Time Machine: Reviviscence (Liber Secundus)

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Ver Sacrum Fin dalle iniziali battute dell’intro “Obscurity within” la sensazione di trovarsi dinànte ad un disco epocale si insinua piacevolmente fin a giungere alle più recondite pieghe del nostro animo. Eccoci al secondo capitolo della trilogia imponente che Lorenzo Dehò, Artista incorrotto, ed i suoi fidi Time Machine hanno voluto dedicare al figlio della fantasia illuminata di Valerio Evangelisti, ossia al torvo inquisitore Nicolas Eymerich. La formazione schierata sul campo è di assoluto rispetto: Marco Sivo (già voce dei Valas) sa imporsi con l’audacia del veterano, Gianluca Galli e Gianluca Ferro (chitarristi) dialogano con assoluta sicurezza, la sezione ritmica, ascritta oltre che allo stesso Lorenzo a Sigfrido Percich, è granitica quando la partitura lo richiede, ma sa pure essere duttile ed adattarsi con disarmante facilità all’andamento di ogni singolo pezzo. Prog metal di altissimo lignaggio, obscuro quanto basta, melodico al punto giusto, non becera e muscolare esibizione di tecnica ostentata come troppo spesso accade nel genere, nonostante l’impressionante schiera di ospiti possa far presagire il contrario. Ed eccoci dopo la citata overtoure al primo vero e proprio pezzo del dischetto, l’agile e scattante “Rotten souls”, alla quale fa seguito la ragionata title-track. Un intermezzo, “Burning crosses”, lascia spazio alla gotica “Grains of sand”, pezzo stupefacente nella sua apparentemente semplicità, tanto risulta godibile la fruizione, ma custode di vere e proprie raffinatezze stilistiche. Troppa grazia, Lorenzo! Il singer reclama giusta attenzione, le chitarre disegnano tratti foschi ed epicissimi (ehi!, Gianluca Ferro è un ex-Doomsword), l’ambientazione cinematografica lascia senza fiato. Interviene la delicata ed acustica “Alhambra”, l’arpeggio classicheggiante ci dona attimi di rinfrancante quiete, il nostro spirto si riposa fra la fresca verzura, cullato dal chiocchiolìo di mille fontane… “Tears of Jerusalem” incombe, non inganni la sua apertura orientaleggiante, il proseguio del pezzo rimanda ai più magniloquenti ed enigmatici Veni Domine. “The calling” evidenzia la preparazione degli stromentisti, dando così libero sfogo alla loro competenza esecutiva. Il prog-metal ritorna in “Seeds of revolution”, qui le tastiere si ritagliano uno spazio da protagoniste, sostenendo il singer con architetture solo apparentemente lineari. Le chitarre sciabolano fendenti alternati a sprazzi acustici, eppoi “Revelation” serra alle nostre spalle i cancelli dell’Inferno. Con “Reviviscence” l’ultra decennale carriera dei Time Machine (L’EP d’esordio, “Project: Time scanning”, risale al 1993) viene vieppiù valorizzata, ricevendo il sigillo che compete solo ai Grandi. Un’opera assolutamente completa, un insieme di ottimi e peritissimi musicisti che interpretano con bravura incomparabile brani dotati di grandissimo gusto, esaltati da una produzione chiarissima e da una scrittura geniale. Ho esagerato coi superlativi? Giammai, risulta davvero difficile riportare per iscritto siffatte emozioni! Disco del mese? No, fin d’ora entra di diritto nella mia “Top five” del corrente 2004!

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