Recensioni ottobre 2007

 


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32 Crash: Weird news from an uncertain future (CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2007). Le buone promesse del mcd Humanity vengono confermate ed amplificate da Weird news from an uncertain future, full length di 32 Crash, super-gruppo belga costituito da Jean-Luc De Meyer (leggendaria voce dei Front 242), Len Lemeire (Implant) e Jan D'Hooghe (ex batterista dei Vive La Fete). L'abilità e l'esperienza del trio belga porta alla realizzazione di 19 tracce (che costituiscono gli episodi di un racconto apocalittico sul futuro cupo della Terra ed i suoi abitanti) dalle avvolgenti sonorità futuristico-spaziali a cui non manca un tocco retrò di ispirazione elettro-punk (palese in pezzi come la frenetica "Dust and drought", piuttosto che in "Herissons et Porcs Epics" e "Propaganda" ad esempio). Altrove si privilegiano strutture piu' armoniche ed epiche ("Spacemen and poets", "Slow crash", "Plutonian breeders", "Let me enjoy"), mentre spetta alla già nota "Merlin's Gun" il ruolo di brano dalle maggiori potenzialità "dance" del disco. A questo scopo puntano comunque i brani del cd2 della "limited edition" (come da tradizione per tutti i prodotti Alfa Matrix) che annoverano remix di gente come David Carretta, Punx Soundcheck, Tim Schuldt, Millimetric, Implant, ecc... Questo dischetto non fa però parte della versione "promo" in nostro possesso, il giudizio è quindi limitato all'album vero e proprio, che si dimostra prodotto suggestivo ed intrigante, sicuramente originale e non facilmente catalogabile nei vari trend elettronici del momento. Web: http://www.32crash.com. (Candyman)

Aa.Vv.: Schlagstrom - Krrbrrrtztzkrrr 02 (2CD - Rustblade/Masterpiece, 2007). Per chi non lo conoscesse, lo Schlagstrom è un festival per pazzoidi disposti a stare ore e ore a farsi torturare le orecchie dalle band più estreme tra quelle in circolazione, anch’esse formate da individui che di normale hanno poco o nulla visto che passano il loro tempo a giochicchiare con rumori al limite del fastidioso e dell’assordante. Ovviamente sonorità così particolari o le si ama o le si odia (le vie di mezzo non esistono…), ma a onor del vero la sottoscritta le ha sempre apprezzate e ne ha seguito l’evoluzione nel corso degli anni, notando con un certo compiacimento che persino in questo campo c’è sempre spazio per l’originalità e l’innovazione. Krrbrrrtztzkrrr (mai titolo fu più appropriato per un lavoro del genere!) è una raccolta di brani inediti ed esclusivi realizzati dai gruppi che hanno partecipato all’edizione di quest’anno (svoltasi a Berlino il 17 e il 18 agosto scorsi), e vi assicuro che ce n’è davvero per tutti i gusti se gradite i suoni sferraglianti, il “caos ordinato” e le sensazioni forti. In generale il livello qualitativo è molto alto, ma tra le oltre venti tracce incluse ce ne sono alcune che lasciano davvero il segno, dimostrando che pure in questa scena il talento è una componente fondamentale per realizzare qualcosa capace di distinguersi dal resto. Mi riferisco nello specifico all’industrial-noise-metal massiccio che contraddistingue il pezzo di Muckrackers, al sound ipnotico-abrasivo di “Hell, whores high heels” di Dazzling Malicious, alla mutevolezza dell’assurdo “Freeimprovisation” di Yann Keller vs Hecate, alle atmosfere rarefatte di “Ulunda” di Hybryds, all’intrigante “Dispute wormix” di :Bahntier// e soprattutto al farraginoso “Medicine” di Dr. Nexus (bellissimo esempio di devianza “industrialoide” dall’ormai attempato rhythmic noise!). Un disco per cultori insomma, ma chissà che qualche neofita, nell’ascoltarlo, non si appassioni di brutto e decida di entrare a far parte della cerchia di “malati mentali” che andranno alla prossima edizione del festival. Web: http://www.schlagstrom.de/. (Grendel)

Angels Of Light: We are him (CD - Young God Records, 2007). Michael Gira è tornato fra noi con il suo progetto Angels Of Light; devo dire che se ne sentiva la mancanza: il suo stile musicale così personale è stato fonte di ispirazione per numerosissimi altri musicisti e, come è spesso capitato in passato, la fama di coloro che a lui si sono rifatti è spesso di gran lunga superiore alla sua. Ritorna a noi con un disco notevolissimo, sicuramente uno dei migliori, se non il migliore, della sua produzione post Swans che, in ogni caso, si è sempre mantenuta su livelli molto elevati. In questo We are him tornano violentemente sulla scena le radici della musica nordamericana sia folk sia blues sia, a tratti, country (non inorridiscano i puristi del sottomondo oscuro: il tutto è miscelato con tanto di quel genio che lascia stupefatti), riviste e corrette dallo spirito fosco e profondamente malinconico di un Michael Gira in grande forma che, in questo frangente, si fa aiutare da un foltissimo ensemble: sono ben diciassette i musicisti che collaborano con il nostro, creando armonie e melodie fuori dal tempo, che coinvolgono profondamente l’ascoltatore attento; le ballate si susseguono una dopo l’altra senza una sola caduta di tono o di livello. La ricca strumentazione crea armonie complesse che non sono mai banali né stucchevoli o pompose; condisce il tutto la voce, bellissima e ricca di alcool e sigarette, di Gira e, nei cori, dei suoi collaboratori. A meno di strani sconvolgimenti, per quanto mi riguarda sarà uno dei dischi che entreranno a far parte della playlist di fine anno. Web: http://www.younggodrecords.com/. (Ankh)

Anne Barker: Mountains and tumult (CD - Beautiful Revolution Records, 2007). Il nome di Anne Barker suona del tutto nuovo alle mie orecchie; al contrario, già dal primo ascolto è emerso qualcosa che nuovo non è: si tratta della presenza, in fase di produzione ma credo anche come strumentista, di un signore di nome Robin Guthrie, che, insieme alla voce impossibile di Elisabeth Frazer e a Simon Raymonde, scrisse alcuni capitoli della storia della musica con il nome di Cocteau Twins. In questo Mountains and tumult il suo segno è evidente e palese, forse anche più che nel suo progetto personale Violet Indiana. Devo dire che l’incipit del CD lascia stupefatti, anche per la somiglianza della voce di Anne Barker con quella della Frazer, pur non avendone la stessa magia. Il miracolo, però, non dura tantissimo: ben presto le atmosfere si rilassano, si ammorbidiscono e virano decisamente verso un pop molto leggero e che sa, per i miei gusti, troppo di classifica; anche le tessiture della chitarra perdono la loro grazia fatata e virano verso un suono suadente ma povero di fascino. Non posso negare che, all’ascolto del primo brano, ho sperato (e so bene che non è giusto farlo) in qualcosa che riportasse al mio spirito la magia dei Cocteau Twins; non è questo, però, che mi spinge a parlare di questo CD in termini non del tutto lusinghieri: a mio parere, dato il talento indubbio di Guthrie e la voce della Barker, si poteva sperare in qualcosa di più. Web: http://www.anniebarker.com/. (Ankh)

Apocalyptica: Worlds collide (CD - Universal, 2007). Sono trascorsi undici anni da quando gli Apocalyptica esordirono con Plays Metallica by four cellos, album nel quale coverizzavano (utilizzando i loro inseparabili violoncelli) alcune tra le più famose canzoni della formazione californiana. Da allora ne sono successe molte di cose, e i finlandesi hanno pian piano raggiunto traguardi invidiabili, specie se si considera la stranezza e, per certi versi, la poca accessibilità della loro proposta (ancora ricordo le facce strabiliate di chi li ascoltò per la prima volta in occasione del concerto milanese del 2005!). Il nuovo album (il sesto della loro carriera…) conferma appieno le notevoli doti del quartetto, grazie a brani caratterizzati dalla consueta classe, eleganza ed estrosità. Questi ragazzi, infatti, non sono solo ottimi compositori, arrangiatori e interpreti, ma hanno pure buon gusto e idee fuori del comune, dato che pensano di poter riuscire ad avvicinare il pubblico metal alla musica classica (e viceversa, ovviamente!). Anche stavolta hanno coinvolto una serie di special guest per realizzare il disco, vedi ad esempio l’immancabile drummer Dave Lombardo (da anni amico e collaboratore della band), oppure Corey Taylor (Slipknot, Stone Sour), Till Lindemann (Rammstein) e Cristina Scabbia (Lacuna Coil): i pezzi cantati dai tre vocalist sono molto belli e ben riusciti (mi riferisco in particolare ad “I’m not Jesus”, sorta di grunge-song davvero perfetta per il bravo Corey, e ad “Helden”, ossia la cover in tedesco di “Heroes” di David Bowie, ottimamente interpretata dal signor Lindemann), ma devo ammettere che ad essi preferisco i brani strumentali. Sono proprio questi ultimi, infatti, a mettere maggiormente in mostra l’abilità del gruppo, e tutto sommato sono anche quelli più potenti e d’impatto, basti pensare ai sorprendenti “Last hope”, “Ion”, “Grace” e alla stessa titletrack. Rispetto ai precedenti due cd pubblicati si nota un notevole miglioramento della qualità del suono, dovuto al fatto che in passato erano stati gli Apocalyptica a prodursi il materiale da soli, mentre stavolta il compito è stato affidato a Jacob Hellner, uno che di musica “pesante” se ne intende visto che ha lavorato a lungo con i già citati Rammstein. Insomma, che Worlds collide potesse essere un buon album c’era da aspettarselo, ma in questo caso è più appropriato dire che si tratta di un ritorno in pompa magna, e oltretutto per una delle band più originali di sempre… Web: http://www.apocalyptica.com/. (Grendel)

Artesia: Chants d'automne (CD - Prikosnovenie/Audioglobe, 2007). Le Artesia sono Agathe e Gaelle, due pulcelle franche amanti delle colonne sonore di pellicole quali "Il Signore degli Anelli" e "L'ultimo dei Mohicani", fonte d'ispirazione di questo "Chants d'automne". Già la copertina, effigiante una spada conficcata in una roccia ed illuminata da un fulgore ultraterreno, lascia presagire gli epici contenuti del dischetto, incentrato su sonorità che non lasceranno indifferenti i cultori di Dead Can Dance, ovviamente, e dei loro validissimi epigoni Arcana (l'intro "Invitation", l'enigmatica title-track, "Sous la lune dansante"). Non poco ha giuovato a livello d'ispirazione l'ambiente da esse stesso definito fiabesco della foresta di Broceliande (dove si sono tenute le registrazioni), alla quale si dichiara particolarmente legata la brava cantante Agatha (che si cimenta pure nell'uso del piano e dei sintetizzatori, mentre la sua compagna Gaelle peritamente s'applica al violoncello, alle chitarre ed alle percussioni, questi ultimi stromenti dividendoli col produttore Loic), e che già fu al centro delle liriche del primo loro lavoro, "Hilvern". Accade talvolta che la tensione narrativa si stemperi, come nel caso della tutto sommato trascurabile "Terres perdues", la quale nulla aggiunge dal punto di vista esecutivo, risolvendosi quasi in un esausto esercizio vocale, e dilungandosi troppo nel suo apparire forzatamente cinematografico, resta il fatto che la somma totale dei valori espressi da codesta opera resta senza dubbio positiva. Allorquando le nostre acuiscono la componente obscura ("L'appel des esprits", "Valsent les ombres", "Le refuge"), il livello subitamente s'innalza, toccando vette espressive già raggiunte e superate dai citati mentori; non mancano competenti rivisitazioni d'ambientazioni medievaleggianti (la danza leggiadra della breve "Entrelacs"), che evidenziano un certo amore per altri insiemi le pubblicazioni dei quali alle nostre due graziose musiciste non devono certo apparir sconosciuti (Qntal, Trobar de Morte). Peccato che, terminato l'ascolto, se non mancherà il plauso all'impegno ed alla bravura delle graziose patrocinatrici, residuerà un vago senso di stanchezza, cagionato da una serie di episodi che alla fine inevitabilmente tendono a confondersi l'uno coll'altro. Ma è certamente un aspetto di "Chants d'automne" che non sarà sfuggito ad Agatha ed a Gaelle, consapevoli che tale rischio andava corso, proprio per creare la particolare aura epico/misticheggiante che è alla base dell'intiero lavoro. Non per nulla, edito da Prikosnovenie. Web: http://www.prikosnovenie.com. (Hadrianus)

As I Lay Dying: An ocean between us (CD - Metal Blade, 2007). Direttamente da San Diego, California, arrivano i talentuosi As I Lay Dying, quintetto che nel giro di qualche anno ha raggiunto un livello di popolarità davvero invidiabile negli States, ma che anche in Europa è conosciuto come uno dei metalcore-acts più tosti e interessanti. La particolarità del gruppo (che prende il nome dall’omonimo romanzo di William Faulkner) sta nella sua appartenenza al giro “christian metal”, termine che a noi italiani può far sbellicare dalle risate ma che per gli americani, a quanto pare, ha un significato ben più serio. Sono convinta che nel nostro paese nessun fan di questa formazione sia un buon cristiano, e soprattutto non ci tenga affatto ad esserlo, ma come si fa ad andare a spiegare una cosa del genere a persone appartenenti ad una cultura così distante dalla nostra? Meglio lasciar perdere e ignorare le cavolate che gli As I Lay Dying (e quelli che la pensano come loro…) raccontano nelle interviste, concentrandosi piuttosto sulla musica proposta, per nostra fortuna molto diversa da ciò che si potrebbe immaginare. Tim Lambesis e soci, infatti, pestano durissimo quando si tratta di suonare, e i brani del loro nuovo album già dal primo ascolto appaiono come una delle cose più valide realizzate in tempi recenti, se non la migliore in assoluto. Potenza e brutalità (ma il batterista da che pianeta proviene?) si fondono alla perfezione con parti melodiche mai noiose o scontate, e anche le vocals si adeguano di volta in volta al contesto sonoro di cui fanno parte, facendosi apprezzare sia nella versione “growl” che in quella pulita. Davvero bello anche l’accostamento di entrambi gli stili, presente ad esempio in “I never wanted”, una delle metal song più emozionanti tra quelle che ho avuto modo di sentire nel 2007. Quest’ultima non è però l’unica capace di sorprendere e lasciare il segno, anzi è una delle tante assieme a “The sound of truth” (bellissimi i suoi riff geometrici e puliti), “Forsaken” (la dimostrazione che i due chitarristi-mostri Nick Hipa e Phil Sgrosso non hanno solo una gran perizia tecnica dalla loro, ma anche un senso della melodia da far invidia a Jesper Strömblad), “Within destruction” (pezzo cattivissimo, martellante e vicino a certe cose dei Fear Factory), “Wrath upon ourselves” (un concentrato di tutto il meglio del metal estremo anni novanta) e la stessa titletrack (semplice e lineare, ma dannatamente efficace). Un disco spettacolare insomma, e mai come in questo caso è appropriato dire che sarebbe un “peccato” perderselo!! Web: http://www.asilaydying.net/. (Grendel)

Ashbury Heights: Three cheers for the newly deads (CD - Out of Line/Audioglobe, 2007). La Out of Line conferma di voler allargare sempre piu' il range delle sue produzioni, con un occhio di riguardo verso sonorità "pop" ed electro-clash; così dopo Client e Marsheaux è oggi la volta di Ashbury Heights, duo svedese all'atto d'esodio con questo Three cheers for the newly deads, album strutturato su brani nella migliore tradizione del synth-pop svedese: sonorità frizzanti e ruffiane con inevitabili rimandi agli anni '80, per una formula quindi non nuova ma che a mio avviso continua a funzionare. La coppia costituita da Anders Hagström e Yasmine "Yaz" Uhlin ci offre un disco spensierato e divertente, che fa pensare ad Elegant Machinery e Human League, mantenendosi mediamente su un buon livello qualitativo (anche se 15 tracce sono forse un pò troppe), con alcuni brani che a mio avviso spiccano decisamente nella tracklist: "Derrick is a strange machine" (bizzarro titolo, chissà se in qualche modo si faccia riferimento al noto ispettore televisivo tedesco), "Cry Havoc", "Penance", "Corsair", "Bare your teeth", "Waste our love", ecc... Un disco all'insegna di un synth-pop assolutamente gradevole e radiofonico che potrebbe consacrare gli Ashbury Heights al ruolo di rivelazione dell'anno. Web: http://www.myspace.com/hashburyheightsmusic. (Candyman)

Blind Cave Salamander: s/t (CD - Blossoming Noise, 2007). Il Proteo è un anfibio simile a una lucertola anguilliforme dalla pelle rosata, ed è l'unico vertebrato esistente in territorio europeo che ha il suo habitat unicamente nelle grotte. In inglese è conosciuto anche come Olm o human fish, per via del colore della pelle, o (Blind) Cave Salamander. Blind perché gli occhi di questo anfibio, che vive perennemente al buio, sono ormai atrofizzati. Con queste premesse si può già avere qualche indizio sull'album di esordio dei Blind Cave Salamander, nuovo progetto del poliedrico Fabrizio Modonese Palumbo, già in (r) e Larsen, e Paul Beauchamp, coadiuvati da Marco Milanesio e Julia Kent. Elettroacustica esclusivamente strumentale e dai tratti marcatamente acquatici (“Katydid”), qualche timido accenno di ritmo, accompagnato dalla chitarra e dal violoncello sempre elegante di Julia Kent nella seguente “Ljubljana”, una sorta di post-rock abissale (“Russian Bridge”), i field recordings di “Falls”, registrata presso le grotte di Bossea (Frabosa Soprana) sporcati dagli strumenti, la quasi ambient “The Human Fish”, questo è quanto proposto sull'omonimo album del duo. Disco forse non fondamentale, tuttavia apprezzabile. Bello il digipack nero e rosso. Web: http://blindcavesalamander.com. (Softblackstar)

Blue Birds Refuse To Fly: Xenomorph Angel (CD - Decadance Records/Audioglobe, 2007). Nati come progetto solista di Kyriakos P, Blue Birds Refuse To Fly divengono un trio per la realizzazione del nuovo album Xenomorph Angel, terzo lavoro della loro discografia e secondo realizzato per l'etichetta romana Decadance Records. Nelle dodici tracce del cd il trio ellenico sviluppa un sound elettronico dai tratti prevalentemente soffusi e notturni (per quella che definirei una versione elettronica e moderna del filone "heavenly voices") alternati con episodi maggiormente "pop". Un ruolo importante nel nuovo disco è rivestito dalla vocalist Eva H. autrice di una performance vocale decisamente apprezzabile sin dall'iniziale "Crushed", brano che si snoda lungo sentieri sonori delicati e crepuscolari che caratterizzano anche la title-track; i BPM salgono invece in "Burning", dai tratti maggiormente pop come le varie "Want you there for me", "Oxygen" e "Lovewar". Per una parte del testo di quest'ultima (che a mio avviso è uno dei pezzi migliori del cd), si fa ricorso al cantato tedesco su cui è invece articolata l'intera "Das Maerchen": una scelta che non paga per quello che è forse il brano meno convincente del disco ed in cui anche la brava Eva H. non mi pare affatto a suo agio. Pur accusando una lieve flessione nelle ultime tracce della tracklist, Xenomorph Angel si dimostra disco assolutamente gradevole nelle sue strutture "pop" e commerciali (da leggersi non in connotazione negativa), dai tratti melodici e sognanti. Web: http://www.myspace.com/bluebirdsrefusetofly. (Candyman)

Colloquio: Si muove e ride (CD - Eibon Records, 2007). Reduci dalla positiva esperienza Neronoia (con membri di Canaan), i Colloquio presentano ora al pubblico questo interessante ed introspettivo “Si muove e ride”. Dieci tracce ripiegate su se stesse, intime e raccolte, canzoni raminghe ridotte all’essenziale, suoni disegnati dalle tastiere di Sergio Calzoni (Act Noir), loops, e la voce narrante di Gianni Pedretti. Scheletri sonori che possono rimandare talvolta al David Sylvian più riflessivo, che possiamo ri-trovare sopra tutto nell’assunto strumentale della desertica “Ogni giorno”, dal finale perfetto nella sua straniante bellezza. Molto cupa, quasi disperata è “Nel domani”, e non è da meno “Il pozzo”, mentre si risolvono in un esercizio di resistenza gli oltre otto minuti della title-track, la quale riassume nel suo lento scorrere l’essenza del disco. Certo, l’eccesso di compostezza potrà recare ubbia a più d’un ascoltatore, mantenere la concentrazione per tutta la durata dei cinquanta minuti del ciddì non è facile (alla lunga i brani tendono ad appiattirsi), ma è una sfida che si deve accettare, per rispetto nei confronti di questi artisti, così distanti da qualsivoglia tentazione commerciale. Web: http://www.eibonrecords.com. (Hadrianus)

Crest of Darkness: Give us the power to do your Evil (CD - My Kingdom Music/Audioglobe, 2007). Un furibondo assalto sonico di puro ed essenziale, maligno black metal. Ecco quello che vi attende, fortunati lettori di Ver Sacrum aderenti al verbo più estremo, all’ascolto di questo devastante “Give us the power to do your Evil”. Attivi ormai dal 1996, quando esordirono su Head Not Found col mini “Quench my thirst”, i norvegesi CoD hanno infilato una serie di bei dischi, firmando con My Kingdom Music che diede alle stampe prima “Evil knows Evil” nel ’04, per patrocinare poi pure questo dischetto. Ricco di undici tracce di ferocissimo ed incompromesso black, che trova la sua massima esaltazione nella ttile-track, una trilogia che esalta vieppiù la cattiveria espressiva del main-man Ingar Amlien; il quale se predilige le atmosfere sulfuree e veloci consone al genere, si trova perfettamente a suo agio anche nei tempi rallentati di “I love your pallid skin”, che è senza dubbio l’episodio che più mi ha colpito, in virtù della subdola ferocia che lascia trasparire nel suo catacombale incedere. Altro brano da citare è senza dubbio “Druj nasu”, sul quale il gruppo punta evidentemente parecchio, ed a ragione, a mio parere, in quanto presente pure in versione clip. Al solito, l’aspetto tecnico viene posto in secondo piano rispetto all’effetto che si intende creare, in opere come questa è il magma sonoro che ne deriva a fare effettivamente la differenza, ed Ingar, Kjell Arne Hubred (chitarre), Kjetil Hektoen (batteria) e Rebo (chitarra solista) danno fondo a tutte le risorse fisiche delle quali sono dotati. Massiccia la campagna promozionale attivata da MKM, la quale merita davvero il rispetto dei cultori della musica, non solo underground. Nota di merito per la produzione di Giuseppe Orlando (Outer Sound Studios). Web: http://www.mykingdommusic.net. (Hadrianus)

Current 93: The Inmost Light (2LP - Durtro/Goodfellas, 2007). Ho tra le mani l'attesa versione vinilica della ristampa filologica di The Inmost Light, che segue di alcune settimane l'uscita in triplo CD. L'edizione in doppio LP è, come sempre, molto curata: vinile 180 grammi, gatefold, corposo libretto con tutti i testi, ricco di foto. Tutto l'artwork originale è stato preservato e riprodotto, e il gusto feticistico dei collezionisti di materiale targato Current 93 è pienamente soddisfatto. La trilogia vede distribuiti su due dischi l'EP Where the Long Shadow Falls (1995), l'album vero e proprio All the Pretty Little Horses (1996) e un EP finale, The Starres are Marching Sadly Home (1996). Il primo è una lunga composizione di 19 minuti, che vede un ritorno alle atmosfere pre-svolta folk, con recitato di Tibet su una base di loop. Interessante, ma a tratti inconsistente. Il cuore dell'opera è ovviamente l'album, considerato da molti come uno dei capolavori di Current 93. Il disco è situato esattamente a metà strada tra la prima produzione più “sperimentale” e la forma canzone del secondo periodo. Se l'apertura è affidata al compianto Jhon Balance, con un breve frammento, il secondo brano, title track dell'album, è un traditional folk graziato dalla chitarra di Michael Cashmore e da un evocativo Tibet che sussurra una ninna nanna. Segue "Calling for Vanished Faces", che introduce il tema chiave della trilogia, quello della "inmost light", l'anima. La successiva "The Inmost Night" è ancora una volta un brano inquietante che riporta alla mente un passato mai sopito. Il disco continua in questa maniera, alternando brani dal sapore folk ("The Carnival is Dead and Gone", "The Inmost Light") a brani più oscuri e ricchi di textures ("Twilight Twilight Nihil Nihil"). In chiusura trova posto una riproposizione di "All the Pretty Little Horses" affidata nientemeno che a Nick Cave, che però non riesce ad eguagliare la performance iniziale di David Tibet. Chiude il trittico, dall'EP omonimo, "The Starres are Marching Sadly Home", un altro lungo brano questa volta decisamente riuscito. A dare supporto ci sono le voci di Andria Degens e Shirley Collins, che in chiusura riprende per l'ennesima volta il motivo di "All the Pretty Little Horses". Inutile sottolineare come questa ristampa sia imperdibile, All the Pretty Little Horses è uno degli album più maturi di Current 93 e un ottimo disco da cui iniziare ad esplorare la vasta discografia del gruppo. Web: http://www.durtro.com/. (Softblackstar)

Deinonychus: Warfare machines (CD - My Kingdom Music/Audioglobe, 2007). Marco Kehren cambia formula, e per il nuovo parto della sua malefica creatura Deinonychus riduce sensibilmente la durata delle proprie composizioni (che sul precedente "Insomnia" risultavano dilatate sia nel minutaggio che nei titoli), abbracciando una minimale essenzialità compositiva che non inficia comunque menomamente l'effetto devastante del quale le sue canzoni sono portatrici. L'intro "Krematorium" è poco più di un lamento che ben si addice all'agghiacciante titolo affidato al pezzo, poi da "Carpet bombing" in avanti è un susseguirsi di songs dall'effetto assolutamente triturante, ove ferocissime porzioni mediate dal black primordiale s'alternano a parti rallentate, comunque violente ed annichilenti. "Manoeuvre East" poggia su d'un chitarrismo asciutto per quanto stordente, esaltando il gran lavorio percussivo di Giuseppe Orlando, ancora ospite di Marco e formante con Juergen Bartsch (Bethlehem) un'inossidabile sezione ritmica. "Napola" è episodio tipicamente mid-paced che incarna alla perfezione l'anima doom di "Warfare machines", la gelidissima "MG-34" è invece veloce ed urticante. Le diverse anime, sovente contrapposte, della tormentata personalità dell'autore paiono cozzare tra loro, uscendo alternativamente vincitrici dalla estemporanea pugna... "False flag" esprime nel suo belluino urlato rabbia e sdegno, "Nerve agent" incede lenta come un tank, chiude la track-list il doom catacombale di "Morphium", col ferale gorgoglio di Marco ad acuire l'aura drammatica incombente sul pezzo. WM è un disco che lascerà indubbiamente il segno, e che i cultori del sound misantropico ed apocalittico non mancheranno di apprezzare! Per informazioni: www.myspace.com/mykingdommusic. Web: http://www.mykingdommusic.net. (Hadrianus)

Destroid: Loudspeaker (CD - Scanner/Audioglobe, 2007). Daniel Myer (Haujobb, Architect, HMB, Cleaner, Cleen) torna a vestire i panni di Destroid a tre anni esatti di distanza dalla pubblicazione di Future Prophecies, splendido esordio di questo progetto. Il nuovo Loudspeaker è un altro piccolo capolavoro che consente a Myer di esibire il suo eclettico talento spaziando, lungo le 14 tracce del cd, attraverso diverse sfaccettature dell'elettro-sound. Si va da brani elettro-dark dalle sonorità immediate come "Bird of prey" (il brano con le maggiori potenzialità da singolo), "Only a vision" e "Friend or foe (The betrayal)", a pezzi più spigolosi come "Moral" o la pulsante "Revolution"; c'è spazio anche per momenti introspettivi come "Bittersweet fate", ballata lenta e minimale o l'iniziale "Let me leave" dalle delicate strutture melodiche e sognanti. Disco dal mood nel complesso meno cupo rispetto al suo predecessore, Loudspeaker è quindi un caleidoscopio di sonorità elettroniche, gestito con maestria da Myer, uomo che non è esagerato definire autentica "istituzione" del panorama elettro-industrial, per quello che è indubbiamente uno dei migliori album elettronici dell'anno. Web: http://www.destroid.com. (Candyman)

Detune-X: Purevil (CD - Rustblade/Masterpiece, 2007). Che Stefano Rossello sia un musicista instancabile è un’affermazione su cui nessuno potrebbe avere da ridire, difatti egli non si dedica soltanto al main project :Bahntier// (con in quale sta peraltro ottenendo lusinghieri e sempre crescenti successi…), ma si dà pure da fare con i Detune-X, della cui line-up è recentemente entrato a far parte il “guru” Eric Van Wonterghem. Quest’ultimo poi, non contento che la gente associasse il suo nome “solo” a band del calibro di Sonar, Monolith e Insekt (!!), ha visto bene di metter le mani anche sul progetto in questione, e dai risultati ottenuti direi che possiamo assai felicitarci di tutto ciò. Purevil è un platter che convince fin dal primo ascolto, e che si fa apprezzare sia per il suo dinamismo (qui si sta parlando di rhythmic-industrial-noise raffinato e curato nei minimi dettagli…) che per la sua grande varietà, dato che i brani sono piuttosto diversi l’uno dall’altro e non c’è mai il “rischio noia” in agguato. Davvero molto belle le stratificazioni sonore create dai due, che danno origine a ritmiche sì ossessive ma anche estremamente corpose e dense di sfumature, capaci di gratificare perfino l’ascoltatore più critico e schizzinoso. Non aspettatevi però troppi estremismi dai Detune-X, la loro musica infatti è abrasiva al punto giusto e non si trasforma mai in violenza sonora fine a se stessa, anzi sembra seguire sempre un filo logico e una direzione ben precisa. Insomma, se quello che volete è un disco “spaccaorecchie” allora questo non è pane per i vostri denti, ma se ciò che cercate è un sound lineare, definito, elaborato e soprattutto ricco di sfaccettature allora Purevil fa senz’altro al caso vostro. Web: http://www.myspace.com/detunex. (Grendel)

Dialis: Dialis (EP - Self-produced, 2006). Nella concisa bio riportata sul booklet affermano di essersi rinchiusi in una casa immersa nella quiete della campagna, ed aver composto materiale sufficiente per ben due album. L’atmosfera deve aver giuovato allo spirito creativo di questi ragazzi, adunque, e l’ascolto delle cinque tracce presenti su questo EP (una sorta di summa della loro creatività?) induce a benevolenza nei loro confronti. Meritata appieno in quanto, non ostante un suono non proprio chiarissimo, ma di auto-produzione trattasi, l’incedere melanconico di “Secretly the abyss” e degli episodi che seguono si fa decisamente apprezzare. Songs umbratili ed intime che rimandano al passato più o meno recente, fra richiami alla più florida stagione della new-wave ed i fasti trascorsi del migliore pop shoegaze. Il tutto tenendo ben presente la forma-canzone, in questo caso non pallido isvilimento di una formula stra-abusata, ma ottimo pretesto per affinare una scrittura ancora per forza acerba. Un inizio certamente incoraggiante. Per informazioni: www.myspace.com/dialis. (Hadrianus)

Diary of Dreams: Nekrolog 43 (CD - Accession Records/Audioglobe, 2007). Vi sono gruppi (pochi ad onor del vero) che non deludono praticamente mai ed i Diary of Dreams appartengono certamente a questa cerchia. Nekrolog 43 è il "classico album dei Diary of Dreams", frase questa da leggersi come sinonimo di qualità, non certo come critica; il progetto di Adrian Hates ha infatti consolidato negli anni un proprio stile da cui anche Nekrolog 43 non si allontana, ma al tempo stesso, ogni nuovo capitolo del "diario dei sogni" offre sfumature nuove rispetto a quelli che l'hanno preceduto. I Diary of Dreams continuano a sviluppare un gothic-sound (definizione per altro limitativa) di assoluto spessore che li eleva decisamente sopra la media, grazie ad un talento compositivo ed una sensibilità non comune che fanno di Adrian Hates uno dei pochi veri "musicisti-poeti" in circolazione. La matrice "oscura" ed introspettiva del gruppo tedesco non cade mai nel lezioso ed è inoltre capace di comporre brani "immediati" ma non banali; è così che nel nuovo disco, troviamo tanti potenziali "hits" come la già nota ed ottima "The Plague" e le altrettanto valide "Malice", "Hypo)cryptik(al" e "Unwanted". Le atmosfere si fanno piu' scure, intime e rarefatte nelle varie "Congratulations", "Tears of joy", "Matching Lives", "Allone", nell' iniziale title-track e nella conclusiva "The Valley", uno dei brani dove è messa maggiormente in evidenza la splendida (al solito) prova vocale di Adrian Hates. Non amo fare classifiche all'interno della discografia di un gruppo, ma questo è certamente uno dei migliori album firmati Diary of Dreams, nonchè uno dei dischi da ricordare nelle classifiche di fine anno. Web: http://www.diaryofdreams.de. (Candyman)

Die Krupps: Too much history (2CD - Soulfood/Audioglobe, 2007). Nonostante abbiano alle spalle una carriera ultraventennale i tedeschi Die Krupps non sono mai riusciti a far breccia nei cuori degli ascoltatori italiani, rimanendo confinati in quel limbo popolato da una miriade di formazioni che solo in pochi conoscono. In madrepatria, invece, il combo capitanato da Jürgen Engler ha sempre riscosso un buon successo (del resto quale band crucca non riesce a raggiungere almeno un discreto livello di fama in casa propria??), inoltre non si può negare che esso abbia contribuito a stabilire le coordinate del sound che oggi chiamiamo “industrial (o electro) metal” con tanta nonchalance, ma che una quindicina d’anni or sono non era un genere così definito come è adesso. Credo quindi che questa compilation celebrativa serva a fare il punto della situazione, un po’ come se i Krupps volessero mettere in chiaro che certe cose le facevano già un sacco di tempo fa, e che magari queste ultime hanno influenzato gruppi poi diventati molto più celebri di loro. Da notare che la recensione fa riferimento alla release contenente due cd, ossia Vol. 1 - The electro years e Vol. 2 - The metal years, ma che entrambi gli album saranno messi in vendita anche separatamente, operazione a mio parere abbastanza incomprensibile nel contesto attuale e degna di esser menzionata proprio per la sua stranezza… Tra l’altro i brani del primo disco e quelli del secondo non sono così diversi tra loro: le canzoni di The metal years sono caratterizzate da un grado di aggressività e “tamarraggine” superiore rispetto alle altre, ma certo hanno che fare con l’elettronica molto più di quanto si possa pensare leggendo il titolo del cd! Difficile elencare gli episodi migliori o fare addirittura dei paragoni qualitativi tra il materiale di Vol. 1 e Vol. 2, ma pezzi come “Fatherland”, “Black beauty white heat”, “5 Millionen” o “The dawning of doom” ci fanno riflettere sul fatto che nella musica niente nasce per caso e tutto è irrimediabilmente collegato a qualcos’altro. Una compilation non solo per fan insomma, e un utile strumento per coloro che ancora non hanno scoperto questa seminale band. Web: http://www.die-krupps.de/. (Grendel)

Edge of Dawn: Borderline - Black Heart (MCD - Dependent/Masterpiece, 2007). Sull'onda lunga del successo di Enjoy the fall, il loro ottimo album d'esordio, gli Edge of Dawn come si suol dire, "battono il ferro finchè è caldo", licenziando questo EP, che in 8 tracce ci propone brani inediti e remix di brani già noti. Il disco ribadisce la classe ed il talento del duo Spinath/Schumacher, capaci di far ballare attraverso pezzi dalle strutture sonore non banali e dai testi introspettivi. Tra i brani già noti, si segnalano le tre versioni dell'ottima "Black heart": le due denominate "Alpha" e "Beta" amplificano le potenzialità "dance" del brano, mentre la terza, "Coeur Triste" stravolge il pezzo, rallentandone decisamente il ritmo, ne modifica la struttura trasformandola in brano dal mood crepuscolare. "Descent" e "The nightmare I am" vengono remixate rispettivamente da Fractured e Stromkern, con risultati che francamente mi fanno preferire le versioni originali; pollice verso sopratutto per il lavoro degli Stromkern, band che del resto non ho mai apprezzato ed il cui tratto è ben riconoscibile anche questa volta, attraverso l'uso insistito di break-up e ritmi spezzati. Tre gli inediti: "Kiss or kill" è un delicato brano melodico in cui Spinath duetta con tale Charlene April; molto più ritmate "Split Second (Undertow)" e "Second Split (The Party Girl)". In definitiva, come (quasi) tutti i mcd imperniati sopratutto su remix, Borderline - Black Heart è un disco non imprescindibile ma dal livello qualitativo sopra la media. Web: http://www.edgeofdawn.de. (Candyman)

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