Ataraxia

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Questo lavoro degli Ataraxia per la Avantgarde Music (1996) è un concept album su Il Fantasma dell’Opera. Abbiamo lasciato a Francesca Nicoli, voce del gruppo modenese, il compito di presentarlo.

1-2) E’ il fantasma? parte prima e seconda; capitolo 1
3) La nuova Margherita; capitolo 2
4) Il palco n°5; capitolo 4
5) Il violino incantato; capitolo 6
6) Faust in una sala maledetta; capitolo 8
7) Al ballo mascherato; capitolo 10
8) La lira d’Apollo; capitolo 13
9) Il Signore delle botole; capitolo 14
10) Nei sotterranei dell’Opera; capitolo 21
11) Le ore rosa di Mazenderan; capitolo 22
12) Fine degli amori del Mostro; capitolo 28

1)

Il mostro e la genialità, quella cromosomica, quella che ti spinge verso la creazione sublime e totale da cui è impossibile uscire vivi perché l’atto che diviene potenza trascende il corpo e la capacità di una mente stessa di contenere tali e così alte rivelazioni. Il mostro nasce mostro, il mostro sin da subito conosce, presagisce, intuisce, razionalizza e possiede una chiara visione della propria sorte, il destino di colui che, come un titano, erge ciò che non può sostenere come uomo e che, se pure potesse sostenere, non sarebbe compreso dall’altro essere e la solitudine è insopportabile al punto di provocare la morte. Il mostro eccelle in tutte le forme artistiche e pratiche ed in special modo nella più sublime, eterea, esoterica di tutte le arti, la musica, unico mezzo aereo che permette il dialogo, la contemplazione, il colloquio tra morti e viventi, fra passato e presente, fra la storia e lo spirito del tempo. Il mostro sa che quando il suo lavoro mai terminato (il simbolico Don Juan Trionfante) avrà una conclusione egli dovrà scomparire poiché alcun senso avrà più la sua vita se non potrà superare la perfezione, se non potrà avere l’amore di un altro umano, se più non potrà trasmettere lo spirito della musica. Erik è la massima potenza della sensibilità, dell’idea, dell’invenzione, dell’artefatto, del manufatto stesso; Erik che vive sottoterra e all’interno di un lago, quindi la madre terra e l’inconscio duttile della sostanza fluida e al di sopra la massima creazione architettonica da lui ideata, l’Opera di Parigi, costruzione pregna di razionalità, calcolo ma anche esempio supremo di doppio senso, significato del significare, tunnel di porte che si aprono su altre porte, specchi che celano volti che indossano maschere e sotto le maschere altre maschere di pelle e ossa che celano più e più volte il Mostro come essenza della musica stessa. Erik ha paura degli altri, di se stesso e del mondo, Erik può svelarsi solo attraverso la musica che non conosce metafore, camuffamenti, mimetizzazioni, veli. Erik è la musica e se la musica si compie Erik non è più. Erik ama Christine Daee, timida, nostalgica, svampita fanciulla dai nordici natali, Christine ha la bellezza esteriore che il Mostro non possiede ed Erik nella sua ingenuità crede che il bello sia bello comunque, dentro, fuori e nelle cose che lo specchiano soltanto. Erik dona a Christine la musica, la musica che non merita perché troppo gretta, superficiale, umana in fondo, Erik dà un volto alla musica stessa nella sua forma più pura e questo volto è quello di Christine. Ma la musica non ha volto ed Erik si inganna ancora una volta e così di nuovo fughe, specchi e cunicoli, labirinti e maschere e il frenetico, tremendo comporre nelle oniriche, fanciullesche, patetiche stanze del suo rifugio, tenera imitazione di quelle reali in superficie e questo suo creare per avvicinarsi alla morte mi rammenta la storia di Mozart e la sua fine. Tutto il mondo di Erik si basa su finzioni, giochi di prestigio e fantasia infantile tra richiami di sirene che uccidono (ed altro non sono che canne simili a flauti in uno stagno), stanze orientali piene di insoliti richiami fascinosi pregni di insidie e tutto sommato si può concludere dicendo che ogni cosa che Erik “tocca” uccide attirandoti (come molti insetti fanno) in una vastissima gamma di percezioni sensoriali, colori, visioni, trovate con un estro iperumano. Abbiamo scelto solo alcuni dei capitoli del meraviglioso libro di Leroux per trasformarli in immagini e musica, il mezzo d’espressione così amato da Erik, poiché solo alcuni passaggi, alcuni affreschi in cui i sensi navigano a vele spiegate, sono perfetti per una tale rappresentazione. Non abbiamo voluto tracciare una trama sommaria, una storia cronologica, abbiamo lasciato espandere e travalicare le pagine del libro, da qui i momenti per noi più importanti, momenti in cui la musica prende assolutamente il sopravvento sulla letteratura. Abbiamo presentato il fantasma, il Mostro, l’Angelo della musica nelle due sequenze iniziali (E’ il fantasma? – parte prima e seconda) tracciando veloci ed espressive pennellate di una personalità profondamente cosciente delle cose del mondo e al contempo carica di candore ed inesperienza. Abbiamo presentato Christine Daee nel momento in cui l’Angelo della musica è entrato in lei e da timida, sbiadita cantante, accogliendo inconsapevolmente Erik nei propri polmoni, è diventata stella (La nuova Margherita). Poi di nuovo il Mostro che si fa uomo ed osserva dal suo mitico Palco n° 5 le prodezze vocali di Christine, la sua Margherita, la sua terrena e bella ninfa ispiratrice che solo come un Faust può avere, poiché svelarsi significa essere rifiutati a prescindere da tutto ciò che si ha fatto, dato, donato (Faust in una sala maledetta). Una delle scene più incantevoli è quella de Il violino incantato in cui Erik diviene la voce di un violino stesso in un evanescente cimitero sulle acque del mare del Nord per la bella Christine che prega sulla tomba del padre violinista danese, morto dopo averla portata con sé tanti anni per le strade del mondo a regalare musica, come due nomadi che elargivano il bello ed il sentire. Al ballo mascherato è un brano in cui l’apoteosi del dolore e della rabbia esplodono poiché Erik, l’unica volta che si svela senza maschera -assurdo degli assurdi in una festa di carnevale in cui la sua non-maschera è ammirata alla massima potenza nella fiera delle finzioni- scopre di essere ingannato da Christine da lui adorata. La Lira d’Apollo narra i giorni in cui Christine ed il suo spasimante “terreno” vagano per i soffitti, “le parti alte” del teatro dell’Opera (in antitesi con “le parti basse” abitate da Erik) e spendono la loro storia d’amore normale, romantica, da romanzo d’appendice ottocentesco fino a che Erik (che tutto sa e vede) non li scorge apparendo simile ad una lira immensa sul cielo (di Apollo dio della musica) che li spaventa a morte. E poi la saga della sua fuga nei sotterranei con Christine rapita e “posta” in una stanza sottoterra dove nulla manca, lusso, beni materiali e la sublime musica del mostro (Il Signore delle botole, I sotterranei dell’Opera). Il penultimo brano è una fuga nel passato di Erik, quando in oriente costruiva stanze delle illusioni e dei supplizi tanto terribili quanto geniali. E poi la fine del Mostro, la fine dei suoi amori, la fine della speranza, la fine di questo ambiguo apparire, la fine di un Don Juan Trionfante mai rinvenuto, la fine di una leggenda che non ha lasciato tracce, solo bisbigli, sussurri, vecchie dicerie da ballerina dell’Opera (in Fine degli amori del Mostro). Erik ci lascia con immensa dignità, con una profonda triste saggezza acquisita, l’unica strada è quella della morte ed egli ci si rassegna abbandonando di colpo tutte quelle fantasticherie, quelle infantili trovate, quelle ingenieristiche invenzioni a lui così care, ci abbandona con o senza maschera, tanto lui è l’uomo senza volto, “l’uomo cancellato”, colui che si risolve tornando terra ed annientando il suo sentire, la sua sostanza psichica e creativa. Il Fantasma dell’Opera è dedicato a tutti coloro che come noi soffrono di frequente “mal di vivere” tra slanci di creatività assoluta ed amore incondizionato per la musica (in una continua ricerca fuori e dentro di sé) e periodi di cruda, saggia, tensione verso la fine, verso la dissoluzione, lo svaporarsi, il placarsi, l’estinguersi. In memoria d’Erik nostro Mostro ed Angelo della musica. Lode ad Erik!

2)

Leroux nasce a Parigi nel 1868 da un’agiata famiglia borghese e nella adolescenza e giovinezza è ben lungi dall’interessarsi alle lettere, piuttosto sperpera eredità notevoli al gioco e in un secondo tempo diventa cronista giudiziario del famoso quotidiano “Le Matin” e questo sarà fondamentale per la futura caratterizzazione e casistica dei suoi personaggi. Diviene una gran firma finché non inizia a dilettarsi di letteratura che farà prendere corpo e peso all’intrigo, alla caratterizzazione psicologica (in un’epoca in cui Freud stava cambiando e stravolgendo le credenze sulla psiche e i comportamenti con nuove rivelazioni), a sfavore del rigore documentario del giornalista. Il Fantasma dell’Opera è stato il suo capolavoro anche se riconosciuto solo molto più tardi e a tutt’ora per lo più assente nelle biblioteche degli amanti delle belle lettere. Ad ogni modo questo è un romanzo immortale per il suo stile epistolare (tipico di romanzi di stile romantico quali Frankenstein di Mary Shelley e Dracula di Stoker) che non si limita ad un unico punto di vista ma spazia attraverso varie psicologie e personaggi che svolgono la trama ‘passandosi la palla’ o meglio il filo rosso della narrazione; per la sua trama assai originale ed efficace che fa finalmente vivere il teatro con tutto ciò che è la sua struttura architettonica, i suoi misteri, i trucchi stessi del mestiere e tutti quegli accorgimenti che solo chi ne fa parte conosce, da qui il fascino incantatorio di un mondo parallelo, quello dell’arte faceta e spesso leggera del bel canto che si altalena tra glorie dorate e dolori strazianti e sconosciuti. Leroux è stato un fondamentale precursore del cinema (il suo romanzo spesso stravolto e dissacrato è stato reso cinematograficamente molte volte anche se le uniche due versioni degne di nota sono quella del ’25 con Lon Chaney e quella del ’74 di Brian de Palma) e un pioniere del cinema stesso avendo fondato nel 1918 “La société de Cinéromans” in veste di produttore, sceneggiatore e cronista. Quindi l’opera di Leroux è proiettata nella triplice forma di letteratura/teatro/cinema in una moderna fusione di intenti e modalità. Leroux ha eletto a pregio i difetti dell’epoca, legati ad un gusto smisurato, macabro ed instancabilmente pieno di colpi di scena del Grand Guignol e del melodramma e grazie alla sua arte narrativa e teatrale ha rianimato questo genere moribondo spingendolo verso la creazione del giallo. Inoltre, a differenza di tanti suoi contemporanei e predecessori, è morto nel 1927 ricchissimo, e dicono, assai felice. Veniamo a noi, alla nostra epoca, Leroux è praticamente scomparso, è stato dimenticato, snobbato, reso pellicola goffa ed irriverente, Il Fantasma dell’Opera è un titolo che tutti noi riconosciamo, che viaggia nel limbo d’una sorta d’inconscio collettivo ma che in realtà nessuno ha letto, approfondito. Qui il tema del Faust è presente alla sua massima potenza con tutto l’armamentario della seduzione attraverso le due massime forme di inganno e fascinazione, la voce e la maschera (quale voce per esempio può non essere affascinante al telefono? Quale essere non attira fortemente se celato dietro una maschera?). Siamo nuovamente davanti all’idea di amante persecutore che attira e disgusta, retaggio di tutta una cultura romantica di cui i personaggi della Radcliffe, delle sorelle Brönte e di innumerevoli altri ci hanno dato testimonianza nei decenni precedenti. Il ‘sublime’ di questa opera sta nel modo di affascinare attraverso uno strumento grandioso, la musica, il canto, e un amore potente e selvaggio che non conosce limiti e remore borghesi. Christine, l’amata, la perseguitata (classico personaggio da melodramma) comincia a cantare, lascia che lo Spirito della Musica penetri in lei e da lei a noi spettatori ammaliati ed estasiati. Christine desidera la voce, desidera chiudere gli occhi e avvicinarsi e poi la rifiuta con crudeltà pungente quando diviene maschera e da maschera volto. Amore e Morte, binomio immortale nel Teatro dell’Opera di Parigi che altro non è che il secondo volto, l’altra faccia del Fantasma che l’ha fatto a sua immagine e somiglianza in un labirinto assoluto di forme e prospettive. Leroux ha creato il cinema nel romanzo, ha tenuto avvinti i suoi lettori come lo erano gli spettatori delle epopee grandguignolesche di fine secolo davanti ad un palco e ha rivalutato ancora una volta il mostro come eroe romantico che si spinge alle estreme conseguenze. Odio ed amore abissali, atavici, il perenne dissidio dell’essere attirati verso l’altro umano e di essere disprezzati dall’umanità, condannati dal fato, da forze ed eventi che si prendono gioco di noi e tutto senza messaggi morali, secondi fini, significati reconditi, “servito caldo” sul piatto del quotidiano soffrire attraverso affreschi surreali simili a quelli della pittura romantica di Füssli, Turner, Blake. Non c’è autocompiacimento in Leroux, non c’è arroganza compositiva ed autoammirazione incondizionata, quello che leggiamo è frutto di una razionale e visionaria vena compositiva all’unisono, un’arte (che a mio avviso come ogni grande forma d’arte) non celebra lo scrittore ma l’opera stessa, arte pura insomma. Ancor oggi Leroux è negletto, ciò che ha scritto non è riconosciuto grande arte, forma elevata di letteratura, non ci si abbassa a comprendere la sobrietà e la carica descrittiva e psicologica insieme che hanno caratterizzato questo autore che ha, tra l’altro, potuto scrivere anche queste parole: “era la prima volta, capisci, che baciavo una donna…sì, viva, l’ho baciata viva e era bella come una morta!” (da Gaston Leroux Le Fantôme de l’Opéra).

3)

E’ il fantasma?, cicaleccio di voci adolescenti vestite di taffettà piroettate come trottole tra le quinte dell’Opera, E’ il fantasma?, l’ombra si staglia nitida, i gesti e le movenze sono fotogrammi statici ed immensi, un indice che avverte, un profilo che si rivela tra maestose partiture orchestrali energiche, tuonanti ma statiche. L’ombra è padrona di quelle bamboline biancovestite di tulle che a scatti annullano lo spazio teatrale con coreografie di inizio secolo, senza tutta quella perfezione, quel rigore, rose ovunque ma bianche e nere… Roboante, aulica, barocca, anzi rococò la musica scandita da piatti e fiati che accentuano l’incedere vistoso e goffo delle sequenze, un applauso ed esce Christine/Margherita dalle lunghe trecce bionde da tirolese fuori luogo, fuori ruolo, ma poi gli occhi tipici di quell’epoca, le cinéma d’inizio secolo, sguardi torbidi, sensuali, crudeli, doppi da parte di quelle dolci fanciulle. La nuova Margherita si svolge, si “srotola” sulle note di un celebre motivo interpretato originariamente da Kate Bush, Cime Tempestose, un filo rosso lega le due partiture, il personaggio Caterina della Brönte e Cristina di Leroux, due perseguitate che accecate, ammaliate dal beneamato sadico del momento, ostentano tutta una gamma di pensieri scontati e dozzinali con i rispettivi obliqui, sinuosi, pazzeschi volti di sirene. Il palco n° 5 luogo di “silenziosa contemplazione tra la folla” prediletto dal Fantome, note di chitarra classica liquide che non solo evocano ambienti, li fanno parlare, respirare con la loro lingua, propria delle ambientazioni “morte” che in realtà godono di vita e salute decennali (a volte centenarie come in questo caso). Il violino incantato è la poesia che si svela con tutti i suoi toni azzurrini, diafani, oltremare, cerulei che si avvolgono e svolgono in onde che creano spirali, incoronate da epici accenti di trombe lontane e di lapidi dietro alle quali canta il violino con la voce di padre e il tutto avvolto dai merletti di nebbia che sovrastano i mari del Nord. Poi segue il Faust, subitaneo, potente, erosivo, gioco di basso e tenore, di disperazioni ed amori voraci e tremendi e di candide risposte agghiaccianti e blasfeme. Faust in una sala maledetta dove con un gran frastuono cade un pesante lampadario nel fuggi fuggi generale che si ritrova più allegro e svagato Al ballo Mascherato dove partiture barocco/giocose cavalcano la Parigi bene e quella dei sottofondi che per un giorno all’anno si mescolano nella giostra del “desguisement”. Poi appare la Morte Rossa (da quando Poe l’ha inventata appare sempre una morte rossa) che questa volta però è la parodia di se stessa e la maschera che indossa è il suo stesso volto di teschio bambino/adulto che solitamente provoca orrore e disprezzo e in questa fiera delle atrocità invece si guadagna un’ammirazione incondizionata. Splendido fondale quello dei tetti dell’Opera di Parigi, teatro nel teatro con questa patetica morte in rosso svolazzante come una bandiera smagliata nei cieli di febbraio appesa a La lira d’Apollo statua kolossal che simboleggia il palazzo della musica, il tempio del bel canto sotto la quale i due amanti d’appendice, Raoul e Christine sfoggiano tutto il loro repertorio di volti angosciati/ estasiati/distrutti/riaddomesticati/terrorizzati/rassicurati mentre la maschera della maschera sventola con la sua unica faccia, quella dell’ennesimo tradimento, dell’ennesimo voltafaccia della vita, il tutto cullati dalle soavi voci delle figlie del sole che aprono i battenti delle porte dell’Ade o del popolo dei sogni. Il Signore delle Botole ci introduce nei suoi appartamenti conducendoci sul suo nero destriero, attraverso canali simil veneziani sotterranei e trascinandoci con gesti ampi e voluttuosi su splendide gondole impreziosite da stoffe e velluti e, tra suggestioni auditive che di nuovo fanno “udire” il linguaggio delle pietre, dell’acqua putrida, delle colonne e delle scalinate, entriamo nella splendida, barocca, sfrenatamente kitsch magione del nostro “Fantôme”. Nei Sotterranei dell’Opera, la musica che ci accompagna è quella della tragedia greca, o perlomeno così l’ho sempre immaginata, essenziale, che descrive e sottolinea ad angoli retti, pura, nitida, di una disperazione saggia, umana, dignitosa. Siamo nel regno dei trabocchetti, delle invenzioni geniali alla Houdini, siamo nel regno del gioco che diventa pericoloso e ci viene narrata la storia de Le rose di Mezenderan un passato da Fantasma orientale in un mondo oltremodo crudele e smaliziato e poi un’inquadratura sul presente dove esseri umani si divincolano all’interno della sua stanza dei supplizi, accompagnati da una melodia dolce e classica che narra sentimenti e vicende, racconta per l’ultima volta quello che ancora atterrisce il mostro dai modi gentili deturpato dai mostri/uomini dai volti normali. Fine degli amori del Mostro è reso da una eterea lirica ascesa di un cavallo alato verso il limbo della musica pura. Questa per noi è la morte di Erik le “fantôme”.

Lode a Erik!

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