Recensioni luglio 2007

 


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Aa.Vv.: Body Section (CD - Spittle Records/Goodfellas, 2007). Dopo le sue interessanti uscite degli anni '80 la toscana Spittle Records è tornata dall'oblio, resuscitata dal noto distributore Goodfellas. L'etichetta è ora dedita (non so se esclusivamente) alle ristampe del materiale del passato, cosa meritoria visto che permette di riscoprire, senza pagare una fortuna alle aste di eBay, delle chicche di oltre 20 anni fa. E' il caso di questa compilation, uscita originariamente nell'83 per l'etichetta Electric Eye e diventata un pezzo da collezione grazie soprattutto alla presenza dei Litfiba, cosa che indubbiamente ha fatto salire di molto il suo valore nel mercato dell'usato. La ristampa è davvero ineccepibile: ben curata graficamente, con una copertina cartonata apribile e un piccolo libretto con articoli e interviste dell'epoca ad alcuni dei gruppi coinvolti. Sicuramente l'interesse principale va ai pezzi dei tre nomi illustri qui inclusi, ovvero Diaframma, Kirlian Camera e i già citati Litfiba. Il gruppo di Federico Fiumani ci regala un'intensa versione di "Specchi d'acqua" con Nicola Vannini alla voce: a mio avviso l'episodio migliore di Body Section. I Kirlian Camera presentano "Dreamtime Comes", un brano d'atmosfera minimale, costruito su una base di tastiere, un giro di basso e un ritmo di drum machine: qui è il cantato piuttosto incerto di Angelo Bergamini ad essere la nota debole. Siamo sicuramente lontani dal livello di maturità che il gruppo parmense dimostrerà nel decennio successivo. "Transea" è uno dei brani dei Litfiba che preferisco in assoluto, sebbene la versione qui presente non sia così bella rispetto a quella pubblicata nell'omonimo EP qualche anno dopo dalla IRA Records. Il resto del CD oscilla tra cose più o meno piacevoli, tra episodi più o meno (soprattutto meno) originali rispetto ai modelli "eighthies" anglosassoni ma che comunque si lasciano ascoltare con piacere, testimoni come sono dell'estrema vivacità dell'underground dell'epoca. Casomai fa caso constatare come alla fine da quella stagione siano emersi solo pochi nomi e il resto dei gruppi è imploso senza lasciare la minima traccia di sé, ma questa è un'altra storia. Mi sono piaciuti molto, e meritano quindi una menzione speciale, i brani di Jeunesse d'Ivoire ("A gift of tears"), con un ritornello irresistibile e in cui la presenza di una voce femminile dà un qualcosa in più all'insieme, e la potente "Fear" dei Vox Rei, pura irruenza post-punk. Body Section è un ottimo documento degli anni '80, in cui, al di là del mito che quel decennio si porta appresso, c'era tanta voglia di fare musica in Italia e di provare linguaggi nuovi: non sempre i risultati sono poi stati all'altezza delle ambizioni ma alla luce della pochezza musicale di questo 2007 Body Section (nonché le altre ristampe Spittle Records di cui parleremo prossimamente) emerge come uno dei rari CD che merita veramente l'acquisto. Web: http://www.goodfellas.it/. (Christian Dex)

Aghiatrias: Ethos (CD - Epidemie Records, 2006). Purtroppo riesco ad entrare in possesso dei lavori del duo costituito da Vladimir Hirsch e Tom Saivon sempre con un anno di ritardo rispetto alla loro uscita. Dico purtroppo, perché sia quest’ultima fatica sia il precedente Regions of limen, de me recensito poco meno di un paio di anni fa, rappresentano in assoluto due tra migliori lavori pubblicati in ambito industriale da diverso tempo a questa parte. Si tratta di dischi molto ostici ma altrettanto ricchi e densi, estremamente oscuri ma che riescono a condensare in sé molte delle tematiche musicali tipiche dell’area grigia pur essendo tutt’altro che derivativi. All’interno del suono degli Aghiatrias si possono trovare influenze neoclassiche, ritmiche lente e possenti, rumori e strutture sonore di vario genere, suoni campionati e sintetici; rispetto alla precedente produzione del progetto ceco, in questo nuovo album si nota le presenza di voci (alcune delle quali, probabilmente, campionate e spesso alquanto distorte) che recitano al di sopra delle complesse strutture sonore. Come i precedenti lavori, anche questo è un album tematico, volendo trattare, in qualche modo, il rifiuto da parte degli autori della visione puramente materialistica del mondo. Data la struttura sonora che caratterizza il disco, mi sento di consigliarlo caldamente agli appassionati dello stile dark ambient, che mi sento però di avvisare che non si tratta di un disco dall’incedere lento e prossimo al silenzio, né di musica costituita da semplici drone a flusso continuo, poiché nel suo sviluppo alterna momenti più quieti (devo dire abbastanza pochi) a sezioni decisamente più movimentate e strutturate, come se Raison D’Etre venisse temporaneamente posseduto dallo spirito di Laibach e SPK allo stesso tempo. Come due anni fa, se avessi ascoltato questo Ethos l’anno passato, molto probabilmente sarebbe entrato a far parte della mia personale classifica di fine 2006. Web: http://www.vladimirhirsch.com/. (Ankh)

L'Ame Immortelle: 10 Jahre (CD - Gun Supersonic, 2007). "10 Jahre", ovvero "10 anni"; come si evince sin dal titolo, questo cd mette a fuoco i primi dieci anni di carriera della band austriaca, compiendo (per 15 delle 17 tracce del disco) un viaggio a ritroso nel tempo (anche se la tracklist non segue in realtà un ordine cronologico preciso), partendo quindi dalla produzione più recente (che occupa una parte preponderante nella tracklist) per arrivare ai brani inclusi nel primo album "Lieder, die wie wunden bluten" ed offrendo in chiusura due brani inediti. Chi ha seguito in questi anni la carriera dei L'Ame Immortelle sa bene che il loro sound è passato da un elettro-dark di matrice prettamente elettronica, ad un gothic-rock in cui le chitarre hanno quasi completamente sostituito i synths; personalmente non ho mai nascosto i miei rimpianti per quello che era il sound originario della band di Thomas Rainer, che seguo sin dagli esordi e che per anni ha costituito uno dei miei ascolti favoriti. E' quindi con piacere che ritrovo su questo disco le varie "Gefallen", "Stern", "Bitterkeit", "Figure in the mirror" e "Life will never be the same", brani estrapolati dai primi tre album ed emblematici di quello che, almeno per me, è stato il miglior periodo della carriera del duo austriaco. La svolta "gothic-rock" venne introdotta nell'album "Als die liebe starb", per essere ulteriormente sviluppata nei successivi due album "Gezeiten" e "Auf deinen schwingen", che segnarono anche il cambio di etichetta, dalla Trisol alla Gun Supersonic e risultano i lavori più rappresentati in questa raccolta. Com'era quindi logico attendersi, anche i due brani inediti qui inclusi, "Come closer" e "No tomorrow", si muovono lungo le coordinate piu' recenti del sound sviluppato dal duo Rainer/Kraushofer, ovvero due pezzi di matrice gothic-rock a mio avviso piuttosto mediocri che non fanno altro che far rimpiangere i bei tempi andati. Web: http://www.lameimmortelle.com. (Candyman)

Blutengel: Lucifer (MCD - Out of Line/Audioglobe, 2007). I Blutengel tornano alla ribalta con "Lucifer", nuovo brano nel loro ormai classico stile su cui vi è poco o nulla da aggiungere: brano semplice e lineare (sicuramente non uno dei loro pezzi più riusciti) con il solito testo "raccapricciante". Per cercare di rendere il prodotto appetibile, Chris Pohl ha pensato bene di realizzare due mcd, "Blaze" e "Purgatory": entrambi sono articolati su cinque tracce, con "Lucifer" ad aprire le tracklists; il brano viene remixato da Rabia Sorda e Necessary Response con una versione per ogni mcd, ma nemmeno l'apporto di due dei nomi attualmente più "caldi" della scena elettro-dark riesce ad alzare le quotazioni di questo singolo: due remix francamente deludenti (colpa degli autori o della mediocrità del brano su cui dovevano operare?). A seguire, le riletture di due grandi classici dei Blutengel, "Black Roses" e "Seelenschmerz" a cura degli Eminence of Darkness, (anche in questo caso, un pezzo per ciascun mcd) ed a completare le tracklists, due brani "live": "My saviour" e "Der spiegel" su "Blaze", "Solitary angel" e "Bloody pleasures" su "Purgatory". In sostanza, molto fumo (brani live e nuove versioni di cui non si sentiva un gran bisogno) e poco arrosto (un nuovo brano alquanto moscio e dei remix dello stesso piuttosto scialbi). I canini di Chris Pohl e delle sue vampirelle sembrano essersi un po' spuntati... Web: http://www.blutengel.de. (Candyman)

Brillig: Mirror on the wall (CD - Black Rain Records, 2007). Preceduto dal singolo “The plagiarist”, che noi già analizzammo mesi addietro, ecco giungere il long-playing “Mirror on the wall”, adeguata palestra ove gli esercizi dei nostri trovano gli spazi per venire appieno apprezzati. I referenti ai quali il trio s’ispira si possono ricondurre ai Suede (primi) ed ai Placebo meno arrabbiati, ovvero ad un rock decadente e lambente derive glam capace di proporre spunti davvero apprezzabili. Certo che “Truth or dare?” (preceduta da “Finders keepers, losers weepers” e dalla title-track e già ascoltata sul citato EP e su “A compilation 2”) più l’ascolto e più mi piace, Bret Anderson dovrebbe tener conto di questi suoi figliocci con orgoglio, e non è da meno “Revamp”, melancolica piece che scorre dolente nei suoi treminutiemezzo di durata, ideale accompagnamento per pomeriggi trascorsi a meditare solinghi. Curiosa la scelta di proporre l’hit del passato “In the air tonight”, firmato Phil Collins, ma la sorpresa si tramuta presto in approvazione incondizionata, essendo questa versione dei Brillig oscurissima e resa molto personale, senza stravolgere l’originale. Bypassata “The plagiarist” (ne approfitto infatti per rimandarvi alla sezione apposita del sito ove troverete la relativa rece), approdiamo ad una “Pretty in the dark” che conferma la sana coesione che cementa l’estro artistico dei musicisti, e pure la loro propensione a creare ambientazioni cogitabonde. Sferzate elettriche scuotono “Empty hours”, non indimenticabile ma nel complesso carina, oltrecchè decisamente darkeggiante, “Monster seas & swells” (un bel pezzo leggierino che potrebbe ricordare Requiem In White o Faith and the Muse) e la ballatona “Station high” (Nick Cave docet) completano adeguatamente la track-list (aperta e chiusa da “Intro” ed “Outro”). Bellissima la grafica, elegante ma pure ironica, con dei buffi disegni che effigiano il terzetto ed illustrano i testi delle singole canzoni. Web: http://www.brillig.com.au. (Hadrianus)

Daimonion: Daimonion (CD - Love Industry, 2007). Si dimostrano davvero professionali i polacchi Daimonion (un esempio da imitare per molti gruppi provenienti da nazioni più avanzate per quanto riguarda la musica moderna, diversi italici in primis), i quali allegano al presente ciddì una stringata ma efficace infosheet (con la traduzione in inglese dei titoli delle songs) ed addirittura un ulteriore dischetto contenente diverse radio edit, pezzi in versione live e la cover di “Here comes the rain again” degli Eurhytmics. “Daimonion” venne originariamente pubblicato in edizione indipentende/autoprodotta nel 2001, ed ebbe limitata circolazione in ambiti strettamente underground; oggi viene ristampato dalla label Love Industry, operazione opportuna considerato l’effettivo valore dell’oggettino. Non che i nostri rappresentino alcunché di trascendentale, per carità, ma non si deve tacere il loro impegno e la capacità di comporre brani efficaci. Ascoltando “Wiatr” (“The wind”) e “Poza toba” (“Beyond you”), i primi due pezzi del disco (che è aperto da una non necessaria intro) emergono similitudini con gli storici spagnoli Heroes del Silencio, sopra tutto per il timbro di Marcin Tymanowski (ed anche ovviamente per l’utilizzo della lingua madre in luogo dello stra-abusato idioma inglese) e per il chitarrismo asciutto supportato dall’agile sezione ritmica, e questa caratteristica rende assai godibili gli otto episodi lunghi che compongono l’operina. Un dark-rock schietto ed autarchico che non rifugge la melodia, e che ovviamente prende spunto da quanto prodotto da tante blasonate bands del passato, per nulla originale ed/od innovativo, ma che è eseguito con grande onestà, e di questo dobbiamo dare merito al citato cantante, a Marcin Glyszczynski (gtr), ad Adrian Tymanosky (bass) ed a Daniel Kruz (drums). Ascoltate la cavalcata “Tak blisko, a tak daleko” (“So close and so far away”), se amate Funhouse od i nostri Ordeal by Fire, la farete vostra immediatamente, tanto è catchy. Bella e particolare è la suite “Styks (Dluga podroz)”/”(The styx (long journey)”, elaborata composizione che mette in mostra il lato più sperimentale del quartetto, con inserti ambient che ben si sposano all’andamento umbratile del pezzo. Alla lunga la formula reiterata mostra un pochino la corda, (l’accoppiata “Obled”/”Madness” e “Noc”/”The night” presentano chiari sintomi di già sentito), ma non si può pretendere di più. La citata cover, parte del dischetto promozionale curato dalla label, verrà inclusa in una compilation internazionale di prossima uscita, ed è eseguita con personalità dal combo; i restanti pezzi alternativi nulla aggiungono a quanto riferito sopra. A me queste sonorità piacciono, e non ne ho mai fatto mistero, chi mi legge conosce i miei gusti, indi… Fate vobis. Per informazioni: www.myspace.com/daimonionpoland. Web: http://www.loveindustry.pl. (Hadrianus)

Deviate Damaen: Immorality's ovra Colustrum, official antology 1991-1994 d.C./Madama Intellighenzia (CD - Autoprodotto, 2007). Volgar s’è rifatto vivo con Ver Sacrum. D’altra parte noi avevamo avuto un rapporto in qualche modo privilegiato con i/le Deviate Ladies negli anni '90, recensendo demo, concerti e cd e facendo interviste; rapporto che forse culminò con la partecipazione mia, di Christian Dex e di Mircalla ad una sorta di delirante talk-show presso una radio romana, 12 o 13 anni fa credo… Insomma, ecco che arrivano in redazione i cd di cui parliamo qui… Dunque, il primo - interamente scaricabile dal sito ufficiale della band - è senza dubbio un documento prezioso: vi sono testimoniati, infatti, gli anni iniziali dell’attività dei Deviate Ladies, quelli dei demo, prima della pubblicazione del primo full lenght su CD, Religious as our methods, datato 1997. In quel tempo, la mente di Volgar (vero “dictator” della band, e nemmeno troppo "benevolent") era riuscita a concepire una delle più interessanti realtà della rinascita del suono oscuro italiano: gothic rock potente, oscuro, molto british (sisteriano, direi), impreziosito dalla stupenda voce del nostro Volgar, contaminato in maniera originalissima da tematiche religiose e liturgiche, che facevano la corte (e il verso) al cattolicesimo più tradizionalista, estremo, kitsch e retrivo (girava con la band Don Alexio Bavmord, sedicente prete lefebvriano sospeso a divinis, ideatore della “mitica” ‘zine DVRA CRUX, e che ora pare sia ancora nei dintorni). Il risultato, corroborato e rinforzato da numerosi campionamenti, era davvero originale, conturbante, blasfemo quanto bastava, e… divertente. Bene, di questo periodo nella compilation c’è parecchia roba (14 tracce): da segnalare almeno il capolavoro “Lyturgical Obsession (Tentacula)”, forse il migliore pezzo gothic rock italiano degli anni ’90, la strepitosa (e rivelatrice del carattere del suo autore…) “Mirror my love”, gli oscuri meandri metal di “Font near the ossuary”, la galoppante “Evil’s pride” o gli interessanti tentativi di “Lecturae dantis”. Nel frattempo Deviate Ladies si creava una fama di band maledetta, e praticamente ad ogni uscita pubblica succedeva un casino. Poi il succitato Religious as our methods che se dal punto di vista musicale era certo una conferma, dal punto di vista ideologico segnava una svolta: le tematiche politico religiose, le molteplici strizzate d’occhio ai riferimenti della destra estrema divenivano meno sarcastiche e più serie, più esplicite e pesanti. Così, ho un po’ perso di vista le Dame Deviate… Fino a questi cd, soprattutto il secondo, il cui titolo - ma sinceramente non ci giurerei - dovrebbe essere Madama Intellighenzia/compilation 2006-7.Al contrario del primo, questo lavoro non è disponibile in quanto tale, perché pare essere una sorta di campionamento di diverse proposte delle ultime cose degli, ora, Deviate Damaen (alcune delle quali scaricabili dal sito). Allora… apre le danze il live “Luciditas/Anathem Nazi”. Un notevole pezzo, quasi di puro neofolk (assomiglia a certe cose di Calle della Morte): peccato che questa canzone dedicata a “mediocrità e sorella debolezza” sia arrangiato sulla melodia dell’inno del III Reich e sia dedicato a Pim Fortuyn, leader di un partito xenofobo olandese, ucciso nel 2002. Segue “Essici semper”, un pezzo senza infamia e senza lode dalle forti venature electro-industrial, dove abbiamo ancora almeno un ricordo della splendida voce di Volgar. Sulla versione acustica di “Hail Lefebvre”, taciamo. Anche “I just wanna be my toy” sfrutta l’elettronica e le note di “Over the rainbow”, ma non lascia il segno. “Sacrestani? Oh, mamma mia, per carità” ci regala campionamenti (interviste rubate, telefonate, registrazioni ambientali vere e fasulle) che ancora ci strappano un sorriso, insieme ai suoni, anche pesanti, in cui sono immersi. “Nightlight”,invece, pare uno degli inascoltabili guazzabugli degli ultimi Christian Death. Chiude l’opera “Inferno Deviatiko - promo” un assaggio di un concept multimediale basato su letture dantesche e altre amenità, di cui trovate struttura, intenti e finalità spiegate a fondo nel sito del gruppo. Ora, ho appena finito di vedere il DVD, edito da Marsilio, della Lectura Dantis di Carmelo Bene dalla Torre degli Asinelli, per il primo anniversario della strage di Bologna, per potere sopportare qualsiasi accostamento a Dante. E per quanto riguarda i giochetti col ciarpame nazistoide, pure. Web: http://www.deviatedamaen.it. (Manfred)

The Dust Eater: Dozen of cans (CD - Autoproduzione, 2007). Ouroboros, Apotheke, Alhambra, Mind Infinity, Mannequin... Sono i nomi di progetti che si incentrano sulla figura di Marco Grosso, musicista e appassionato di alchimia ed esoterismo. Diverse forme e modi di espressione di una stessa personalità. Questo nuovo progetto, chiamato The Dust Eater, sembra essere il più sperimentale, almeno tra quelli che conosco meglio. Si tratta di un mix tra basi elettroniche, registrazioni ambientali, voci “rubate”, glitch e rumori di vario genere dal forte impatto. Si tratta di un ascolto non del tutto semplice, pur essendo ben lontano dai rumorismi agghiaccianti dell’elettronica estrema e, devo ammettere, non mi ha del tutto convinto. A tratti è affascinante, con le sue sonorità che mescolano un senso di mistero e mantengono un buon livello di tensione; in altri momenti ho avuto, invece, la sensazione che si sia perso il bandolo della matassa e che si sia cercato di mettere troppa carne al fuoco, e in questi casi l’impressione di massima è stata quella di suoni mescolati un po’ alla rinfusa, come se mancasse qualcosa che rendesse più organica la miscela risultante. Senza dubbio si tratta di un musicista di una certa esperienza, che ha raggiunto anche risultati di un certo livello con il suo progetto Ouroboros, quindi mi viene da pensare che si tratti di una scelta oppure che sia necessaria una fase di tuning per questo suo ennesimo progetto. Web: http://www.marcogrosso.cjb.net/. (Ankh)

Elane: Lore of Nén (CD - Distinct Music/Masterpiece Distribution, 2006). Punti di forza di “Lore Of Nén”: la bellissima voce di Joran Elane, la bravura degli strumentisti ed una serie di brani amabilissimi. Al contrario, si deve notare come la lunghezza dell’opera (oltre un’ora di musica per diciannove episodi, alcuni per la verità puri intermezzi brevi) non contribuisca certo a tener ben desta l’attenzione dell’ascoltatore distratto e meno a vezzo a siffatte sonorità. Un disco dedicato adunque sopra tutto agli amanti di Dead Can Dance ed ai fruitori di musica celtica e misticheggiante. Noto che è stato recuperato un episodio (“One with lunnight”) da “Der Nachwald” del 2001, mentre rispetto al predecessore “The fire of Glenvore” (datato 2004) è vieppiù accresciuta la coesione degli esecutori. L’epica ed ancestrale “The night I left” e l’umbratile “On and on” realmente trasmettono un senso di maestosa quiete, e ci trasportano in mondi immaginari (o paralleli?) popolati da elfi e da misteriose creature. Come detto, trattasi di disco assai uniforme ove la componente cinematografica è predominante. Ecco, “Lore Of Nén” si adatterebbe perfettamente quale colonna sonora di un filmone di fantasy più o meno heroic. Inutile estrapolare titoli, ognuno potrebbe ritrovare in queste canzoni solo apparentemente semplici motivi di gioia e di piacevole stupefazione. Per informazioni: www.elane.org. Web: http://www.masterpiecedistribution.com. (Hadrianus)

Elend: A world in their screams (CD - Holy Records/Audioglobe, 2007). Che il gelo sia con voi. Questo è ciò che Iskandar Hasnawi, Sébastien Roland e Renaud Tschirner sembrano volerci suggerire attraverso questo A world in their screams, capitolo conclusivo della seconda trilogia del progetto franco-austriaco, denominata “Winds cycle”; e, se di venti si tratta, devono essere quelli ghiacciati provenienti dalle steppe dell’estremo nord. Un canto in stile medievale ci introduce a questa nuova opera degli Elend, ancora una volta registrata insieme ad un ensemble strumentale vero e proprio, a cui si aggiungono le strutture elettroniche create dai tre musicisti. Quest’album prosegue nettamente nella direzione del precedente Sunwar the dead, riuscendo a diradare efficacemente quei dubbi che avevo espresso all’epoca: stavolta il gruppo sembra aver impugnato con più forza le redini di un suono talmente pieno ed esuberante da essere difficile da controllare. C’è da dire che il gruppo non aggiunge molto di nuovo rispetto alle due precedenti produzioni, ma riesce clamorosamente ad ottimizzare, in fase sia compositiva sia esecutiva, quanto in precedenza era ancora imperfetto: i due assi portanti della musica degli Elend di questo secondo ciclo, ossia la musica orchestrale contemporanea e quella industriale e dark ambient, sembrano trovare qui maggiore accordo e non ho più l’impressione che siano accostate fra loro in maniera forzosa. Il complesso sonoro che ne deriva è, come si può ben immaginare, possente e avvolgente, caratterizzato da una sorta di purezza formale che amplifica, come se fosse necessario, la sensazione di gelo che pervade la musica. Ma non si tratta di un gelo immobile, poiché è percorso da mille correnti ghiacciate in grado, a tratti, di mozzare il fiato. Gli Elend chiudono la loro seconda trilogia con un disco che rappresenta alla perfezione quanto avevano anticipato con i due lavori precedenti, portando alla completa maturità le sonorità da loro scelte per questo ciclo: non ci resta che iniziare a chiederci cosa potranno cercare di realizzare per la prossima fase della loro produzione. Web: http://www.elend-music.org/. (Ankh)

First Human Ferro feat. Kenji Siratori: Adamnation (CD - Eibon Records, 2007). Confesso che a trovarmi davanti il nome di Kenji Siratori, ormai diventato onnipresente in ambito industrial & friends, mi è venuto da dire “ma ancora lui!” …mistero rimane come abbia fatto a collaborare con centomila progetti in un lasso temporale piuttosto breve, ma il risultato smentisce in gran parte la mia "allergia gli onnipresenti di qualsiasi fattura" iniziale. Nel caso specifico, ciò che è sorto dal merger con First Human Ferro è un album sicuramente ambizioso, di difficile assimilazione, dotato però di una sua torbida attrattiva. Che manca, a parere di chi scrive, di un immediato impatto in virtù delle sue particolarità, ma ciò per i più tenaci risulta un punto di vantaggio: “Adamnation” necessita forse di più di un giro nel lettore per essere pienamente compreso, per far entrare l’ascoltatore nel suo “ordine di idee”. E si può dire che ne valga la pena... “Adamnation” si può riassumere un’ambient complessa, a tratti ariosa in “One mile of insanity”, in cui la narrazione di Siratori emerge a stento dal progressivo e circolare intensificarsi noise, sempre più vicino al power electronics per poi sfumare tornando sui suoi iniziali passi; in altri momenti rarefatta e “spaziale” come in “Cadaver City”, con i drones sovrapposti alle voci delle soprano Lyudmyla Voinaroska e Irina Prudnikova, facendone il brano più convincente del lotto. L’impatto si rende più drammatico, “teatrale” in “Chameleon Horizon” e “Camouflage”; e sarebbe stata un’ottima conclusione se “Spiralworld”, nel suo range sonoro- dall’ambient agli stridori industriali- non risultasse troppo “vario” interferendo con la resa finale del brano. Non per tutti i palati, come si diceva, forse ostico per un ascoltatore impaziente: “Adamnation” si rivela lentamente, riservando, anche nella sua perfettibilità, spunti particolarmente interessanti e una vena creativa non comune. Decisamente interessante. Web: http://www.eibonrecords.com. email: info@eibonrecords.com. (LilleRoger)

Fursaxa: Alone in the dark wood (CD - ATP records/Goodfellas, 2007). Quella di Tara Burke, la musicista che si cela dietro lo pseudonimo di Fursaxa, è una proposta musicale decisamente particolare, almeno per quanto mi riguarda. Devo confessare che, pur avendo letto qualcosa a suo riguardo nel recente passato, è la prima vola che mi imbatto in una sua produzione. Si tratta di un’artista che naviga nei territori del folk dai toni fortissimamente psichedelici, ben lontana dalle sonorità acustiche che nel recente passato hanno inflazionato la scena apocalittica tranne, forse, un vaghissimo collegamento con le cose più lisergiche dei Current 93. L’approccio della nostra alla materia musicale è decisamente più libero e aperto rispetto agli schematismi della musica folk più usuale, miscelandovi vocalizzi eterei in uno stile non lontanissimo da quello delle produzioni Ventricle records, che sono però accompagnate, anziché dalle delicate basi elettroniche che caratterizzano l’etichetta di Seattle, da suoni più agresti e allo stesso tempo intossicati di strumenti a corda, anche se, di quando in quando, si possono ascoltare suoni prossimi a drone. Alone in the dark wood costituito da 13 brevi bozzetti, della durata variabile tra pochi secondi e i quattro minuti e mezzo, che affascinano e sembrano quasi scomparire nel nulla lasciando un bocca un sapore piacevolmente dolce ma, allo stesso tempo, la voglia di averne ancora. Sotto certi aspetti, per l’aspetto rituale che hanno alcuni brani, mi sono tornati in mente i Popol Vuh di Fitzcarraldo, pur essendo nel complesso una proposta musicale ben lontana dai preziosi, vecchi lavori del gruppo tedesco. Una proposta musicale non facile, soprattutto al primo approccio, ma che possiede un suo fascino tutto particolare e che non mancherà di affascinare molti degli ascoltatori che si avvicineranno ad essa con spirito aperto. Web: http://www.fursaxa.net/. (Ankh)

Gae Bolg: Requiem (CD - Prophecy - Auerbach Tonträger, 2006). Non posso negare che, pur avendo incontrato a più riprese il nome di Gae Bolg sia su riviste (più o meno patinate) sia su compilation, è la prima volta che decido di approcciare un’opera intera del musicista francese; non è la prima volta che mi capita una cosa del genere, indubbiamente, ma la particolarità sta nel fatto che i brani ascoltati qua e là mi erano piaciuti molto e, ciononostante, non mi sono sentito spinto ad approfondire la conoscenza di questo musicista. Mi duole ammettere che, probabilmente, si è trattato di una forma di snobismo dovuto alle affermazioni lette relativamente alla strampalata Church of Fand, che forse mi avevano spinto a considerare Gae Bolg più impegnato a diffondere la propria immagine piuttosto che la propria musica; non so dire se ero io a sbagliarmi o se si sia trattato di una tecnica di “marketing” atta a far emergere il proprio nome all’interno di una scena alquanto affollato: di certo posso dire che è stato un peccato, almeno a quanto posso dire dopo l’ascolto di questo Requiem, opera ricca di fascino e che dimostra che il nostro ha capacità e talento in abbondanza ed è in grado di affrontare la musica con approccio molto serio e risultati notevoli, al punto che risulta ormai del tutto inutile ricordare le sue passate collaborazioni con gruppi importanti, visto che ormai vive di vita (e musica) propria. Come si può immaginare dal titolo, si tratta di un album dal respiro ampio, caratterizzato da sonorità a metà strada tra quelle della musica antica e quelle barocche ma riviste e reinterpretate con attitudine assolutamente moderna e personale, in cui risaltano le parti corali (che credo siano il risultato della sovrapposizione di più tracce), dell’organo da chiesa, o ancora l’accostamento di strumenti come il clavicembalo, il pianoforte e un set di campane. A tratti (ad esempio in “Totentanz”) si fa uso di strutture semplici e ripetute, un po’ sullo stile del minimalismo, che mi hanno riportato alla mente un progetto del quale, purtroppo, non sento più parlare da molto tempo: gli Elijah’s Mantle, la cui musica, splendida, sfortunatamente non ha avuto grandi seguaci (almeno fino ad oggi), forse anche a causa della sua complessità. Date queste premesse, ritengo sia inutile dare un giudizio finale (mi pare chiaro che il disco mi è piaciuto molto) e privo di senso indicare uno o più brani all’interno di un album che va ascoltato con continuità dall’inizio alla fine. E, chissà, forse in vecchiaia anche a me capiterà di convertirmi alla Chiesa di Fand... Web: http://www.auerbach.cd/. (Ankh)

The Green Man: The teacher and the man of lie (CD - Hau Ruck/SPQR/Audioglobe, 2007). Talvolta capita che l’ascolto di un album ci faccia rendere conto del fatto che gli ascolti numerosi e frequenti di opere di un determinato genere possono in qualche modo spingerci a pensare di avere capacità di giudizio superiori a quelle reali: un ascolto superficiale e crediamo di essere già in grado di dire, di catalogare, di descrivere, di decidere; ma per fortuna capita anche di rendersi conto dei propri errori prima che sia troppo tardi. Questo è esattamente ciò che mi è capitato con questo The teacher and the man of lie, degli italiani The Green Man: un ascolto (evidentemente troppo) approssimativo mi aveva spinto a pensare che si trattasse dell’ennesimo lavoro di folk apocalittico trito, ritrito masticato e digerito più volte. Ebbene, niente di più sbagliato: quest’album ha uno spessore culturale e poetico tutto suo nonché una notevole ricchezza e personalità nell’approccio alla materia-prima-folk che lo rendono una produzione di assoluto valore all’interno della scena e lo sollevano ben al di sopra della media; a tale materia prima il gruppo aggiunge le influenze e gli umori più vari: fin dall’incipit, che riporta vagamente a “Set the controls for the heart of the sun”, vengono miscelate sonorità psichedeliche, ascendenti wave nei momenti elettrificati, profumi speziati di musiche etniche. Il tema dell’album è chiaramente di carattere religioso, come si può intuire già leggendo i titoli dei brani, alcuni dei quali sono cantati, altri semplicemente recitati con una pronuncia inglese assolutamente difficile da trovare in musicisti italiani; in particolare è ispirato alla religiosità degli Esseni, le setta a cui dobbiamo la conservazione dei famosi rotoli del Mar Morto e all’interno della quale qualcuno farebbe risalire le origini di Cristo. Gli arrangiamenti sono ottimi e raramente ridotti al semplice accordo di chitarra che troppo spesso monopolizza il genere. Fa sempre piacere rendersi conto che è ancora possibile essere sorpresi ma, soprattutto, che è ancora possibile registrare dischi di eccellente livello in un genere che, ormai, sembrava aver esaurito la propria vena aurea. Web: http://www.thegreenmanband.com/. (Ankh)

I:Scintilla: Optics (CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2007). Dopo essersi fatti conoscere un anno fa circa, con l'interessante mcd "Havestar", ecco "Optics" primo full length per I:Scintilla. La band americana realizza un album indubbiamente gradevole imperniato su canzoni orecchiabili ed immediate che miscelano elettronica e industrial-rock per un prodotto alquanto accattivante e che ha tutte le caratteristiche per compiacere tanto il pubblico piu' orientato verso sonorità elettro-industrial tanto quanto chi apprezza certo rock "alternativo" (alla Birthday Massacre tanto per intenderci). Brani come "Toy soldier" e le già note "Bells" e "Scin" si impongono come alcuni degli episodi piu' convincenti e trascinanti di un disco che non preme sull'accelleratore solo in "Translate", brano in cui (almeno inizialmente) prevalgono toni piu' soffusi e nella strumentale "Silhouette" (per altro il pezzo piu' debole del disco). Tra i synth e le chitarre spicca la bella voce di Brittany Bindrim per un prodotto che non farà gridare al miracolo e che indubbiamente può risultare un po' ruffiano e piacione ma (forse anche per questo) promette di portare al quartetto dell'Illinois grosse soddisfazioni. Web: http://www.iscintilla.com/. (Candyman)

Julia Kent: Delay (CD - Shayo Records, 2007). Il nome di Julia Kent non sarà certo nuovo per i frequentatori abituali degli ambienti del folk apocalittico: si tratta, infatti, di una violoncellista canadese che ha collaborato, dopo aver lasciato la formazione dei Rasputina, con Anthony and the Johnsons, uno dei gruppi che David Tibet ha sempre tenuto sotto la sua ala protettiva; non si è però limitata a quest’ambiente, come dimostrano le sue collaborazioni con formazioni quali gli Angels of Light e i Larsen. In quest’opera solista, che credo sia il suo esordio da solista, la musicista mette in mostra le sue radici classiche, realizzando un CD costituito da brani per violoncello costituiti dalla sovrapposizione di tracce registrate interamente da lei ulteriormente sovrapposti o inframmezzati da brevi registrazioni ambientali. I titoli dei brani spingerebbero a pensare che si tratta di un lavoro tematicamente simile al seminale Music for airports di Brian Eno: si tratta, infatti, di nomi di aeroporti e la musica che ci viene proposta è una sorta di rilassante musica da camera, che potrebbe fare da sottofondo all’interno delle sale d’attesa. Anche i brevi brani di registrazioni ambientali (la cui durata si aggira intorno alla ventina di secondi) hanno probabilmente la stessa origine. Un album piacevole e rilassante, adatto a chi apprezza le forme contemporanee della musica da camera. Web: http://www.myspace.com/Julia_Kent/. (Ankh)

Khvarena: The spirit rises (CD - Projekt/Audioglobe, 2007). Khvarena è il progetto nato dalla collaborazione dei Rajna (uno dei gruppi che ha fatto, della musica dei Dead Can Dance, una sorta di culto) con Francesco Banchini (o, se preferite, GOR, nella speranza che sia inutile ricordare chi sia e con chi altro ha collaborato in passato). Sia gli uni sia l’altro sono musicisti che apprezzo molto e la loro collaborazione non poteva che destare in me grande curiosità, anche perché avevo intenzione di andare a un loro concerto a Pozzuoli qualche tempo fa ma dovetti rinunciare per varie concause. Senza dubbio quest’album non mancherà di piacere agli appassionati dei due progetti che lo costituiscono, poiché nella musica che contiene si sentono con chiarezza le due influenze; in alcuni casi si ha l’impressione che una delle due tenda a prevalere, in altri casi è l’altra a prendere il sopravvento ma, nel complesso, sono ben miscelate tra loro e il risultato è, per me, splendido. Certo, di musicisti che esplorano la via più etnica dei Dead Can Dance oggi ce ne sono molti e spesso tendono ad assomigliarsi anche troppo tra loro; per chi, come me, ama alla follia queste forme musicali questo non è necessariamente un difetto, da un lato perché ci si aspetta che la ricerca in ambito di forme musicali tradizionali faccia riferimento a determinati schemi, dall’altro perché il piacere non proviene solo ed esclusivamente dall’innovazione. C’è però da dire che il buon Banchini sembra riuscire a trasformare in oro tutto ciò che tocca e anche in questo caso aggiunge quell’impronta personale alle sonorità dei Rajna, quei suoni un po’ mediorientali e un po’ klezmer che si abbinano così bene alle sonorità di matrice indiana del gruppo francese. Bellissima anche la particolarissima parte cantata di “Raggio di sole” (sfido chiunque a canticchiarla dopo il primo ascolto...). Il CD si presenta in un bel formato A5 color cartone ed è stato stampato in edizione limitata di mille copie numerate a mano. Web: http://www.rajna.net/music/pages/welcome_on_the_khvarena_websitepag.html. (Ankh)

Les Jumeaux Discordants: Les jumeaux discordants (MCD - Misty Circles, 2007). Les Jumeaux Discordants è il progetto nato dalla collaborazione di Roberto Del Vecchio (una delle due anime alla base dei Gothica ed elemento unico di The Last Hour) e di Aimaproject, artista impegnata a livello di espressioni multimediali e autrice di testi poetici. Dopo lo scioglimento dei Gothica, gli unici segnali musicali ricevuti da Roberto Del Vecchio erano il brano incluso nella compilation Cold Meat Industry Flowers made of snow e un paio di altri brani ascoltati sulla pagina Myspace dedicata a The Last Hour, segnali che, a dire il vero, non mi avevano convinto del tutto. Sembra invece che la collaborazione con Aimaproject, che non conoscevo in precedenza, sembra aver restituito al musicista di Vasto nuovo vigore e voglia di sperimentare. Musicalmente siamo al crocevia tra le strutture neoclassiche dei Gothica spogliate di quasi tutti gli orpelli più pomposi, l’ambient cupa a base di drones e rumori industriali e certe sonorità dallo sfondo esoterico impastato di folk apocalittico (mi vengono in mente gli Ordo Equitum Solis di “Angoris Nox” nella sua versione originaria e, per andare più indietro nel tempo, le vecchie opere degli Ain Soph). Si inserisce benissimo la voce di Aimaproject, ben lontana da quella impostata secondo i canoni classici: recita e canta in francese, latino, inglese e italiano con una tonalità tanto aspra (ma tutt’altro che spiacevole) in alcune delle parti recitate quanto calda e carezzevole in quelle più melodiche, perfettamente circondata e sostenuta dalle partiture strumentali. Un buon esordio, che potrebbe finalmente allontanare da Roberto Del Vecchio lo spettro (in senso positivo, ovviamente) del suo gruppo precedente e che inietta nuova linfa nella scena musicale italiana, il cui principale difetto sembra essere la breve durata: sei brani più una traccia nascosta per una durata complessiva di poco più di venti minuti. Bella anche la confezione, formato sette pollici in cartoncino nero. Web: http://www.myspace.com/lesjumeauxdiscordants. (Ankh)

Little Annie: Songs from the coal mine canary (CD - Durtro/Goodfellas, 2007). L’inclinazione di David Tibet a scoprire nuovi e nascosti talenti è cosa ormai nota; molto spesso, però, i musicisti da lui scovati nei risvolti più strampalati dell’ambiente musicale rimangono in uno stato semisommerso e raramente emergono dallo stato di musicisti di culto; chissà se, quando ha iniziato ad ascoltare e sostenere Antony and the Johnsons, si era già reso conto del fatto che, ne giro di poco tempo, questi sarebbero diventati il fulcro di un movimento quasi a sé stante: oggi sembra quasi che tutto ciò che tocca Antony Hegarty diventi oro e che una piccola collaborazione con lui valga quasi come una certificazione di qualità. In effetti bisogna dire che il nostro sceglie bene le proprie amicizie e questo Songs from the coal mine canary sembra dimostrarlo una volta in più: oltre allo stesso Antony, che ha prodotto il disco e si è cimentato al pianoforte, l’album si fregia anche della collaborazione di Joe Budenholzer (Backworld) alla chitarra ed è composto da dieci ballate in cui vengono miscelati diversi generi musicali diversi tra cui il le nuove espressioni del folk d’oltreoceano, il jazz più intimista, il blues malato dal mood non lontano da quello di Nick Cave, la no wave. A difesa di Annie Anxiety Bandez,c’è da dire che non si tratta di una “scoperta fresca fresca” del buon Antony: fu infatti notata, in tempi non sospetti, da un tale chiamato Frank Zappa ai tempi in cui suonava regolarmente a New York col suo gruppo Annie And The Asexuals e ha collaborato con i Coil ai tempi di Love’s Secret Domain: si tratta di un’artista a tutto tondo, che si diletta, oltre che al canto, nella pittura e nella recitazione e la cui voce, che sembra piena di fumo e vodka, affascina fin dal primo ascolto anche persone come me che, usualmente, frequentano lidi sonori abbastanza lontani da questi. Web: http://www.myspace.com/littleannieakaannieanxietybandez. (Ankh)

Lustmord: Rising (06.06.06) (CD - Vaultworks, 2006). Cosa si può dire di Lustmord, nel 2007, che non sia già stato detto in precedenza? In effetti è difficile approcciare un artista che è il simbolo vivente di un genere musicale come il dark ambient che, all’interno dell’area grigia, oggi rappresenta uno dei filoni più popolosi. Più che contribuire a creare questo genere, Brian Williams lo ha di fatto inventato, miscelando con maestria (in anni assolutamente non sospetti) ingredienti che erano senza dubbio a sua disposizione (ambient dalla lenta evoluzione e industrial della prima ora, sapientemente e solidamente agglomerati attraverso atmosfere asfittiche e tetre) ma che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di associare tra loro. Evidentemente si è trattato di una mistura vincente, considerato il “successo” che ha avuto a distanza di tempo, che è stata in poco tempo ingurgitata, digerita e rielaborata da una schiera di musicisti di notevole caratura (inutile citarne i nomi) che ne hanno tratto nuova linfa e sono stati in grado di generare, a loro volta, numerosi “sottogeneri” tra i quali i confini sono stati spesso molto labili. Fin qui la storia... Questo CD, però, costituisce per il musicista un’importante novità: probabilmente tutti ricordiamo che, poco più di un anno fa, tutti i telegiornali hanno annunciato che stava per arrivare un giorno dalla data particolare: il 6 giugno 2006 o, se vogliamo, 06.06.06. Il numero della bestia. Fortunatamente si sono anche affrettati a ricordarci che il nostro calendario è solo una convenzione e che, per altre culture, la data era completamente diversa e quindi non c’era da preoccuparsi. Però, quella data, qualcosa di particolare lo aveva: quella di spingere, per la prima volta in circa venticinque anni di carriera, Lustmord ad esibirsi dal vivo, in occasione della prima “high mass” pubblica della Church of Satan, fondata quarant’anni prima da Anton LaVey. Il risultato è questo Rising (06.06.06), che raccoglie musica proveniente da varie registrazioni del passato, nuovi brani ed improvvisazioni i cui titoli vanno a comporre quella che credo sia la “scaletta” di una messa di questo genere. Notazioni di costume a parte, da un punto di vista musicale si tratta di un bellissimo album, come d’altra parte si può dire di quasi tutte le opere di Lustmord, caratterizzato da un lento fluire praticamente privo di soste. Certo, non si tratta di un disco rivoluzionario, ma riesce a coinvolgere molto più di quanto abbiano fatto la gran parte dei suoi “colleghi” negli ultimi tempi. Web: http://www.lustmord.com/. (Ankh)

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