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3rd RoOm: Frame of mind
(MCD - Self-produced, 2007).
Gradevole esordio per il quartetto dei 3rd RoOm, insieme costituito da navigati frequentatori della scena alternative romana, essendo costituito da Roberthk (già VII Arcano e Theatres des Vampires), dalla cantante Khay Lenitas (ex Imperat Lenitas), da Mr MonTagnA (VII Arcano) e da Aeshla (ex Prometheus Unbound). Quanto proposto in “Frame of mind” può essere catalogato sotto la voce goth-metal, i nostri comunque evitano il facile ricorso alla solita formula classicheggiante/sinfonica che ha fatto la fortuna di innumeri loro colleghi in questi anni, prediligendo atmosfere decisamente più compassate. I quattro brani presenti (il dischetto è custodito in un elegante astuccio ed è accompagnato da un foglietto informativo preciso ed essenziale) evidenziano la volontà dei nostri di offrire un prodotto personale e, pur non mancando piccole imperfezioni alle quali in questo lasso di tempo (le registrazioni risalgono all’ottobre del 2006) si sarà sicuramente posto rimedio, si può affermare senza temo di smentite che il fine è stato agevolmente ottenuto. Mi piacciono “Poison nr. 5” “Falling leaf” ed “Inside a lie”, di “In my room” è proposta pure una traccia-video, utile sopra tutto per meglio apprezzare il fondamentale elemento estetico al quale ovviamente i 3rd RoOm non vogliono rinunziare. Buono l’apporto strumentale, la voce di Khay è piacevole ed adattissima al contesto, le canzoni difettano solo in spessore, per il resto la prova è brillantemente superata.
Per informazioni: www.myspace.com/enterinmyroom.
Web: http://www.3rdroom.net.
(Hadrianus)
Aa.Vv.: Circolo della Vela vol.4 / Circolo della Vela vol.5
(CD).
Quando ormai da tempo se n'erano perse le tracce, le navi del Circolo della Vela tornano a solcare i mari, ardite ed audaci piu' che mai.
Le imbarcazioni che costituiscono questa flotta annoverano nomi già noti ed altri praticamente sconosciuti, in un collage sonoro che va a rappresentare a 360° il panorama alternativo "oscuro" italiano. Le vere corrazzate vengono schierate nel Volume 5, che annovera nomi del calibro di Bahntier, Recondita Stirpe, Egida Aurea, TourdeForce ed Avant-Garde, a garanzia di qualità e varietà stilistica, visto che si spazia dall'industrial al neo-fok, dal synth-pop al post-punk; non mancano ovviamente gli episodi piu' "sperimentali" (e piu' ostici, almeno per le mie orecchie). Questa caratteristica è predominante nel Volume 4, a mio modesto avviso il piu' "estremo" di questa serie di compilation a cui va dato il merito di aver saputo, sin dal primo leggendario capitolo, portare alla ribalta nomi che avrebbero poi saputo rivelare tutto il loro valore. Come si diceva una volta: "Avanti si vada!"
Web: http://circolodellavela.splinder.com/.
(Candyman)
Absolute Body Control: Wind[Re]Wind
(CD - Daft Records/Audioglobe, 2008).
Dirk Ivens ed Eric Van Wonterghem, i "vecchietti terribili" della scena elettronica belga, titolari di una lunga serie di progetti (che non starò ad elencare, tanto li conoscete tutti, no?), tornano sul mercato in questi giorni con ben due releases a firma Absolute Body Control, il piu' vecchio dei loro progetti, nato all'inizio degli anni'80. Oltre a Never Seen, mcd con nuove canzoni, viene pubblicato questo Wind[Re]Wind, raccolta articolata in tredici episodi, che include tutti i loro brani piu' famosi, per l'occasione ri-registrati e ri-masterizzati. Una mano di vernice fresca quindi, su brani dalle deliziose sonorità elettroniche retrò che ci rimandano indietro di venticinque anni circa ed eppure risultano ancora affascinanti; come non essere rapiti dai toni minimalisti e notturni di pezzi come "Figures", "I wasn't there", "Give me your hands", "Is there an exit?", ecc...? Brani dove l'influsso di John Foxx e della miglior elettro-wave anni'80 è decisamente evidente e tutt'ora vincente. Disco da apprezzare dalla prima all'ultima traccia, in grado di soddisfare tanto i nostalgici quanto i neofiti.
Web: http://www.myspace.com/absolutebodycontrolbelgium.
(Candyman)
Absolute Body Control: Never Seen
(MCD - Daft Records/Audioglobe, 2008).
Contemporaneamente alla raccolta Wind[Re]Wind (anch'essa tra le recensioni di questo mese), gli Absolute Body Control pubblicano Never Seen mcd con materiale nuovo di zecca. Il duo Ivens/Van Wonterghem non ha certo perso lo smalto di un tempo, nè in sede "live" (come ampiamente dimostrato nei concerti tenuti da quando il loro progetto si è ricostituito), nè in sala di registrazione; a testimoniarlo, ecco le cinque tracce qui incluse. Il disco dà il meglio di sè con l'ottima doppietta iniziale, costituita dalla title-track e da "Into the light": brani di elettronica fredda, minimale e crepuscolare che sembrano arrivare direttamente dai primi anni'80, come lo stile del gruppo belga impone; nulla di nuovo quindi, ma il loro stile, a dispetto degli anni, fa ancora la sua (ottima) figura. Un gradino sotto si collocano gli altri pezzi del mcd: "Your request" è un breve brano strumentale; il remix di "Never seen" firmato The Horrorist mi fa rimpiangere la versione originale, mentre la chiusura è affidata all'ossessiva "Follow me". Never Seen si fa quindi apprezzare sopratutto per i primi due brani ed ha comunque il merito di riportare alla ribalta un duo la cui esperienza e validità della musica proposta non può che far bene ad una scena elettronica attualmente piuttosto appiattita su un livello di prevalente mediocrità.
Web: http://www.myspace.com/absolutebodycontrolbelgium.
(Candyman)
Ascension Of The Watchers: Numinosum
(CD - 13th Planet Records/Audioglobe, 2008).
Che Burton C. Bell, carismatico cantante dei Fear Factory, fosse un gran bel personaggio lo si sapeva da anni, ma sentirgli affermare che è sempre stato un appassionato di gothic e di rock sperimentale mi ha fatto un certo effetto, tanto più che tra i suoi gruppi preferiti ha citato gente come gli Young Gods o i Fields Of The Nephilim! Da qualche tempo il nostro ha lasciato l’assolata Los Angeles e vive in Pennsylvania, dove evidentemente ha trovato l’ispirazione giusta per concepire questo Numinosum, album abbastanza interlocutorio che necessita di numerosi ascolti per essere compreso appieno. Con l’aiuto degli altri due membri ufficiali degli Ascension Of the Watchers, ossia John Bechdel (Ministry, Killing Joke, Prong) e Edu Mussi, il buon Burton ha iniziato a lavorare su sonorità ben diverse da quelle a cui eravamo abituati, e il risultato di tutto ciò sono brani di qualità alterna, talvolta interessanti ma in qualche altro caso un po’ scontati o difficili da digerire. Nella prima categoria inserirei episodi come “Mars becoming” (il suo incedere lento e ipnotico, ma anche la sua pesantezza, lo rendono particolarmente godibile…), “Residual presence” (oscuro quanto basta per piacere pure ai darkettoni vecchio stampo) o la cover di “The sound of silence” di Simon & Garfunkel (!), mentre nella seconda piazzerei il melenso “Moonshine”, il palloso “Violent morning” (mamma mia che tristezza ascoltare vocals del genere abbinate a un’orrida cantilena pseudo-folk…) e anche l’inutilmente lungo “Quintessence”. Insomma, mi pare più che giusto che uno sulla soglia dei quaranta abbia una crisi di identità e si voglia mettere alla prova, inoltre questi AOTW, a differenza di tanti side-projects che ci sono in giro, hanno il loro perché, ma non nego che sentendo il disco mi è venuta una gran nostalgia dei Fear Factory, e mi auguro che il biondo cantante torni presto a lavorare con loro invece di proseguire sulla via della sperimentazione.
Web: http://www.thewatchers.org/.
(Grendel)
Avant-Garde: Iron in flesh
(CD - In The Night Time, 2008).
“Dreams never end”. Non debbono finire, non debbono morire mai, i sogni. Non mi è stato facile scrivere questa recensione, chi mi conosce bene lo comprenderà, e lo stesso farà Carlo di ITNT, ne sono certo. Sono felice che il progetto vada avanti, mi sento particolarmente coinvolto, non solo emotivamente, in quanto fatto dalla piccola etichetta, colle sue produzioni dallo stile nettamente distinguibile, col suo entusiasmo che è quello dell’appassionato vero. Avant-Garde è una delle tessere di questo bel puzzle, che di volta in volta va formandosi, rivelandoci un paesaggio sonoro intrigante nella sua schietta semplicità. Alessio Schiavi compie un ulteriore step in questo cammino principiato ormai da un decennio, e finalmente giunge all’importante traguardo del disco lungo. I dieci pezzi di Iron in flesh reiterano quell’approccio genuino dal verbo dark che venne fatto proprio dal bravo cantante, chitarrista e compositore già all’epoca del bell’EP in vinile del 1999 (che chicca, lo accompagnava Mariano Intorno, i pezzi erano “Senza di Me”, “Pioveva”, “Wearing a mask” ed “Onirica paura”, Krylon Records). Sì, sono un maledetto, inguaribile romantico. Mandatemi pure al Diavolo, ma io dinanzi al basso pulsante, alla batteria scattante ed alla chitarra che taglia il pentagramma come una lama non posso opporre resistenza, la ratio si sbriciola. Questa è “Fra i ruderi”, canzone-manifesto di cosa sono gli Avant-Garde. Ma l’opener “Leid” richiama la pesantezza dei Killing Joke, “Mare di silenzio” e “Prisma di plexiglass” (già su “D’Inverno E.P.” del 2007, con la title-track di quel mini completato dalla cover dei concittadini Bohemien, “Colpi di sonno”) sono dure come il post-punk richiede, e la produzione di Gianmarco Bellumori le fa risaltare di propria lucentezza. “As cold as iron” è lenta e solenne come una marcia funebre, uno strumentale come “In the flesh”, le uniche dal titolo in anglosassone, le sole prive di parole. Un velo di disperata disillusione fascia “Inerme e lontano” della quale è presente pure una alternative-version come bonus track, “Istantanea” preme di nuovo sull’acceleratore, risolvendosi in meno di tre minuti di folle corsa verso l’auto-annichilimento, la più compassata “Epigrafe” è nerissima. Eppoi i testi, pregni di poetica decadente ed obscura senza mai apparir forzati o sterile esercizio di maniera, come troppo spesso accade. Apparato lirico che porta alla compiuta perfezione Iron in flesh, opera sincera di un gruppo assolutamente meritevole di rispetto e di supporto. Ben al di là di caduche mode, di effimere rivisitazioni di un passato che è tutt’uno col presente, perché al Tempo solo l’uomo, nella sua stolta alterigia, ha voluto porre dei codici…
Web: http://www.inthenighttime.it.
(Hadrianus)
Client: Untitled remix
(CD - Out of Line/Audioglobe, 2008).
Dopo il buon successo dell'album Heartland, le Client pubblicano questo Untitled remix, disco che racchiude tredici tracce tra remix e collaborazioni, tra episodi inediti ed altri rari. Il disco dà il meglio di sè sul fronte delle collaborazioni, dove troviamo la pregevole "Suicide Sister" (che si avvale della collaborazione di Douglas McCarthy) e "Der Ambross" (duetto con i Die Krupps). Deficitario invece, a mio avviso, il bilancio sul fronte remix, dove prevalgono episodi francamente prolissi e noiosi (ad esempio, i sette interminabili minuti di "Drive - Eyerer & Namito Remix") a cui si sottrae solo il remix di "Lights go out" a cura degli UnterArt: niente di trascendentale, ma almeno non noioso come le alchimie sintetiche proposte dagli altri remixer; si tratta di nomi a me francamente sconosciuti, che magari sono anche quotati sulla scena techno o "elettro-alternativa", ma che in questo disco hanno saputo creare solo lavori che inducono allo sbadiglio ed allo "skip" sul brano successivo; trovo infine che l'operazione sarebbe stata piu'interessante se fosse andata a toccare anche i due primi album delle Client, mentre ci si è limitati a remixare brani tratti da Heartland. Non aggiungendo e non togliendo nulla a quanto sin'ora fatto dalle tre ragazze inglesi, trovo che Untitled remix sia un disco che possa interessare solo ai loro fans piu' incalliti ed ai djs.
Web: http://www.myspace.com/client.
(Candyman)
Date at midnight: Date at midnight
(MCD - In The Night Time, 2008).
I Date at Midnight suonano dark, nel solco tracciato dai primi Bauhaus, tanto per fornirvi un’indicazione circa la traccia che dovrete seguire. Ma non solo. I quattro daters sono musicisti già maturi, e non cadono nel tranello dell’imitazione o dell’auto-compiacimento. “A story so old” si dipana su tempi medi, più irruenta è “Lost in Kreuzberg”, quasi brit-goth nel suo essere scarnificata ed essenziale, la triade finale (preceduta dalla scheggia “Waiting for…”), ovvero il loro manifesto “Date at midnight”, “Walking afterlife” e “Crucifying my lies” mi hanno indotto a trarre dagli scaffali i ciddì dei Burning Gates. Stessa anima, stesso cuore, non serve poi tanto, basta una chitarra affilata, un basso ed una batteria ben amalgamati, ed una voce epica, la ricetta è semplice e nota. I DaM la applicano con passione e con cognizione, la buona resa sonora fa il resto. Quanto ascoltato per ora è sufficiente a renderci un quadro abbastanza nitido delle potenzialità del gruppo, il futuro, si sa, è nelle loro mani.
Per informazioni: www.myspace.com/dateatmidnight.
Web: http://www.inthenighttime.it.
(Hadrianus)
Death In June & Boyd Rice: Scorpion Wind
(CD - Nerus/Audioglobe, 2007).
Scorpion Wind, accreditato a Death In June & Boyd Rice in occasione della ristampa, rientra nella nefasta sequenza di collaborazioni che Douglas Pearce intraprese con l'uomo nero Boyd Rice, collaborazioni che segnarono il primo passo di Death In June verso il baratro creativo di lì a venire. L'album, più che alla produzione precedente della Morte in Giugno, è accostabile al sopravvalutato Music, Martini and Misanthropy, del quale eredita tutti i difetti. In soldoni, siamo di fronte alle solite declamazioni di Rice, sostenute da un tappeto musicale dalle venature pseudo lounge che si limitano a essere un contorno insipido. Ogni tanto qualche guizzo c'è, ma il minutaggio esteso e il tedioso recitare di mr Rice mettono a dura prova l'ascoltatore, che trova nelle inutili bonus track ulteriore motivo di sconforto. Pessima la nuova veste grafica.
Web: http://www.deathinjune.net.
(Softblackstar)
Death In June: Black Angel - Live!
(CD - Leprosy Discs/Audioglobe, 2008).
Ennesima uscita discografica, la quarta da Gennaio tra album ufficiali e ristampe, per il progetto di Douglas Pearce. Questa volta si tratta di un live acustico e minimale, solo chitarra acustica e percussioni, tenutosi a Melbourne nel 2000, una manciata di mesi dopo il concerto già immortalato in Heilige!. Tralasciando gli ultimi, scialbi album, la scaletta copre il periodo migliore del gruppo, concentrandosi su classici come “She Said Destroy”, “Fall Apart”, “Runes And Men”. Purtroppo però la voce è stanca e la resa non rende affatto giustizia alla bellezza dei brani originali. Chi ha già Heilige!, di qualche anno fa, può farne tranquillamente a meno, ma anche tutti gli altri farebbero bene a saltare quella che altro non è che una triste operazione commerciale. Dischi come questo possono interessare solo i completisti assoluti, quelli che all'epoca hanno acquistato pure il calendario di Death In June.
Web: http://www.deathinjune.net.
(Softblackstar)
Demetra Sine Die: Council from kaos
(CD - My Kingdom Music/Masterpiece Distribution, 2008).
La My Kingdom Music sta specializzandosi nella proposizione di acts dediti ad un metal darkeggiante ed alternativo, ove predomina la ricerca di sonorità non standardizzate. Un magma soniko compatto ed avvolgente, dal percussivismo potente che s’interseca con riff melodici sì, ma al contempo cerebrali ed urticanti. Demetra Sine Die provengono da Genova, e sono attivi dal 2003, allorquando Marco Paddeu (voce e chitarre) e Marcello Fattore (batteria) diedero avvio al progetto, concretizzatosi l’anno successivo colla pubblicazione del demo omonimo, al quale fecero seguito alcuni concerti (nel 2006 aprirono per Theatre of Tragedy e Gothminister). Coll’ingresso del bassista Adriano Magliocco si completa la formazione, e giungiamo allora al presente Council from kaos, disco di non immediata assimilazione, richiedendo le sei tracce che lo compongono un ascolto attento e partecipe. Indice di qualità, come ben evidenziato dall’intrigante opener “Blood and water”, ove la sezione ritmica di matrice tooliana sigilla un brano dominato inoltre dalle evocative vocals e da una sei corde lacerante. Intenzioni ribadite dalla tellurica title-track, bell’esempio di come i nostri sappiano ben controllare i loro impeti. L’ottima produzione di Tommy Talamanca (Sadist, che si presta pure come tastierista) contribuisce non poco al perfezionamento del verbo esecutivo del capacissimo trio, che in “Ethik” va a rileggere i trattati progressivi estesi da Steven Wilson e dai suoi Porcupine Tree. Psichedelica e progressive s’intrecciano in un abbraccio mortifero che stupirà anche il più esigente dei cultori della musica non convenzionale, decisamente elitaria ma mai spocchiosa e fine a se stessa. Il fiuto di Francesco, mainman di MKM, viene confermato da quanto ci viene concesso nella porzione restante del ciddì, i Demetra Sine Die sono più che una semplice promessa, lo dimostrano la breve “Dilemma” (ora squassante, ora agile, sempre nervosissima, con delle keys spaziali ad arricchirne il sound), la labirintica e psych “Magma” (un pizzico di Neurosis, un altro di A Perfect Circle, qui Marco si conferma grande interprete, degno seguace di Maynard James Keenan), l’interessante sviluppo della disperata “Art of rebellion” e la bella coppia finale “Polydrome” e “Skinless”. Ho apprezzato Council from kaos nella sua totale intierezza, dal primo all’ultimo suo afflato, non capita sovente, oggidì...
Web: http://www.mykingdommusic.net.
(Hadrianus)
Demonika and the Darklings: Shelter
(CD - Self-produced, 2008).
Che dire di un gruppo che, con ostentata nonchalance, propone nello stesso disco una cover dei Ministry ed una della pop-star Justin Timberlake? Perbacco, miei cari lettori, questi sono Demonika and the Darklings, quattro artisti bohémien che in fatto di melting-pot musicale non temono confronti. Essendo americani, ed in barba ad un look volutamente tendente al freak, curano assai (da prendere ad esempio) la componente public-relations, accompagnando al ciddì una curata cartellina (in nero lucido, ovviamente) contenente bio, fotografie e biglietto da visita. Essi sono Devlyn (violino e theremin), Demonika (canto e liriche), Dv8 (basso e tastiere) ed infine DJ B@st@rd, che del gruppo è il batterista. Aggiungete ai nomi (?) il suffisso Darkly ed avrete per intieri i loro appellativi. Potrete acquistare Shelter su cdbaby.com, e se vi piacciono le contaminazioni il prodottino fa al caso vostro. Il suono è pulito, la grafica accattivante, con una bella fotografia effigiante un carro (quell’ispecie di case-mobili che ospitavano le famiglie degli artisti dei circhi prima dell’avvento dei motori) fermo nella penombra di una foresta, con due lampade a sparger un sinistro alone rossastro attorno (ma i suoi abitatori saranno ancora vivi? Boh, meglio non indagare…). I contenuti per un horror-b-movie ci sono tutti, e la musica offerta dal quartetto contribuisce ad accrescere l’effetto scenografico (l’artwork per inciso è firmato da John “Wee Wee” Napier, già con Nitzer Ebb fra gli altri). Voluto, ovviamente, tanto che i pezzi sono legati l’uno agli altri dall’intrigante connubio voce-violino, con la batteria presente, ma in secondo piano, ed un basso che s’insinua subdolamente sotto la pelle, come una lametta mossa con sadica precisione (esemplare al proposito la bella “Hecate”, “Preying Mantis” ricorda Siouxie). Eccezionale la perfo dell’inquietante Demonika nella ciondolante “New year’s rain” o nella citata, e personalizzata ad hoc, “Everyday is Halloween” (mi piacerebbe conoscere il commento al proposito di Al Jourgensen). Il ritmo è intenzionalmente ed ossessivamente lento, perché chi ascolta deve poter calarsi totalmente e naturalmente nel mood angosciante e melancolico dell’opera. E “Cry me a river”? Bellissima, annienta, senza stravolgerlo, l’originale, addirittura potrebbe ambire alla palma di miglior brano del lotto: v’avvolgerà letteralmente colla sua eroticissima carica sensuale, attenti a non lasciarvi strangolare, non c’è da fidarsi troppo di questi tipi! Senza schierarsi decisamente con questa o quella corrente, Shelter risulta genuinamente dark, meritando la giusta considerazione di coloro che in un disco ricercano spessore e qualità, non solo una oretta circa di svago.
Web: http://www.DemonikaandtheDarklings.com.
(Hadrianus)
Diamanda Galás: Guilty Guilty Guilty
(CD - Mute Records, 2008).
Ci siamo ormai abituati a una sorta di doppia discografia della Galás, da un lato album veri e propri, dal taglio più sperimentale, dall'altro album basati su riletture di classici del blues, del jazz e del country, filone iniziato con The Singer, e che trova in questo Guilty Guilty Guilty naturale proseguimento. La tematica principale dell'album è l'amore che sfocia nella tragedia, nell'omicidio, nella disperazione, e non a caso il disco è stato registrato durante un concerto tenuto nel giorno di San Valentino. Non si può certo dire che l'album sia originale, ma la buona resa sonora e l'interpretazione vocale straziata e maledetta fa passare in secondo piano qualunque giudizio basato puramente su concetti come “già sentito”. Per ascoltare davvero i lamenti funebri di Diamanda Galás è necessario lasciarsi andare e concedersi completamente al nero assoluto di dischi come questo, senza preconcetti.
Web: http://www.diamandagalas.com/.
(Softblackstar)
Essence of Mind: Insurrection
(CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2008).
Essence of Mind è un duo che arriva dalla Norvegia, nazione che evoca ancora oggi lo spirito degli Icon of Coil (e prima ancora di Apoptygma Berzerk) come inevitabile (ed ingombrante) termine di paragone per ogni gruppo che voglia cimentarsi in campo elettro-ebm. Di certo gli Essence of Mind non fanno nulla per sottrarsi al confronto con i vari progetti di Andy La Plegua, visto che tanto il sound, quanto il cantato delle tredici tracce che costituiscono il loro album d'esordio, Insurrection, dimostrano chiaramente che i due ragazzi sono cresciuti a suon di Combichrist ed Icon of Coil (quelli dei brani piu' "duri"). Al momento comunque gli Essence of Mind dimostrano di avere ancora molto da imparare dai loro modelli e punti di riferimento, visto che Insurrection si rivela disco piuttosto piatto e scontato, articolato lungo le coordinate di un elettro-industrial decisamente dancefloor-oriented, tutt'altro che originale e brillante (anche se magari i fans di Combichrist potrebbero apprezzare). Al momento il duo norvegese è solo una pallida copia di cui non si sentiva certo il bisogno.
Web: http://www.myspace.com/essenceofmind.
(Candyman)
Genghis Tron: Board up the house
(CD - Relapse Records, 2008).
Ancora non mi ero ripresa dallo shock post-concerto dei Dillinger Escape Plan quando mi è capitato di ascoltare per la prima volta il disco di questi Genghis Tron, altri pazzi furiosi “made in Relapse” e dediti a un sound a dir poco bizzarro e originale. I tre ragazzi americani, capitanati dal cantante/tastierista Mookie Singerman, si sono guadagnati l’appellativo di “cybergrind band” a causa del particolarissimo mix che propongono, e con il nuovo Board up the house si apprestano a conquistare schiere di fan tra gli appassionati di musica estrema e sperimentale. Per la verità non è facile descrivere il guazzabuglio sonoro che caratterizza il cd: da un lato ci sono sfuriate death-grind di una cattiveria inaudita, capaci di far male anche al metallaro più smaliziato, dall’altro invece troviamo elettronica minimale, industrial e soprattutto IDM, che uniti agli stili citati in precedenza danno vita a brani un po’ strani ma piacevoli, dinamici ma non così difficili da digerire. Il merito dei Genghis Tron è infatti quello di aver saputo trovare una giusta via di mezzo: le loro composizioni non hanno nulla di scontato ma per fortuna sono abbastanza dirette e immediate, inoltre alternano spesso parti ultra-aggressive a momenti soft e rilassanti, vedi ad esempio l’ottima “I won’t come back alive” (dove l’avvicendamento tra suoni eterei e pesanti è, a mio parere, molto ben riuscito…) o la spiazzante “City on a hill”, all’interno della quale troverete i passaggi più incredibili e inaspettati (la partenza è quella di un ignorantissimo pezzo hardcore, ma verso la fine le atmosfere si fanno addirittura rarefatte e delicate). Di sicuro il terzetto ha grandi capacità compositivo/esecutive (se così non fosse un lavoro del genere non sarebbe stato in grado di concepirlo!) e, come già dicevo, ha il senso della misura e tante altre qualità, per cui c’è da scommettere che ne risentiremo parlare molto presto…
Web: http://www.genghistron.com/.
(Grendel)
Glis: A Shot and a Bassline
(CD - Alfa Matrix/Audioglobe, 2008).
A volte ritornano.... Da qualche tempo avevamo perso le tracce di Shaun Frandsen e del suo progetto Glis ed eccolo ora tornare alla ribalta con questo A Shot and a Bassline, disco il cui sottotitolo ("A revisited collection") dice già molto. Sul cd troviamo infatti 15 tracce del progetto elettro americano affidate alle cure di Krischan Wesenberg dei Rotersand il quale ha apportato interventi decisamente radicali ai brani originali, facendo di questo disco un'opera che va al di là della solita "raccolta con brani remixati". Il lavoro di Krischan infatti è andato ben oltre all'opera molto spesso di pura routine di tanti altri remixer; in questo caso invece si è provveduto ad aggiungere strumenti/suoni, ri-masterizzazione, ri-editing.... regalando un nuovo appeal anche ai brani già noti. Disco che ovviamente punta tutto sulla resa sul dancefloor, riuscendo perfettamente nel suo obbiettivo: si ascoltino l'iniziale "Nightvision (re:floored)", piuttosto che "No Pulse (comatose edit), "Disappear (unborn edit)", "Resolution (anthem edit)", ecc... per una tracklist articolata tra i brani inclusi nei due precedenti album realizzati per l'Alfa Matrix ( Balance e Nemesis), quattro pezzi (i primi del disco) inclusi sull'album Extract del 2001 e mai pubblicato in Europa e le due inedite "Insomniac" e "Crush" (forse i pezzi meno convincenti del disco). Il valore che i singoli brani già possedevano nelle versioni originali, aggiunto all'apprezzabile lavoro di Krischan Wesenberg fa di A Shot and a Bassline un disco imperdibile per chi apprezza il lato piu' dance dell'elettro-industrial.
Web: http://www.myspace.com/shaunfrandsen.
(Candyman)
Hall of Mirrors: Reflections on Black
(CD - Silentes, 2007).
Torna, sotto diverso nome, la collaborazione tra due interessanti musicisti italiani: Giuseppe Verticchio (Nimh) e Andrea Marutti (Amon e Never Known): dopo l’interessante Sator, uscito per Eibon Records all’inizio dell’anno scorso, il duo stampa questo Reflections on black per la Silentes, etichetta nata dalle ceneri della Amplexus e dedita alle sonorità ambient ed elettroniche. Se la precedente collaborazione aveva dato vita a un disco che tentava (riuscendoci piuttosto bene) a dare un suono al senso di mistero che ci circonda, in questo nuovo progetto i due si lanciano, come si può intuire sin dal titolo, in un vuoto privo di luce, a sondare le profonde oscurità del nulla. Quattro lunghi brani, per quasi un’ora di sonorizazioni oscure, durante le quali i due cercano di esprimersi evitando di farsi influenzare dagli stereotipi (che, non nego, se ben utilizzati possono pur sempre dare vita a risultati affascinanti) dei grandi classici dell’ambient oscura, preferendo sfruttare suoni bassi e profondi, che invadono la mente con idee legate al buio e allo spazio vuoto e profondo, miscelandoli con altri che mantangono sempre teso l’ascoltatore e che danno un senso di “movimento statico”, come se ci si trovasse a spostarsi in uno spazio talmente vuoto e privo di riferimenti da potersi rendere conto del movimento solo attraverso il suono. A questi momenti più tesi si alternano tratti più morbidi e tipicamente ambientali che permettono all’ascoltatore di riprendere fiato. Dai titoli (“Entrance”, “Descent”, “Transmutation” e “Recovery”), sembrerebbe quasi che il CD sia stato concepito come una sorta di rito iniziatico in cui l’ascoltatore viene trasportato, attraverso il percorso dell’oscurità, ad un processo di morte e rinascita, forse rappresentata dall’arpeggio di chitarra dell’ultimo brano.
Web: http://www.myspace.com/hallofmirrorsonline.
(Ankh)
Hiroshima Mon Amour: Embryo Tour 2005
(CD - Danze Moderne, 2008).
Pubblicare un disco live non è operazione solita, se il gruppo che ne è l’autore milita nel cosiddetto underground. Quel territorio ai margini del music-biz che nondimeno si dimostra fecondissimo procreatore di realtà di sicuro interesse, genuine rappresentanti di una vitalità creativa fortunatamente inestinguibile. Embryo Tour 2005 rappresenta allo stesso tempo il punto di arrivo e di ripartenza di una band preparata e convinta dei propri mezzi, testimonianza fedele di un concerto dell’ultimo tour di Carlo Furii ed amici, per la precisione immortala la data del 30 settembre 2005, tenutasi in quel di Sant’Egidio alla Vibrata (nella venue del Jammin’ Music Pub). A casa loro, adunque, e la buona resa sonora del disco rende piena giustizia agli HMA, andando al di la della semplice celebrazione sentimentale di una epoca. I pezzi sono per la maggior parte quelli della raccolta “Cambio 1995/2001”, con l’aggiunta di altri spezzoni e di un inedito (“Come ogni notte”). Il suono è nitido, rimanda intatto il vigore e la carica degli esecutori, esaltati da una platea di affezionati che non manca mai nel suo sostegno e nel sottolineare i passaggi più significativi della serata. Brani come “Nume”, “Aspettando domani”, “Cambio”, “L’insetto”, ma l’elenco dovrebbe comprenderli tutti, nella loro concisione esplicano appieno il verbo melodico e l’urgenza espressiva dei primi ottanta, amalgamando l’irruenza del post-punk alla allor nascente poetica wave, dimostrando vieppiù che non è necessario il supporto di etichette o di organizzazioni perfette quando si è animati dalla passione e dall’amore per le proprie creature. Le cover di “Play for today” e di “Siberia” (che bella…) omaggiano quell’evo solo temporalmente lontano, la genesi di tutto. Carlo Furii, Massimo Di Gaetano, Livio Rapini, Domenico Capriotti ed Agnese Piovani, questi sono gli Hiroshima MA di Embryo, istantanea di un momento esaltante che non vorremmo finisse mai. Un ciclo si è concluso, un altro se ne apre, aspettando domani…
Web: http://www.hma.it.
(Hadrianus)
iLiKETRAiNS: Elegies to lessons learnt
(CD - Beggars Banquet, 2007).
Gli iLiKETRAiNS sono un gruppo il cui nome conosco da diverso tempo, grazie ai consigli di un amico che li segue praticamente dai loro esordi su 7”, ma di cui solo oggi sono riuscito ad ascoltare un lavoro sulla lunga distanza. La loro proposta musicale si muove da radici profondamente immerse nell’humus post rock, quello che ha come riferimento principe alcuni gruppi della Constellation (penso a nomi come Gospeed You! Black Emperor) a cui vengono aggiunte con perizia sensazioni wave dalle tinte scure e malinconiche. Trattandosi di un ensemble molto più ristretto rispetto ai nove elementi del combo canadese sopra citato, non ci si deve aspettare un’intensità sinfonica pari alla loro ma il piacevole alternarsi di istanti delicati e sottili a pieni sonori intensi; si aggiunga a questo la vena wave che può ricordare molto da vicino certo Nick Cave, sia nel timbro della voce sia nel modo utilizzato per modularla e nell’intonazione. Nel complesso si tratta di un CD che ho apprezzato, caratterizzato anche dalla presenza di ospiti (agli archi e ai fiati) che hanno dato maggior corpo al suono. Lavoro del quale mi sentirei di consigliare l’acquisto senza grossi problemi perché il suo ascolto è sicuramente piacevolissimo e meno impegnativo rispetto a quello di numerosi altri gruppi provenienti dalla stessa scena e, aggiungerei, più facilmente approcciabile da un pubblico abituato a sonorità wave.
Web: http://www.iliketrains.co.uk/.
(Ankh)
In Ruin: A Ghost To Be Forgotten
(CD - Heidenvolk, 2008).
Esordio ufficiale del duo statunitense composto da Terry Collia e Alex Hathaway, A Ghost To Be Forgotten è un album votato al neofolk che, complice la presenza della batteria e della chitarra elettrica, dona al disco una sottile e piacevole venatura pop-rock. Al primo ascolto può riportare alla mente gli Ostara di Kingdom Come, ma sarebbe riduttivo limitarsi a bollare a questo modo il duo, perché l'ascolto è piacevole in forza di una personalità che emerge chiaramente dai brani. Punto debole dell'album è una scrittura alle volte non del tutto a fuoco e la poca omogeneità tra le varie tracce, lo stacco tra i brani più ritmici e quelli più tradizionali è troppo netto. Con qualche piccolo aggiustamento gli In Ruin potrebbero sfornare ottimi dischi, ma va già bene così. Da segnalare la presenza tra gli ospiti dell'immancabile Kim Larsen (:OTWATM:) e di Henryk Vogel (Darkwood).
Web: http://www.myspace.com/inruinneofolk.
(Softblackstar)
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