Caprice: Sister Simplicity

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Ver Sacrum Una cosa che mi ha sempre fatto molto piacere è seguire l’evoluzione e il successo di gruppi sconosciuti ma degni di attenzione nella loro strada verso una, seppur limitata all’interno di un certo ambito, notorietà. Erano i primissimi giorni del 2001 quando, navigando sulle pagine dell’interessante sito russo gothic.ru, scoprii l’esistenza di numerosi gruppi provenienti dall’enorme paese eurasiatico, molti dei quali di interessante qualità (come i Cyclotimia in ambito industriale, i Dvar e diversi altri). Tra questi erano presenti i Caprice, che avevano appena annunciato la loro collaborazione con l’etichetta francese Prikosnovenie. All’epoca era possibile scaricare, tranne un brano, tutto il loro CD Elvenmusic e alcuni pezzi del precedente Songs of innocence and experience, inizialmente autoprodotto e ristampato successivamente dall’etichetta francese. Mi colpì immediatamente lo stile particolarissimo del gruppo, caratterizzato da influenze a metà strada tra la musica da camera e il folk nordico, pienamente inseribile nel filone ethereal ma assolutamente personale nella forma, al punto che era difficile ritrovare, nella loro musica, quei chiari riferimenti che caratterizzano la stragrande maggioranza dei gruppi del genere. Questo Sister simplicity è il loro quinto lavoro, e devo dire che l’esperienza dei precedenti si fa notare: oltre alla particolarità dello stile, ben visibile fin dai primi lavori, sono stati risolti alcuni problemi che caratterizzavano le loro prime produzioni: ad esempio, l’amalgama dei suoni è decisamente migliorato, mentre i primi dischi potevano risultare, alla lunga, un po’ stucchevoli. Oggi la loro musica è invece più pulita e lineare, piena di grazia come lo era in passato ma ancora più melodica (in senso buono, naturalmente) e carezzevole. Le leggere spigolosità che caratterizzavano alcune produzioni precedenti sono scomparse e l’armonia delle parti è ormai perfetta. L’ensemble sembra aver preso confidenza con il mezzo tecnologico a loro disposizione, come è confermato nell’intervista contenuta nella traccia video presente sul CD; in un brano, “Once Kings” sul testo di un anonimo del sesto secolo, ci si allontana addirittura dalle atmosfere più antiche per creare uno splendido acquarello contemporaneo. Come gli altri album, anche questo ha un tema di fondo: è dedicato ad alcuni dei più importanti poeti inglesi, tra cui Shakespeare, Shelley, Byron, Burns, Wordsworth e Wilde. Nei suoni, echi della musica da camera del tardo rinascimento e del primo barocco, su cui i gorgheggi di Inna Brejestovskaya ricamano dolci melodie. Anche i brani recitati da Anton Brejestovski hanno uno splendido fascino e laddove i brani cantati dalla voce femminile rappresentano alla perfezione la grazia sublime dei versi che interpretano, quelli recitati ne interpretano alla perfezione il pathos e l’intensità. Si tratta, a mio giudizio, del miglior lavoro dell’ensemble russo fino ad oggi e non posso che consigliarne caldamente l’acquisto a chiunque abbia apprezzato i dischi precedenti.

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