Louisa John Krol: Alabaster

0
Condividi:

Ver Sacrum E’ sempre un piacere, ascoltare la bella voce della musa australiana Louisa John Krol. La sua musica, così semplice, così genuina, ha il potere di evocare in noi paesaggi dilatati, Eden nascosti, immagini sfocate perse nell’immensità del vuoto, quell’assenza di barriere fisiche che richiama le sconfinate distese della sua terra. “Alabaster”, ultima creazione di quest’anima sì delicata, vanta collaborazioni illustri, sia in ambito compositivo (Olaf Parusel degli Stoa, Brett Taylor), che esecutivo (leggasi Francesco Banchini, Spyros Giasafakis, Evi Stergiou e Nikodemos Triaridis dei Daemonia Nymphe, Harry Williamson, i citati Olaf Parusel e Brett Taylor, Gianluigi Gasparetti). E’ musica che necessita certo predisposizione all’ascolto, leggiadra come il volo della farfalla, rigenerante come la brezza serotina nell’immobile calura di una giornata estiva. Come definire altrimenti “The throng on the Pier” (con riferimenti lirici all’Iliade ed alla Divina Commedia), e “Waterwood”, capaci di cristallizzare in una goccia d’ambra le nostre emozioni rimandandole all’infinito, o l’eterea “Stone Lake”? Commuove “The search for lost souls – Midnight”, testo di Emily Dickinson, uno dei tre brani che a livello lirico non sono appannaggio dei due Krol, Louisa e Mark (gli altri titolano “The lily and the rose”, ballata d’autore rimasto anonimo del XVI secolo, ed il riuscito recitato “How should I your true love know”, il canto d’Ofelia dello shespiriàno Amleto), un’interpretazione squisita supportata da finissimi ceselli strumentali, e tanta artefatta new-age mai riuscirà a raggiungere tali picchi emozionali. L’elettronica fa la sua decisa comparsa in “Me and the Machine”, quasi a la Sneaker Pimps, un brano incredibilmente moderno, perfettamente incastonato nel finissimo diadema che compone “Alabaster”. Opportunamente sostenuto, potrebbe divenire a breve un piccolo hit underground. L’atmosfera torna a rarefarsi in “Light on the wall”, dalle screziature percussive ambient che presto lasciano il campo a ritmiche etno. “The seventh ingress” è improvvisazione pura, qui è Olaf Parusel a de-strutturare il pezzo, e la nostra Lys a prestare il magnifico strumento della quale Madre Natura l’ha dotata, la voce! Un cono d’ombra vela questa piece, eclissando il nostro sentire. La vigorosa “Paint the wind” omaggia il pittore Karan Wicks, di “How should I…” e di “The search of lost souls…” abbiamo scritto, residuano i lunghi “Approaching the Island od Sirens” (davvero, è il canto delle Sirene!) e “Dancing over Acheron”, entrambi ben oltre gli otto minuti, e non sono certo bastanti! Come saziare cotanto desìo d’Ambrosia? Si torna così ad indugiare su queste note, abbandonandosi mollemente alla contemplazione… Grafica spettacolare, confezione digipack immancabilmente curatissima. Ah, Prikosnovenie benedetta, tu ci vizi!

Condividi:

Lascia un commento

*