Recensioni dicembre 2007

 


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:Golgatha:: Tales Of Transgression And Sacrifice (CD - Cold Meat Industry/Audioglobe, 2007). Il terzo album dei tedeschi :Golgatha: porta con sé diverse novità. Un cambio di etichetta, da Athanor a Cold Meat Industry, l'aggiunta di un nuovo membro alla formazione, che oggi oltre a Christoph Donarski e a S. Marleni vede la vocalist Sorakey tra le fila, e una leggera evoluzione musicale. Niente tematiche eroiche, niente Lawrence d'Arabia, questa volta l'ispirazione è Georges Bataille, dal quale sono presi quasi tutti i testi, e la trasgressione e il sacrificio, come recita il titolo stesso dell'album. Oltre a Bataille, altri testi sono presi da William Blake e da Brendan Perry. La Cold Meat Industry sembra puntare molto su di loro, a giudicare dalla lussuosa confezione dell'album: digipack formato DVD e libretto di 32 pagine riccamente illustrato. Dopo una canonica intro, il disco entra nel vivo con “Man On Fire (Black Sun)”, brano neofolk tutto chitarra, percussioni e qualche leggero tocco di tastiera, come da tradizione. La brutta voce recitante rovina completamente il tutto, che già di per sé non era particolarmente originale. L'apertura del disco non è certo tra le migliori, e “Sacred”, il brano successivo, non fa che aumentare l'aurea di mediocrità. Tocchi di pianoforte e suoni disposti un po' a caso, il brano è un mero riempitivo nell'attesa della quarta traccia, “The Garden Of Love (v. II)”, già apparsa sulla compilation NONPOP, che finalmente fa decollare il disco. La nuova versione è cantata da Sorakey, ed è un buon pezzo neofolk. La voce è solida e si adatta molto bene alle atmosfere e alla poesia di Blake. “Rites Of Spring (v. II)” è di nuovo un riciclaggio, questa volta dalla compilation della CMI All My Dead Friends, ma resta sempre un ottimo pezzo. Percussioni che sembrano provenire dall'oltretomba e cantato evocativo e onirico creano la giusta atmosfera inquieta e oscura, fino all'esplosione percussiva finale che esalta la conclusione di un brano eccellente. “Tunguska” prosegue sulla falsariga del precedente: atmosfere oniriche e rituali, giusto bilanciamento tra suoni, voce, ossessività. La formula è ripetuta anche nel brano seguente con ottimi risultati, ma con “Lost Horizon” si torna alle atmosfere neofolk, qui purtroppo non abbastanza sviluppate. Molto meglio le percussioni in evidenza di “Initiation” e “Passage”. La chiusura del disco è l'ennesimo brano riciclato, “Flesh Of The Orchid (v. II)”, ripresa e riarrangiata ma rovinata ancora una volta dal cantato maschile. Il distacco qualitativo tra il cantato di Christoph Donarski e Sorakey è netto, e si spera che in futuro sia lasciato più spazio alla nuova vocalist. Tales Of Transgression And Sacrifice è per ora quanto di meglio prodotto dai :Golgatha:, ma non riesce a sollevarsi dalla media. Peccato per apertura e chiusura del disco, con un po' di attenzione in più l'album avrebbe potuto regalare maggiori sorprese. Aspettiamo i :Golgatha: alla prossima release. Web: http://www.ikonenmagazin.de/golgatha/. (Softblackstar)

Aa.Vv.: Noise Terror 2: World Wide Electronics (CD - Noise Terror Productions/Dependent/Masterpiece, 2007). La principale caratteristica del secondo capitolo del sampler Noise Terror, curato ed assemblato da Johan Van Roy (Suicide Commando), è quella di offrirci una panoramica internazionale sulla scena "harsh-elettro", inserendo nella tracklist del sampler sia nomi già noti, sia illustri sconosciuti, chiamando a raccolta gruppi che arrivano da ogni angolo del globo. Accanto ai vari Grendel, Noisuf-X, Suicide Commando, Straftanz e Controlled Collapse troviamo, tra gli altri, Reaxion Guerrilla (Peru'), Ginger Snaps (USA), Sadiztik Injection (Turchia), Winter Soul (Sud Africa), Rosewater (Lituania) ed i "nostri" Alien Vampires. Ad una mappa così eterogea non corrisponde ahimè altrettanta qualità o varietà stilistica ed il sampler si rivela sì coraggioso e magari pure meritorio per dare spazio a band di Paesi non propriamente in primo piano per la popolarità della musica elettro, ma al tempo stesso inevitabilmente monocorde e, sulla lunga distanza dei suoi quasi 80 minuti di durata, piuttosto noioso. Tra i motivi che potrebbero spingere i fans piu' incalliti dell'harsh-elettro all'acquisto (oltre allo special price), segnalo il primo brano di Kombat Unit, neonato progetto formato dal solito Johan Van Roy e Jan L. (X-Fusion nonchè Noisuf-X), un nuovo brano di Suicide Commando ("Hate me") e "Burn down heaven", nuovo pezzo degli Straftanz, che cercano di bissare il successo del loro omonimo brano super-cafone. Web: http://www.dependent.de. (Candyman)

Aa.Vv.: Endzeit Bunkertracks vol.3 (Cofanetto - Alfa Matrix/Audioglobe, 2007). Terzo capitolo per questo mastodontico sampler dell'Alfa Matrix articolato in 4 cd per un totale di ben 66 brani di cui 62 vengono presentati come esclusivi o rari. Come per i due capitoli precedenti, il sampler si focalizza principalmente su sonorità harsh-elettro e (tanto per usare le parole della press-release) "high-tech power noise"; sarebbe ovviamente troppo lungo e noioso citare tutti i gruppi ed i side-project che intervengono, mi limiterò quindi a citare i vari Suicide Commando, Leaether Strip, Grendel, S.I.T.D., Unter Null, C-Drone Defect, Kombat Unit, ecc... per la prima categoria, mentre alla sopracitata pittoresca definizione vanno ricondotti Monolith, Detune-X, Terrorfakt, Neikka RPM, Stahlfrequenz, FabrikC e tanti altri. Presenti ovviamente quasi tutti i gruppi del roster dell'etichetta belga e tra nomi noti e semi-esordienti la compilation assume un respiro decisamente internazionale, ribadendo però che anche allargando al massimo gli orizzonti sonori, di gruppi in circolazione in grado di esaltare l'ascoltatore non ve ne sono poi molti. Banalizzando (ma non troppo), si deve concludere che a tanta quantità non corrisponde altrettanta qualità, all'ascoltatore quindi il compito di cercare i rari episodi da ricordare in mezzo a tanto materiale francamente trascurabile. Web: http://www.alfa-matrix.com. (Candyman)

Acylum: Mental Disorder (CD - E-Noxe/Rupal Records/Masterpiece, 2007). Secondo album per Acylum, monicker dietro cui si celano P. Engel, responsabile di musiche e samples e K. Arnold (alias Wynardtage) che si occupa invece di testi e vocals. Mental Disorder non fa altro che ingrossare le fila del plotone harsh-elettro, sciorinando per dodici tracce (piu' tre remix a cura di Xentrifuge, Accessory e Wynardtage stesso) tutti i clichè di questo genere: voce distorta ai limiti dell'insopportabile, beats incalzanti e pulsioni elettro-industrial che stancano dopo una manciata di brani, data la piattezza e la ripetitività del materiale proposto. Volendo cercare il pelo nell'uovo si potrebbe dire che Acylum rispetto a tanti altri gruppi che si rifanno palesemente a Suicide Commando, Hocico, Grendel, ecc... punta meno sulle caratteristiche prettamente da dancefloor ed "arricchische" il suo sound con richiami a gente come Feindflug, Stahlfrequenz, ecc... ma non si tratta di niente di originale e tanto meno di imperdibile. Mi si passi la mia solita considerazione per dischi come questo: presi singolarmente i pezzi apprezzabili si potrebbero anche trovare, ma l'ascolto integrale del cd è compito improbo. L'ennesima goccia nel calderone harsh-elettro-industrial. Web: http://www.myspace.com/acylum. (Candyman)

Alec Empire: The golden foretaste of heaven (CD - Eat Your Heart Out Records, 2008). Giusto un anno fa Christian Dex e io intervistammo Alec Empire, arrivato in Italia per una serie di concerti, e scoprimmo che il nuovo materiale su cui stava lavorando era piuttosto diverso da quello contenuto in Futurist, album uscito nel 2005 e contraddistinto da sonorità punk-rock. In effetti con quella release il musicista tedesco aveva un po’ spiazzato i suoi fan, abituati ad ascoltare brani più pesanti e fortemente influenzati dall’elettronica (con particolare riferimento alla techno-hardcore che aveva reso celebri i suoi Atari Teenage Riot…), e credo che anche questo The golden foretaste of heaven sarà accolto con una certa sorpresa, visto che Mr Empire ha rimescolato le carte in tavola ancora una volta. Il disco, realizzato con la collaborazione del production-team The Hellish Vortex, si apre con il pezzo-bomba “New man”, ossia una delle cose migliori che il berlinese ha composto dai tempi di Intelligence and sacrifice: qui le vocals, più vicine allo stile parlato che al canto vero e proprio, si uniscono ad un sound che sa molto di anni ottanta, di strumentazione analogica, di voglia di fare cose semplici e immediate ma non necessariamente banali. Stesso discorso vale per le due canzoni successive, “If you live or die” e “ICE”, mentre la quarta traccia è caratterizzata da ritmiche più moderate, e da un mood introspettivo. A seguire troviamo una serie di brani abbastanza simili ai primi tre, tra cui spiccano in particolar modo l’ottimo “On fire” (che stuzzicherà la fantasia di parecchi Dj…) e l’intenso “No/Why/New York”, degna chiusura di un album azzeccato e convincente. Nel complesso direi che The golden… non è solo la prova del raggiungimento di una completa maturità artistica da parte del suo autore, ma appare anche più “centrato” dei (pur buoni) lavori precedenti e sembra destinato a lasciare un’impronta evidente nel panorama musicale odierno. Web: http://www.myspace.com/alecempire6666. (Grendel)

Anima Virus: Adam (CD - Self-produced, 2007). Il progetto Anima Virus muove i suoi primi passi nel 1996, quando Aurelio Gioia decide di proseguire nell’esperienza artistica già principiata col suo precedente gruppo The Vacuum, ove vestiva i panni di chitarrista/cantante. Da allora hanno visto la luce due mini, sommanti in totale sei pezzi, uno dei quali venne pubblicato sulla compilazione “Circolo della Vela vol. 2”, ed un altro vede qui presente una sua versione (“Amphetamine II”). Residuano evidentemente scorie derivanti dai citati The Vacuum, considerate le sonorità richiamanti i migliori Christian Death del pezzo “Metaphora” (e della ottima “An old wisdom”), come pure riferimenti ai Bauhaus (“Siren”), in questo disco votato a sonorità obscure di matrice death-rock (anche se “Blood from heaven” è vagamente early Sisters of Mercy, “Days of ice” indugia maggiormente sulla melodia wave e “Zdzislaw Beksinski” vanta un approccio quasi-industrial); tanto che possiamo accostare queste dieci tracce originali a quanto prodotto da Human Disease e Chants of Maldoror, entrambi comunque spogliati della loro dirompente vena glamour. Anima Virus, o meglio il bravo Aurelio, vero e proprio mainman della band (dal vivo lo coadiuvano Luca Ciriolo al basso e Pino Viola ai synths, alle chitarre ed ai samples, oltre ad altri ospiti, il resto ricade intieramente sulle capacità espressive/esecutive del leader), predilige un suono essenziale, decadente, spettrale a tratti. Riuscita la personale rivisitazione della classicissima “The killing moon” dei rinati Echo and the Bunnymen, la quale arricchisce una track-list già di per sé valida. Assai spartana la grafica, la quale contribuisce a donare al lavoro un aspetto davvero inquietante, il suono risulta a tratti appiattito, ma del parco uso di strumentazione in sede di registrazione viene fatto opportunamente cenno nel booklet. Liriche ispirate al solido back-ground letterario dell’autore, il quale detiene il titolo di Dottore in Lettere Moderne; nel libretto allegato al disco egli evidenzia inoltre la buona esposizione live del suo ensemble. Per informazioni: www.myspace.com/animavirus. Web: http://www.animavirus.com. (Hadrianus)

Ayreon: 01011001 (2CD - InsideOut Music/Audioglobe, 2008). Il prolifico compositore/polistrumentista Arjen Anthony Lucassen, non pago delle innumeri attività che lo vedono coinvolto (Ambeon, Star One, l'ultima come Stream of Passion), riprende il monicker Ayreon per confezionare l'ennesima opera rock che manderà in visibilio i suoi fedeli fan distribuiti sull'intiero orbe terreacqueo e le legioni di appassionati di metal progressivo, suddividendo in due distinti, fondamentali e non complementari CD ("Planet Y" il numero 1, "Earth" il 2) una vicenda mitica e fantastica, ove convivono perfettamente classe esecutiva e tensione narrativa. Servendosi della bravura dell'affezionato e collaudato percussionista Ed Warby e di una squadra di alto livello costituita da Lori Linstruth (gtr), Derek Sherinian (keys), Tomas Bodin (keys), Michael Romeo (gtr) e Joost van den Brock (gtr) - oltre a violinisti, violoncellisti, flautisti...- , i quali prestano la loro cristallina classe distribuendo con attenzione i solos loro affidati nel corso dei brani, offrendo i decisivi interventi che consentono alle cangianti ambientazioni di prendere forma e sostanza, suddivide la narrazione in diversi capitoli che potrete seguire servendovi dell'allegato booklet (peccato che difetti in quanto a particolari riguardanti lo svolgimento della storia). Nonostante l'apparente monoliticità, non trattasi del solito mattone propinato ai cultori dell'autore, pronti a tutto pur di ricevere la grazia d'una nuova pubblicazione, essendo Lucassen assai rispettoso nei confronti di chi con tanta dedizione lo segue da anni ed attento alle esigenze di svolgimento dinamico dei suoi veri e propri racconti. Nei quali v'è sempre una edificante vena riflessiva, che non li rende oggetti astratti dal contemporaneo, ma quasi una personale lettura del quotidiano, senza la pretesa di imporre giudizi o sostenere questa o quella dottrina. Impressionante come al solito la lista di voci coinvolte, tutte personalità di altissimo lignaggio della scena metal contemporanea, di diversa estrazione ma, grazie alla loro esperienza, perfettamente fuse in un insieme unico e pronte a sostenere parti apparentemente contrastanti colla loro formazione stilistica. Anneke van Giersbergen, Jonas P. Renkse, Floor Jansen, Bob Catley, Simone Simons, Daniel Gildenloew, Steve Lee, Ty Tabor, Jorn Lande rappresentano la crema dei vocalist,spaziando dal rock pomposo dei Magnum al symphonic-gothic degli Epica fino all'hard rock dei Gotthard ed al gothic-doom dei Katatonia, ed un tale concentramento di personalità accresce vieppiù il valore dell'impresa intrapresa dal bravo Lucassen. Ascoltate due maestri del rock epico (seppur differente nell'esposizione) quali Catley (Magnum) e Hansi Kuersch (voce dei bardi teutonici Blind Guardian) duettare meravigliosamente nella celtica "River of time", o le splendide prove della van Giersbergen, della Jansen e della Simons (che curiosamente interpreta una parte a suo nome!), senza tacere la meno nota ma altrettanto brava Marjan Welman, in questi due disketti v'è una tale confluenza di bravura che potrebbe essere distribuita su una diecina almeno di albi e, statene certi, n'avanzerebbe di altrettanta! Trattasi per la maggior parte di tempi medi ove prevalgono ambientazioni futuristiche (come previsto dalla trama) e darkeggianti, ma non mancano passaggi più distesi (leggasi la splendidamente retrò "Beneath the waves" con echi di The Who era-"Tommy", tanto da indurvi a ricordare gli splendidi passaggi della storica "Pinball wizard"). Finale maestosissimo con "The sixth extinction" (molti degli episodi di "01011001" sono suddivisi in più sezioni), vero e proprio duello tra Kuersch, Jansen, van Giersbergen, Gildenloew, Lee, Catley, Lee e Lande, tutti impegnati allo spasimo a rendere alla perfezione la drammaticità pretesa dall'epilogo dell'epopea. Lucassen coglie il centro ancora una volta, affermandosi come uno dei compositori rock più validi di questi ultimi due decenni. (Hadrianus)

Bell Hollow: Foxgloves (CD - Five03 Records). Assai grazioso il debutto degli americani Bell Hollow, quartetto costituito dal cantante, chitarrista e tastierista Nick Niles, dalla voce ben impostata a tratti rimembrante Morissey, dal bassista Christopher Bollman, dal preciso batterista Todd Karasik (li si ascolti in “The bottle tree”, quanto sono affiatati) e dal perito chitarrista Greg Fasolino, pronto ad imbracciare con profitto il mandolino quando richiesto dallo sviluppo della canzone in esecuzione. Un bel sound che rende pienamente giustizia al verbo pop coniugato nelle sue forme più nobili, come dimostrato abbondantemente da brani rispondenti ai titoli di “Seven sisters”, l’opener di “Foxgloves”, o la melanconicamente smithiana “Our water burden”. E non a caso per la seconda volta ho riportato ben determinate coordinate stilistiche, in quanto alla wave più meditabonda ed accuratamente rifinita vanno ascritte le dieci canzoni di questo bel disco. Nulla di trascendentale, è ovvio, ma le atmosfere dreamy di “Eyes like planets” emanano una classe che non si deve disconoscere (è in quest’episodio che fa la sua comparsa il mandolino di Greg). Ottima la produzione di Hillary Johnson, adattissima alla verve crepuscolare di questo prodottino che amalgama con sentimento e misura quanto di meglio appreso dall’ascolto di Cocteau Twins, The Cure (“Jamais vu” e le pulsazioni di basso che chiudono “Getting on in years”) e pure di And Also the Trees e Blue Nile, con un occhio di riguardo per quanto offerto negli ultimi anni da loro illustri connazionali (chi ha detto Interpol?). Web: http://www.bellhollow.com. (Hadrianus)

Colony 5: Knives (MCD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2007). Dopo un periodo di silenzio piuttosto lungo (l'ultimo album Fixed risale alla metà del 2005), si rifanno vivi i Colony 5; il mcd Knives è la prima release della band svedese per la Infacted Recordings e funge da apripista al prossimo album Buried again annunciato per i prossimi mesi. Sul nuovo singolo non c'è molto da dire per chi già conosce lo stile dei Colony 5: melodia e ritmo si fondono in un pezzo decisamente gradevole, a cavallo tra synth-pop ed ebm, che ci viene proposto in quattro versioni; edit, club mix e due remix a cura di Schallfaktor e Syrian (inconfondibile il tocco "dance" del duo italiano). La tracklist viene completata da "Avalanches", che come da prassi per le bonus track dei singoli, non verrà inclusa nell'album; anche questo è un buon pezzo, che personalmente mi ricorda certe cose dei Covenant. Il lungo silenzio non pare quindi aver intaccato le capacità della band svedese, pronta a tornare a deliziare i suoi fans con gradevoli pezzi elettro-pop; attendiamo il nuovo album con fiducia. Web: http://www.colony5.com. (Candyman)

Dark Throne: F.O.A.D. (CD - Peaceville Records, 2007). Ne è passato di tempo da quando i Dark Throne realizzarono il seminale A blaze in the northern sky, secondo album della loro discografia e vero e proprio “elemento scatenante” del fenomeno black metal. Da quel lontano 1991 sono accadute cose improponibili, basti pensare alla progressiva trasformazione che il genere ha subito, passando dallo status di musica per pochi eletti a quello di trend commerciale, ma in quest’ultimo lustro le cose sembrano essersi normalizzate (se così si può dire…), e il black è tornato ad essere uno stile adatto a pochi (e non raffinati!) palati. Molte formazioni storiche si sono sciolte o perse per la strada, mentre quella di Fenriz e Nocturno Culto non solo è viva e vegeta, ma può essere considerata come una delle più coerenti e, perché no, affidabili dell’intera scena. La coerenza è infatti una delle doti migliori dei norvegesi, da sempre totalmente al di fuori delle regole del music biz e dediti ad un sound grezzo, primitivo e del tutto privo di orpelli, ma nel loro caso si può anche parlare di affidabilità perché, almeno fino ad ora, non hanno mai tradito i loro fan facendo uscire cd brutti o svendendosi a chicchessia. Il nuovo F.O.A.D. (acronimo di “Fuck off and die”) conferma appieno quanto appena detto e ci propone una manciata di brani a dir poco essenziali, che a qualcuno sembreranno essere stati registrati in un garage da un mezzo incompetente visto le loro caratteristiche, ma che sono belli proprio perché estremamente semplici, scarni e oscuri. Un pezzo come “The church of real metal”, ad esempio, rappresenta bene i Dark Throne di oggi: le ritmiche mai serrate si fondono alla perfezione con il riffing tagliente del bravo N. Culto, e nonostante il marciume (metaforico, s’intende…) che trasuda da ogni sua singola nota è contraddistinto da una certa immediatezza. Lo stesso discorso vale per la maggior parte delle tracce del disco (le quali, tra le altre cose, rimandano alle sonorità heavy-thrash degli anni ottanta), e mi porta a concludere che finché Fenriz e compare saranno in giro gli “extreme-metallers” potranno dormire sonni tranquilli! Web: http://www.darkthrone.no/. (Grendel)

Darkwater: Calling the earth to witness (CD - Ulterium Records/Frontiers Records). Giuovini e coraggiosi, gli svedesi Darkwater! Escludendo l’intro rappresentata da “2534167”, i restanti otto pezzi inseriti su “Calling the earth to witness” (un titolo originale, finalmente) superano tutti ed abbondantemente i sette minuti, raggiungendo i tredici (!) con “Habit”. Eppure tale durata, apparentemente estenuante, non inficia menomamente la riuscita piena di ogni singola track, rendendo il disco uno dei meglio riusciti in ambito prog-metal (con evidenti sfumature dark) dell’anno. Se i maestri Dream Theater si lasciano sovente andare a lunghe digressioni iper-tecniche (e cervellotiche), i nostri ragazzi arricchiscono le loro canzoni di una fondamentale componente melodica, senza strafare pur disponendo di un bagaglio qualitativo considerevole, e senza pertanto cedere alla- facile, in questi ambiti – tentazione della sterile esibizione di bravura. Un insieme maturo e coeso, capace di produrre spunti ragguardevolissimi, come nelle magniloquenti “In my dreams” e “Shattered”. Sul lavoro intiero aleggia un’aura oscura, che si può far risalire ai loro onorati conterranei Opeth, e che rende il disco appetibile alle frangie più aperte della goth-community. Auspicando che CtEtW non resti prova isolata, mi sollazzo con “All eyes on me” e con “Again”, certo che ulteriori soprese, ad ogni reiterato ascolto, mi verranno riservate dai promettenti Darkwater! Web: http://www.frontiers.it. (Hadrianus)

DavaNtage: Over the pass (2CD - E-Noxe/Rupal Records/Masterpiece, 2007). Secondo album per il "nuovo corso" dei DavaNtage (ovvero da quando Kay Hartel se n'è andato per dedicarsi al suo progetto, Supreme Court), Over the pass pur restando al di sotto dello standard qualitativo del loro capolavoro Global Badlands, segna un deciso passo in avanti rispetto al precedente, Split and Shatter. La band di Chemnitz sviluppa ancora una volta il suo elettro-sound "pompato" attraverso brani dal piglio deciso, a cavallo tra EBM ed elettro-industrial, offrendoci diversi potenziali hits come "The Club", l'iniziale "Playgrounds of nature", "VF-07", "Surface" e "The end of raging ecstasy". Lavorando d'esperienza, i DavaNtage realizzano un disco che magari non esalta, ma al tempo stesso non è nemmeno da disperezzare; lavoro quindi fondamentalmente "di routine", ma certamente godibile e preferibile a buona parte delle uscite "elettro" di quest'anno.Il secondo dischetto è denominato Dix Ans e com'è quindi palese sin dal titolo, intende celebrare i dieci anni della band tedesca, attraverso alcuni dei loro brani piu' famosi come "Decadence", "Coldest Place" e "Far From Summer" presentati in nuove versioni, mentre altri pezzi vengono remixati da bands come Necro Facility, Siva Six, i compagni di etichetta Wynardtage ed Acylum, Sebastian Komor, ecc... Web: http://www.davantage.de. (Candyman)

Dave Gahan: Hourglass (CD - Mute Records, 2007). Secondo album solista per Dave Gahan, Hourglass è decisamente un ottimo disco, contrassegnato da brani dove prevalgono introspettive atmosfere notturne, riprendendo in questo senso il "mood" dominante di Playing the angel, ultimo album dei Depeche Mode. Rispetto al suo predecessore Paper Monsters, in cui prevaleva una matrice rock, il nuovo disco sviluppa un sound maggiormente elettronico che dà il meglio di sè in testa e in coda; Hourglass si apre infatti con l'ottima "Saw something", indubbiamente uno dei migliori brani dell'album e che da sola basterebbe a giustificarne l'acquisto; un pezzo che racchiude tutte le sopracitate caratteristiche del disco e che proprio in questi giorni viene realizzata anche come singolo. Segue "Kingdom", primo singolo estratto dall'album: scelta indubbiamente azzeccata visto l'appeal immediato di questo pezzo. Altrettanto incisive ed "immediate" anche le ultime due tracce del cd, "A little lie" e "Down", mentre la parte centrale del cd, pur offrendoci brani comunque apprezzabili e che mettono in risalto una produzione e suoni d'eccellenza, vede prevalere sonorità sin troppo plumbee ed intimiste su cui comunque svetta sempre la voce impeccabile di Dave, personaggio che sembra essersi lasciato ormai alle spalle i drammatici problemi personali di qualche anno fa e che è sempre piu' a suo agio non solo nelle sue consuete vesti di vocalist ma anche in quelle di songwriter. Web: http://www.davegahan.com. (Candyman)

Der Blutharsch: The Philosopher's Stone (CD - WKN/Audioglobe, 2007). In caduta libera. Come definire altrimenti il nuovo corso musicale intrapreso da Albin Julius? Messe da parte le influenze industriali, l'austriaco imbraccia la chitarra e, con un po' di gel sui capelli, si crede una rockstar. La prima traccia chiarisce subito il punto della situazione: percussioni mai così sottotono, chitarrone spianate, atmosfera da rock psichedelico di bassa lega. La seconda traccia prosegue sulla stessa linea. Il brano è puro Der Blutharsch, ma senza più campionamenti, ora basta la chitarra distorta, effetto che però non si sposa bene con certe sonorità. Al terzo brano il disastro è totale. Vocione gutturale, chitarra acustica sullo sfondo, qualche effetto sonoro, tastiera e chitarra elettrica a dettare la linea. Per non parlare dell'attacco del quarto brano, roba che neanche gli ZZ Top più beceri osano più fare. E il quinto brano? All'apparenza sembra un Jesus & Mary Chain dei poveri, con giusto venti anni di ritardo, poi purtroppo dopo qualche secondo attacca il cantato. Mai ho apprezzato il fast forward come oggi. L'apoteosi giunge con l'ultima, l'ottava traccia del disco. L'inizio è da brividi, è il pensiero che duri quasi ventidue minuti desta non poca preoccupazione nel sottoscritto. Per fortuna il brano finisce presto, e dopo una breve pausa siamo salvati da dieci minuti buoni di riempitivi messi lì per allungare il brodo. Qualcuno dovrebbe spiegare a Albin Julius che va bene puntare al rock 'n roll, ma diventa tutto molto complicato se non si hanno le capacità per farlo. Visti i risultati, forse è il caso di lasciare la psichedelia ai Sun City Girls e il rock 'n roll a Billy Childish e tornare a frequentare altri lidi. Web: http://www.derblutharsch.com/. (Softblackstar)

Dir En Grey: Dozing Green (CDS - Gan Shin Records/Audioglobe, 2007). Ad essere sincero, il redattore maximo Dex m’aveva dispensato dall’obbligo di recensire questo disco, trattandosi effettivamente di un singolo contenente solo due pezzi uno di quali, “Agitated screams of maggots”, peraltro già noto. Ma trattandosi dei DeG, il mio gruppo-VK prediletto, non ho potuto certo esimermi. Iniziamo dal pezzo edito, qui proposto in versione live, registrato al Pacifico di Yokhama lo scorso 21 aprile 2007: intro spettrale, cogli urli di Kyo a creare una peculiare tensione, eppoi ci pensano gli strumenti a vorticare note, in un delirio crescente di furore nichilista. La chicca è ovviamente rappresentata da “Dozing green”, lento nu-metal non trascendentale (i nostri sanno fare di meglio), comunque discretamente riuscito, nel suo incedere composto e dolente (Kyo è in gran forma). Trattandosi praticamente di una auto-produzione, attendo a questo punto con ansia le prossime mosse dei cinque giapponesi. (Hadrianus)

Dismantled: When I'm dead (CD - Dependent/Masterpiece, 2007). When I'm dead è il quarto album per Dismantled, nonchè la penultima release per la Dependent, label da sempre sinonimo di qualità, la cui chiusura rappresenta un brutto colpo per la scena elettro-industrial. Sulla nuova opera del progetto di Gary Zon non posso che ripetere quanto ho già scritto altre volte per i dischi del gruppo americano: l'album ci offre dieci pezzi elettro-industrial di buona fattura, in cui Dismantled, pur continuando a non rientrare nell'elenco dei miei ascolti preferiti, dimostra ancora una volta di avere una marcia in piu' rispetto a tanti altri gruppi di questo settore. Aperto dalla valida "Start digging", When I'm dead, alterna, come avvenuto negli album precedenti, momenti piu' frenetici e ballabili ("Wisdom", "Simple machines") a ballate minimali (la bella "Under the flood"), mantenendosi su uno standard qualitativo piu' che buono dalla prima all'ultima traccia e devo riconoscere che, ascolto dopo ascolto, l'album si fa apprezzare sempre di piu'. Anche questa volta non possiamo non riscontrare come la voce di Gary Zon sia praticamente identica a quella di Trent Reznor, per un paragone non nuovo, ma che trovo impossibile non fare. Non me la sento di fare una sorta di classifica all'interno della discografia di Dismantled, quello che è certo è che lo stile della band americana non ha subito particolari innovazioni, pertanto questo disco ha tutti gli elementi per compiacere chi già apprezzava Dismantled e per continuare a lasciare indifferenti tutti gli altri. Web: http://www.dismantled.org. (Candyman)

The Enemy: We'll live and die in these towns (CD - Warner, 2007). Come ho già detto in più occasioni, ogni volta che sento parlare di “new sensation” della scena alternative rock inglese mi chiedo se la band in questione risulterà davvero valida o se invece sarà l’ennesimo fenomeno destinato a rimanere tale solo per un breve periodo. Molti gruppi, in anni recenti, hanno raggiunto un clamoroso successo con il cd di debutto ma non si sono riconfermati con il successivo, mostrando una notevole carenza di idee (vedi il caso degli Arctic Monkeys) o perdendo la propria identità, per cui c’è da augurarsi che almeno i The Enemy non facciano una fine così ingloriosa. Se ciò accadesse sarebbe un vero peccato perché il trio di Coventry (formato dal cantante/chitarrista Tom Clarke, dal bassista Andy Hopkins e dal drummer Liam Watts) ha sfornato un album d’esordio tutt’altro che scialbo e banale, grazie al quale ha guadagnato la posizione numero uno nella classifica discografica del Regno Unito. Come al solito non si può parlare di sound innovativo, ma di sicuro i tre ragazzi hanno qualcosa in più rispetto alle formazioni che ultimamente si sono cimentate con lo stesso genere, e il loro talento lo dimostrano soprattutto a livello di songwriting. We’ll live and die in these towns è infatti un concentrato di pezzi ben fatti e immediati, che in certi casi rimandano a nomi sacri della scena musicale britannica (The Jam, The Smiths, Manic Street Preachers e via dicendo…), ma che nonostante ciò risultano freschi e attuali. È impossibile non lasciarsi ammaliare da brani come “Pressure”, “40 Days and 40 nights”, “Technodanceaphobia” e “It’s not OK”, ma è senza dubbio con “Had enough” che arriva la vera “mazzata”, visto che tale canzone include un ritornello ruffianissimo che ti entra subito in testa e ti ritrovi a canticchiare senza accorgertene! E visto che fare delle previsioni sul futuro del gruppo sarebbe una mossa assai azzardata, direi che è molto meglio gustarsi questo bel dischetto senza farsi tanti problemi, chiedendosi a quale band toccherà diventare il prossimo fenomeno… Web: http://www.theenemy.com/. (Grendel)

Fallen Tears: Faith (CD - Self-produced). "Faith" è il terzo vagito d'una discografia oggidì sterminata, quella dei veterani Cure, gruppo divenuto oggetto dell'isteria di legioni di giuovanissime fan, ed in questo il tempo non pare certo trascorso, da quei lontani giorni. Era il 1981 allorquando le melancoliche "The holy hour", "The funeral party" e "The drowning man" scossero i petti ansanti dei loro tenaci supporter, e le tinte crepuscolari che già caratterizzavano il predecessore "Seventeen seconds" (e "Primary" seguiva decisamente il solco tracciato dall'immortale "A forest"), s'ispessirono, forse anche a causa della morte della madre del batterista Laurence "Lol" Tolhurst. Vicende ovviamente note ai lettori di Ver Sacrum, ma che volete farci, il nostalgico Hadrianus non poteva certo lasciarsi scappare l'opportunità di riverniciare il passato... Ora quelle atmosfere decadenti e grigie vengono riprese per intiero dai Fallen Tears, audace terzetto attivo dal 1999 ed autore di un disco palesemente influenzato dalla wave ottantiana e ricco di riverberi shoegaziani, "The drowned world", alcune canzoni del quale raggiunsero la top-ten di mp3.com ("Dark again" - titolo manifesto? - vinse un goth-rock-award patrocinato da un altro sito, del quale non ho trovato traccia nell'altrimenti esaustiva discografia). Ora, non è la prima volta che un ellepì viene ri-suonato nella sua complessa totalità, o dal gruppo che l'ha partorito o da qualche improvvisata all-star-band accomunata da comune passione per la materia trattata. Nel caso di "Faith" versione-Fallen Tears ci troviamo dinanzi ad una opera intelligente e ben congegnata, che piacerà, ne sono certo, a coloro che di "Faith" e dei Cure sono innamorati. La voce di Elio Isaia non cede alla facile tentazione della fredda imitazione, interpretando questi classici del dark-sound con sufficiente disinvoltura, Giorgio Bormida si rivela bassista solido ed a suo agio nel ruolo che fu di Michael Dempsey e di Simon Gallup, Jean Paul Braghin (che come Architet's Eye ha già dato alla luce due dischi , "Decline" del 2002 e "Motel architecture" del 2005, editi da Darkcell Digital Music) è il vero tuttofare, suonando chitarre, basso, batteria e piano, oltre ad occuparsi della grafica. Così "Primary", "Other voices", "Faith" e le altre cinque obscure perle infilate nella track-list vengono competentemente rilette ed aggiornate, al punto d'apparir assolutamente attuali, senza che il loro primigenio fascino venga per questo menomamente scalfito. Tant'è che non ho dovuto fronteggiare la tentazione, perchè non s'è nemmeno palesata, d'andar a prelevare dallo scaffale dei classici l'originale, non avrebbe avuto senso paragonarlo alla sua recente riedizione dei FT! Segno che i nostri tre musici hanno centrato il loro obiettivo: rendere "Faith" come se fosse suonato dai Liars, prodotto da Trent Reznor e remixato dai My Bloody Valentine! Web: http://www.architectseye.com/fallentears. (Hadrianus)

Ginger Leigh and the Hallucinations: Ginger Leigh and the Hallucinations (CD - Autoproduzione, 2007). Il nome di Ginger Leigh è del tutto nuovo alle mie orecchie, malgrado questo sia il suo ottavo lavoro che, come i precedenti, credo sia autoprodotto: il promo in mio possesso è arrivato corredato di una copertina trasparente con stampati i titoli dei brani (nemmeno di tutti, a dire il vero: ne vengono indicati solo dieci sui diciassette presenti) e privo di notizie aggiuntive. Descrivere la musica contenuta nel dischetto non è assolutamente opera semplice, data la sua notevolissima varietà; l’incipit, intitolato “Al-Ironman” è affidato al riff di “Ironman” dei Black Sabbath su cui Ginger Leigh aggiunge distorsioni di vario genere; segue “Heaven’s eye”, una sorta di breve raga psichedelico il cui sfondo può, molto vagamente, ricordare l’idea alla base di “Where the long shadows fall” dei Current 93. Segue “Get it right”, basato su un una chitarra dal suono funky su cui si stratificano apparenti field recordings e voci campionate. “I’d rather want to see” si spinge decisamente più verso oriente, con le tablas e il sitar accompagnati da una chitarra elettrica distorta e suoni sintetizzati. In “Bright lights” fa la sua comparsa il country che scompare dietro un muro di suono distorto, seguito dal carosello (a sua volta destinato a sparire in un’esplosione seguita da suoni non ben definiti) che introduce “The cripple and the mime”. L’inizio di “Fisherman’s hook” potrebbe essere un outtake della colonna sonora di Twin Peaks che, ancora una volta, scompare sotto un’eruzione vulcanica per poi ricomparire nel finale. In “Walk with me” ci si avvicina ai territori musicali messicani, “The day the birds stopped singing” rappresenta un intermezzo più ritmato e “Uzbek77” chiude i dieci brani dotati di titolo con un riferimento alla musica dell’area a cavallo tra Europa e Asia. Direi che posso fermarmi qui: si sarà capito che il dischetto in oggetto ha dalla sua un’indubbia originalità, legata, però, più alla completa mancanza di una “linea” che alla capacità compositive dell’autore. Mi riesce veramente difficile dare una valutazione d’insieme, sia perché il suono nel complesso è piuttosto lontano dai miei ascolti usuali sia, soprattutto, perché è apparentemente privo di qualsiasi filo logico: probabilmente molti potrebbero trovare qualche brano interessante tra quelli qui proposti, difficilmente si troverà qualcuno a cui piacciono tutti. Un disco, per me, piuttosto indigesto. Web: http://www.gingerleigh.com/. (Ankh)

H2S: Proteus soundtracks (CD - Biostasi Records, 2007). H2S è il side-project di Fabio Degiorgi, eclettico musicista che può vantare trascorsi di tutto rispetto, vedi le esperienze fatte con diversi gruppi punk e post-punk o la militanza nella band di Bugo (con il quale ha suonato il basso dal 1998 al 2001). Attualmente è impegnato con i dark-wavers milanesi Vidi Aquam, ma negli ultimi quattro anni si è anche dedicato con costanza a questo interessante progetto, del quale finora erano usciti alcuni cd-rom a tiratura limitata. Proteus soundtracks (titolo che rende omaggio ai Chrome di Alien soundtracks) è il suo primo album ufficiale, contraddistinto da un sound algido, inquietante e oscuro che “afferra” l’ascoltatore, ne cattura l’attenzione e ne sconvolge i sensi. Le strutture simmetriche sulle quali si reggono gli otto brani inclusi, tutti rigorosamente strumentali e in bilico tra elettronica minimale, wave e space-rock, rappresentano uno degli aspetti più affascinanti del materiale composto da Degiorgi, peraltro molto abile nel costruire suggestive stratificazioni e sfocati landscapes sonori. Nella sua musica non ci sono estremismi, ma per fortuna sono anche del tutto assenti le divagazioni e le prolissità di certo dark-ambient, genere imparentato con quello proposto nel disco in questione ma molto meno ricco e sfaccettato. Tra le tracce che più mi sono piaciute citerei l’incisiva “Zimmerstrasse”, che colpisce subito nel segno, la sepolcrale “Les images de Maria Latour” e infine “Thoa” e “Abyss of existence”, caratterizzate da gelide atmosfere che lasciano un profondo senso di vuoto, ma ho senz’altro apprezzato anche le restanti quattro, davvero piacevoli e ben fatte. Nel complesso si può quindi parlare di un lavoro ben riuscito, compatto e sofisticato, ideale da ascoltare mentre si è sdraiati su un letto o su un divano, con le luci soffuse e la mente sgombra da pensieri… Web: http://www.myspace.com/h2sit. (Grendel)

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