato, si sia trovato davvero disorientato, e non abbia saputo che pesci pigliare. Insomma, qualcuno direbbe che i Linkin Park sono alla frutta, ma prima di sbilanciarmi mi piacerebbe sapere cosa combineranno col prossimo album, anche se mi sa che ci sarà da aspettare un bel po’ prima di scoprirlo… Web: http://www.linkinpark.com/. (Grendel)

Mothernight: Mothernight (CD - Locomotive Records/Frontiers Records, 2007). Dalla Polonia, eccovi serviti i Mothernight, gruppo autore di un vigoroso gothic metal che, guarda caso, vanta una gentil (?) donzella quale cantante/urlatrice. La nostra Freya è in possesso di una voce che non potrete proprio non notare, ed i suoi compagni d'altro canto sanno offrirle una degna base, fatta di riffoni belli tosti. Non è proprio un lavoro definibile vario, ma non ostante una marcata staticità esecutiva, che lo appiattisce non poco, non di meno riesce ad offrire più d'uno spunto d'interesse. L'incedere doomeggiante di "My pain" e di "Someone to feed on" lascia il passo all'arpeggio introduttivo di "Another chance?", la quale piacerà ai modernisti in virtù d'un sound decisamente al passo coi tempi, mentre “Illumination” procede a scatti, mettendo in luce un impianto oscuro mediato dal nu-grunge. “Shadowsblack” ben rappresenta la componente melodica dei Mothernight, i quali dovranno comunque meglio definire il percorso futuro da intraprendere. Più movimentate risultano “Waiting to die” e la mia favorita “Don’t wanna listen”, mentre la svelta “Infect your soul” si risolve in quattro minuti scarsi di rock darkeggiante anche se banalotto; più centrate “Hunger”, track sinistra ed obscura, e la bonus “Hello”, una ballatona scontatissima che sorprende proprio perchè decisamente inattesa. E’ evidente che troppo disparate risultano le influenze alle quali far risalire ogni singolo episodio del disco, in quanto a personalità lungo è il cammino ancora da compiere. Un gruppo di seconda divisione, ben lungi dal poter competere con i nostrani Lacuna Coil, ma che riesce comunque a ritagliarsi con merito un suo posticino nell'affollata platea del genere. Web: http://www.frontiers.it. (Hadrianus)

Nekromantix: Life is a grave and I dig it (CD - Hellcat Records, 2007). Originari di Copenhagen, ma da tempo trasferitisi in quel di Los Angeles, i Nekromantix vengono da più parti descritti come un ideale connubio tra gli Stray Cats e i Misfits, difatti ricordano molto i primi per quanto riguarda il sound, mentre si rifanno sicuramente ai secondi per ciò che concerne le tematiche trattate nei loro testi, che sono sempre a sfondo ironico-orrorifico. In passato il terzetto formato da Kim Nekroman (voce e ”coffin bass”!!), Tröy Deströy (chitarra) e Andy DeMize (batteria) ci aveva deliziato con dischi dai titoli davvero buffi e stravaganti (vedi ad esempio Demons are a girl’s best friend, Dead girls don’t cry o Return of the loving dead…) e, lungi dall’idea di volersi smentire, torna alla carica con Life is a grave and I dig it, che non aggiunge nulla di nuovo a quanto già potevamo sapere, ma che di sicuro non deluderà i fan ultra-conservatori di questo genere musicale. Per chi non avesse familiarità con la band, dirò che ciò che troverete nell’album si avvicina sia al rock anni cinquanta che al vero e proprio psychobilly (stile parecchio influenzato dal punk…), difatti sono presenti sia brani un po’ più vecchio stile, contraddistinti da ritmiche non molto elevate (“Fantazma”, “My girl”, “Flowers are slow”), che episodi maggiormente improntati su dinamismo e velocità, come nel caso di “Panic at the morgue”, “Beast” “Rot in hell”, “Out comes the batz” e via discorrendo. In linea generale non ho riscontrato la presenza di “difetti” evidenti in questa produzione che, pur mancando di originalità, ha comunque dalla sua tutta una serie di caratteristiche che la rendono interessante, a cominciare dalla compattezza strutturale delle canzoni, dalla loro orecchiabilità e dal fatto che i quasi cinquanta minuti di durata volano via in un battibaleno. Insomma, con i Nekromantix non si rischia l’effetto-sorpresa, ma forse in questo caso specifico può anche andar bene così! Web: http://www.nekromantix.com/. (Grendel)

Noisuf-X: The beauty of destruction (CD - Pro Noize/Audioglobe, 2007). Periodo di super lavoro per Jan L. che dopo aver appena pubblicato il nuovo album di X-Fusion (recensito lo scorso mese), si cala ora nei panni di Noisuf-X per questo "The beauty of destruction" che segue di qualche mese l'EP "Tinnitus". "The beauty of destruction" racchiude tredici brani che promettono di fare faville sui dancefloors, sviluppando un sound elettro-industrial di matrice prettamente danzereccia, imperniati su beats incalzanti che trovano la sublimazione in pezzi come "Hit me hard", "Fine Line", "Orgasm"; brani per palati magari non molto raffinati, ma indubbiamente ben realizzati e perfettamente funzionali allo scopo che si prefiggono. In certi episodi l'ago della bilancia sembra spostarsi in prossimità di un techno-sound alla Soman ("Chaos"), in altri mi pare di avvertire paragoni con certe cose di Reaper ("Geh Zur Hoelle"). Non mancano brani dove il battito è supportato da sonorità che troverei ideali per un film dell'orrore ("Distorted self perception", "Toccata del terrore"...appunto); personalmente sono proprio questi i brani che preferisco, proprio in virtu' di queste peculiarità "oscure" che li rendono riconducibili sopratutto a quanto sviluppato da Jan come X-Fusion. Web: http://www.noisuf-x.com. (Candyman)

Noyce TM: Our world in coma (EP - In-D Records/Audioglobe, 2007). Una delle piu' interessanti uscite della seconda metà del 2006 è stato sicuramente l'album "Coma" che ha segnato, dopo tanti anni di silenzio, il ritorno sulle scene dei Noyce TM. A distanza di qualche mese, il duo tedesco "batte il ferro finchè è caldo", con questo EP su cui però non posso spendere le belle parole che usai per recensire l'album, per il semplice motivo che lo trovo una pubblicazione sostanzialmente superflua. Nelle sue 7 tracce infatti troviamo un solo brano inedito "Our world" (propostaci in due versioni), il resto dalla tracklist è costituito da remix di brani inclusi sull'album, con la versione "live" del vecchio hit "Panique" a completare il lotto. Fermo restando il valore di ottimi brani come "Coma", "Headland", "Karmacoma" e "Year 03" che sciorinano con classe ed ottime linee melodiche un elettro-pop darkeggiante, i remix qui presenti aggiungono poco o nulla al valore delle suddette canzoni e pertanto "Our world in coma" risulta lavoro certamente non brutto, ma totalmente superfluo (a meno che non siate collezionisti o fans incalliti del gruppo tedesco) per chi già abbia acquistato l'album ed anche agli eventuali neofiti consiglierei di partire comunque dall full length per approciare il sound dei Noyce TM. Web: http://www.noycetm.de. (Candyman)

Outworld: Child of Another World (CD - Autoprodotto, 2006). Il trio pugliese degli Outworld si muove, in questo Child of another world in un immaginario cyber(punk) sospeso in sonorità elettroniche che attingono a piene mani dall’EBM e dall’industrial ambient di varia ispirazione. Nell’insieme, 12 brani che danno un’impressione di non omogeneità, indecisi come sono fra l’offrire una proposta EBM arrabbiata e danzabile e sperimentazioni frammentate e d’ambiente. Non mancano tracce dall’attitudine harsh, hocicana, per capirci, come la notevole title track o l’oscura e cadenzata “Distopian Vision”, ma altrove l’elettronica di “alleggerisce” dando spazio a visioni cibernetiche, diciamo così, un po’ datate come in “Bio Duplicate of God”, con il suono del pianoforte che frammenta il beat di supporto, e i “bip” campionati associati ad un uso del vocoder abbastanza vintage (che viene riproposto più volte qua e là, e che quindi deve piacere molto ai nostri), o in “Obstinacy of Desperation” dalla struttura molto simile. Altre proposte, invece, si contaminano con ambientazioni più gotiche, facendo ampio uso di distese tastiere oscure (“The Imperator”), o virano verso un po’ ostiche, eclettiche e dissonanti sperimentazioni al limite dell’ambient (“Rapid Cell Destruction”) o all’opposto verso pezzi strumentali più facili e descrittivi, quasi da soundtrack (“Ritual”). Alla fine, un buon album che potrebbe attirare chi è incuriosito dalle proposte elettroniche, ma a cui sicuramente gioverebbe una più decisa scelta di stile e una maggiore valutazione del target di riferimento. Il cd è in realtà un cd rom con un sacco di cose. Web: http://www.myspace.com/outworldimension. email: outworld@lycos.it. (Manfred)

Ozzy Osbourne: Black rain (CD - Sony BMG, 2007). Già immagino l’attenzione che la stampa internazionale deve aver riservato all’ultima fatica di Ozzy, un personaggio che negli ultimi anni è diventato una vera e propria “macchietta” grazie al grande successo ottenuto dal serial The Osbournes, che lo vedeva protagonista insieme alla malefica mogliettina Sharon e agli scoppiatissimi figli Jack e Kelly. Non so quanti di voi ne abbiano visto almeno una puntata, ma coloro che l’hanno fatto sanno che il povero “Prince of Darkness” non è messo tanto bene dal punto di vista fisico, e neanche da quello mentale, ciononostante egli è ancora in grado di regalare qualche emozione ai suoi vecchi “aficionados”, e di sfornare album di discreta qualità. Il nuovo lavoro, intitolato Black rain, è infatti la prova che il cinquattottenne cantante di Birmingham ha tuttora una bella voce (cioè, più che bella sarebbe meglio dire “bizzarra, unica e particolare…”), e che i suoi attuali compagni di avventura (ovvero lo “storico” guitar hero Zakk Wylde, il bassista Rob “Blasko” Nicholson e il mitico batterista Mike Bordin) sono più che affidabili (c’è addirittura chi dice che la sezione ritmica della band è la migliore dai tempi di The ultimate sin, quando a fianco di Ozzy suonavano Randy Castillo e Phil Soussan). Cadute di stile non ce ne sono in questo disco, anzi direi che si tratta di un’opera abbastanza coesa e lineare, fatta di brani immediati e d’impatto che non ci mettono molto a convincere l’ascoltatore: devo ammettere che ero scettica inizialmente, e che non avrei scommesso tanto sulla bontà di questa proposta, invece mi sono dovuta ricredere, anche perché canzoni come “The almighty dollar”, “I don’t wanna stop”, “Countdown’s begun”, “Not going away” e “Trap door” hanno quel che si dice un bel tiro, e mi sono piaciute fin dalla prima volta. Una nota a parte la meritano le due ballad presenti nel cd, “Lay your world on me” e “Here for you”, che ho trovato accettabili a dispetto del mio odio nei confronti delle composizioni più zuccherose, e questo perché le vocals malsane di nonno Osbourne riescono a rendere gradevoli anche pezzi abbastanza banali e sdolcinati, che cantati da qualcun altro probabilmente farebbero schifo!! Un ascolto consigliato insomma, e non solo ai fan più devoti… Web: http://www.ozzy.com/. (Grendel)

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