Argine: Le luci di Hessdalen

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Gli Argine sono un gruppo tanto eccelso quanto coraggioso e questa loro nuova fatica discografica sta a dimostrare la verità di entrambe le affermazioni. Eccelso perché il gruppo di Corrado Videtta ha prodotto musica di livello incredibile nei suoi 12 anni di vita, melodie profonde e struggenti, suonate con una perizia tecnica estrema che non sfocia mai nel manierismo virtuosistico. Ma Le luci di Hassdalen è anche e soprattutto una prova di coraggio, visto che gli Argine hanno deciso di, se non cambiare, quantomeno “arricchire” il loro registro espressivo, unendo il neo-folk allo spirito eclettico della new-wave e all’irruenza del post-punk e del rock. Il risultato è un ottimo album, assai variegato ed estremamente piacevole all’ascolto, forse più immediato e “facile” rispetto a Luctamina in Rebus, ma non per questo da sottovalutare. Gli Argine si presentano a questa prova con una formazione assai rimaneggiata, in cui dei membri storici rimane oltre che Corrado Videtta, il cuore pulsante del gruppo, Alfredo Notarloberti, straordinario violinista. La voce femminile è affidata a Cecilia Videtta, già presente in alcuni episodi di Rifrazioni mentre la natura “rock-wave” di molti pezzi ha imposto la presenza quasi costante di una base ritmica di basso e batteria, affidata rispettivamente a Riccardo Sabetti (che ha suonato anche la chitarra) e ad Alessio Sica, già collaboratore del gruppo in Luctamina…. L’album si apre con “Radjodramma” un brano molto piacevole di sapore rock-folk, con il ritornello e l’indiavolata melodia del violino di Notarloberti che si fissano in testa già dal primo ascolto. Toni più neo-folk si ritrovano in varie canzoni del CD come “In silenzio” o ne “Le luci di Hessdalen”, il brano che più rimanda alle atmosfere di Luctamina…. I pezzi più sorprendenti dell’album sono “Girotondo”, due minuti e mezzo di tiratissimo punk, e “Infinito spazio”, in pieno stile pop-wave che può addirittura ricordare le cose migliori di Max Gazzè. “Lucente anima” è invece per me l’unico passo falso del disco, una canzone non brutta ma un po’ troppo stucchevole e leggera, che presenta comunque nel finale un bellissimo assolo di violino elettrico. Negli altri brani le influenze wave sono sempre assai presenti e donano loro un carattere nervoso ed elettrico (“Lamento funebre”, “Punti invisibili”), oppure misterioso e sensuale (“I nostri occhi”): talvolta queste due declinazioni si uniscono in una stessa canzone, come nel caso di “Spina nel fianco”, che comincia lenta e oscura, si infiamma con affilate melodie di chitarra, per poi rallentare e riprendere ad un passo più pacato. Se per il gruppo partenopeo Le luci di Hessdalen era una scommessa a mio avviso essa è stata vinta. Un album piacevole, fresco, intelligente ed emozionante: magari i più fedeli seguaci dell’ortodossia neo-folk potranno storcere il naso; io mi auguro invece che questo CD abbia la possibilità di farsi conoscere anche al di fuori della scena oscura italiana, per raccogliere i consensi di un pubblico il più possibile vasto.

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