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Aa.Vv.: Emerging organisms
(2CD - Tympanik Audio, 2007).
Si presenta con una bella confezione digipack questa raccolta dall’ispirante nome (per completezza riporto anche il sottotitolo, che è Hidden forms compilation series volume one), opera oserei dire “monumentale” che contiene, suddivisi in due cd, ventinove brani per quasi due ore e mezza complessive di musica. Dalle mie parole avrete capito che Emerging organisms non è uno di quei lavori da prendersi alla leggera, anche perché i non appassionati del genere proposto non ce la farebbero a sostenere così a lungo l’ascolto delle tracce incluse, tutte assai particolari e ricollegabili ad un ambito ben preciso. Nel primo disco c’è una netta predominanza di suoni potenti e invasivi, non a caso la maggior parte dei pezzi nascono dal mix tra una base dark-ambient e il rhythmic industrial noise più evoluto (vedi ad esempio l’ottimo “Irrotator” di Freeze Etch, che colpisce per il suo dinamismo e per le oscure atmosfere che lo caratterizzano, o gli altrettanto validi episodi ad opera di Talvekoidik, Architect e Lucidstatic), mentre nel secondo troviamo pezzi ancora più sperimentali e sonorità meno ossessive delle precedenti. Stavolta i punti di riferimento si spostano leggermente verso l’IDM, per cui scompaiono gli estremismi e abbondano le citazioni all’elettronica colta e avant-garde. A differenza dell’altro, questo cd non è riuscito a coinvolgermi granché, ritengo infatti che la proposta di certi gruppi sia un po’ troppo leggerina, scontata e poco efficace, ma da tali considerazioni escluderei senza ombra di dubbio gli eccellenti “Circle of memories” di Ab Ovo vs. Flaque, “Like falling crystals” (Disharmony remix) di Stendeck, “Part of him died that night” di Ginormous e “Stalwart” dei già citati Freeze Etch, probabilmente uno degli act più interessanti tra quelli presenti nella compilation. Come ho già avuto modo di affermare un lavoro così non si adatta a qualunque palato, ma oltre che per i fan dei generi in questione può rappresentare un buon punto di partenza per chi avesse voglia di allargare i propri orizzonti musicali…
Web: http://www.tympanikaudio.com/.
(Grendel)
Accessory: More Than Machinery
(2CD - Out of Line/Audioglobe, 2008).
A nemmeno un anno di distanza dal precedente Holy Machine, gli Accessory realizzano il nuovo More Than Machinery. Scarsa fantasia nella scelta dei titoli dei loro dischi, o la volontà di manifestare sin da essi una ferrea coerenza stilistica? A voi la scelta, fatto sta che la nuova fatica della band tedesca, pur non scostandosi molto dai precedenti lavori (tra i quali Titan continua a svettare di una spanna sugli altri), mi fa intravedere timidi segnali di miglioramento. Pur restando una band amante dell'elettro sound piu' aggressivo e "maranza", gli Accessory, almeno in alcuni episodi, attenuano i loro tratti piu' prossimi alla techno che all'elettro-industrial, offrendoci un brano di tutto rispetto come "The Hole" o due "hits" come "Under Control" e "Tanzflaechenmann" che ricordano tanto i Funker Vogt o gli E-Craft. Non mancano ovviamente i soliti martelli tutto muscoli e poco cervello ("Humanity", "If this isn't a dream", "Acsy Girl", "Heartattack"), mentre la minimale "Take the chance" o la strumentale "Numbers and bits" hanno il pregio di spezzare la monotonia ed abbassare il numero dei BPM. Detto del cd1, passiamo al secondo dischetto, che ospita altri tre inediti ("At the end" è decisamente la migliore del lotto), due remix (interessante il lavoro degli Ashbury Heights per "Tanzflaechenmann", ordinario quello di Acylum per "Gegen den strom") e quattro brani provenienti da Disabled Future, disco che risale al 1998 ma che non è mai stato stampato. Nel complesso, all'interno di More Than Machinery qualcosa di buono c'è ed il disco è meno peggio di quello che pensavo, così che, pur senza provocare entusiasmi spropositati, si rivela come il miglior disco degli Accessory dai tempi di Titan.
Web: http://www.myspace.com/accessoryweb.
(Candyman)
Adam-X: State of Limbo
(CD - Rustblade/Masterpiece, 2008).
Adam Mitchell è considerato un pioniere del movimento techno americano dei primi anni'90, artista e dj di fama mondiale, da qualche tempo risiede a Berlino e si esibisce con regolarità in tutta Europa all'interno di eventi techno/ebm/industrial e rythmic-noise. State of Limbo è il suo primo album per Rustblade ed arriva tre anni dopo il precedente Fate Unknown; questo nuovo disco ci porta in un vortice di sonorità oppressive ed ossessive, che potrebbero ricordare un Dive pesantemente contaminato dalla techno piu' oscura ed il rimando alla "scuola belga" è confermato anche dal fatto che il disco è stato affidato alle cure di Eric Van Wonterghem (Insekt, Monolith, Klinik, ecc...). Produzione accurata quindi, per dodici brani (in solo quattro di essi si fa ricorso alla voce) che vanno a formare un monolite articolato lungo le coordiante di un rythmic-noise alquanto oscuro. Chi scrive non è certamente un intenditore/appassionato di tali sonorità e pertanto l'ascolto integrale di State of Limbo mi è risultato un pò ostico, ma credo che gli appassionati del genere troveranno in questo disco pane per i loro denti.
Web: http://www.myspace.com/adamx1.
(Candyman)
Arcana: Raspail
(CD - Kalinkaland, 2008).
Gli Arcana sono o, quantomeno, sono stati per molto tempo uno dei modelli di riferimento del genere ethereal, con una proposta musicale di livello molto elevato che ha conquistato, fin dal loro primo lavoro, i cuori di molti appassionati. La loro storia ha visto alcuni cambi di formazione e di influenze a livello musicale portandoli, nel precedente album Le serpent rouge ad allontanarsi in maniera più netta dal percorso da loro stessi tracciato: si trattava di un bell’album ma, come giustamente osservato da Christian Dex nella recensione di quel CD, troppo vicino allo stile dei Dead Can Dance mentre, da un gruppo del peso degli Arcana, ci si sarebbe aspettati qualcosa di più squisitamente personale. Nelle note descrittive si dice che Raspail sarebbe un ritorno all’antico, un CD a metà strada tra le sonorità più medievali dei primissimi album, quelle più classicheggianti e ricche del periodo intermedio e quelle più etniche del precedente lavoro: personalmente, ritengo che quest’affermazione sia vera solo in parte e ho il sospetto che il titolo stesso (Famille Raspail è il nome scolpito sulla bellissima tomba di Père Lachaise immortalata sulla copertina di Within the realm of a dying sun del seminale gruppo australiano) ne sia, almeno parzialmente, una prova. Il CD che sto ascoltando è effettivamente molto bello e, almeno in parte, recupera qualcosa del vecchio stile del gruppo svedese, anche se l’influenza etnica mediorientale si fa sentire: per fare solo un esempio, agli splendidi suoni del clavicembalo, che impreziosivano i loro primi lavori, si preferiscono quelli, forse altrettanto belli ma al giorno d’oggi più usuali in quest’ambito, dell’hammered dulcimer. C’è d’altra parte da sottolineare che le situazioni più ariose sono presenti in misura maggiore rispetto all’album precedente sebbene siano ancora troppo distinte da quelle etniche: probabilmente gli Arcana hanno intrapreso un nuovo cammino, inserendo in modo massiccio certe influenze in Le serpent rouge e correggendo il tiro in questo Raspail: una maggiore integrazione dei suoni potrebbe riportarli a livelli veramente elevatissimi.
Web: http://www.erebusodora.net/arcana/.
(Ankh)
Atrocity: Werk 80 - Part II
(CD - Napalm Records/Audioglobe, 2008).
Operazione nostalgia? Nooo! Ad undici anni dal primo capitolo di Werk 80, Alexander Krull ed i suoi Atrocity tornano a deliziare i nostri padiglioni auricolari coll'ennesima manciata di personali rivisitazioni di hit-singles, in pieno revival ottantiano quanto mai attuali. Operazione che, come tutte le sue analoghe, si presta a diverse interpretazioni, contando pareri di entrambi i segni. Sicuramente, la scelta di ospitare in copertina, ed all'interno del booklet, le pose ultra-glamour della divina Dita Von Teese contribuirà a far scivolare in secondo piano qualche dubbio inerente la track-list. Tutti i pezzi sono resi con grande personalità (da un gruppo che in materia non difetta certo), ed Alexander ben si districa nell'interpretazione di successi che hanno segnato non solo un decennio, ma pure quelli successivi (magari i miei rimbambimenti senili non fanno testo...), tanto che pure oggidì presidiano (non tutti, ma la maggior parte certamente) i palinsesti delle maggiori emittenti. Con qualche piccolo, quasi impercettibile cedimento ("Forever young" mi ha lasciato un pochino perplesso, con qualche forzatura vocale di troppo), del quale comunque, terminato l'ascolto, non resterà traccia nella nostra memoria. Ottime "The sun always shines on TV", "Fade to grey", "Such a shame", "Here comes the rain again", "Hey little girl" dei miei fav Icehouse di Ira Davies (che nel corso della loro carriera omaggiarono tutti i grandi, saccheggiando letteralmente il di questi repertorio per trarre ispirazione per le loro canzoni; ricordo che un giorno, anno '83 o giù di lì, scambiai un loro pezzo per un inedito dei Roxy Music!), fra chitarroni debordanti ed orchestrazioni sympho-goth (ascoltate e gioite di "Don't you-forget about me" che straccia - non scherzo!, l'originale!). Se la prima parte non prevedeva la presenza dei best-sellers Depeche Mode, ecco rimediato con "People are people", doppiata da una vigorosa "Smalltown boy", a sua volta seguita dalla devastante "Relax", i gruppi tedeschi sono stavolta rappresentati pure dai misconosciuti Ideal ("Keine Heimat" dal contenuto fieramente politico-impegnato, d'altronde erano gli anni della divisione della Germania in BRD e DDR); chissà mai che Krull & Co. non ci riservino pure una "Part III"! PS: prevista pure una deluxe edition in digipack, con aggiunta la prima puntata della saga!
(Hadrianus)
Avatar: Schlacht
(CD - Gain/Audioglobe, 2007).
Gli Avatar hanno tutte le carte in regola per combinare qualcosa di buono nel mondo della musica: sono giovanissimi ma già piuttosto bravi tecnicamente, dal vivo ci sanno fare (chi ha avuto modo di vederli come opening-act degli americani Obituary sa di cosa parlo…) e in più hanno il melodic death nel sangue, dato che vengono da Göteborg e sono cresciuti a pane e Inflames. Il loro secondo disco è un concentrato di energia allo stato puro, che scaturisce da riff taglienti associati a un drumming potente e alle vocals super-aggressive del bravo Johannes Eckerström, uno che non rinuncia alla brutalità neanche nei momenti in cui il resto della band stacca il piede dall’acceleratore (vedi ad esempio le parti acustiche contenute in “As it is”). Non che si possa parlare di originalità, ma di certo il quintetto ce l’ha messa tutta per comporre canzoni piacevoli e immediate che faranno la felicità degli estimatori dello swedish death, genere che negli anni non si è evoluto più di tanto ma ha sempre attirato frotte di fan. In particolare direi che gli Avatar rappresentano la “seconda generazione” di interpreti di questo stile musicale, e anche se suonano un po’ meno freschi dei loro fratelli maggiori sanno comunque attirare l’attenzione dell’ascoltatore, proponendogli fiumi di note e melodie a profusione. Rimane poi il dato di fatto che gli svedesi hanno una forte propensione per questo tipo di sonorità, e difficilmente sbagliano quando si tratta di tirare fuori brani efficaci e ricchi di contenuti interessanti: proprio per tale motivo è abbastanza inutile parlare di episodi più o meno riusciti, ed è meglio fare riferimento all’album considerandolo nella sua interezza, anche perché si tratta di un lavoro globalmente coeso e caratterizzato da una struttura lineare. Un gruppo da tenere d’occhio insomma, che credo potrà riservarci delle gradite sorprese.
Web: http://www.avatar.net/.
(Grendel)
Babylone Chaos: Les Machines Ecarlates
(CD - OPN, 2007).
Les Machines Ecarlates è il primo album di Babylone Chaos, uscito su OPM.
Introdotto da una pregevole confezione formato DVD, il disco si propone come un viaggio all'interno di, cito testualmente, “disgraced experiments, killing technology, modelize your veins, program & compose your bones. Don’t be scared, all the datas composing your body are under control. Those are not only cursed visions from some paranoiac morons…”. Il tema non è proprio originalissimo nel genere, anzi, si può dire che con queste premesse l'album non può che partire male, ma il risultato ottenuto è pregevole. Condito da grida e urla, la struttura musicale di Les Machines Ecarlates è una commistione di industrial dalla forte componente ritmica ed elettronica, passaggi di ambient mortifera, scorie technoidi e una sottile filigrana noise che fa capolino senza mai andare a coprire il tutto con colate laviche. Il fatto che il ragazzo abbia collaborato con gente come HIV+ può dare un'idea di dove si possa andare a parare, e questo è un album che sicuramente piacerà a chi segue le uscite di casa Ant-Zen e Hands. Tra la disturbante “Blood on Thorns”, l'ambient di “Silent Pain”, la vivace ritmica di “Death Crusade” che sfuma in scariche noise e pianoforte e il versante techno esplorato in “Paranoiac Morons”, il disco scivola via in fretta. Non tutto convince fino in fondo, e si è ben lontani dal capolavoro, ma questo Les Machines Ecarlates, tra alti e bassi, è un prodotto dignitoso.
Web: http://www.botchanimal.net/.
(Softblackstar)
Bullet For My Valentine: Scream aim fire
(CD - Sony BMG, 2008).
Ma che combinerebbero oggi i Bullet For My Valentine, se i Metallica non fossero mai esistiti? Chissà, forse sarebbero nel giro delle giovani band brit-pop, oppure neanche suonerebbero, invece eccoli tornare con un album nuovo di zecca (il secondo della loro carriera, successore del celebre The poison) e abbastanza carino, anche se lontano anni luce da qualsiasi cosa possa essere considerata originale o innovativa. Il problema del quartetto gallese è proprio questo infatti, e cioè apparire un po’ troppo banale e antiquato per gli standard odierni, sta quindi ai fan decidere se Matthew Tuck e soci meritano davvero tutta l’attenzione che stanno ricevendo da due/tre anni a questa parte, o se la loro improvvisa popolarità sia dovuta ad abili strategie di mercato messe in atto per creare un’alternativa “europea” allo strapotere dei gruppi metalcore statunitensi. Personalmente credo che la proposta dei Bullet sia un po’ debole per riuscire a risollevare, da sola, le sorti della scena metal britannica, ma come dicevo Scream aim fire non è da buttar via, e può essere visto come l’onesto prodotto di una band abile nella composizione e dotata di discrete capacità esecutive. Dal disco aspettatevi quindi poca fantasia, ma anche una tonnellata di riff azzeccati (tutti ripresi dalle grandi formazioni degli anni ottanta, Maiden compresi…), belle melodie, velocità, cambi di tempo e vocals piuttosto varie (chissà che fatica avrà fatto il buon Matt a cantare le parti più aggressive, dato che qualche mese fa si è dovuto operare di tonsille!), ma soprattutto non crediate che i quattro abbiano cambiato molto il loro stile dai tempi del debut, perché rischiereste di rimanere delusi. Un lavoro senza infamia e senza lode insomma, forse più adatto alle giovani generazioni che a chi mastica certe cose da parecchio tempo, ed ha fin troppa dimestichezza con sonorità di questo tipo…
Web: http://www.bulletformyvalentine1.com/.
(Grendel)
Cell Division: Chymeia
(CD - T:D:M Thunderdome, 2008).
E con questo fanno cinque. Tanti sono gli albi rilasciati dal quartetto elvetico dei Cell Division, gruppo che si mantiene in perfetto equilibrio tra derive dark, sfuriate a cavallo tra metal modernista e punk edulcorato ed ambizioni mainstream, facendo comunque ampio uso di collante pop, spalmato in dosi sufficienti a garantire ai dieci pezzi di Chymeia il necessario appeal. La bella voce di Gelgia caratterizza questi episodi, a tratti fragili, altri decisamente vigorosi, colle chitarre di Mirjam a garantire dinamismo e la batteria di Dani ed il basso della new-entry Oli a sostenere l'impalcatura sonika innalzata con precisione (svizzera...) dai quattro. Che se non esternano particolari doti esecutive, per lo meno sono in grado di ammaliare l'ascoltatore, rapendo la sua attenzione tra rimandi ai nostri Helalyn Flowers ("Dirge for the doomed", che curiosamente era il titolo del predecessore di Chymeia) e pure ai Belladonna ("Shut up"), senza però possedere la carica elettro dei primi o l'erotica sensualità dei secondi. Tanto che i timori che prima o poi in un primo passo falso inevitabilmente ci si debba imbattere, inoltrandoci nell'analisi della track-list, paiono sfumare col succedersi dei titoli; se la bella terna iniziale ("Jaded", "White pain" e "Wasteland") dichiara il loro verbo, "The dead rose" e "Should I" ulteriormente lo focalizzano. La dondolante "Dreams" la si potrebbe considerare un piccolo omaggio alla Siouxie più intimista, peccato che alla lunga la varietà stilistica auspicata nelle scarne note informative allegate al ciddì appaia più un intento che un risultato ottenuto, con "Ueberdimensional" a fare il verso a certo electronic-pop in voga negli anni ottanta. Chiude risollevando le quotazioni di Chymeia l'acustica semi-ballata "Twilight" (che si dilunga a sorpresa, svelando il lato più sperimentale del combo), lasciandoci infine soddisfatti, anche se la sensazione che ai Cell Division qualcosa ancora manchi, per ottenere un riconoscimento più ampio, è infine ben netta.
Web: http://www.thunderdome.ch.
(Hadrianus)
Chaos Research: Revelations
(CD - Deserted Factory, 2006).
La Deserted Factory Records è un’etichetta giapponese dedita a (incredibile a dirsi, in giorni in cui dal paese del sol levante sembrano arrivare solo cose Visual Kei) sonorità industrial, elettroniche e dark ambient. Chaos research è il progetto personale di Marko Hautamäki che, da quanto posso capire, è un personaggio piuttosto attivo in Finlandia, potendo vantare collaborazioni presenti o passate con gruppi di svariati generi come Two Witches (gothic rock), Majesty (doom), SinMasters (fetish dance-metal), Shade Factory (EBM) e Gravehill Paris Witch (dark ambient). Il CD in oggetto sembra aprirsi abbastanza bene, con un brano dark ambient non certo unico nel suo genere ma abbastanza lento e oscuro da essere piacevole e avvolgente; ben presto il musicista finnico sembra essere colto, però, dalla smania di inserire tutto e il suo contrario all’interno della sua proposta sonora, con risultati alterni. In molti casi va a creare un calderone di suoni non ben amalgamati, come un piatto cucinato da un cuoco che mescola tanti ingredienti più o meno a casaccio sperando che il bombardamento di sapori attutisca un po’ i sensi; in altri i suoni sintetici riportano a certe sonorità elettroniche che, se non alla new age, sembrano ispirarsi alla tarda produzione di gruppi come i Tangerine Dream (quelli meni ispirati degli anni ’80). Non tutto è però così negativo: qua e là si trovano brani anche molto interessanti (come “You are not what you are supposed to be”, “Flux 1337”, “Of becoming white” o la conclusiva “Disintegration of Mithras”) o tratti che, se non intossicati da miscele poco riuscite, avrebbero potuto dare risultati ben superiori (ad esempio “Avatar” o “To think you are right will be the first mistake”). La mia opinione complessiva è che probabilmente, se Marko Hautamäki riuscisse a gestire meglio la sua foga compositiva, potrebbe migliorare decisamente la qualità complessiva della sua produzione e magari riservarci qualche piacevole sorpresa.
Web: http://www.chaosresearch.de/.
(Ankh)
Colony 5: Buried Again
(CD - Infacted Recordings/Audioglobe, 2008).
Dopo un lungo periodo di silenzio durato circa tre anni (l'ultimo album, il mediocre Fixed, risale infatti al 2005), tornano alla ribalta i Colony 5. Buried Again è il quarto album della formazione svedese e si può ben dire che la lunga pausa ha giovato ai nostri, che approdano alla miglior prova della loro discografia. Buried Again è un disco decisamente buono, all'insegna dell'elettro-pop melodico (la voce e l'attitudine continua a ricordami in primis i connazionali Covenant) che da sempre è il trademark dei Colony 5, ma oggi giunto a livelli di maturazione e convinzione mai toccati prima. Buried Again racchiude canzoni immediate e ballabili, a cavallo tra synth-pop ed EBM, con abbondanza di potenziali hits (dal singolo "Knives", all'iniziale, ottima, "Ghosts", per arrivare a "Heart Attack", "End of Desperation", "Commitment", ecc...). Un disco di ottimo livello, in grado di compiacere fans vecchi e nuovi della formazione svedese e che, sopratutto, riporta alla ribalta l'elettronica piu' melodica e raffinata; in tempi in cui abbondano sopratutto i gruppi "harsh", ce n'era bisogno!
Web: http://www.colony5.com.
(Candyman)
Corpoparassita: Bambinocheride
(CD - Deserted Factory, 2004).
Mi giunge, a breve distanza dall’interessante Inesorabile uscito per la nostrana Final Muzik, un’altra produzione del duo alessandrino Corpoparassita. Per questo Bambinocherie i nostri si sono dovuti spostare in Giappone, presso la Deserted Factory. Non mi è ben chiara la storia di questo CD o, meglio, il motivo per cui sia giunto solo oggi, visto che il materiale in esso contenuto, è datato 2004: sarei portato a pensare ad una ristampa di un lavoro precedentemente pubblicato sotto altra forma ma è solo una mia idea sulla quale non ho riscontri. La grafica di copertina ben introduce al contenuto del dischetto che è in grado di infondere nell’ascoltatore un’inquietudine non indifferente: ci troviamo nei territori dell’ambient oscura che si ridistende indietro verso l’industrial primevo, condita da contaminazioni di vario genere, come apparenti field recordings, sussurri e voci campionate, rumori e suoni distorti. Meno cupa e glaciale delle produzioni scandinave, la musica del Corpoparassita non è però meno inquietante e continua a farmi pensare ai processi psichici di una mente malata o persa in un luogo lontano da quello della vita reale. Si tratta di sonorità non certo nuovissime o al massimo dell’originalità ma qualitativamente siamo ad un ottimo livello: le stratificazioni sonore sono complesse e il risultato non è mai banale.
Web: http://eyeless666.interfree.it/corpoparassita/index.htm.
(Ankh)
Crysalys: White lotus on Acheron’s shores
(MCD - SG Promotions, 2008).
In un panorama musicale asfittico, anche in ambito alterna l’originalità non è poi che abbondi, un gruppo che se non altro si sforza di percorrere strade poco battute va certamente incoraggiato. E’ il caso dei marchigiani Crysalys, monicker ispirato alla crisalide (sininomo di mutamento e di evoluzione) e formato dall’unione dell’inglese cry (pianto) e del norvegese lys (luce), autori di questo interessante concentrato di death-core melodico (da loro istessi ribattezzato melodicore) di ispirazione americana (non a caso citano Lamb of God, Killswitch Engage e Caliban), con chiari riferimenti alla lezione svedese, imprescindibilmente collegata a Dark Tranquillity e progenie. “Angels never fall” dispiega un sound elaborato ma fluido, colle belle chitarre di Giampaolo Squadroni e di Mario Brillarelli ad intessere trame mai astruse, al contrario di grande presa, e la sezione ritmica appannaggio della coppia Alessandro Camela, batteria, e Matteo D’Ottavio, basso, a costituire l’irrinunziabile motore della macchina-Crysalys. Sul tutto si staglia la particolare interpretazione operistica della vocalist Chiara “Dusk” Malvestiti, vero punto di forza del combo (senza sminuire affatto l’immenso lavoro prodotto dai suoi compagni), dotando ogni singolo pezzo di una particolare lucentezza. E che i nostri (già autori dell’EP “Season of suffering” del 2006, con una diversa coppia d’asce) siano degli attenti compositori lo conferma “Lilium”, grande affresco di metal evoluto ed oscuro; “Hellstorm” si produce in un sound ribollente inquietante cattiveria, superata in questo dalla conclusiva “My delirium”: alle male-vocals ospite il diabolico Jacob Bredhal (Allhelluja, Barcone, Hatesphere), il grugnito del quale contrasta con l’interpretazione sofferta della brava Dusk. Quattro su quattro (escludendo l’intro “The morning star”), è così che si fa, White lotus on Acheron’ shores (loti bianchi sulle spiagge d’Acheronte, che titolo!!!) è eccellente biglietto da visita d’un gruppo del quale per forza sentiremo ancora parlare, probo viatico per un futuro che non può non essere roseo! Contattateli!
Web: http://www.crysalys.it.
(Hadrianus)
D-Darkradioinduztrie: Appunti di dolore metropolitani
(CD - Desert Factory, 2006).
Questo Appunti di dolore metropolitani è un CD-R limitato a 100 copie uscito per la giapponese Desert Factory nel 2006, ma che è arrivato solo da poco tra le mie mani. Si tratta dell'unica opera ad oggi di D-Darkradioinduztrie, one man band del biellese. Titoli come “Paure che affiorano dalle tenebre” e “Le condanne dei sopravvissuti” avevano suscitato un certo timore nel sottoscritto, convinto di trovarsi di fronte, nel 2008, all'ennesimo bignami dell'isolazionismo industriale. Il primo pezzo, “Paure che affiorano dalle tenebre”, sembra quasi confermare i sospetti, invece proseguendo con l'ascolto scopro un interessante progetto di dark ambient che non disdegna frangenti melodici.
Appunti di dolore metropolitani è un disco trapassato da sonorità che emergono dalle distanze, all'improvviso, e che trasfigurano le paludi dark ambient giocando con addizioni e sottrazioni sonore, come la melodia sporcata di noise che piano piano si fa strada in “Note fra macchine meretrici” per poi chiudersi con grazia e proseguire nella già citata “Le condanne dei sopravvissuti”, ricca di frammenti orchestrali. “Dalle oscurità... le voci chiarificatrici” è il pezzo più oscuro del lotto, dove a una prima parte pulsante di suoni in profondità fanno da contraltare sonorità orchestrali che danno compiutezza all'insieme. Il problema del disco è che il meccanismo è sempre lo stesso: inizio ambient, magari con un accenno di ritmo, lenta evoluzione del brano e chiusura con squarci di melodia, trattata e non.
Quello che manca forse è un maggior lavoro in studio che possa limare quelle asperità che impediscono al disco di decollare sul serio.
Web: http://www.myspace.com/divisionofdarkradioinduztrie.
(Softblackstar)
Daniele Brusaschetto: Circonvoluzioni
(CD - Autoproduzione/Bosco Rec, 2007).
Due anni dopo Mezza luna piena, Daniele Brusaschetto torna a produrre un nuovo lavoro con la sua Bosco rec. Circonvoluzioni non è un disco per tutti, davvero. Certo inclassificabile, ostinatamente anti-pop, caparbiamente ostico, cocciutamente underground e sperimentale, quasi indicibile. Dieci tracce saturate di variazioni minimali, acide e cadenti, moderatamente elettriche, nebulosamente noise: dalle bizzarie pseudo-melodiche non troppo, sul serio, lontano da certi pezzi di Battisti- Panella di "Ego mangiato crudo" e "Ai bambini si mente", alle cupezze meccaniche (post)industriali e ambient di "Il ruscello nella tazza" e "Animali esausti", alle dissonanze basse e cascanti di "Se mi tocchi mi rompo", al rumorismo industriale e oppressivo che vive in "Cimènt [Cemento]", alle più correnti proposte ambient elettroniche della strumentale "Female", alla squillante, cromata "Black Synthetic", forse il pezzo migliore dell’intero lavoro, in cui l'autore torinese si avvicina a lidi minimamente più facili (?) e digeribili. E poi, ci sono i testi, in italiano, a contribuire ulteriormente a rendere arduo e a tratti respingente l’insieme: parole sicuramente ricercate e studiate, volutamente ardite, ermetiche, progettualmente quasi costantemente aritmiche, come linee spezzate.
Impegnativo ed estenuante, da ascoltare a piccole dosi.
Web: http://www.danielebrusaschetto.com.
(Manfred)
D.B.P.I.T.: Journey To The Center Of Noise
(CD - Desert Factory, 2007).
Puntuale come sempre, ecco la nuova, ennesima uscita discografica del nostro trombettiere industriale. Questa volta siamo di fronte a un disco realizzato facendo un collage sonoro di vari campionamenti raccolti in giro per il mondo da Flavio Rivabella durante i suoi viaggi. Abbiamo così la metropolitana di Berlino, una fontana a Parigi, la stazione di Kyoto, un bus di Budapest, e via discorrendo. Non proprio un'idea originalissima, verrebbe da dire.
Journey To The Center Of Noise è un'opera astratta, nella quale l'unico appiglio è dato dalla onnipresente tromba, che, quando è possibile, cerca di fornire una qualche forma di collante ai suoni trattati e processati in studio. L'operazione, al di là della sua concettosità, come prevedibile funziona solo in parte, risultando spesso un pasticcio poco digeribile e pretenzioso (“bells of the distant fate”), che però quando centra il bersaglio lascia il segno (“zombie bugs”).
Abbastanza brutto l'artwork, dal taglio troppo casalingo persino per un CD-R limitato a 150 copie. Per i più esigenti esiste una versione ancora più limitata, 20 copie, con un bonus DVD-R con quattro clip.
Web: http://www.derbekannte.com/.
(Softblackstar)
Death In June: The Rule Of Thirds
(CD - Nerus/Audioglobe, 2008).
È dal 2004, anno di uscita di Alarm Agents, che Douglas Pearce non tira fuori un album ufficiale. Nel frattempo però non è rimasto con le mani in mano, e il portafogli dei fedelissimi di Death In June ha avuto vita dura a causa della pletora di ristampe che hanno invaso il mercato in questi anni. L'ultima, per il ventennale di Brown Book, è di soli due mesi fa. Questo nuovo album è una tappa difficile per la Morte in Giugno, dopo i deludenti risultati di All Pigs Must Die e Alarm Agents era lecito attendere al varco Douglas P. per stabilire una volta per tutte se la vena compositiva si fosse definitivamente esaurita. E fa piacere constatare che qualche carta da giocare sia rimasta ancora in mano all'aedo europeo. Sì, perché The Rule of Thirds è un disco tutto sommato dignitoso. Non è un capolavoro, è ovvio che il periodo dei Rose Clouds of Holocaust sia tramontato definitivamente, ma non siamo neanche dalle parti del pressapochismo di All Pigs Must Die o nella pantomima di sé stessi di Alarm Agents. Douglas prova a rialzare la testa e a rimettere qualcosa a posto. Innanzitutto elimina i collaboratori, e in questo album fa tutto da solo. Poi riduce all'osso anche il suono, che per l'occasione è scarno ed essenziale come non mai. Solo voce, chitarra e qualche sporadico campionamento per il disco in assoluto più minimalista nella discografia del progetto. Personalmente ho sempre pensato che fosse Boyd Rice la palla al piede che affondava artisticamente Douglas, e ascoltando The Rule of Thirds questa sensazione è praticamente confermata. In apertura “The Glass Coffin” e “Forever Loves Decay”, soliti pezzi alla Death In June, scivolano senza scossoni; solo con “Jesus, Junk and the Jurisdiction”, quasi una ballata dark pop, con il suo ritornello catchy, desta un minimo d'interesse.
“Idolatry” è uno dei pezzi più stanchi dell'album. Facile facile, passa via e si dimentica nel suo essere completamente anonimo. Ci si riprende solo con le buone “Good Morning Sun”, “The Perfume of Traitors”, che col suo ritornello “God is nowhere, God is nowhere” ci dà un barlume di ciò che è stato, e “Last Europa Kiss”. Purtroppo il disco prosegue in maniera stanca fino alla fine, con la sola “Takeyya” che si eleva leggermente tra le altre.
Alla fine i risultati sono altalenanti. Qualche pezzo piacevole c'è, ma è sempre qualcosa di già sentito in precedenza e, soprattutto, fatto meglio.
La struttura del disco è troppo minimale, un lavoro più elaborato sui suoni e sugli strumenti avrebbe di sicuro giovato. Ascoltate “Good Morning Sun” e “Last Europa Kiss”: le carte ci sono, i pezzi sono azzeccati, ma provate a immaginarle con i corposi arrangiamenti periodo But, What Ends When The Symbols Shatters?.
Per scrivere un intero disco di ballate solo voce e chitarra che possa reggere un'intero album serve una capacità di scrittura che pochi hanno, e che Douglas Pearce non ha più. Ormai a Death In June è rimasto ben poco da dire, è uno stanco ripetersi che non potrà durare ancora a lungo. Bisogna anche considerare che il genere che ha contribuito a creare è stato approfondito anche da altri gruppi, e se si paragona questo The Rule of Thirds con, ad esempio, Jordanfrost di Sonne Hagal, uscito un mese fa, la Morte in Giugno esce sconfitta su tutti i fronti. A questo punto, forse è il caso di appendere la chitarra al chiodo prima di rovinare anni di onorata carriera con uscite classificabili, a seconda del caso, tra l'inutile e la sufficienza stretta.
Web: http://www.deathinjune.net.
(Softblackstar)
Despairation: A Requiem in Winter's Hue
(CD - My Kingdom Music/Audioglobe, 2008).
Il tema centrale, attorno al quale gravitano le liriche del nuovo albo dei teutonici Despairation, è l’addio. Affrontato con pacata dolcezza, rifinito da sonorità avvolgenti, dark, sì, ma pure poppeggianti e tinte di psichedelia appena accennata. Chitarre agili e liquide tastiere contrappuntano l’opener “Kiss of ashes”, nelle seguenti “A lovelorn requiem” e “The one who ceased to breathe” si attraversano i tipici territori sonici di acts quali i loro connazionali The House of Usher e Scream Silence (ed Hardy Fieting produsse “Songs of love and redemption” del 2002). Quinto sigillo per Martin F. Jungkunz, founding-member che nel 1994 diede vita ai Despairation, e prova della definitiva maturità archiviata senza patimenti, anche grazie alla voce di Sascha Blach, una delle migliori in ambito kraut-goth, ed all’ottimale livello d’amalgama garantito dal batterista Jens Reinhold e dal tastierista Christian Beyer. Le perfo delle ospiti Victoria Trunova (female-vocals) e Judith Meyer (violoncello), assicurano spessore a quest’operina disincantata, alla quale mi riservo d’avanzare un solo appunto, quello di una eccessiva uniformità. Un lavoro che comunque piacerà non solo agli amanti del sound obscuro, potendo raccogliere consensi anche fra coloro che frequentano Marillion (gli ultimi, beninteso, quelli dell’era Hogarth, meno ampollosi ma decisamente profondi), ed Anathema. “Letters from a coffin” esalta la sei corde di Jungkunz, risolvendosi in una versione più melodica e scevra di influenze metalliche dei Type O Negative, “Cathartic revelation” chiama in causa addirittura il jazz, “Inner peace” è breve song per voce e piano, davvero toccante e degno epilogo di questo chiaroscurale ciddì. A dispetto del concetto base, spero davvero che ARiWH non rappresenti un’addio, ma semplicemente una delle tante tappe di una carriera meritatamente di buon livello.
Web: http://www.mykingdommusic.net.
(Hadrianus)
Diffuzion: Bodycode
(CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2008).
Non paga di avere già nel proprio roster nomi tutt'altro che indimenticabili, l'Alfa Matrix allarga gli orizzonti e si spinge sino in Bielorussia per mettere sotto contratto i Diffuzion, trio elettro che si avvale della vocalist Xev (in precedenza militante nella metal-band Vicious Crusade), per la quale il paragone con Jennifer Parkin è inevitabile. Purtoppo le similitudini tra i Diffuzion e la cantante canadese non si limitano alle somiglianze vocali, ma anche al livello piuttosto mediocre della musica prodotta; Bodycode, album d'esordio per i tre bielorussi, sviluppa un elettro-dark mai particolarmente graffiante e convincente, che si rifà in maniera esplicita ai progetti di Ayria e Pzychobitch, punti di riferimento tutt'altro che lusinghieri, che i Diffuzion riescono ad eguagliare in mediocrità. Sono 14 le tracce che compongono Bodycode, ma la noia si manifesta esplicitamente già a metà della tracklist e se non siete dei fans dei progetti sopracitati, c'è veramente poco da salvare in un disco che promette d'essere l'ennesimo buco nell'acqua della label belga; citerei quindi solo "Our wings are gone" che fa prevalere tratti " elettro-dark" come la piu' ritmata "No passive isolation" e l'iniziale "Falling" che mi ha invece ricordato gli Hungry Lucy. Come da tradizione in casa Alfa Matrix, il disco viene realizzato (per i piu' masochisti) anche in "limited edition" con secondo cd di remix.
Web: http://www.diffuzion.org.
(Candyman)
Dillinger Escape Plan: Ire works
(CD - Relapse/Masterpiece, 2007).
La biografia dei Dillinger Escape Plan pare un bollettino di guerra, difatti tra cambi di line-up e incidenti di vario tipo i nostri hanno dovuto fronteggiare situazioni assai difficili in questi anni, ma è pur vero che nonostante i tanti problemi e l’ostico genere proposto i ragazzi del New Jersey hanno raggiunto traguardi molto importanti, e un livello di popolarità invidiabile. Insomma, si può parlare di grande sfiga ma anche di notevole fortuna, a tutto questo è però doveroso associare una serie di considerazioni relative al valore della band, considerata come una delle più estreme e innovative della scena math-core. In effetti non è facile digerire un cd come Ire works, che qualcuno potrebbe giudicare insopportabilmente rumoroso e assurdamente complicato, ma la grandezza di Greg Puciato e compagni sta proprio nell’aver sempre tentato di accostare la materia hardcore alla musica avanguardistica, ottenendo risultati che sono apparsi di volta in volta sempre più stupefacenti. Se un profano volesse capire nel modo più sbrigativo possibile come è l’album, gli consiglierei di ascoltare la prima e l’ultima canzone: l’ottima opener “Fix your face” è infatti una track velocissima, schizoide e violenta, caratterizzata da una struttura sbilenca e da numerosi cambi di tempo, mentre la conclusiva e altrettanto bella “Mouth of ghosts” rappresenta il lato più sperimentale e melodico della formazione americana, grazie al quale ci si rende conto di quanto essa sia lungimirante e aperta di mentalità. Riguardo ciò che sta nel mezzo ai due episodi, posso sbilanciarmi con tutta tranquillità e parlare di “genio e sregolatezza”, ma come dicevo all’inizio la proposta dei Dillinger è così bizzarra che la si può solo amare alla follia, oppure detestare cordialmente… Su una cosa però non c’è dubbio: di gente del genere ce n’è davvero poca in giro, per cui se amate la stranezza, i tecnicismi e la musica brutale buttatevi a capofitto su questo disco, e state certi che vi sconvolgerà!
Web: http://www.myspace.com/dillingerescapeplan.
(Grendel)
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