The Kovenant: S.E.T.I.

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Ver Sacrum Il nuovo S.E.T.I. (Search for Extra Terrestrial Intelligence) segna il ritorno sulle scene dei The Kovenant dopo ben quattro anni dall’uscita di Animatronic, album che li aveva definitivamente consacrati come cyber-industrial metal band ed era servito a far dimenticare completamente il loro passato black metal. Molti dei fan della prima ora, quelli che li seguivano quando ancora si chiamavano Covenant (nome che ovviamente hanno dovuto cambiare vista l’esistenza degli omonimi svedesi), non apprezzarono granché quella svolta musicale e non penso proprio che potranno cambiare idea ascoltando il nuovo cd. In un certo senso il gruppo di Lex Icon e Psy Coma si è ulteriormente alleggerito, infatti il nuovo materiale è caratterizzato da un sound che sembra voler accontentare un po’ tutti dato che risente fortemente dell’influenza di generi come il gothic, l’electro e l’industrial metal. I brani in generale sono abbastanza potenti e alternano momenti più tirati ad altri più riflessivi, inoltre molti di essi sono spesso contraddistinti da aperture sinfoniche, tra l’altro sottolineate dalla voce della brava Eileen, già presente in Animatronic. Ascoltando il disco ci si rende conto di quanto siano palesi i richiami a gente come Rammstein o Marilyn Manson, ma probabilmente i cyberthrashers scandinavi in questi anni non hanno disdegnato neanche l’ascolto di un bel po’ di electro bands, non mi stupirei infatti se nella collezione di Lex Icon comparissero cd di Hocico, In Strict Confidence e magari pure degli stessi Covenant (svedesi) tanto per fare qualche nome! Di sicuro al momento questo genere musicale è strettamente collegato con il gruppo, infatti l’attuale formazione comprende anche Angel, il chitarrista degli Apoptygma Berzerk. Tornando al cd, dirò che non è facile giudicarlo: se è vero che da un lato la band tenta spudoratamente di accattivarsi le simpatie dell’ascoltatore, proponendogli un pot-pourri di sonorità di “tendenza” che oltretutto a volte sanno decisamente di “familiare” (andatevi ad ascoltare la conclusione di “Keepers of the garden” e ditemi se non è uguale alla melodia portante di “Bliss” dei Muse!!), è anche vero che dall’altro riesce a catturarne l’attenzione senza annoiarlo. In poche parole si tratta di un album che, nonostante la “grossolanità” che in molti casi lo contraddistingue, può risultare abbastanza piacevole e divertente (un po’ come succedeva nel caso del suo predecessore) e che sicuramente riuscirà ad allargare ancor di più la cerchia di estimatori del gruppo.

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