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A Bad Diana: The lights are on but no-one's home
(CD - Jnana Records/Goodfellas, 2007).
Di sicuro non si può dire che Diana Richardson sia una newcomer. Attiva nell’underground industrial londinese già dalla fine degli anni 70, con The lights are on but no-one’s home ritorna dopo 20 anni di assenza dalle scene, avvalendosi della collaborazione di personaggi ben noti agli amanti del genere come Steven Stapleton e Colin Potter.
Le premesse sono ottime, e, dovendo riconoscere un principale merito a questo album, è proprio la verve sperimentale, la volontà dell’andare oltre il prevedibile, spaziando da substrati ambient gelidi e soffusi, atmosfere psichedeliche, ritmiche sporadiche in contesti ossessivi, vocals lievi e sofferte in monotone e intense litanie.
Ma ciò non rende giustizia alle intenzioni. Perché sperimentare non vuol dire forzatamente arrivare allo sbadiglio, per chi scrive. Le idee sono ottime e ben congeniate, ma i migliori esercizi di stile non possono far fronte a una piattezza emotiva che spesso e volentieri affiora e, quando non si tratta di generi in cui si possono apprezzare tecniche o virtuosismi, è a mio parere indispensabile. E ciò fa sì che l’ascolto dell’intero album, a meno che non si sia già propensi a certi generi di avventure sonore, risulti pesante, e la noia rimanga in agguato. Agli ulteriori ascoltatori l’ardua sentenza.
(LilleRoger)
Aa.Vv.: John Barleycorn Reborn
(2CD - Woven Wheat Whisper / Cold Spring/Audioglobe, 2007).
John Barleycorn, canzone popolare della tradizione inglese, è un brano che è stato eseguito da decine e decine di artisti, tra i quali vale la pena citare almeno Gae Bolg e Fire & Ice, nomi abbastanza noti per chi frequenta il genere, oltre a Pentangle, Bert Jansch e Fairport Convention, tra gli altri.
I vari passaggi della canzone rappresentano il processo che parte dalla semina dell'orzo (la nascita) per concludersi con la raccolta (la morte) e la trasformazione in birra (la rinascita). Secondo alcuni studi, il brano e il personaggio di John Barleycorn hanno radici legate al paganesimo, al ciclo delle stagioni, ai Vanir, implicazioni che non possono non solleticare i circoli neotradizionalisti anglosassoni. Se aggiungiamo alla ricetta il recente rifiorire del folk di matrice più tradizionale, è facile immaginare come Woven Wheat Whispers, web-label dedita al genere, abbia colto al balzo l'occasione e chiesto manforte a Cold Spring.
Il risultato è un doppio CD, uscito il primo agosto, al quale hanno contribuito trentatré artisti più una terza parte in free download, per un totale di sessantasei brani. Completano il tutto un set di ricchissime note, tra cui gli appunti per ogni singolo brano forniti dagli artisti stessi. Tra i nomi più o meno noti figurano un eccellente Andrew King (“Dives & Lazarus”), il classico Sol Invictus (“To Kill All Kings”), Sieben (“Ogham on the Hill Remix), Sharron Kraus (“Horn Dance”), conosciuta più per la sua collaborazione con The Iditarods, While Angels Watch (“Obsidian Blade”), Martyn Bates, da solo e come Twelve Thousand Days. Ma le sorprese arrivano dagli artisti più oscuri. Aprono le danze The Horses of the Gods, che con la loro versione di “John Barleycorn” riportano alla mente i Fire & Ice più ispirati, mentre è accostabile al folk revival e agli Espers “North Contry Maid”, di The Owl Service. Assolutamente da recuperare il loro CD-R, A Garland Song. I The Story invece si ispirano direttamente al noto The Wicker Man di Robin Hardy e alla colonna sonora di Paul Giovanni, e da soli questi tre brani basterebbero a tracciare le coordinate dell'intera raccolta.
Charlotte Greig e Johan Asherton firmano una delle ballate più ispirate del disco, “Lay the Bent to the Bonny Broom”, mentre sono da dimenticare English Heretic, The Anvil, Quickthorn, Big Eyes Family Players, Clive Powell, Sundog e The Kitchen Cynics. Molto meglio l'eterea “Stained Glass Morning” di Sand Snowman, altro artista della scuderia Woven Wheat Whisper, o i redivivi While Angels Watch, che alcuni ricorderanno per l'ottimo “Dark Age” di qualche anno fa. I Magpiety forniscono invece una bella “The Rolling of the Stone”, brano conosciuto anche per via di una versione del grande assente di questa raccolta, Current 93. Da segnalare anche la “Lavondyss” di Paul Newman, da non confondersi con l'omonima e ormai disciolta band math-noise. Nella terza parte, i trentatré brani non inclusi nel doppio CD, si nota un leggero calo qualitativo, tuttavia la qualità media di questa raccolta è talmente alta che scartare una manciata di brani su sessantasei è davvero poca cosa. Questa antologia targata Cold Spring e Woven Wheat Whisper è una vera manna dal cielo per un settore, quello del folk oscuro, ormai talmente cristallizzato da diventare pantomima di sé stesso. Per fortuna siamo lontani dagli inni di guerra e dall'idealistico aggrapparsi a un passato lontano tipico di alcuni figuri, qui sia la musica che i testi affondano nel passato più oscuro e pagano dell'Inghilterra.
L'acquisto della raccolta è d'obbligo, con una ventina di euro ci si porta a casa la bellezza di sessantasei brani di ottima fattura e tra booklet, note e goodies vari, un apparato di contorno nettamente superiore alla media.
Web: http://www.john-barleycorn-reborn.com.
(Softblackstar)
Aa.Vv.: Silence over Florence 82 -84
(Cofanetto - Spittle Records/Goodfellas, 2007).
Con molto ritardo citiamo questo interessante cofanetto della Spittle Records, che ancora una volta dedica un'uscita discografica a quell'indimenticabile movimento che fu la new wave italiana. Qui i gruppi ad essere omaggiati sono i grandissimi Pankow, insieme ai Poliactive, prima formazione di Alex Spalck, e poi Karnak e Rinf. Ad ogni gruppo è dedicato un CD che contiene le ristampe di demo o vinili usciti negli anni '80 insieme a pezzi inediti. Al di là della musica, che comunque come leggerete vale di per sé l'acquisto del cofanetto, Silence over Florence è interessante come documento, visto che in quel periodo a Firenze c'era un grande fermento artistico, con band che nascevano e si scioglievano di continuo e i musicisti che passavano da un gruppo all'altro. Non è stato un caso quindi trovare qui riuniti questi quattro gruppi, visto che le loro storie si sono intrecciate in più di un momento. Ovviamente l'opera è particolarmente interessante per i fan dei Pankow che, senza voler niente togliere agli altri gruppi qui presenti, indubbiamente sono il nome più di richiamo di questo cofanetto. Nel loro CD troviamo la ristampa della splendida cassetta d'esordio della band fiorentina Throw out rite uscita nel 1983 per la Electric Eye di Claudio Sorge. A più di vent'anni di distanza i sei pezzi qui presenti meravigliano per la loro maturità e modernità. Al di là della qualità della registrazione audio, necessariamente assai datata, "Das Wodkalied", "Wait and Search" o "ZZ Walhalla" spiccano ancora oggi come gemme originali e fresche a confronto con il panorama sempre più stagnante della musica electro di questo decennio. Completano il CD quattro brani mai pubblicati dai Pankow, due dei quali registrati dal vivo, caratterizzati da un'impronta sperimentale. Altro motivo di interesse per i fan dei Pankow è poi il CD dei Poliactive per ascoltare, nel mio caso per la prima volta in assoluto, le performance di Alex Spalck prima di unirsi a Fasolo e Michelotti. Ben 12 sono i brani qui presenti, in cui spicca l'eccellente "Romy", cantata in tedesco, in modo molto enfatico, su una ripetitiva base di basso. Il resto dei pezzi non è a mio avviso a questo stesso livello ma si tratta sempre di una new wave piacevole da ascoltare, sebbene un po' acerba e molto legata ai modelli d'oltremanica. Il CD dei Karnak si apre con i tre convincenti pezzi del singolo pubblicato, ancora una volta, dalla Electric Eye: una bella dark-wave oscura molto solenne, con dei riff perfetti di chitarra, solidi fraseggi di basso su ritmiche sostenute e degli ottimi arrangiamenti che mescolano anche sax e violino. Pure il resto del CD conferma queste buone impressioni ed è davvero un peccato che il tempo abbia relegato in posizione secondaria questa interessante formazione. I Rinf all'epoca erano probabilmente il gruppo più surreale (e forse un po' "scazzone") del quartetto, a vedere dalle foto d'epoca qui incluse e soprattutto ascoltando i loro pezzi. La loro musica fonde una wave sperimentale, quasi "colta", ad un approccio folle e dissacrante: il risultato è assai surreale ma sinceramente anche un po' indigesto, anche perché certi approcci che 25 anni fa potevano sembrare innovativi e spregiudicati ora suonano invece come piuttosto ingenui. Un CD un po' debole tutto sommato ci può anche stare in un'opera che si presenta anche bene dal punto di vista grafico, con i dischetti inseriti in stranissimi (ma geniali!) contenitori di plastica dotati di levetta per consentirne l'estrazione, un raccoglitore di plastica semitrasparente e un libretto con foto e note. Segnalo poi che la Spittle Records ha pubblicato anche la ristampa su CD della compilation Gathered uscita originariamente nel 1982 per la (guarda un po') Electric Eye, in cui figurano tra gli altri Not Moving, Death SS e Pankow. Non c'è che dire: con queste ristampe della Spittle gli appassionati della new wave italiana degli anni '80 sapranno di certo cosa farsi regalare per questo ormai prossimo Natale!
Web: http://www.goodfellas.it.
(Christian Dex)
Agonoize: Sieben
(2CD - Out of Line/Audioglobe, 2007).
Terzo full lenght per gli Agonoize, anche Sieben come i due capitoli precedenti è un cd doppio (ma per i fans piu' incalliti è in commercio anche una versione con un terzo dischetto che contiene tre remix di "Femme Fatale", il brano "di punta" del nuovo album). Inutile dire che nella sua nuova release il trio berlinese non ci offre niente di nuovo, sottoponendoci come di consueto ad un incessante assalto sonoro a base di "harsh-elettro" che piu' burina non si può: voce distorta e ritmi incalzanti per un disco che dopo una manciata di brani ha già detto tutto (o niente, fate voi...). Le tracce di Sieben si succedono una dopo l'altra, pressochè identiche tra di loro, disegnando uno scenario di sconfortante mediocrità ed è difficile trovare argomenti per approfondire la recensione di dischi come questo: la scarsità dei miei argomenti è lo specchio fedele della scarsità di idee degli Agonoize che tra album e mcd continuano ormai da troppo tempo ad offrirci sempre la solita scialba minestra. Anche se ammetto di essermi abbastanza stancato del genere "harsh", credo di essere ancora in grado di distinguere tra prodotti buoni e sopravvalutati: gli Agonoize per quanto mi riguarda appartengono a questa seconda categoria.
Web: http://www.myspace.com/agonoize.
(Candyman)
Ain Soph: Kshatriya
(CD - Hau Ruck! SPQR/Audioglobe, 2007).
In occasione del ventennale dell'album, esce per Hau Ruck!SPQR questa nuova ristampa rimasterizzata di un classico degli Ain Soph, formazione capitolina tra le più influenti della penisola e non solo.
Il disco era uscito originariamente per l'etichetta del gruppo, Misty Circles, solo in vinile e con tiratura di 1000 copie. Era stato poi ristampato da Musica Maxima Magnetica nel 1994 in CD con una copertina dal dubbio gusto. Esaurita anche quella edizione, questa nuova ristampa in digipack recupera la copertina originale dell'LP, aggiungendo alle ricche note del booklet un nuovo capitolo dedicato a questo ventennale. Il disco è uno spartiacque nella discografia del gruppo: dalla musica rituale delle origini si passa ad una forma musicale sempre di stampo esoterico, ma che abbraccia un ventaglio sonoro più ampio e meno diluito, come nel brano di apertura, il mantrico “Decimus Gradus”, ossessivi tocchi di piano e voce femminile a contraltare. La seguente “Monsalvat” definisce ancora meglio il corso intrapreso dagli Ain Soph: un leggero tappeto di drones e percussioni sorregge il canto rituale di Eliana, squarciato da improvvise deflagrazioni di organo e chitarra di matrice industrial, con testo preso direttamente da “The Book of Thooth” di Aleister Crowley. “I.A.O.”, cantato in latino, percussioni e organo, è nove minuti di puro mortifero industrial pre-Cold Meat Industry, particolare che evidenzia ancora una volta quanto fosse avanguardistica la proposta del gruppo romano. La title-track cita apertamente Julius Evola sotto un mare di distorsione, le voci si fanno declamanti e il brano trasuda tensione e rabbia. Il disco si chiude con “Stella Maris”, traccia lunga e riflessiva, dal toni più diluiti, dove ancora una volta si distingue il canto di Eliana intrecciato ad un recitato in latino in crescendo. Per chi avesse perso la precedente ristampa, questa è un'occasione irrinunciabile per mettere le mani su uno dei dischi fondamentali dell'industrial ritualistico non solo italiano.
Abbastanza imbarazzante trovare errori di battitura nel booklet.
Web: http://www.hauruckspqr.com/Html/News.html.
(Softblackstar)
As harmony dies: Flames everywhere
(CD - My Kingdom Music/Audioglobe, 2007).
Che siano dei pazzi megalomani, questi As Harmony Dies? Sicuramente sono degli originaloni, altrimenti non avrebbero mai potuto partorire le oblique dodici tracce che compongono “Flames everywhere”, disco completato da una opportunamente riletta cover di un classico del black primordiale quale “At war with Satan” dei maestri Venom (trasformata in una infinita opera maligna di una ventina di minuti, qualcuno potrebbe stroncarli per questo). Questo combo è costituito dal membro fondatore Black, cantante che esibisce una varietà di toni e di stili assolutamente spiazzante, e che si presta pure dietro le pelli ed alle tastiere, dal chitarrista Rob, dal live-bassist Void e dal tastierista ed addetto ai marchingegni elettronici Whisper, e non a caso cita fra gli ispiratori gli esoterici Devil Doll del nostro caro Mr. Doctor, avendo mediato dall’introverso progetto veneziano/sloveno certo approccio aperto alla composizione (ascoltate al proposito l’inquietante “Psychic waltz”). Sono attivi fin dal 1995, ed hanno in carniere titoli quali “De terrificationis nocturnis” (demo pubblicato quell’anno), “The beginning” del ’98, “Tristesse et autres drogues” (!) del 2000 ed infine, ultimo prima di “Flames everywhere”,”Trinity” del 2005, che racchiude nella sua confezione i primi due vagiti della loro carriera, opportunamente ri-registrati e ri-masterizzati ; vantano inoltre un’apparizione nella lista della compilazione “Tributum morti” del 2002 (con un tale titolo, non potevano mancare), con ben quattro contributi. Brani teatrali che alternano sfuriate dath/black a partiture progressive magniloquenti (“Reasons”), che si presentano come un labirinto soniko nel quale smarrire definitivamente la propria sanità mentale, se non si è dotati di ferrea auto-disciplina, rimedio ad una altrimenti inevitabile resa. Cacciate nel frullatore Van Der Graaf Generator, i citati Devil Doll, primi Arcturus e Cradle of Filth, e dopo aver ben amalgamato il plasma che ne deriva, vi potrete fare una vaga idea di quel che vi attende. Perché questi freaks del pentagramma vi stupiranno ad ogni svolta, come in “Hurts”, che dopo un inizio che potrebbe lasciar intravvedere una pausa nello scriteriato assalto sonoro che avete fino adora subito, cangerà in una infinita varietà di sensazioni, sfiorando pure lidi electro. Confusi? Of course, cari amici lettori, e non v’è da stupirsi. Non per nulla, queste canzoni (semmai tali possono definirsi), rappresentano una ispecie di viaggio interiore, che ogni uno di voi potrà leggere a proprio gusto ed interpretazione. AHD giuocano d’azzardo, ma lo fanno terribilmente bene, in un turbinio di voci e di suoni che altrimenti potrebbero risultare, perlomeno, indigesti (“Practice”, gli inserti quasi-pop della title-track sfumanti in una atmosfera sacrale/sacrilega, con voce muliebre prestata da Elena Longo, spezzoni di “Time” potrebbe utilizzarli Pupi Avati per una sua pellicola, per quell’aura spaventevole che gl’avvolge, la porzione iniziale di “Shining and sailing soul” è pomposa e composta come una marcia funebre, poi…). Per meglio identificare questa opera, servitevi del booklet, degna rappresentazione del loro universo deviato. E malato! Un circo infernale, ove l’entrata è certa… l’uscita chissà!
Web: http://www.mykingdommusic.net.
(Hadrianus)
Avenue in Oceania: Avenue in Oceania
(CD - Oceania Industries, 2007).
Questo terzetto californiano (di Santa Ana, per la precisione) s’è attribuito proprio un bel nome, originale e d’effetto. Jason Katz (voce e liriche), Andy Frazier (synths) e Kamyar Livari (chitarre) propongono un lotto di songs ove le tastiere disegnano paesaggi asfittici e sintetici attraversati dai suoni prodotti dalla mai doma sei corde, ed ove il bel timbro di Jason trova gli ispazi adeguati ove fornire una buona prova delle proprie qualità. Peccato che talvolta prevalga una certa smania di stupire ad ogni costo l’ascoltatore, perché più d’un episodio del disco si fa apprezzare; non mancano neppure episodi che sarebbe meglio rivedere, come “One vision” (che ricorda un pezzo ben più celebre dallo stesso titolo, se non erro…). “Culture shock” è tra le tracce da ricordare, per quel mood vagamente wave che la pervade, accostandola alla produzione di Depeche Mode (fatte le debite proporzioni) e di molti indimenticati acts che apprezzammo negli anni ottanta, pur se riletti ed adeguatamente attualizzati. “Spin” fa la sua bella figura, “Nina’s war” è forse un pochino troppo scarna, “Mocking bird” è glaciale e profondamente dark, il resto del CD si conferma su questi livelli, non eccelsi, comunque buoni per un insieme ancor giuovine. Gli Avenue in Oceania si impegnano particolarmente nel costrutto lirico (come in “Modern military engagement”) delle loro composizioni, fuggendo la isterile banalità che macchia i lavori di troppi loro colleghi pure illustri, preferendo offrire una personale riflessione sul mondo che ci circonda, senza voler apparir ecumenici, non per nulla una loro canzone è titolata “Televangelista” (con soluzioni quasi a la Talking Heads), atto d’accusa nei confronti d’un fenomeno pur troppo diffuso negli Stati Uniti. Bella la copertina (fotografia di Kathleen Dickason), perfettamente calata nel contesto concettuale dell’opera. Dimenticatevi le onde dell’oceano, la sabbia dorata ed i surf ben paraffinati, la California degli Avenue in Oceania non è quella patinata ed urticante di O.C.! Contattateli e fornite loro il vostro supporto, sopra tutto se vi è piaciuto l’ultimo parto di Sean Brennan e dei suoi London After Midnight!
Per informazioni: www.myspace.com/avenueinoceania.
Web: http://www.avenueinoceania.com.
(Hadrianus)
Christabel Dreams: Christabel Dreams
(MCD - autoprodotto, 2007).
Indubbiamente, il mini cd dei Christabel Dreams nasce dall’amore che il quartetto romano ha per le sonorità gothic, post punk e wave british degli anni ’80. Dunque inevitabili le influenze di Mission, Cure, Chameleon, Sad Lovers and Giants (senza scomodare i Joy Division), anche se in “The candles light” mi pare vibrino ricordi delle realtà coeve italiane. La ricerca di quel suono è talmente certosinamente ricercata e voluta (notevole in questo senso il lavoro “filologico” sulla chitarra e sulle parti vocali in “Sheila in the daylight”) che forse i quattro pezzi presentati sono troppo pochi per farci superare la sensazione inevitabile di forte derivatività. Di sicuro ben suonato e ben prodotto (quest’ultima cosa elemento davvero non scontato), ma attendiamo i Christabel Dreams sulla lunga durata, in un full lenght di maggiore respiro. E date le capacità, sicuramente troveranno chi darà loro la possibilità.
Web: http://www.myspace.com/christabeldreams.
(Manfred)
Christian Death: American Inquisition
(CD - Season of Mist).
E' da parecchio tempo che Valor non produce un capolavoro. Nemmeno American Inquisition è un lavoro indimenticabile ma sinceramente è molto meglio di come me lo aspettassi. Negli ultimi 5 o 6 anni i Christian Death hanno cercato di guadagnare consensi fra il pubblico Black Metal, grazie anche a molteplici collaborazioni con membri dei Cradle of Filth. Questa svolta ha prodotto dei pezzi davvero poco ispirati, in cui la povertà di idee era affogata in un mare magnum di chitarrone distorte: è come se Valor avesse cercato di riciclare idee dal suo album del 1989 All the hate, che magari avrà anche anticipato i suoni dei gruppi black degli anni '90 ma che resta una delle opere più deboli nella discografia dei suoi Christian Death. American Inquisition presenta ancora questo approccio heavy in cui le idee un po' più trite sono affogate nel casino, ma fortunatamente non mancano degli episodi più interessanti. In primis l'incipit "Water into wine", con un bell'inserto di violino che fa da contraltare alle chitarre distorte o la goth-ballad "Dexter Said No To Methadone". Anche "Angels And Drugs" non è malaccio, un'altra ballata, più acustica stavolta, un po' kitsch come nella migliore tradizione dei Christian Death di Valor. Accanto a questi episodi validi ci sono purtroppo delle cose assai meno interessanti se non addirittura mediocri: cito un caso su tutti con "Worship Along The Nile", che comincia benissimo con una bella melodia mediorientale per poi divenire uno sciattissimo "rockone" in cui Maitri celebra le virtù della sua "pussycat". Che tristezza! Il resto dell'album si alterna fra questi due estremi, con episodi bruttini ("Narcissus Metamorphosis Of", "Stop Bleeding on Me") e cose non da buttare ("Surviving Armageddon", "The last thing"): in generale meno si sente Maitri cantare e meglio il brano risulta essere alla fine, anche se non mancano delle eccezioni (la brutta "Victim X", tutta con Valor alla voce e con un arrangiamento elettronico in primo piano). Il CD non è perciò un lavoro da sufficienza piena ma siamo quasi a livelli dignitosi: eliminando 3 o 4 pezzi deboli, lasciando meno spazio possibile a Maitri e con un paio di buoni brani in più American Inquisition avrebbe stupito positivamente tutti. Evidentemente un po' di senno e di classe sono ancora rimaste in Valor: speriamo che prima o poi si decida ad esprimerle del tutto.
Web: http://www.christiandeath.com/.
(Christian Dex)
Covenant: In Transit
(DVD+CD - Synthetic Symphony/Audioglobe, 2007).
Anche per i Covenant è giunto il momento di realizzare un dvd-documentario a coronamento di una gloriosa carriera che ha fatto (giustamente) del trio svedese una delle elettro-band di maggior successo nel pianeta. In Transit non è un semplice dvd-live, ma un lussuoso box che racchiude due dvd ed un cd audio: momento di autocelebrazione quindi, ma anche chicca imperdibile per i fans dei Covenant. Il primo dvd è in pratica un documentario relativo allo "Skyshaper Tour"; brani "live" sono inframmezzati con una lunga intervista ad Eskil Simonsson e Joachim Montelius, che ci parlano tanto di aspetti "tecnici" quanto di cose "umane" (particolarmente intense le parole spese per salutare la fuoriuscita dal gruppo di Clas Nachmasson). Lo "Skyshaper Tour" ha toccato mezzo mondo e così abbiamo l'opportunità di assistere a suggestive immagini girate in Germania, Russia, U.S.A. e Sud America; il tutto è realizzato e confezionato con estrema professionalità: due ore circa di materiale assolutamente godibile. Chiaramente per la piena fruizione del prodotto è necessaria una minima conoscenza dell'inglese, lingua in cui si svolge l'intervista ad Eskil e Joachim (sono inoltre presenti opportuni sottotitoli per agevolare la comprensione). Il secondo dvd2 invece si concentra prettamente sulla parte "live", contenendo la registrazione integrale di un concerto tenuto in Germania; come bonus abbiamo tre brani registrati nel corso dell'esibizione tenuta all'interno del Wave Gotik Treffen di Lipsia nel 2004 ed il videoclip del brano "Happy Man". Abbiamo inoltre l'opportunità di rivedere (con immagini tagliate nella versione inclusa nel dvd1) momenti delle trasferte a New York ed in America Latina (mi limito a citare la visita di Eskil Simonsson alla tomba di Evita Peron a Buenos Aires). A completare questo ricco box, un cd audio contenente un intero concerto, ma con scaletta diversa rispetto a quella del concerto incluso sul dvd. Qualità e quantità viaggiano di pari passo in questo lavoro, facendone un pezzo immancabile nella collezione di ogni fans dei Covenant.
Web: http://www.covenant.se.
(Candyman)
Din [A] Tod: The Sound of Crash
(CD - Out of Line/Audioglobe, 2007).
I piu' attenti osservatori della scena tedesca avranno sentito circolare il nome dei Din [A] Tod da qualche anno, ma solo ora il trio berlinese approda all'album d'esordio. The Sound of Crash è un disco indubbiamente fresco e piacevole, che porta una boccata d'aria in un panorama elettro troppo spesso appiattito su un infinità di gruppi "clone" che si rifanno a pochi "mostri sacri", mentre Din [A] Tod sviluppa un sound originale seppur non nuovo: dodici tracce che fondono elettronica minimale, new wave ed elettro-clash con risultati quasi sempre brillanti (alcuni pezzi sono però decisamente prolissi), che in diversi episodi potrebbero ricordare dei Welle Erdball piu' oscuri (si ascolti ad esempio "Time mad dogs of us"). Diversi i pezzi da segnalare, da "Creation Crucifixion" a "Ephedrine logic", da "Tragic blue" alla conclusiva "Margarita" (decisamente il mio pezzo preferito del disco!), per un disco assolutamente piacevole e consigliabile a tutti gli amanti delle sonorità analogiche ed elettro-retrò. Subito dopo i miei favoriti Ashbury Heights, i Din [A] Tod rappresentano una delle piu' piacevoli sorprese del 2007.
Web: http://www.myspace.com/dinatod.
(Candyman)
Doomenicus: Promo 2007
(MCD - Lux Records/Apulian Destruction Agency, 2007).
Che il doom sia poco incline ai compromessi lo sappiamo benissimo, avendolo ormai assodato nel corso di questi anni. Un genere che rifugge le ampie plateee, pur avendole più volte sfiorate negli anni per merito di qualche gruppo emerso agli onori della cronaca, e che ha saputo mantenere una aura di rispettabilità e di integrità che ad altri settori della musica alterna fa decisamente difetto. Opera comunque al suo interno una setta ancor più radicale, aderente ai crismi di una ortodossia che ai non iniziati può apparir fanatismo puro, e che innalza nelle sue manifestazioni di dolore il nero e disadorno stendardo del funeral. A questa cupissima congrega appartengono i Remember November, autori di “Funeral Doom sessions vol. 2” a proposito del quale vi rimando al virtual iscritto che troverete oltre. Nei due introversi figuri che si nascondono dietro agli inquietanti monicker Murnau e Doomenicus ci imbattiamo in quest’ennesimo progetto, che prende il nome dall’arcigno vocalist e che s’avvale delle prestazioni di Igniis Fatuus alla seconda chitarra e di Crazoyde alla batteria. “Cold embrace”, “Mercy and forgiveness” e “She haunts you” sono i tre episodi che segnano significativamente questo promo, brani spogliati d’ogni inane orpello ma che rispetto a RN evitano in parte quell’oltranzismo ch’è proprio del funeral, mantenendosi comunque in ambiti claustrofobici ed obscurissimi. Colanti pece, queste canzoni esaltano il lato criptico della musica del destino, trovando riferimento in misconosciuti, invero dagli adepti amatissimi, acts quali Revelation e Penance. Sono certo che a Bobby Liebling (Pentagram) piacerebbero, pur non essendoci tentazioni seventies fra questi solchi, in virtù della loro spontanea naivetè! Palma del miglior pezzo a “She haunts you”, sicuramente la meglio delineata del terzetto.
Per informazioni: www.myspace.com/doomenicus.
Web: http://www.apuliandestruction.com.
(Hadrianus)
El-Thule: Green magic
(CD - Go Down Records/Riff Records/Audioglobe, 2007).
Lanciati nell'orbita delle band che contano in ambito stoner dall'eccellente "No guts, no glory" del 2004, El-Thule ripropongono il loro terrificante wall-of-sound in queste otto tracce di pura follia hard-stoner-psichedelica. Il didjeridoo prestato da Pippo de Palma (Alix) nella traccia di apertura "Shaman" ha il compito d'introdurci nel devastato universo psicotropo partorito dalle malate menti di Mr. Action (chitarre e vocs), El Comandante (basso e b-vocs), Gweedo Weedo (batteria e percussioni) e Bruno Madeira (addetto alle visuals), un mondo perverso e sfuggente (se non siete usi frequentare queste latitudini mentali) fatto di riff monolitici e grezzi, di un cantato allucinatissimo e di un ritmo forsennato, ma pronto a rallentare fino a divenire minaccioso. Fama ben meritata dal quartetto, non per nulla invitato a calcare i prestigiosi palchi dello Swamp Room Mania Fest (2006) e dello Stoned in Sweden Part III Festival, eventi certo non aperti a chicchessia, ove hanno ben figurato, in virtù del loro sound potente e vischioso. Un'attività live intensa (hanno suonato con gente della risma di High on Fire, Place of Skulls, Orange Goblin, Ufommammut, Solace), a loro congenialissima evidentemente, tanto da portarli a presentare "Green magic" all'Underworld di Londra (in compagnia di validi padrini quali Solace ed Orange Goblin). Il pachidermico incedere delle tracce trova ottima sponda nelle liriche sconvolte, come nella epica distorta de "La cruda", o nella poco rassicurante "Black mamba", esaltante una genuina stoner-attitude sfociante in dilatazioni psych che non lasciano scampo. Un vortice malatissimo che inghiotte bassi pulsanti e chitarre granitiche, batterismo skizoide e voce belluina, tritando il tutto e ri-sputandolo in faccia all'attonito ascoltatore, senza il menomo rispetto. Sonorità esaltate dalla produzione di Niklas "Mr. Dango" Kallgren (già dietro la consolle per i beniamini Witchcraft e per gli immensi Opeth, oltre che chitarrista dei Truckfighters), capace di rendere ancor più stonato e polveroso il prodotto degli sforzi di questi svangatissimi musicisti. Ascoltate "Green magic" con attenzione, e sopra tutto badate a non farvi centrifugare il cervello!
Per informazioni: www.myspace.com/elthule.
Web: http://www.godownrecords.com.
(Hadrianus)
FabrikC: Impulsgeber
(CD - Pro Noize/Audioglobe, 2007).
Secondo album per FabrikC, Impulsgeber si articola in ben quindici tracce (dodici originali piu' tre remix a cura di Xotox, Noisuf-X e S.A.M.) di elettro industrial tipicamente tedesca, dalla spiccata matrice dance. Lo stile di FabrikC è assai simile a quello dei remixer sopra citati: sonorità harsh dai ritmi martellanti, con voci campionate; una rigorosa uniformità stilistica che è sì capace di creare pezzi che spiccano sugli altri ("Chinese food", "Parasit") e che per il dancefloor si potrebbero considerare perfetti, ma che alla lunga stanca proprio perchè appiattita su un'unica soluzione che viene ripetuta sino allo sfinimento, tanto che l'ascolto integrale del disco si potrebbe rivelare alquanto ostico (per non dire noioso) anche ai fans piu' incalliti del genere harsh/eletto-industrial. Impulsgeber non mancherà comunque di dare spunti ai djs e sui dancefloors tedeschi il segno lo sta già lasciando; al di fuori da quel contesto, meglio assaporarlo a piccole dosi.
Web: http://www.myspace.com/fabrikc.
(Candyman)
Halo Effect: New Romantic Industry
(CD, 2007).
Dopo tanti anni di gavetta (il gruppo si è formato nell'autunno del 2001) ed innumerevoli concerti, sia "in proprio", sia affiancando nomi di assoluto livello come Melotron, De/Vision, Cruxshadows, ecc... gli Halo Effect realizzano New Romantic Industry, il loro primo full lenght autoprodotto. La band romana ha ottimamente messo a frutto i tanti anni di esperienza, giungendo a realizzare un disco decisamente buono, con diversi potenziali "hits". Le 13 tracce (oltre ad un "bonus" costituito dalla cover di "Join in the chant" dei Nitzer Ebb) che costituiscono l'album rivelano tutto l'amore di questi ragazzi per i Depeche Mode ed il synth-pop (preferibilmente virato verso tinte scure) in genere. Il cd alterna brani piu' ballabili (come "Running to you", uno dei pezzi che preferisco) con altri piu' lenti (l'ottima "Fragile"), mantenendo sempre uno spiccato gusto melodico e disegnando atmosfere oscure e malinconiche. Tali sonorità mi ricordano in particolare i primi album dei Depeche Mode (si ascoltino al riguardo brani come "Your hopes to die", "Things fall apart"), mentre in altri si fa piu' presente l'influsso dell' elettro/synth-pop di matrice tedesca o nord-europea ("Harder and Faster" potrebbe richiamare i Nitzer Ebb stessi). Nonostante non abbiano ancora nessuna label alle spalle, gli Halo Effect hanno realizzato un cd veramente valido, che consiglio caldamente agli amanti delle sonorità elettro-dark e che mi auguro possa essere il trampolino di lancio per questi ragazzi verso ulteriori soddisfazioni.
Web: http://www.myspace.com/bandhaloeffect.
email: haloeffect@libero.it.
(Candyman)
Hexperos: The garden of the Hesperides
(CD - Equilibrium Music, 2007).
Quello degli Hexperos è un nome non del tutto nuovo, essendo un loro brano incluso nella doppia compilation della Cold Meat Industry The last supper; il nome deriva dalla fusione di Hesperos, la prima stella della sera cara ad Afrodite, e delle Esperidi, ninfe custodi del giardino in cui cresceva l’albero che dava mele d’oro e che Gea donò a Era in occasione delle sue nozze con Zeus. The garden of the Hesperides è il loro album di debutto anche se il nome di Alessandra Santovito dovrebbe essere ben noto ai frequentatori di questi lidi musicali grazie alla sua esperienza con i Gothica, da lei fondati insieme a Roberto Del Vecchio. Viene naturale, quindi, confrontare la musica di questo nuovo progetto con quella del precedente gruppo dal quale, in effetti, gli Hexperos si allontanano abbastanza, pur rimanendo sempre nello stesso ambito musicale: la loro musica è più delicata e sottile, di gran lunga meno pomposa e l’influenza neoclassica e orchestrale, pur sempre presente, è più docile, meno corposa; siamo molto più vicini ad una dolce fusione tra una musica da camera dolce e orecchiabile, un folk di matrice celtica, caratterizzato dall’uso del flauto, della chitarra e dagli splendidi interventi dell’arpa, dalle basi che, insieme allo splendido violoncello di Francesco Forgione (secondo membro “ufficiale” del gruppo) a tratti aggiungono un senso di oscurità e romantico mistero. Il suono scorre morbido e gradevole dai diffusori e non dà mai l’impressione di essere eccessivo o invadente; a mio personale parere i pochi momenti in cui il CD cala leggermente di tono sono quelli in cui ci si avventura su sonorità etniche, non tanto perché il risultato sia in sé sgradevole quanto perché si entra in un terreno irto di pericoli, già esplorato da numerosi gruppi (dai Dead Can Dance in poi) con risultati talmente notevoli che difficilmente si può riuscire a dire qualcosa di veramente importante. Non posso che congratularmi con il duo sia per la scelta di cercare di esplorare territori diversi da quelli precedentemente percorsi dai Gothica, sia per il risultato complessivamente ottenuto con questo nuovo lavoro.
Web: http://www.hexperos.com/.
(Ankh)
Hocico: The shape of things to come
(CDS - Out of Line, 2007).
In occasione dell'Out of Line Festival, gli Hocico realizzano questo cd single limitato a 1.000 copie e disponibile solo ai concerti di questo festival (che ovviamente non ha toccato l'Italia) o tramite il mailorder della label tedesca. Il cd (completamente trasparente) ha il compito di alleviare l'attesa per la pubblicazione del nuovo album del duo messicano, prevista per il nuovo anno e contiene tre tracce: la title-track è un puro pezzo "alla Hocico" che si mantiene in equilibrio tra struttura melodica e beats incalzanti, per un risultato decisamente buono. La traccia successiva vede gli Agonoize cimentarsi col remix di "Spirits of crime", dando a questo pezzo il loro classico tocco "abrasivo". Per completatare la tracklist, Erk e Racso hanno messo mano al loro archivio, riesumando "Lost way", brano datato 1996 e sin'ora pubblicato solo su nastro; si tratta di un brano dalle strutture ancora acerbe ma certamente apprezzabile, in cui la parte melodica ha la meglio sul battito. L'accattivante contenuto e la non semplice reperibilità, fanno di The shape of things to come un "must" per i piu' incalliti fans/collezionisti degli Hocico!
Web: http://www.hocico.com.
(Candyman)
Irfan: Seraphim
(CD - Prikosnovénie, 2007).
Già nel loro album di esordio del 2002 gli Irfan avevano dimostrato di essere fra i più autentici eredi dei Dead Can Dance. Il loro nuovo CD Seraphim è da questo punto di vista una conferma. Non credo di esagerare affermando che in campo "ethereal" gli Irfan sono attualmente la realtà più valida ed emozionante. Il paragone con i Dead Can Dance non fa forse giustizia alla qualità degli Irfan ma è d'altra parte impossibile da ignorare, visto che la band bulgara si ispira per la sua musica a quelle stesse "fonti" a cui avevano attinto Lisa Gerrard e Brendan Perry: le melodie etniche dei balcani e del medio-oriente, la musica medievale. Non va però dimenticato che negli Irfan tutto ciò non è semplice posa o imitazione visto che il gruppo non fa altro che rendere omaggio alle proprie tradizioni e alla propria storia. Accanto a queste ispirazioni primarie gli Irfan citano altre culture musicali: è così possibile cogliere nei loro brani un accenno di Fado, un'eco di melodie mediterranee o un omaggio alla musica sacra. L'album è così una sintesi perfetta di splendide melodie, ottimi arrangiamenti e magistrali esecuzioni musicali: vari sono gli strumenti utilizzati nei pezzi, molti dei quali di tipo etnico/tradizionale a dare un raffinatissimo tocco "world music" al tutto. Particolare attenzione è rivolta nei brani alle parti ritmiche, affidate a intrecci elaborati di percussioni, particolarmente evidenti nella splendida "Hagia Sophia". Se dal punto di vista musicale gli Irfan si esprimono in maniera superba anche le parti vocali non sono da meno: in primo piano è la performance della bravissima Denitza Seraphimova, capace di impostare la sua voce in modi espressivi diversi, sempre convincenti. Efficaci sono anche i cori di voci maschili, in secondo piano rispetto all'affascinante voce femminile ma capaci di performance molto valide, come evidenziato soprattutto nel brano conclusivo "Return to Outremer". Seraphim si colloca al top della produzione musicale 2007: un album che non può mancare a coloro che hanno sempre "la morte che balla" nel cuore.
(Christian Dex)
Lesbians on Ecstasy: We know you know
(CD - alien8 recordings, 2007).
Ho conosciuto le LOE per caso, quest’estate, a Quèbec, durante il concerto di chiusura dell’Arc en Ciel (il gay pride quebecchese), su un palco all’aperto nella piazza principale della città. E mi aveva colpito molto positivamente il loro approccio vitale ed energetico (e diciamo pure -non sarà un peccato no? - festoso) ad un electro clash/ electro punk contaminato da istanze che va dal pop vintage ad un industrial a volte anche molto pesante (lato questo che mi pareva abbastanza trattenuto, dato l’ambiente). Questa impressione è stata poi confermata poco più di un mese dopo, a Roma, quando ho visto le ragazze di Montreal (tutte più o meno provenienti dalla scena punk e alternative di quella città) in concerto in un piccolo club (il Traffic), dove hanno tirato fuori tutto il loro lato psychedelic punk, lasciando libera esprimersi la gamma completa dei loro suoni, compresi quelli più violenti e danzerecci.
La formazione prevede la vocalist, una percussionista che usa un octapad molto eighties, una bassista a tratti davvero “rough” ed ovviamente una tastierista che con le sue soluzioni e i suoi campionamenti marchia il suono della band.
Questo We know you know, è lavoro completamente autoprodotto e si ispira, fin dall’artwork (esiste anche una versione in vinile, con un brano in meno) alle autoproduzioni lesbiche e femministe nord americane degli anni ’70 (tipo il quelle nate dal collettivo Olivia Records). E’ dunque un disco fieramente militante, ma intriso di vitalità, colore e leggerezza, che pone in secondo piano il cotè puramente ideologico.
Dunque, nel complesson 10 brani di matrice indie electro clash /electro punk in salsa vintage, che esplorano i diversi lati di un approccio comunque marcatamente dance e “partecipativo”.
“Sister in the Struggle” è un anthem elettronico deliziosamente ed ironicamente retrò.
“Sedition” gioca con l’industrial acido e pesante, divertendosi a “sporcarlo” con buffi sberleffi elettronici e vocals stralunate.
“The Cold Touch of Leather” (dal testo fortemente “di genere”) è una sorta di canto hippie, molto seventies dunque, portato in fibrillazione dall’immersione in suoni acidi e saturi.
“Victoria’s Secret”, è una specie di reading che fa il verso a sperimentazioni elettroniche oldie, con buffi e ironici suoni “robotici”.
“We won’t give it Back” è industrial lisergico e coinvolgente, mentre con “Party Time (a womyn’s luv)” siamo dalle parti di uno strepitoso scioglilingua electro punk, irresistibile nella sua trascinante forza dance. “Is this the way?” (il brano non presente nella versione in vinile) ci regala a sorpresa suoni industrial cadenzati, marziali e violenti, che potrebbero spingere all’headbanging anche gli industrial-metallers più incalliti. Con “Alone in Madness”, si ritorna a sonorità più tranquille e poppeggianti, caratterizzate da delicate melodie elettroniche. “It’s Practically Freedom” è una sorta di synth pop inacidito e reso stralunato dall’attitudine allo sberleffo delle 4 stravaganti follette canadesi.
Chiude degnamente We Know you Know “Mortified”, una ballad “corale” che sembra venuta fuori da un inprobabile Hair di inizio millennio.
Brave dunque le LOE: coraggiose, indipendenti, trasversali, eclettiche, militanti, vitalissime e divertenti. E di queste cose, Dio sa quanto la scena “alternativa” abbia bisogno.
Web: http://www.lezziesonx.com.
(Manfred)
Mezire: Corrosion Effects
(CD - Rustblade/Masterpiece Distribution, 2007).
Di norma, quando in ambito electro si sente parlare di "evoluzione" si associa spesso tale concetto a maggiore raffinatezza dei suoni e degli arrangiamenti, a espressioni più elaborate, ad ammorbidimenti e strizzate d'occhio paramainstream nei casi più eclatanti. I tedeschi Mezire, invece, hanno fatto un percorso che smentisce appieno questo luogo comune, cominciando più di dieci anni orsono in lidi dark-electro e approdando progressivamente a un sound a cui la stessa definizione di semplice industrial pare limitante.
In Corrosion effect l'elemento power electronics - harsch industrial si coniuga a un retrogusto doom capace di creare paesaggi sonori di plumbea desolazione ("The last war"), un feeling di totalizzante e razionale violenza ("Gun"), esplosioni di pura devsstazione sonora("Blast Furnace") che rifuggono dall'essere di maniera, votando la funzione disturbante di tutto ciò che finisce o inizia o ha a che fare con la parola noise a un'intensità deflagrante come la sua stessa modalità d'espressione. Corrosion effects si dimostra un lavoro che emerge pienamente nel suo valore con qualche ascolto, svelando lentamente le sue carte. Vincendo poi in maniera clamorosa. La Rustblade, come suo solito, ci ha visto bene.
Chapeau.
Web: http://www.rustblade.com.
email: info@rustblade.com.
(LilleRoger)
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