Dargaard: Rise and fall

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Ver Sacrum Risale a ben tre anni fa l’ultima fatica discografica dei Dargaard, duo austriaco dalle indubbie capacità che però, in quel frangente, non mi aveva convinto appieno e mi aveva lasciato un po’ perplesso sotto certi punti di vista: tanto erano evocativi in alcuni brani quanto erano leggerini e forzatamente pomposi in altri (alcuni brani mi ricordavano alcuni momenti poco ispirati di Enya). Il precedente lavoro, intitolato The dissolution fo eternity, rappresentava il capitolo conclusivo di una trilogia, ed è forse per questo motivo che il duo ha deciso di prendersi una pausa di riflessione prima di dare alle stampe un nuovo lavoro; pausa che, a mio giudizio, è stata sicuramente utile all’ispirazione: in questo nuovo lavoro sono, infatti, scomparse quelle cadute di tono che avevano lo spiacevole effetto di lasciare una certa perplessità ed alleggerire un suono altrimenti piacevole. Mi sento però anche di proseguire il raffronto con il precedente lavoro dal punto di vista opposto: ho, infatti, l’impressione che nei momenti più ispirati e intensi, questo nuovo CD sia un po’ meno coinvolgente dell’altro, gli arrangiamenti un po’ più scarni o meno estrosi, con il conseguente risultato che il disco, pur essendo di buona qualità e piacevole da ascoltare, rimane forse un po’ piatto: l’idea che mi ha dato è che non si volesse scontentare nessuno, né coloro che avevano amato i brani più ricchi di pathos, né quelli che ne avevano apprezzato il lato più leggero e melodico. Ciononostante alcuni brani sono comunque molto belli, in particolare quelli in cui al posto della semplice tastiera che cerca di sostituire un’intera orchestra (opera in cui i Dargaard non riescono ad avvicinarsi granché ai mastri Arcana) si preferisce mettere in primo piano il suono di un pianoforte o di una sorta di clavicembalo, accompagnati dalle tastiere sullo sfondo e dalle ritmiche dettate dai timpani. Da notare, come nei loro lavori precedenti, la presenza di brani tratti da autori classici, come “Niobe”, la cui lirica è tratta da Ovidio, “Ave atque vale”e “Queen of the woods” (che, malgrado il titolo, ha un testo latino), tratte da Catullo. Non si tratta di un disco imperdibile ma rimane un piacevolissimo ascolto.

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