Ensoph: Opus Dementiae - Per Speculum Et In Aenigmate

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Ver Sacrum Tornano i miei personali beniamini, i veneti Ensoph (ex Endaymynion), già autori dell’ottimo “The bleeding womb of Ananke”. “Opus dementiae” è proprio un gran bel disco, ricco di songs di caratura elevatissima, come l’opener “Jaldabaoth at the Spring of Time”, la progressiva “In the flesh (visione della passione)” e “Sophia’s fall”, presente anche in versione remix (ad opera di Bruno Kramm – Das Ich!), putrescente terna iniziale in grado di sconvolgere anche le menti più aperte. Potenza, velocità e perizia esecutiva, ambientazioni horrorifiche dall’effetto assicurato (“Faith defeat”), e soprattutto la ormai consueta voglia d’osare, di abbattere ogni schema predefinito, una caratteristica che questo combo ha fatto propria fin dalle sue origini. Agghiacciante “Salmo a nessuno”, su d’un disturbante tappeto industrial/rumoristico su levano maledicenti rantoli di dannati a determinare un pezzo infernale, alla quale fa seguito la gothika (no, non metal goth di maniera!) “White lamb seducer (40 days & 40 nights)”, violentata da un chitarrismo gorgogliante e nevrastenico. Solo gli Ensoph possono osare tanto: chi si azzarderebbe ad inserire un enigmatico flauto in “Lies of the mirror which lies not”, ottenendo un risultato spettacolare, tanto da riandare alle ermetiche e polverose opere di indimenticati cantori dell’Ade quali furono i Black Widow! Ma le sorprese non hanno ancora fine, tale è l’effetto di “Sun of the liar” e di “Proudly divine (ink & mirrors & Empty tombs)”, e su quest’ultima fa ancora la sua comparsa il flauto, ritagliandosi colle tastiere giusto spazio fra chitarre affilatissime e ritmiche sparate. Già citato il rmx di “Sophia’s fall”, “Opus dementiae” va a morire, abbandonandoci al silenzio: necessario, per adusare la mente provata a quel che verrà: il ritorno alla normalità, al quotidiano, che ci sembreranno ancor più vuoti e privi di significato.

TagsEnsoph
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