Recensioni settembre 2007

 


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Aa.Vv.: Decadence Vol. 1 (CD - Koldfinger/Masterpiece, 2007). Interessante questa prima compilation Decadence, che raccoglie brani di alcuni dei gruppi che si sono esibiti nel corso dei celebri extreme/fetish parties bolognesi. Aprono i romani Spiritual Front, qui presenti con “Bastard angel” (uno dei pezzi più conosciuti del loro ultimo cd), seguiti a ruota dal terrorista sonico :Bahntier// e dalla sua “Hiding face”. È poi il turno dei Chants Of Maldoror, che con il sexy death-rock di “Justine” rimandano indietro l’orologio di vent’anni, mentre l’harsh-diabolic electro degli Alien Vampires (autori di “Nuns are pregnant”) ci riporta direttamente ai giorni nostri. La quinta traccia è occupata da “Duro directo” dei Ballistic, ovvero EBM tamarra ma efficacissima, mentre la sesta è appannaggio dei Lia Fail, creatori dell’intensa “Leipzig” (canzone in bilico tra neofolk e neoclassicismo). Si prosegue con l’electro ultra-danzereccia dei Violent Diva e della loro “Headfucker”, e successivamente con “Specchio” della cult band Bohemien, da sempre tra le più importanti esponenti della scena gotica capitolina. Il nono brano segna un drastico cambio di rotta rispetto a ciò che lo precede, si tratta infatti di “Activated V.2” di Monolith, che ci aggredisce con i suoi beats asimmetrici e le sue sonorità abrasive, mentre “Revolver & starlette” di Macelleria Mobile di Mezzanotte ci regala atmosfere decadenti (e un sound che sarebbe perfetto come colonna sonora di uno spy-movie anni cinquanta!), ma di seguito le cose cambiano ancora perché troviamo il future-pop “robusto” degli XP8 (dei quali è stata incluso il remix di “Muv your dolly”). La chiusura spetta all’industrial metal di “I wanna be like him” dei Blue Velvet, alla techno ultra-pompata di Noorglo (il suo pezzo si intitola “Concrete flesh”), alla trance-EBM di “Lead me” dei Blank e infine ai Frozen Autumn, che con il remix di “Polar plateau” garantiscono un degno finale a questo bel dischetto! Da notare che la compilation esce in edizione limitata di 300 copie (con cover a tematica scatologica!!), che sono inclusi anche alcuni contenuti extra (parecchie foto e un video…) e che sarà disponibile solo attraverso il distributore o direttamente alle Decadence nights. Web: http://www.masterpiecedistribution.com/. (Grendel)

Accessory: Holy Machine (MCD - Out of Line/Audioglobe, 2007). La musica degli Accessory, da sempre all'insegna di elettro-industrial dai toni assai "muscolari" con qualche contaminazione techno, non segnala grossi cambiamenti nemmeno nel nuovo mcd Holy Machine che segue di due anni il mediocre album Forever and beyond rispetto al quale si fa però certamente preferire; la proposta della formazione tedesca non è certo divenuta in grado di soddisfare palati particolarmente raffinati, ma trovo innegabile che vi sia materiale piu' interessante in questo mcd che nel precedente doppio album. Le 13 tracce (7 inediti e 6 remix) del nuovo mcd racchiudono brani piu' che buoni, dalla pompatissima "What the hell is" (che mi ha ricordato gli E-Craft) all'altrettanto ballabile "Holy Machine"; piu' "melodiche" (virgolette quanto mai d'obbligo) sono "Endorphine" e "Kein Vergeben", ma la traccia che preferisco è la breve "Fireworlds" (prevalentemente strumentale e dalle sonorità alquanto insolite per gli Accessory), per un mcd che in definitiva, nella parte degli inediti, non mi ha convinto solo in "Ewigkeit" (che infatti mi aveva lasciato indifferente già sul sampler Machineries of joy vol.4) e "I am an american". La parte dedicata ai remix si riduce, come spesso accade, ad un inutile e superfluo riempitivo; gli sforzi si concentrano sulle tracce "Holy Machine" (discreto il remix dei Cephalgy), "Ewigkeit" e "Kein Vergenen": due remix per ogni traccia, da parti di nomi a me francamente sconosciuti, in cui spesso riaffiora l'immagine techno-maranza degli Accessory che la prima metà del mcd aveva fortunatamente in buona parte accantonato. Web: http://www.myspace.com/accessoryweb. (Candyman)

Adversus: Laya (CD - Sonorium Records/Masterpiece, 2007). Un breve brano introduttivo, caratterizzato inizialmente da suoni bucolici (il canto degli uccelli, un cavallo in corsa) lentamente si trasforma in una versione in lingua tedesca di “The wind that shakes the barley”, in cui la voce (bella ma che dà l’impressione di già sentito, in quanto molto vicina come timbro a quella di numerose cantanti gothic metal) si appoggia su basi elettroniche allo stesso tempo pompose e ritmate coadiuvate dalla strumentazione acustica: in fondo una bella versione, che si allontana leggermente da quelle, splendide e per voce sola, dei Dead Can Dance e dei Lupercalia. È in questo modo che i teutonici Adversus ci introducono nel loro terzo lavoro, a metà strada tra l’EP e il CD di lunga durata con i suoi trentacinque minuti, dopo un recente cambio di formazione. Si tratta di un gruppo a me, finora, sconosciuto che dà l’impressione di provenire da un’ambiente metal, anche se qui di metal c’è poco e niente. Il CD prosegue, infatti, con la lunga “Laya”: un brano acustico di quattordici minuti in cui fa la sua comparsa anche la voce femminile; un bel brano, dagli arrangiamenti non banali in cui spiccano violino e arpa e con le due voci che si alternano nel dare vita a sonorità a mezza via tra il folk di matrice germanica e l’ethereal neoclassico, con un inizio tranquillo che va dilatandosi per tutta la durata del brano. Segue la lenta ed evocativa “Krähen im Gewölk”, in cui la voce femminile si staglia su una base ambient scura e accompagnata dall’arpa. “Seelenwinter – Lagerfeuer version”, a mio giudizio il brano meno riuscito dell’album, chiude un album che, pur non facendomi urlare al miracolo, può giocarsi qualche carta interessante, anche se suppongo che desterà più interesse nelle lande tedesche che dalle nostre parti. Web: http://www.adversus.de/. (Ankh)

Aethere: The long dark tea-time of the soul (CD - Rage in Eden, 2007). War Office Propaganda o Rage in Eden, poco cambia: anche dopo il cambio nome, l’etichetta non smentisce la sua ricerca della qualità, e stavolta la va trovare nelle nostre lande. Aethere, infatti, è la creatura di Emanuele Ratti, approdato a una forma di ambient particolare per i nostri tempi: lontana dagli eccessivi minimalismi, oppressiva come lo stile vuole ma senza che tale mood offuschi il resto, con innesti ben mirati e calibrati che scongiurano l’incombente, in generi come questo, rischio di già sentito. The long dark tea-time of the soul arricchisce un substrato old-style, derivato dalla musica cosmica 70s in connubio con la dark-ambient di maestri quali Lustmord e Robert Rich, di interventi armonici, momenti percussivi, vocals in modulazioni sussurrate, in un insieme che mostra in ognuna di queste sei tracce la sua ottima unione di forze. Se la “Part IV” risulta più sottile, cupa ed oppressiva nella sua parte iniziale, si evolve verso una tetra melodia di synth che accompagna dei lugubri sussurri, e una struttura ugualmente in evoluzione si trova in “Part II”, brano dall’ottima articolazione tra arpeggi risonanti su loops cosmici e ritmi in tensione. Molto bella anche “Part V”, brano che avrei visto bene in qualche vecchia compilation della Cold Meat Industry, un melting ben concepito e costruito tra la dark ambient più ostica e ritmiche congenialmente ossessive, e “Part VI”, ambient spaziale densa e fluida in progressione verso sonorità dal forte retrogusto death-doom, un viaggio mentale nel buio che conclude più che egregiamente un album che ad ogni ascolto si fa sempre più accattivante, più intenso all’ascolto. The long dark tea-time of the soul non si limita a seguire le coordinate prestabilite del genere ma mira a dare del suo, a una via personale che non sembra in fase di ricerca ma già intrapresa. Una proposta decisamente interessante, che ha molto più che un argomento per emergere. Web: http://www.myspace.com/aethere. email: lokideformis@yahoo.it. (LilleRoger)

An Cafe: Magnya Carta (CD - Loop Ash/Red Cafe/Gan Shin Records/Audioglobe, 2007). Qualcuno, in redazione, mi aveva messo in guardia circa i contenuti di questo “Magnya Carta”… Ma poteva il fanatico visual-keister Hadrianus dare ascolto a tali maldicenze? Come è possibile che un gruppo proveniente da quel dorato universo possa recar delusione al vostro, per quando anziano, ancor gagliardo recensore? Eccovi allora una dettagliata descrizione del prodottino. Iniziamo dal booklet (anzi, dai booklet, visto che ce ne sono due). Primo volumetto: cartoncino patinato con in copertina il logo del gruppo in primo piano, in secondo i nostri vezzosissimi artisti, in completini che fanno sfoggio di tartan, gioielli, fiocchi e pizzi. Le acconciature ed il trucco esaltano le esili linee degli efebici ed amebici (e pure anemici) volti, per la gioia dei vostri sensi visivi vi rimando alle pagine centrali, ove l’immagine è decisamente più chiara ed estesa, e dove il bel look sfoggiato dai nostri, perfettamente in linea coi canoni imposti dal genere, viene vieppiù valorizzato. Che carini! Deliziosissime quindi le fotografie in quinta e sesta, con pose classiche incorniciate (fanno tanto Re Sole), seguite da altre più adatte allo stile VK, sottolineate dalla breve presentazione dei singoli componenti l’insieme, nell’incomprensibile grafia usa nelle isole del Sol Levante. L’ultima riporta su sfondo mattone le note salienti, in caratteri chiari simil-dorati. Il secondo libretto fa sfoggio di fantasia, ed è stato apprezzato particolarmente dalla mia figliola, comprendendo un posterino sul quale è disegnata con tratti volutamente infantili, una mappa di qualche immaginaria isoletta, con tanto di personaggi che paiono tratti da uno dei tanti cartoon messi in onda con grande generosità sui vari canali televisivi che ingombrano il nostro etere. Chi sarà mai il simpatico Poppo Kun? E Bee The Nyappy? Forse l’Ape Maia nipponica? Bisognerebbe esplorare il Nyappy Palace, chissà mai, anche per comprendere il senso di questo “Magnya Carta”… Sul retro i testi, in giapponese ed in inglese. Inlay con ennesima foto di gruppo e riferimenti alle case discografiche patrocinatrici. La confezione, nella nota plastica trasparente rigida, appare solida e confacente all’uso del quale solitamente se ne fa. Ossignor… E la musica? Beh… La musica… Il disco ha già compiuto la sua corsa nel lettore… Che fare, ri-pigio il tasto play? Noooo… Dovrei dare ascolto ai consigli degli amici. Anche quando trattasi di Visual Kei… Sob! P.S.: infine ho ceduto alla tentazione (sono un peccatore, posso resistere a tutto, tranne che…), e “Magnya Carta” me lo sono ri-ascoltato. Passabili “Pxxxy’n PURIN” e “Portraying light with rainbow colored crayon”, gradevole l’adolescenziale ballata “Stumble across a miracle” (pop in agrodolce), palma pella canzone dal titolo più sciocco della storia del rock a “Pipopapo telepathy” (!!!). (Hadrianus)

Anubis Gate: Andromeda unchained (CD - Locomotive Records/Frontiers Records, 2007). Ammetto d’aver (colpevolmente…) trascurato il predecessore “A perfect forever”, forse confuso nel mare magno di uscite che in ambito progressive-metal affollano mensilmente gli scaffali dei negozi di dischi. Mi redimo con questo convincente sequel (forzando il termine, non essendo i due collegati, ma mi piaceva…) titolato “Andromeda unchained”. Perché fra l’intro Freak storm at Post Zeta… one child missing” e l’outro “The stars of Canis Minor” (ma v’è pure una bonus ad arricchire il dischetto) di sostanza c’è n’è davvero tanta! Bei brani dalle piacevoli soluzioni melodico/darkeggianti che innervano il robusto metal potente e progressivo proposto dal gruppo, e che piaceranno a quanti apprezzano gli immensi maestri Threshold (ma anche i Dream Theatre meno esaltati ed i Royal Hunt!). Anche se il livello esorbitante raggiunto ormai da Karl Groom e compagni è ancora parecchio distante, non di meno sono da apprezzare tutte indistintamente le canzoni presenti, nessuna esclusa. Nemmeno gli episodi più estesi nel minutaggio risultano tediosi, tutt’altro, “This white storm through my mind” e “The end of millenium road” sono convincenti e dotati di incredibile appeal. Un gran bel disco, non c’è che dire, nei confronti degli Anubis Gate molti dovranno opportunamente rendere omaggio (come il sottoscritto, che si è imposto il ri-ascolto di “A perfect forever”!). Web: http://www.frontiers.it. (Hadrianus)

Arts of Erebus: Icon in Eyes (CD - Sonorium/Masterpiece, 2007). Siete avvertiti; se cercate originalità, personalità e piacevoli sorprese state alla larga da questo Icon in Eyes, secondo full length dei (franco)tedeschi Arts of Erebus. Ma se godete nell’ascoltare ben suonati e ben registrati tutti i topoi di certo gothic rock teutonico (potenza, melodia, chitarre chiare dal riff orecchiabile, richiami ai gruppi storici, vocals ortodosse) allora correte a procurarvelo, dato che oltretutto si può scaricare ad un prezzo contenuto dal sito del gruppo. E’ palese come la band voglia affacciarsi sull’ambiente frequentato dai conterranei Garden of Delight, che vengono richiamati oltre che nelle note, anche nelle tematiche esoteriche e financo nell’artwork, ma mi pare che qui l’inprinting prevalente sia piuttosto da ricercarsi nell’approccio al goth rock degli ultimi Sisters of Mercy da cui pezzi come “Pale Moon”, “Pray” o “The end of the gun” sono ultra derivativi. I GOD invece ispirano chiaramente la notevole “Dawn of the Dead” e la più corrente “Rescue Me”. Nell’insieme comunque, l’effetto è davvero molto “tedesco” dato che negli Arts of Erebus ritroviamo proposta certa verve metal e certa epicità che caratterizza i momenti migliori dei Dreadful Shadows, Love Like Blood o Scream Silence. Brano simbolo di questa attitudine è senz’altro la bella “Zeit und Traum” (che vede alla voce ospite Rosendom degli Adversus), maestosa e drammatica, che potrebbe mandare in visibilio un fan di Lacrimosa Web: http://www.arts-of-erebus.com. (Manfred)

Astrovamps: Gods and monsters (CD - Alice In.../Audioglobe, 2007). Pur essendo attivi già dai primi anni novanta, i losangelini Astrovamps sono riusciti a concretizzare i loro sforzi solo di recente, e più precisamente da quando si sono legati all’etichetta tedesca Alice In… e hanno realizzato l’Ep Manifesto (2003) e l’album Amerikan gothick (2004). Il nuovo Gods and monsters potrebbe essere una sorta di carta vincente nelle mani della band, e magari regalarle quel successo che ha rincorso per tanto tempo, non per niente esso contiene tutti gli ingredienti “giusti” per poter piacere alle giovani generazioni gothabilly. La prima volta che lo si sente si rimane un po’ interdetti perché le sonorità proposte dal quintetto non rappresentano certo qualcosa di nuovo, ma in seguito ci si rende conto che Daniel Ian e compagni sono stati bravi nel creare un “pastiche” di generi che potrà attirare ascoltatori con background e gusti anche molto diversi tra loro. Detto in parole povere, i nostri dimostrano di avere una grande passione per il garage, per il punk e in minima parte per il death-rock, anche se a quest’ultimo stile sembrano rifarsi più dal punto di vista estetico che da quello musicale. Le loro canzoni sono piuttosto divertenti e rimandano direttamente a gruppi mitici come Fuzztones e Misfits, inoltre sono condite dai classici testi a sfondo umoristico-orrorifico (basta dare un’occhiata a titoli come “Monsters in tinsel town”, “Somebody forgot to tell me I was dead”, “Let’s go out and scare people” o “This is the macabre life” per rendersene conto…) che in questi casi non possono mai mancare!! Si tratta perciò di un ascolto poco impegnativo, adatto per una serata di bagordi o per scatenarsi in discoteca, ma vorrei aggiungere che di solito le formazioni dedite a questo tipo di musica danno il meglio di loro in sede live, per cui speriamo di poter vedere gli Astrovamps dal vivo in Italia, prima o poi! Web: http://www.astrovamps.com/. (Grendel)

The Birthday Massacre: Walking with strangers (CD - Repo Records, 2007). Ecco un altro gruppo pronto per il grande salto nella massima divisione dell’alterna. “Walking with strangers” ci ri-presenta un insieme tirato a lucido ed ormai maturo, è solo una banale questione di tempo, i numeri ci sono tutti, proprio tutti, qualcuno là fuori deve solo accorgersene, il resto sarà una conseguenza. Perché queste dodici tracce, nessuna esclusa, sono accattivanti e dotate di una melodia alla quale è impossibile opporre resistenza, sono inoltre ben prodotte tanto da apparir costruite apposta per il successo, al quale paiono inevitabilmente destinate. Sarà un bel derby fra TBC ed i nostri Helalyn Flowers, un match alla pari fra due autentiche potenze, anche se fino ad ora solo in divenire; belle promesse pronte alla conferma, che nel tessuto connettivo tipicamente rock (che rappresenta la loro comune base), iniettano abbondanti dosi di nu-elettro-wave, formulando così un prodotto assolutamente vincente. La dirompente carica sensuale emanata dalla front-woman Chibi completa l’opera, scivolando ammiccante sul red carpet stesole dinanzi dai chitarristi Rainbow e Michael Falcore e dalla macchina del ritmo guidata da Rhim (batteria) e da O.E. (basso), col fondamentale supporto del tastierista Owen. Combo rodato e duttile, attento a cogliere qualsisia input proveniente dal mondo esterno e pronto a metabolizzarlo ed a farlo proprio, trasformandolo in una splendida opportunità da sfruttare a fondo, col tempismo ed il cinismo tipico di chi ha ben presente qual è il traguardo da raggiungere. (Hadrianus)

Blank: Hellbound EP (EP - Artoffact Records, 2007). Si interrompe finalmente il lungo silenzio dei Blank, la cui ultima release Artificial Breathing (a suo tempo ben recensita in questa sede) era datata Marzo 2004; il duo parmense licenzia infatti in questi giorni il nuovo Hellbound EP ad anticipare un nuovo full length annunciato per i prossimi mesi. L'EP (disponibile solo in formato "digitale" via iTunes) racchiude quattro tracce: tre versioni della title-track e "Beneath"; "Hellbound" è un pezzo veramente bello, che coniuga ritmiche assolutamente ballabili con uno spiccato gusto melodico, per una formula elettro-dark non esente da influenze techno ed industrial. La voce di The Maze (pur continuando a ricordarmi quella di Ian Ross dei Flesh Field) è piu' pulita ed anche i suoni sono indubbiamente cresciuti rispetto alle precedenti produzioni, per quello che si rivela come un ottimo pezzo che ripaga di tanta attesa. Due i remix della title-track, firmati Diskonnekted e Blind Faith & Envy: entrambi buoni, in particolare il secondo. Si mantiene su un buon livello qualitativo anche "Beneath", meno "pompata" rispetto ad "Hellbound". Decisamente non inferiori (anzi...) ad altre elettro-band italiane di cui sentiamo parlare molto di piu', i Blank sono stati sin'ora probabilmente penalizzati dall'essere sotto contratto per una label d'oltre oceano; speriamo che la promozione del nuovo album sia adeguata e possa dare ai ragazzi di Parma le soddisfazioni che meritano, poichè stando a questo singolo, ci attende un ottimo album. Web: http://www.mechanoid.it. (Candyman)

Blutengel: Labyrinth (CD - Out of Line/Audioglobe, 2007). Semplice e difficile al tempo stesso recensire Labyrinth ultima fatica dei Blutengel. Il nuovo album di Chris Pohl & co. rispecchia fedelmente lo stile dei dischi precedenti e pertanto basterebbe ripetere pedissequamente quanto scritto per commentare i vari album e mcd sin qui realizzati dai nostri (da rilevare solo che questo album giunge ad oltre tre anni di distanza dal precedente Demon kiss, lasso di tempo in cui i Blutengel hanno realizzato il dvd Live Lines ed alcuni mcd) per avere un'idea di come suoni questo disco. Non mi dilungherò quindi su temi già ampiamente dibattuti in passato come la pochezza dei testi, la ripetitività delle tematiche affrontate e sul corollario kitsch che li accompagna; Labyrinth è (per quanto riguarda stile e contenuti) il "solito" disco dei Blutengel, ma stavolta la freschezza e l'appeal "danzereccio" che contraddistingueva buona parte dei lavori precedenti (in primis il celeberrimo Seelenschmerz) affiora in ben pochi episodi ("Gloomy shadows", "Singing dead man", "A new dawn", "When the rain is falling"), mentre la maggior parte del disco è costituita da pezzi abbastanza mediocri che contribuiscono ad "appesantire" un prodotto francamente prolisso (15 tracce per oltre 73 minuti di durata). Particolarmente sottotono appare poi l'interpretazione vocale di Chris Pohl, mentre sicuramente meglio se la cavano Ulrike Goldmann e Constance Rudert, risollevando almeno parzialmente le quotazioni del disco in brani come "Shame" e "Sunrise"; troppo poco per migliorare il mio giudizio su quello che reputo (a parte il mediocre primo album Child of glass) il disco piu' debole della discografia dei Blutengel. Web: http://www.blutengel.de. (Candyman)

Cesium 137: Proof of life (CD - Metropolis/Audioglobe, 2007). Il quarto album del duo americano conferma nel bene e nel male quanto già esposto nei lavori precedenti, ovvero dischi in cui, accanto a brani assai validi, convivono passaggi a vuoto e momenti di noia, per prodotti che quindi non soddisfano mai completamente. Sia chiaro, il mercato discografico offre in questo momento moltissime bands che, pur essendo maggiormente reclamizzate, sono decisamente meno valide dei Cesium 137, i quali anche con questo lavoro si meritano un ampia sufficienza, ma non riescono appunto a fare il "balzo in avanti" che possa evidenziare particolari progressi rispetto agli album precedenti. Proof of life si apre ottimamente con le belle "Stars turn cold" e "Flight", due brani ariosi, dalle sonorità avvolgenti ed assai ballabili; un sound che, per chi non conoscesse la band americana, potremmo descrivere come una miscela di elettro-pop, ebm e techno. Bella anche la successiva "Stranded" che abbassa un pò il ritmo a favore delle linee melodiche; ancora più intimista e minimale la successiva "With fire"...da qui parte la parabola discendente del disco e la sensazione di "già sentito" si fa pressante. Alla resa dei conti, Proof of life è il solito disco dei Cesium 137: carino ma senza entusiasmare. Web: http://www.cesium137.com. (Candyman)

Comando Suzie - O Paradis: Split (CD - Punch Records, 2007). Breve ma intenso, si dice. Lo stesso concetto si potrebbe applicare al 7” in oggetto. Giustamente, solo due brani, ma entrambi valevoli ognuno per suo conto l’acquisto di questa chicca su vinile. Per chi già conosce O Paradis, “Pergamino” è sia una riconferma del sentire espresso nell’ultima release Cuando el tiempo sopla che l’occasione di scoprirne un lato più cupo, sofferto. E così il suo iniziale incedere di piano, lieve e al tempo stesso drammatico, riprende poi la linea melanconico-rétro cara all’ultima release di Demian, volgendola però in sonorità e modulazioni vocali emotivamente più piene, frutto di una (apparentemente) semplice e (molto) sapiente combinazione di armonie. Comando Suzie ha in comune con O Paradis due cose, principalmente: la presenza di Demian, qui alla chitarra acustica, e un gusto innato per le armonie amare. Attraverso un ritmo discreto e incisivo e la voce profonda e decisa di Raùl Lòpez, “El pequeño tamborilero” crea una forma-canzone riconducibile a un folk-pop acustico intelligente e curato, lasciando la curiosità di scoprire di più riguardo questo nome. Specialmente dopo averne scoperto, sul relativo MySpace, la reale anima old-electro-pop… una sorpresa molto interessante, che chi scrive attende su cd con impazienza. Uno split che offre non solo il piacere dell’inedito, ma anche di scoprire così due lati differenti di O Paradis e Comando Suzie, e in una maniera che definire deliziosa sarebbe limitante. Da avere! Web: http://www.punchrecords.it. (LilleRoger)

Corde Oblique: Volontà d'arte (CD - Prikosnovenie/Audioglobe, 2007). Che Riccardo Principe sia musicista dalle grandi qualità è sempre stato chiaro, fin dalle prime tracce registrate ormai diversi anni fa sul primo demo tape dei Lupercalia; qui non si parla solamente delle sue capacità tecniche ma anche di quelle compositive, che fanno sì che i suoi progetti (Lupercalia, appunto, e oggi Corde Oblique) abbiano delle caratteristiche che li rendono molto personali pur in un ambito alquanto affollato. Anche in questa seconda opera, il nostro collabora con numerosi musicisti a lui spiritualmente affini, come Alfredo Notarloberti (Argine, Anima In Fiamme, Ashram), violinista in grado di muoversi nelle forme musicali “popolari” con la stessa classe con cui crea le atmosfere più romantiche e Luigi Rubino (Ashram) con il tocco delicatoo delle sue tastiere; Caterina Pontrandolfo, Floriana Cangiano, Claudia Florio e Catarina Raposo, cantante dei Dwelling, si alternano alle voci femminili, mentre fanno la loro comparsa anche Sergio Panarella (Ashram) e Simone Salvatori (Spiritual Front) per quelle maschili; accanto a loro altri musicisti che formano un ensemble capace di stupire, emozionare e divertire allo stesso tempo. La caratteristica dei progetti di Riccardo Principe continua ad essere quella di saper miscelare, con una grazia incredibile, sonorità di estrazione neoclassica con melodie mediterranee che acquistano in questo frangente caratteristiche così peculiari da rendere veramente unica la produzione del musicista partenopeo, che si esprime ai massimi livelli sia nei brani cantati sia in quelli puramente strumentali. Un ritorno graditissimo e un disco di eccellente livello. Web: http://www.cordeoblique.com/. (Ankh)

The Crüxshadows: Birthday (CDS - Dancing Ferrett/Audioglobe, 2007). Non posso negare il mio apprezzamento per Birthday, nuovo singolo dei Crüxshadows (secondo estratto dal recente full length Dreamcypher); si tratta infatti della classica canzone tanto semplice quanto immediata, di quelle che ti entrano in testa e non escono più. Brano indubbiamente riconducibile allo stile della band americana, con la voce di Rogue ed il violino in bella evidenza su melodie elettro-pop ballabili ed immediate, ha tutte le caratteristiche per bissare l'incredibile successo del singolo "Sophia", arrivato al n.1 della classifica di Billboard. Non sarà quindi questo brano a cambiare, nel bene o nel male, la vostra opinione sui Crüxshadows, band che a dispetto di un vastissimo consenso nel resto del mondo, in Italia vanta nutrite schiere di detrattori. "Birthday" viene proposta in tre versioni, in tutta sincerità poco diverse tra di loro, meglio quindi parlare delle due tracce che completano la tracklist di questo singolo: "The 8th square" è un pezzo altrettanto gradevole, strutturato ancora una volta su una melodia immediata, melodica e ballabile con il violino in primo piano. Decisamente meno entusiasmante "White rabbit", pezzo dalla struttura musicale essenziale, imperniato principalmente sulla voce di Rogue; eppure è un pezzo che approda su cd "a grande richiesta" dei fans dei Crüxshadows, visto che si tratta di un loro vecchio brano, quasi sempre eseguito nei concerti della band, ma sinora mai incluso in alcun cd. Web: http://www.cruxshadows.com. (Candyman)

De/Vision: Noob (CD - E-Wave/Audioglobe, 2007). Se mai qualcuno si chiedesse ancora qual'è la musa ispiratrice dei De/Vision, dagli inizi della loro carriera ad oggi, l'ascolto di "What you deserve", brano iniziale del nuovo album Noob toglierà definitivamente ogni dubbio. L'ombra dei Depeche Mode si erge imperiosa più che mai sul duo tedesco, onnipresente nelle dodici tracce che compongono la sua ultima fatica; nulla di nuovo quindi in casa De/Vision, ma l'ennesimo disco di synth-pop melodico che alterna episodi piu' pop e ballabili a lente ballate malinconiche. Il mood generale dell'album vede una leggera prevalenza di queste ultime, toccando l'apice con brani come "Deep blue" e "See what I see", due pezzi che francamente eccedono coi toni languidi, risultando quasi stucchevoli. Le cose vanno decisamente meglio quando il ritmo sale, come nelle briose "Obsolete", "Life is suffering" e "Flavour of the weak". Come già affermato, Noob è un tipico album "alla De/Vision" e pertanto credo non mancherà di compiacere chi apprezza lo stile dei De/Vision, ma personalmente lo trovo inferiore ai precedenti Six feet underground e Subkutan. Web: http://www.devision-music.de. (Candyman)

Dead Soul Tribe: A lullaby for the Devil (CD - Insideout Music/Audioglobe, 2007). Mr. Devon Graves ed i suoi DST perseverano nel perverso giuoco che consiste nel mettere in fila un disco più bello dell’altro; ad ogni uscita, si rinnova così quest’appuntamento atteso da schiere di devoti fan distribuiti sulla martoriata crosta terrestre, un rito fortificato dalla certezza che sicuramente l’ultimo supererà in qualità il predecessore. Non sfugge alla regola “A lullaby for the Devil”, aperta da una gothicissima “Psychosphere” che Carl McCoy dovrebbe ascoltare con attenzione, tanto appare come una personalissima rivisitazione (made in Graves, obviously) del classico wall of sound di derivazione nephiliana (eh, qualcuno di voi pensava per caso a Phil Spector?). Che il nostro sia un genio (ancor incompreso, pur troppo…) lo dimostra la distaccata e dark “Goodbye city life”, tra lancinanti fughe di chitarra ed un pianismo assorto (col cantato molto nu, quindi moderna, ma non svenduta). Otto minuti di sorprese, fra rintocchi di campane e rullar di tamburini (l’attesa nervosa della imminente battaglia?) durante i quali la sconfinata fantasia di Buddy Lackey (come si faceva chiamare ai tempi degli Psychotic Waltz, altro capitolo che andrebbe ri-letto con attenzione…) si sbizzarrisce cavalcando le inquiete onde d’una ispirazione che non conosce arsura di sorta. Fermiamoci un attimo, e ricapitoliamo: “Dead soul tribe” nel 2002, “A murder of crows” l’anno dopo, “The january tree” nel 2004 ed infine l’eccelso “The dead word” nel 2005… Un anno di sosta cosa poteva riservarci? Un altro ottimo disco, ovviamente… Una produzione che esalta la verve di brani allucinati come “Here come the pigs” (che titolo!), che magari ad un primo ascolto vi parranno assurdi, ma che in seguito, una volta approfonditi, si riveleranno in tutta la loro devastante carica eversiva. Devon Graves è riuscito, ancora una volta, a raccogliere i ciottoli più belli lasciati dai distratti colleghi che come lui affollano i ripidi sentieri della composizione: se il nu-metal ha ormai prosciugato ogni risorsa, se il gothic langue, nell’attesa di un auspicabile colpo di genio, se il metal tende (male noto…) a ripetersi, ecco che il geniaccio di San Diego, fregandosene (permettetemelo…) di tutto e di tutti, lancia nello spazio, avvolta dal gelo siderale, l’epocale “Lost in you”, capsula sonica ove melodia, ansia espressiva e vigore heavy convivono alla perfezione, in un incastro che vi sbalordirà. Questi sono i DSI: per qualcuno ostici, per altri troppo accessibili, ma le contraddizioni fanno parte della loro storia, e d’altronde le usano proprio per sorprenderci ad ogni svolta… “A stairway to nowhere” ad esempio vi rammenterà i Porcupine Tree, pura psychedelia hard/dark. Non vi basta? Ehi, ma ci sono ancora cinque brani! L’estatica magniloquenza della strumentale “The Gossamer Strand” richiama le grandi produzioni del prog meno estenuato (il flauto a-la Jethro Tull che fornisce al pezzo l’ossatura che ne sostiene i tessuti), “Any sign at all” si avvale di un inquietante percussionismo tribale e di chitarre cupissime, citando con consapevolezza il meglio di quanto prodotto dal project di un altro grande, ovvero A Perfect Circle di Maynard James Keenan. Confusi? Certo, ma ve l’avevo detto… Felici? Dovrete esserlo, se amate la buona musica! "Fear" è sinfonica ed è spezzata da stranianti inserti acustici (i cori salgono al cielo lungo scale immacolate rette dai tasti d'avorio), "Further down" è breve, intensa e nervosa, forse l'unico pezzo che non s'imprime nella memoria (ma sono solo tre minuti scarsi), eppoi si giunge al gran finale colla title-track, che in fondo è la summa ideale di quanto espresso fino ad ora. Non voglio aggiungere altro, vi lascio con della sana suspence: chi vuole intendere intenda... (Hadrianus)

The Deep Eynde: Bad blood (CD - People Like You Records, 2007). Sono ormai anni che è in atto il revival del rock ‘n’ roll più sanguigno e genuino, tornato in auge sia in ambito alternative che nella scena musicale mainstream, ciononostante l’interesse nei confronti di queste sonorità non accenna a diminuire, non solo da parte del pubblico ma anche delle band che continuano a proporle. In Italia abbiamo diverse formazioni che si sono cimentate nella materia, ma il primato spetta (come sempre, del resto…) a nazioni come gli Stati Uniti, l’Inghilterra e i paesi scandinavi, dai quali provengono gruppi di tutto rispetto che hanno raggiunto notevoli livelli di notorietà. I californiani Deep Eynde, ad esempio, sembrano avere il rock nel loro DNA, ed in effetti quando nasci da quelle parti può andarti o malissimo (e quindi fin da piccolo ti può capitare di essere tartassato con l’hip-hop o con certa “robaccia” commerciale…) o benissimo, nel caso in cui i tuoi genitori o i tuoi amici ti facciano il lavaggio del cervello a suon di Ramones, Bad Religion, Misfits, Black Flag ecc. ecc. Ai nostri è andata bene ovviamente, difatti il loro nuovo lavoro contiene una manciata di canzoni orecchiabili e dirette, ma anche “ruvide” al punto giusto, che convincono fin dal primo ascolto e soprattutto divertono, cosa oserei dire irrinunciabile quando si ha a che fare con questo genere di musica. In poche parole Bad blood è un concentrato di energia che piacerà molto ai fan di punk e hardcore, ma che ha le caratteristiche giuste per essere apprezzato pure dai glam-rockers, solitamente attratti da tutto ciò che riesce a dare una forte scarica di adrenalina e che fa venir voglia di fare casino. Inutile citare i titoli dei pezzi migliori perché il livello qualitativo del cd rimane costante dall’inizio alla fine, per cui (come sempre avviene in questi casi) concludo con l’augurio di poter vedere al più presto la band nel nostro paese, visto che sa rendersi protagonista di show incendiari e coinvolgenti. In particolare credo che sarebbe perfetta come spalla dei Turbonegro, e in quel caso sì che il divertimento sarebbe assicurato!! Web: http://www.deepeynde.com/. (Grendel)

Desiderii Marginis: Seven sorrows (CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2007). Lo svedese Johan Levin, in arte Desiderii Marginis, non è certo una nuova conoscenza: questo Seven sorrows, infatti, è il sesto album di lunga durata. Il suo precedente album, That which is tragic and timeless, mi aveva colpito favorevolmente per le sue caratteristiche peculiari, grazie agli inserti acustici che lo caratterizzavano e che mi avevano fatto sperare nella possibilità di aver trovato una voce a metà strada tra la dark ambient più isolazionista e il neofolk marziale e pomposo. Da questo punto di vista, questo lavoro non si allontana molto da quanto espresso un paio d’anni fa: sono, in molti frangenti ben visibili le influenze del suo compagno di etichetta Raison D’Etre ma il nostro aggiunge qualcosa in più a quelle atmosfere mortifere: oltre ai suoni acustici e alle influenze “cosmiche” già citate, a tratti entrano in gioco strutture ripetitive di possibili chitarre campionate (“My diamond in the rust”), lontani echi pianistici (“Lifeline”), strumenti a corda (“The bitter potion”, “I tell the ancient tale” o il possibile dulcimer in “Constant like the northern star”), voci campionate recitanti (“Why are you fearful?” e altre già citate) salmodianti o talmente distorte da non poter essere certi che siano di provenienza realmente umana. Non posso negare che, personalmente, mi aspettavo un passo in avanti più deciso, da parte di Desiderii Marginis, verso una forma musicale più personale, che accentuasse maggiormante le caratteristiche sue peculiari: tale passo non c’è stato e quest’opera, pur di ottimo livello, rimane un po’ troppo invischiata in sonorità “convenzionali” all’interno della scena di cui fa parte. Web: http://www.desideriimarginis.com/. (Ankh)

Diary of Dreams: The Plague (CDS - Accession Records/Audioglobe, 2007). Non hanno certo bisogno di presentazioni i Diary of Dreams, una delle più consolidate realtà del panorama "elettro-gothic" di questi anni. La band di Adrian Hates torna con il nuovo singolo The Plague ad anticipare di un mese circa il nuovo album Nekrolog 43. Anni di esperienza e dischi memorabili hanno ormai consolidato quello che è lo stile dei Diary of Dreams ed il nuovo singolo (presente in due versioni) non ci riserva quindi particolari sorprese in tal senso, anche se il mood del brano è sicuramente piu' dinamico e "ballabile" rispetto alla tendenza generale dell'album Nigredo e sopratutto del successivo mcd Menschfeind, lavoro dai toni particolarmente plumbei ed ostici. La voce intensa di Adrian Hates è ancora una volta al servizio di un ottimo brano in cui la consueta carica drammatica, di cui Adrian è ottimo interprete, si fonde con sonorità comunque "immediate" e ballabili. Le altre due tracce che completano la tracklist sono "Allocution", brano decisamente valido, che pone l'accento sul lato piu' malinconico dei Diary of Dreams e una nuova versione di "Traumtanzer" (la versione originale era inclusa sull'album Freak Perfume). Un buon "appetizer" in vista dell'imminente full length. Web: http://www.diaryofdreams.de. (Candyman)

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