Patrick McGrath

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Finalmente, dopo il successo di Follia (Asylum), l’editoria italiana ha deciso di puntare su Patrick McGrath e sta cominciando a tradurre anche i suoi precedenti romanzi. Dato che il primo lavoro presentato in Italia era in realtà l’ultimo dal punto di vista cronologico, ora hanno pensato bene di tradurre il penultimo, ovverossia Dr. Haggard Disease, da poco uscito per Adelphi con il titolo di Il morbo di Haggard, e che risale in realtà al 1993. Si spera che di questo passo vengano proposti anche i suoi due primi interessantissimi romanzi, Spider eThe Grotesque (da cui ora stanno per trarre un film ad alto budget, con Sting come protagonista), e la splendida raccolta di racconti Blood and Water.

Ma torniamo a Il morbo di Haggard: il romanzo, ambientato in Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, è innanzitutto il racconto in prima persona di una intensa e breve storia di amore tra un giovane medico alle prime armi e la bella moglie di un primario che lavora nello stesso ospedale. Innamoramento, passione, sofferenza, tragedia e infine lutto della perdita sono narrati, come sempre accade nei romanzi di McGrath, dal punto di vista maschile, ma con una sensibilità e una profondità tipicamente femminili. Però non è certo un classico romanzo sentimentale quello di McGrath, che, come più volte è stato da noi detto (vedi Gothica e Ver Sacrum X ), è forse considerabile oggi il più “alto” rappresentante della generazione di scrittori “neogotici”. L’ombra dell’oscurità e dell’orrore (sempre e solo psicologico, però) è infatti ben presente fin dalle pagine iniziali di questo lavoro, nella descrizione della casa (o sarebbe meglio dire maniero?) di Elgin, che svetta, completamente isolata, su una scogliera a picco sul mare, dove il medico si rifugia, per leccarsi le ferite in completa solitudine, dopo la fine del suo sfortunato amore, e che trasforma in museo dei ricordi, ma anche in un luogo dell’anima. La casa di Elgin sembra infatti dotata di una vita propria, pulsa di sentimenti e desideri, come fosse veramente la materializzazione dell’anima del protagonista, o forse della sua mente, e con quelle strane crepe nell’intonaco che formano disegni precisi, archi e lobi, quasi non fossero “il semplice risultato dell’azione del tempo, ma l’esito di un disegno consapevole”. Una specie di casa Usher di Poe, insomma, che racchiude l’essenza di chi la abita e si fa custode delle sue più segrete e inenarrabili verità.

Inoltre la vicenda d’amore tra il Dr. Haggard e Fanny Vaughan un po’ alla volta si svela essere molto più morbosa e “malata” di quanto apparentemente possa sembrare: infatti, fin dagli inizi, un terzo e importantissimo personaggio entra in scena: il figlio di lei, James Vaughan, giovanissimo aviatore, che si reca dal medico per conoscere la verità sulla storia da lui avuta con la madre. E’ proprio grazie a questo incontro che il protagonista può far rivivere dentro di sé tutti i particolari del suo amore, che pensava ormai di aver rinchiuso nel fondo del cuore, e riportandoli a galla sente che questo enorme sentimento non è morto, si è soltanto trasferito sulla figura del figlio, vera e propria immagine della madre. Ma l’amore del Dr. Haggard nasconde in sé la morte, un morbo strano e misterioso, una nuova sindrome causata da uno squilibrio ormonale che fa sì che un po’ alla volta il corpo di James si trasformi, diventi sempre più femminile, mentre gli attributi maschili tendono ad atrofizzarsi… E così il ragazzo finisce con l’apparire ad Haggard non tanto come il fantasma della madre, quanto veramente come la sua reincarnazione, come se lei fosse ancora viva e abitasse il corpo del figlio, come se lei fosse tornata da lui. Però il fato è sempre in agguato e non concede ai morti di ritornare a vivere; e allora il destino di James è quello di trasformarsi in un angelo caduto, che appare in sogno al protagonista “glabro, diafano, con due piccoli seni e i genitali da adolescente, evanescente nel cielo diurno mentre salivi in alto come un tuffatore che risale in superficie, e radioso, interamente soffuso di luce…”.

Il tema del doppio e dell’androginia, di eros e thanatos, di una sessualità contorta e di una psiche malata d’amore si fondono così mirabilmente in un romanzo di grande suggestione, che senza far ricorso ai cosidetti “orpelli gotici” o ad orrendi mostri riesce a creare un’atmosfera di sottile inquietudine e paura.

Patrick McGrath: Il morbo di Haggard, Adelphi, 1999, Lire 26.000.

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