Aa.Vv.: The lotus Eaters - Tribute to Dead Can Dance

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Ver Sacrum Chi abbia letto, tra le recensioni di luglio scorso, quanto ho scritto riguardo alla compilation tributo ai Current 93, si sarà reso conto di quanto tali operazioni mi lascino perplesso; ciò non toglie che, quando si tratta di tributi a gruppi che amo molto, io non sia in grado di resistere alla tentazione di entrarne in possesso. Nel caso presente, inoltre, la presenza di gruppi eccellenti unita alla ricchezza di brani inediti (tutti tranne uno, peraltro splendido) mi hanno spinto all’acquisto immediato del doppio CD. Una volta tanto, non mi sono assolutamente dovuto pentire dell’acquisto, trattandosi di un’uscita notevolissima. Due sono i concetti che emergono chiaramente dopo l’ascolto di questo lungo tributo: innanzitutto l’influenza enorme che la musica del duo australiano ha avuto nell’evoluzione di numerosi ambiti musicali, spesso caratterizzati da estrazioni e radici culturali anche abbastanza lontane tra loro, nonché il carattere in qualche modo universale della loro proposta artistica, basato sull’intensità, la ricchezza e la spiritualità del suono più che rimanere legata ad un particolare “genere” o alla moda di un determinato periodo; infatti, oltre ad interpretazioni di gruppi dell’ambito musicale più strettamente legato a quello dei Dead Can Dance, si possono trovare brani di gruppi metal o folk provenienti da zone culturalmente alquanto diverse. Secondo, la qualità assolutamente eccezionale dei loro brani, che sembrano essere destinati all’eternità, similmente ai monumenti eretti dai popoli antichi: e veri e propri monumenti possono essere considerati tali brani, dedicati a qualcosa di difficilmente definibile che è in ogni essere umano, che possiamo chiamare “senso del sacro”; la loro continua ricerca nell’ambito della spiritualità mistica presente in tutte le culture, da quella europea a quella mediorientale, da quella dell’estremo oriente a quella aborigena, fa della loro musica un ambito assolutamente a sé stante. Questa ricchezza, quest’elevatissimo livello di qualità si fa notare anche grazie al fatto che, pur completamente reinterpretati e riproposti in stili molto diversi dal loro, i loro brani non perdono mai il loro valore intrinseco; una chitarra elettrica al posto dell’Hurdy Gurdy, un violino al posto dell’organo non sono, almeno nei brani qui proposti, in grado di abbassare il livello di qualità dei brani. C’era da aspettarsi un eccellente risultato da artisti come Arcana, Ataraxia, Faith and the Muse, Amber Asylum, Black Tape for a Blue Girl e Jarboe (superba la sua interpretazione) e le aspettative non sono state di certo tradite. Ma chi avrebbe scommesso su gruppi tipicamente gothic metal, recentemente intrappolatisi in una forma musicale dai confini ormai ristretti? Per non parlare di collaborazioni estemporanee, come quella degli italiani Hortus Animae con Liv Christine (la quale, a dispetto di produzioni che negli ultimi anni mi avevano lasciato molto perplesso, si esibisce in una prova molto interessante), o Denny Lilker con Lisa Sehreib, o ancora di Secrets of the Moon e Nostalgia (gruppo metal estremo il primo, progetto ambient di Mathias Grassow e Rudiger Gleisberg il secondo). E’ addirittura presente un gruppo folk greco (Grido) a me del tutto sconosciuto. Mi piacerebbe moltissimo analizzare i ventisei brani uno ad uno ma si tratterebbe di una recensione veramente troppo lunga e noiosa: basti dire che sono veramente pochi i brani deludenti, e anche questi sono quasi sempre abbastanza gradevoli, pur al di sotto del livello medio (ad esempio non mi ha colpito granché la performance di Persephone, progetto che conosco poco ma che, per quel poco, trovo alquanto stucchevole). I brani sono tratti da quasi tutta la discografia del gruppo, a partire dal mini The Garden of Arcane Delights fino a “Bylar” e “The Lotus Eaters”, gli ultimissimi brani incisi poco prima dello scioglimento e pubblicati solo sul cofanetto celebrativo del 2002, passando per “The Protagonist”, pubblicato nella compilation della 4AD Lonely is an Eyesore. Colpisce il fatto che solo pochi brani siano tratti dalla coppia di album Serpent’s Egg e Aion: che siano ritenuti lavori quasi intoccabili? A questo punto mi sembra del tutto superfluo dire che ritengo assolutamente consigliabile l’acquisto del CD per chi ami il gruppo australiano (ma non solo), ricordando, una volta in più, che quando si parla dei Dead Can Dance la mia obiettività e il mio spirito critico si sciolgono in una pozza di lacrime di piacere.

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