EuroRock Fest 1999

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Das Ich

Das Ich (foto di Mircalla)

Fra i tantissimi festival estivi sparsi in tutta Europa (ma ahimé non in Italia, ma questa è un’altra storia) l’EuroRock Fest in Belgio è l’ultimo nato e in questa edizione 1999 si è distinto per un programma assai interessante e per un’organizzazione efficace e imponente. I vostri affezionatissimi corrispondenti, Mircalla e Christian Dex, con la scusa di visitare il Belgio, hanno fatto una prima tappa a Neerpelt, attirati dall’idea di vedere in un colpo solo così tanti gruppi, senza lo stress di dover scegliere, come a Lipsia, fra tanti concerti in contemporanea…

Neerpelt ai nostri occhi si presenta come un posto molto anonimo: un minuscolo centro sparso nelle campagne belghe ai confini con l’Olanda, dove quasi tutti parlano solo e soltanto olandese e non capiscono (o fanno finta di non capire?) il mio – invero – pessimo francese. Il luogo del concerto è lontano dal centro (se così si può chiamare) della cittadina ma già dalla sera prima è attivo un servizio di autobus che fa la spola tra la stazione e l’enorme “Festival site”. Alla vigilia dell’evento il festival si presenta assai poco popolato: nella mensa del campeggio troviamo però subito alcuni ragazzi italiani con cui parlare e scherzare: al centro delle nostre battute c’è il bagno a pagamento (in pratica con 5.000 Lire si compra un buono per 6 pipì) e la faraonica organizzazione dell’Euro Rock Fest che si aspetta di avere nei tre giorni a seguire ben 25.000 presenze. Il buon umore è d’altra parte d’obbligo soprattutto per Mircalla che, vegetariana doc, si è trovata un menu solo e soltanto a base di carne. Mentre finiamo per dividerci un hot dog (a lei pane e crauti a me la salsiccia “liscia”) commentiamo sui concerti che vedremo l’indomani.

Venerdì 6 agosto

La mattina del 6 un caldo torrido ci accoglie e mentre giriamo nell’enorme prato incontriamo tanti italiani, conosciuti e non. Puntualissimo comincia alle 13 il primo concerto, quello dei Gesmäcksversterker (o qualcosa del genere) un duo con un look molto “camp” fatto di tutine attillate dai colori sgargianti (argento e rosa). La musica mi ricorda un pochino quella dei vecchi Carter USM, chitarrine rumorose e veloci su una base nervosa di drum machine, con suoni moderni e “technologici” (ma subito Daniele dei Burning Gates, a quanto pare gran fan dei Carter, mi smentisce). Invero il sole a picco non invoglia molto all’ascolto e sono pochissimi i coraggiosi che sfidano il caldo cocente per assistere a questo dinamico duo.

Cubanate

Cubanate (foto di Christian Dex)

L’afa non diminuisce di un po’ nemmeno un’ora dopo quando attaccano i Cubanate, formazione britannica di una certa fama che mi convincono molto con il loro set assai energico in cui convivono abilmente suoni duri (chitarre alla Ministry), basi electro e ritmi tribali (il drum set era costituito da bombole del gas, bidoni metallici, cestelli della lavatrice e un paio di tamburi “veri”). Un vero show “cyberpunk”, la colonna sonora adatta ai romanzi di William Gibson.

Tutto questo accadeva nel palco principale, all’aperto, del festival. Contemporaneamente sotto una grande tenda da circo dalla temperatura di una serra tropicale, uno stage più piccolo ospitava altri concerti. La preparazione dei palchi avveniva con tempi sfalsati in modo che appena un set finiva da una parte, uno nuovo cominciava dall’altra. Così in teoria uno poteva assistere, forze permettendo, fino a 17 spettacoli al giorno, in pratica quanti se ne riescono a vedere nei casi più fortunati in quattro giorni di Festival di Lipsia.

Il caldo opprimente ci toglie la voglia di dare un’occhiata ai tre gruppi che si avvicendano sui due palchi, ovvero i Kong, i The New Fools e i Private Justice. Riguadagniamo le forze per assistere alle 16 circa al concerto dei Mission, cioè volevo dire dei Funhouse, sotto al tendone. D’altra parte la gaffe è giustificata visto che i quattro svedesi attaccano proprio con una cover del gruppo di Wayne Hussey, “Over the hills and far away”, eseguita in modo assai convincente. Più Mission dei Mission, i Funhouse continuano con un set potentissimo, dando dimostrazione di essere, se non originali, almeno una grandissima e affiatata live-band, e il concerto non può che essere ottimo (confesso di essere stato in passato un grande fan dei Mission e quindi questo giudizio potrebbe essere falsato…). Da segnalare un’altra buona cover eseguita dai simpatici Funhouse, “Children of the revolution” di Marc Bolan.

Project Pitchfork

Project Pithfork (foto di Christian Dex)

Non facciamo in tempo ad ascoltare la fine del set dei Funhouse che già dobbiamo affrettarci sotto al Main Stage per il concerto dei Project Pitchfork, che sono molto curioso di vedere dopo l’opaca prova al festival di Lipsia 1999. Il pubblico davanti al palco è diventato abbastanza numeroso anche se è un po’ sparso nel prato, visto che molti si spostano a cercare riparo nelle zone d’ombra create dalle nuvole che sfrecciano nel cielo. Tornando al concerto, stavolta i Pitchfork mi sono sembrati assai convincenti: rispetto a Lipsia i suoni sono perfetti, Dirk Scheuber non gigioneggia più di tanto e sembra anche che stavolta la sua tastiera sia collegata. Peter Spielles è al solito in gran forma e le ragazzine sotto al palco lo chiamano a gran voce. Tutto è perfetto quindi ma c’è ancora qualcosa che non mi convince… Ripensandoci a mente lucida, e dopo aver riascoltato i loro CD, realizzo che le canzoni del gruppo che più mi piacciono sono quelle oscure ma melodiche. Le più “toste” mi lasciano invece indifferente e a Neerpelt la scelta ha favorito proprio i pezzi di quest’ultimo tipo. Siamo però nel territorio dei gusti personali: giudicando invece con l’asettico occhio del critico, non posso che riconoscere che questa performance è stata davvero notevole.

Senza un attimo di tregua ci dirigiamo nuovamente sotto al tendone (d’ora in poi chiamato col suo vero nome, Marquee) per assistere alla performance dei Dreadful Shadows. Non sapevo bene cosa aspettarmi da loro: in certi casi li ho trovati abbastanza burini (ascoltate la cover di “1959” nel tributo ai Sisters of Mercy), in altri mi hanno invece convinto molto (il CD Beyond the Maze è assai buono e la loro cover di “True Faith” dei New Order è veramente irresistibile). Tutto mi aspettavo quindi, ma certo non di trovare Gitane Demone, per cui nutro una vera e profonda passione, sul palco insieme a loro nel ruolo di corista. I dettagli di quello che è successo dopo sono per me assai confusi ma secondo Mircalla un esagitato al grido di “Gitane” si è precipitato sotto al palco e si è messo a farle foto ignorando completamente i Dreadful Shadows. Temo di essere stato io il “cazzone” in questione… Riesco anche a passare nel backstage (grazie ai pass stampa e, soprattutto, a un servizio d’ordine gentile e disponibile: altro che gli skinheads maleducati ingaggiati alle ultime edizioni del Festival di Lipsia) per salutare la divina ex-Christian Death. Confesso che il fatto di collaborare con Gitane Demone mi ha fatto salire molto in considerazione i Dreadful Shadows, ma oggettivamente hanno veramente eseguito un bel concerto. Agli amanti del gotico classico, potente ma con evidente tracce “romantiche”, non posso che consigliare i loro ultimi CD (per carità, non i primi). Ottime poi le due cover presentate, la già citata “True Faith” e un’inattesa e convincente versione di “Twist in my sobriety” di Tanita Tikaram.

Wolfsheim sul palco principale ci riportano di schianto alla cruda realtà: stavolta con loro c’è anche una piccola orchestra d’archi i cui suoni vengono però completamente coperti dalle insulse melodie elettroniche del gruppo. A parte questo, il concerto è ugualmente palloso a quello visto due anni fa a Lipsia: mi sorprendo ancora una volta del successo incredibile che hanno i Wolfsheim, nonostante le loro canzoni tutte uguali e troppo lunghe. Mah…

Gitane Demone

Gitane Demone (foto di Christian Dex)

Ci spostiamo sotto al Marquee aspettandoci di trovare i Girls Under Glass, che non abbiamo sinceramente molta voglia di vedere, dopo aver ascoltato il loro ultimo, brutto, CD Equilibrium (ma qualsiasi cosa è meglio dei Wolfsheim…). Le sonorità ultra-gothic che sentiamo avvicinandoci al tendone ci sorprendono alquanto: scopriamo così che al posto del gruppo tedesco sul palco sono saliti gli Star Industry, gloria gotica locale. Il concerto non è male, almeno se vi piace il gothic di maniera, e per di più il gruppo ha al suo attivo un pezzo molto buono, quella “Nineties” ascoltata spesso nei club.

Sul main stage la preparazione del set dei Creatures ha qualche intoppo e una buona mezz’ora di ritardo spezza la cronometrica precisione della scaletta del festival. Siouxsie e Budgie, più i due loro fidi musicisti, salgono sul palco e offrono un set compatto e potente, seppur funestato da altri inconvenienti tecnici. Siouxsie è un tantino giù di voce tanto che in “2nd floor” si è dovuta limitare per evitare la stecca, ma ancora una volta e nonostante tutto assistiamo a una grande prova degli ex-Banshees (si legga in proposito la recensione del loro concerto di Firenze).

Intanto sono le nove passate e la stanchezza comincia a farsi sentire: decidiamo quindi di saltare i metallari Anathema e i Praga Khan, altra gloria locale in campo techno-ebm, che ha saputo entrare nel giro grosso, tanto che vari loro pezzi figurano in colonne sonore di film hollywoodiani, da Basic InstinctSliverBeowulf.

Torniamo con grande curiosità al Marquee alle dieci passate per assistere alla performance dei Gathering. Il gruppo propone con grande professionalità il loro strano e inusuale melange di metal e psichedelia, mentre trovo che, almeno dal vivo, le influenze gothic-doom di alcuni vecchi brani sono completamente assenti. Il pubblico, maschile in primo luogo, è catturato dalla presenza scenica della giovane e affascinante Anneke che guida il gruppo attraverso una scaletta tirata, priva di qualsiasi cedimento. Un bel concerto ma, ad essere sincero, non è proprio il mio genere.

Continuiamo sul metallo con i Paradise Lost che sono saliti intanto sul palco principale: da più parti si è letto della svolta pop, alla “Depeche Mode”, del gruppo che ha scelto come produttore per l’ultimo album Host Steve Lyon, già al banco di regia per i lavori di Recoil, ex-Depeche Mode appunto, e Creatures. Sarà, ma dal vivo mi sembra che i Paradise Lost facciano, più che rock-electro raffinato, del metal annacquato e palloso. Sarà stata la stanchezza di fine giornata, ma il loro concerto non mi convince nemmeno un po’ e dopo qualche pezzo abbandono la postazione per fare un giro per il mercato.

Moonspell

Moonspell (foto di Mircalla)

Mentre medito su come siano cambiati, in peggio, i Paradise Lost da quell’opera fondamentale intitolata non a caso Gothic, mi aggiro negli stand allestiti ai bordi dell’enorme prato. Oltre ai banchetti di cibo e bevande, in nettissima maggioranza, il mercato presenta qualche stand di abiti e accessori, tra cui Naiadi da Milano, Linea Gothica di Roma, The Art of Dark e un unico spazio musicale a cura della Triton, ex Discordia, con tantissimi CD e dischi. Quest’ultimo è senz’altro quello che ha fatto gli affari migliori perché temo che solo pochi abbiano provato il desidero di provare vestiti di velluto e ciniglia sotto l’opprimente afa di Neerpelt.

Intanto si è fatta mezzanotte e la stanchezza della lunga giornata comincia a farsi sentire proprio mentre i portoghesi Moonspell si accingono a calcare lo stage del Marquee. Seppur con grande fatica riesco a seguire quello che risulterà alla fine essere uno dei migliori concerti del festival. La musica dei Moonspell, anche se più dura e “metal” dal vivo che su disco, è intensa e coinvolgente, ma è soprattutto l’incredibile presenza scenica del cantante a dar vita a una performance memorabile. Comincia vestito da prete immerso in una densa luce rossa che gli dà un’apparenza infernale; continua creando suggestivi giochi di luce, tenendo in mano degli specchi, e finisce lanciando sul pubblico degli enormi mappamondo gonfiabili, che il pubblico rilancia per decine di minuti da un angolo all’altro della sala. La sua teatralità, l’indubbio carisma, fanno venire in mente l’istrionismo di Peter Murphy: a chi storce il naso a tutto ciò che sa troppo di metal consiglio di far la conoscenza con i Moonspell a partire dalla stupenda “Ataegina”, un vero e proprio gioiello di sonorità medievali presente nel CD della rivista francese Elegy (n° 3, marzo/aprile 1999). Grandissimo gruppo.

Mi trascino nella tenda come un zombie mentre sento in lontananza le note del “dj-act” di Goldie. La stanchezza ha presto il sopravvento e quando riapro gli occhi è già mattina…

Sabato 7 agosto

Breath of Life

Breath of Life (foto di Christian Dex)

Ascoltiamo sdraiati nella tenda il primo concerto della giornata (11.30!!!), gli Star Industry che avevamo, come detto, già visto. Arriviamo invece giusto in tempo davanti al Main Stage per assistere alle 12.30 agli ottimi Breath of Life. Il caldo del giorno prima ha lasciato il posto a delle nuvole da pioggia e la temperatura è scesa di un bel po’. A riprova che il gotico medio è allergico al sole stavolta troviamo una folla consistente ammassata nel prato ad ascoltare, attenta, la splendida cold wave del gruppo. I Breath of Life calcano i palchi di mezza Europa da tanti anni (ricordate il loro CDLive in Praha’92 ?): i membri hanno un po’ l’aria dei sopravvissuti e la loro età media va decisamente verso gli “anta”. Ma la passione e il talento sono quelli di una band che ha ancora voglia di raccontare e tante cose da dire.

Rimaniamo sotto il palco grande, evitando di andare al Marquee ad ascoltare gli Spiral of Silence, in attesa di uno dei concerti che più ci incuriosiscono, quello dei VNV Nation. Il gruppo inglese sta vivendo un momento di grande successo tanto che il loro singolo Dark Angel ha scalato fino alla vetta le classifiche indipendenti tedesche. La folla accoglie con un tripudio i due musicisti che salgono sul palco tenendo in mano dei fuochi d’artificio. La musica dei VNV Nation è veramente buona, fra le migliori prodotte dai nuovi gruppi electro: un miscuglio di sonorità ossessive e oscure a cui si sposano delle melodie molto leggere e piacevoli. Il contrasto è assai riuscito e il pubblico mostra un sincero apprezzamento, tanto che nel giro di un giorno il banchetto del merchandising del gruppo registra un clamoroso “sold-out” e non sarà raro imbattersi da quel momento in persone con le magliette dei VNV Nation.

VNV Nation

VNV Nation (foto di Christian Dex)

Certo, dal vivo la band perde un po’, vuoi perché il cantante non ha una voce molto robusta, vuoi perché tutta la musica è registrata sulle basi, e il loro set non può non ricordare un grande Karaoke. Anche il cantante è conscio di ciò e ci scherza al momento dei bis quando facendo partire la base di “Dark Angel” chiede al pubblico: “Va bene questa? Siete sicuri? Perché se volete la posso cambiare!”.

Intanto il sole è riuscito a squarciare lo spesso manto di nubi e la temperatura di schianto sale ai livelli del giorno prima. Quando entriamo sotto al tendone del Marquee il caldo è insopportabile: sul palco troviamo poi una scena kitchissima, con tre musicisti, una donna e due uomini, agghindati in abiti rubati a qualche cartone disneyano. Uno sembra un miscuglio tra uno spaventapasseri e uno stregone, l’altro è vestito come un bucaniere e infine la ragazza sfoggia una “mise” piena di tulle e velluti. Scopriamo che questo improbabile trio risponde al nome di Swan Death e la loro musica cita manieristicamente vent’anni di gotico. Divertenti a vedersi ma decisamente non un gran concerto.

Si continua con l’electro sul main stage con i Covenant, formazione svedese di grande successo, che dà luogo ad un buon live, assai energico e divertente. Certo non è proprio la musica da ascoltare sotto un sole cocente: oltre a questo mi sembra che i Covenant strizzino l’occhio un po’ troppo spesso a sonorità più trendy che oscure e pertanto meno interessanti alle mie orecchie.

Das Ich

Das Ich (foto di Mircalla)

Mentre al Marquee si susseguono i Revolution by Night, che pare abbiano assai deluso a causa dell’incapacità evidente dei musicisti, e i metalloni Crematory, la cui cover di “Temple of Love” ha riscosso notevole successo, prepariamo le nostre macchine fotografiche all’arrivo dei Das Ich, certi che lo spettacolo a cui daranno vita sarà degno di essere immortalato. Le aspettative non rimangono deluse: il gruppo tedesco è incredibilmente affiatato e compatto: alle tastiere ci sono Bruno Kramm e un turnista, che suonano spostando gli strumenti grazie a uno strano argano meccanico mentre il batterista “vero” contribuisce a rendere ancora più potente la musica proposta. Ma è indubbiamente il cantante la figura che cattura magneticamente tutti gli sguardi del pubblico: si presenta a torso nudo, completamente coperto dal cerone nero e si muove da un lato all’altro del palco come un folletto. Quando si sporge dall’alto, con gli occhi di fuori e le braccia fra le gambe, sembra un “ghoul”di una cattedrale gotica. Musicalmente i Das Ich mi piacciono molto anche se le loro recenti prove discografiche non hanno mai raggiunto i livelli eccelsi dello storico CD Die Propheten. Per concludere con una nota faceta, segnalo la parrucca di treccine blu indossata da Bruno Kramm, probabilmente per coprire un inizio di calvizie, ma che in fondo, a parte il look afro-apocalyptic, non gli stava poi così male.

L’eccitazione per la splendida performance dei Das Ich si smorza subito dopo grazie agli And One, che si contendono con i Wolfsheim il trofeo del peggior concerto dell’EuroRock Fest ’99. Il gruppo ha un successo incredibile in Germania ma a me sembrano, e nei momenti migliori, soltanto un clone annacquato e mal riuscito dei Depeche Mode (il cantante imita pedissequamente nel look e nelle movenze Dave Gahan). Si va di male in peggio quando il percussionista si avvicenda al cantante nel ruolo di frontman: “en passant” trova il tempo per simulare un coito orale con quest’ultimo, mostrando un senso dell’umorismo che sarebbe ritenuto grezzo perfino alla Folgore di Pisa.

Intanto al Marquee si è avvicendato Adrian Hates con i suoi Diary of Dreams per presentare una musica, lenta, piena di romanticismo e malinconia, le cui sonorità sono abilmente sospese tra gotico ed elettronica. Bel concerto ma avrebbe reso senz’altro di più in un’ambientazione differente.

Front 242

Beastie Boys? 99 Posse? No, Front 242! (foto di Christian Dex)

Nel Main Stage ci aspetta invece un’altra grande delusione di questo festival: sebbene la folla sia veramente tanta ed entusiasta, piena di fan che arrivano a rasarsi la testa riproducendo con i capelli i numeri “242”, i Front 242 hanno offerto una prova assai opaca. Me li ricordavo come gli alfieri del “New Beat”, dell’EBM oscura, marziale e potente e invece davanti ai miei occhi stupiti ci sono una specie di Beastie Boys techno, sia nella musica che nell’improbabile look. Certo, in alcuni brani le influenze del passato sono sempre evidenti, ma non siamo i soli ad allontanarci delusi dopo soli pochi brani.

Meglio consolarsi con gli inossidabili Clan of Xymox che presentano una scaletta con i loro vecchi hit e una manciata di belle nuove canzoni. Il gruppo olandese è veramente nel pieno di una seconda giovinezza e non possiamo che rallegrarci del grande successo che vanno raccogliendo in tutto il mondo. Un altro commento faceto: abbiamo scoperto che la bellissima bassista è di origini italiane e parla, seppur in modo un po’ stentato, la nostra lingua.

Mentre attendiamo con ansia la performance dei Goethes Erben girelliamo negli stand. Dal prato assistiamo a Gary Numan che calca con convinzione il Main Stage e regala una bella versione di “Down in the Park”, suo storico successo ripreso anche da Rozz Williams. Non siamo dei suoi grandi fan e proseguiamo perciò nella nostra passeggiata.

Goethes Erben

Goethes Erben (foto di Mircalla)

D’altra parte l’imminente concerto dei Goethes Erben al Marquee si preannuncia stupendo ed è indispensabile riposare mente e membra per assistere nel modo migliore alla performance del gruppo di Oswald Henke e Mindy Kumbalek. Stavolta non ci sono bellerini o mimi, solo il gruppo e l’incredibile Oswald a dare vita a uno spettacolo duro, angosciante e profondo. La musica è dolce e ossessiva, triste e angosciante: si tratta di uno spettacolo sulla violenza, sulla tortura sulle oppressioni del potere? Chi può dirlo, visto che la mia conoscenza del tedesco è pressoché nulla. Ma l’incredibile ars-recitatoria del cantante fornisce indizi più che eloquenti per vivere in maniera completa una loro performance. Comincia con Oswald aggrappato ad una sorta di gogna fatta a “X” e finisce, non a caso, con una bellissima cover di “The Mercy Seat” di Nick Cave, nell’originale il canto di un condannato a morte che si incammina verso la sedia elettrica. La catarsi con il pubblico si completa alla fine, quando il cantante si adagia sulle braccia della folla che lo porta da una parte all’altra del Marquee.

Dopo una simile performance usciamo dal tendone con la mente piena di immagini ed emozioni, talmente concentrati su quanto abbiamo assistito che prestiamo poca attenzione a ciò che succede sul Main Stage. Quando riacquistiamo la lucidità scopriamo che gli Echo & the Bunnymen sono saliti da un pezzo sul palco a riproporre i loro indimenticabili successi degli anni ’80. Ma ahimé la magia non si crea perché il gruppo è assai indolente e opaco mentre Ian McCullogh, mitico singer e frontman, sembra ubriaco perso: prende stecche di continuo, deve interrompere le canzoni un paio di volte e anche la splendida “The killing moon” riceve un atroce trattamento. Che tristezza!

Finiamo la serata sul filone nostalgico assistendo alla performance dei rinati Daf, o meglio Daf Dos come si chiamano ora. Tanto per scaldare il pubblico presentano quasi subito il loro storico hit “Der Mussolini” scatenando il delirio nei presenti. Proseguono con pezzi electro un po’ anonimi, alcuni dei quali sembrano delle copie della loro “Der Mussolini”. Mentre torniamo alla tenda il concerto non è ancora finito: da lontano risentiamo un’altra volta “Der Mussolini” (l’originale o un ennesimo clone?) e ci sorge naturale il sospetto che forse i Daf Dos non abbiamo, quasi quindici anni dopo, più molto da dire…

Domenica 8 agosto

Funker Vogt

Funker Vogt (foto di Christian Dex)

La giornata di domenica si presenta sulla carta assai più facile da seguire visto che tutti gli spettacoli interessanti si svolgeranno sotto il tendone del Marquee. Il Main Stage sarà infatti occupato da una serie di artisti decisamente “mainstream”, sia belgi (l’improbabile Arno, un incrocio tra Guccini e Zucchero) che stranieri (tra cui l’ex-cantante dei Fine Young Cannibals) per concludere, come gran finale, con Heather Nova (chi???). E’ evidente che anche il pubblico è cambiato e sabato sera il campeggio si è riempito di tende piene di ragazzini ubriachi e rompicoglioni. Così i nostri vicini ci allietano con lo speed metal sparato a palla alle 4 del mattino e dopo le nostre insistenze abbassano il volume e cominciano ad ascoltare Madonna! Intanto gruppi di facinorosi gridano cose in fiammingo stretto e lanciano degli improvvisi “hip hip hurrah” che vengono ripresi dalle tende intorno per poi propagarsi in quelle più lontane. Insomma, una nottata da dimenticare.

Arriviamo al Marquee nel primo pomeriggio quando gli Implant hanno appena finito di suonare per vedere IC434, ennesimo progetto di ebm/electro belga la cui musica ricorda vagamente i primi Eternal Afflict con un cantato gutturale e roco. Curiosamente l’unico musicista sul palco non usa nessun filtro per la voce e anche quando ringrazia il pubblico o presenta i pezzi mantiene la solita tonalità catacombale, che va bene durante le canzoni ma in questo contesto è un po’ ridicola.

Dopo gli Heyaeb che ascoltiamo distrattamente mentre parliamo con i nostri amici, è la volta dei Funker Vogt e sappiamo che è giunta l’ora di divertirci. La potentissima miscela di sonorità electro e facili melodie viene sparata su un folto pubblico entusiasta che balla senza un attimo di pausa. Certo le movenze “macho-burine” del cantante, il suo look da skin, e le tenute militari degli altri componenti non ispirano molta simpatia, ma non posso che confermare l’ottima impressione del loro concerto di Lipsia 1999. I Funker Vogt sono veramente grandiosi: non perdeteveli per nessuna ragione se avrete la possibilità di vederli dal vivo.

Intanto l’atmosfera è diventata un po’ elettrica: tanta gente comincia ad affollare il tendone mentre un’aria fredda entra a folate dalle aperture laterali. Mircalla è colta da un piccolo mancamento e decidiamo di spostarci verso le uscite, dove una volta arrivati capisco il motivo dell’agitazione del pubblico e della metereopatica Mircalla: Neerpelt è coperta da un denso strato di nubi nerissime che di lì a poco riverseranno sull’area del festival una pioggia violenta e fitta. Il nubifragio si abbatte in modo talmente forte che dopo pochissimo l’acqua comincia a filtrare dal tendone e cade abbondante sul pubblico: lo scherzo dei Funker Vogt di sparare acqua dalle pistole giocattolo non è mai come ora così fuori luogo. La tempesta infuria per circa un’ora e mezza e temiamo seriamente per la sorte della nostra povera tenda.

Hocico

Hocico (foto di Christian Dex)

Intanto sul palco si sono avvicendati i messicani Hocico che grazie alla loro potentissima e adrenalinica esibizione ci fanno dimenticare le nostre preoccupazioni. In due danno vita ad uno spettacolo molto eccitante dalle sonorità elettroniche violente e oscure. Il cantante grida e si dimena; i dolci suoni della lingua spagnola si trasformano per effetto dei filtri in rauche e distorte grida. Grazie alla curiosità che si è creata per questo gruppo messicano, e grazie anche alla pioggia incessante, sono in tanti ad assistere al concerto e alla fine di ogni pezzo si leva una vera e propria ovazione. Chi pensa che i migliori gruppi provengano sempre e soltanto dalla Germania deve ricredersi ascoltando gli Hocico: d’altra parte non bisogna dimenticare che la scena gotica è in Messico assai forte e non è raro che gruppi europei o americani (dai Das Ich agli Stoa, da Gitane Demone ai Christian Death di Valor) suonino con grande successo nei club delle più importanti città messicane. E’ logico quindi che questa ricca e florida scena cominci ora a produrre delle ottime band. Mi viene naturale pensare a quante difficoltà ci siano invece in Italia ad organizzare concerti gothic-electro e mi prende subito una grande tristezza…

Intanto il folle tempo belga ci riserva un’altra sorpresa con un torrido sole che spezza la coltre delle nubi, dissolvendole dopo poco. La temperatura passa da dieci gradi scarsi a oltre 30 e decidiamo di tornare al campeggio preoccupatissimi per la nostra tenda. Qui il paesaggio che ci si presenta è davvero apocalittico, con moltissime tende divelte dal vento ed altre completamente allagate. Sono molti i campeggiatori che smontano tutto e se ne vanno. Fortunatamente la nostra tenda si è miracolosamente salvata: del tutto ignari delle più elementari regole del buon campeggiatore ma grazie a un bel colpo di fortuna, l’avevamo piazzata su un terreno leggermente in pendenza e quindi l’acqua è passata senza danni formando invece, solo due metri più in là un’enorme pozza, dove emergono proprio nel mezzo le tende degli scocciatori della sera prima! In fondo al mondo ci deve essere una Giustizia Divina!

Sonar (foto di Christian Dex)

Facciamo asciugare i sacchi a pelo che si sono un po’ bagnati e corriamo di nuovo al Marquee per il concerto di Sonar, altro progetto dopo Dive e Klinik che fa capo a Dirk Ivens. Quando arriviamo il set è già cominciato e incontriamo all’ingresso molte persone che scappano via a gambe filate. Sul palco Ivens e il suo compare fanno partire loop e campionamenti ossessivi su una base ritmica dall’andamento ipnotico. Un personaggio un tantinello paranoico come il sottoscritto non può che lasciarsi catturare con entusiasmo dalle atmosfere trance prodotte, ma capisco che queste sonorità possano invece dar fastidio a molti altri. Un concerto veramente grandioso.

Assai opachi invece sono apparsi gli Eternal Afflict tornati a calcare le scene dopo lo scioglimento di qualche anno fa. Probabilmente questa “rentré” è dovuta a un bieco calcolo economico visto che la carriera solista di Cyan, frontman e unico superstite della formazione originaria, non è riuscita a decollare. L’oblio è calato però sul gruppo tedesco e nonostante tutti conoscano i loro vecchi successi, da “San Diego” a “We Lebanon you”, sono in pochi ad assistere a questo live. Cyan appare in perfetta forma fisica, dimagrito di almeno dieci chili. La musica invece non ingrana molto e ci vogliono i vecchi successi già citati per suscitare un minimo di entusiasmo.

Dopo una lunga pausa salgono sul palco i Plastic Noise Experience che suonano davanti ad un pubblico folto ed entusiasta. Io non capisco proprio cosa si riesca a trovare di buono in questo gruppo: la musica è una electro leggera leggera che echeggia ruffianamente a sonorità più mainstream, mentre il cantante, di rara antipatia, gigioneggia con aria fanatica. Mah! Il solo momento che suscita in me un minimo interesse è quando Dirk Ivens (Sonar, Dive, etc.) sale sul palco per un duetto davvero efficace, dimostrando in tre minuti scarsi la differenza abissale che c’è tra un grande frontman e uno patetico.

Per nostra fortuna “San Apotygma Berzerk” sale sul palco a liberarci da questo atroce tormento! Stranamente la folla si dirada notevolmente e la cosa mi sorprende alquanto: come si fa a preferire i Plastic Noise Experience ai grandi Apoptygma? Sarà l’isteria del fan ma il concerto di Stephan Groth(esk) e dei suoi compari mi coinvolge tantissimo, fin dall’elettrizzante inizio affidato a “Non Stop Violence”. Si continua con un’entusiasmante scaletta piena dei successi del gruppo, da “Bitch” a “Love Never Dies”, da “Mourn” a “Paranoia”. A confermare la mia teoria che gli Apoptygma Berzek sono i Depeche Mode del 2000 ecco arrivare la cover di “Enjoy the Silence” che simbolicamente marca il passaggio dell’eredità dai maestri agli allievi. Invero si potrebbe criticare la scarsa performance del chitarrista che andrebbe preso a manate per come ha “trattato” proprio “Enjoy the Silence”, ma nemmeno questo getta ombre o dubbi sulla prova notevole di Apoptygma Berzerk. Un modo grandioso per concludere tre giorni di buona musica.

Apoptygma Berzerk

Apoptygma Berzerk (foto di Christian Dex)

Passo l’ultima notte in un sonno agitato sognando che il cantante dei Plastic Noise Experience si è accampato a fianco a noi e ascolta i Wolfsheim a tutto volume. Mi sveglio di soprassalto terrorizzato da questa tremenda immagine e decido di uscire a prendere una boccata d’aria. Le fredde luci di una alba malata fanno risaltare intorno uno scenario spettrale. Siamo rimasti soli, non c’è più nessuno, né una tenda, né una macchina e perfino le imponenti strutture del festival sono state rimosse. Un vento gelido sale improvvisamente da dietro portando un fetore ripugnante che sa di morte e corruzione. Mi giro di scatto, terrorizzato, e una visione di inferno si presenta ai miei occhi spalancati. Il terrore mi attanaglia le membra impedendomi di fuggire mentre le mie labbra si schiudono a proferire un lamento, pescato nell’angolo remoto della mente che racchiude le memorie ancestrali dell’umanità. E mi ritrovo in ginocchio, tremante, a salmodiare: “Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn….”.

Euro Rock Fest su Internet

Sito del festival

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