Elend: Sunwar the dead

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Ver Sacrum A distanza particolarmente breve dall’album precedente, dati i tempi a cui gli Elend ci hanno abituato, esce questo Sunwar the dead, seconda opera seguita alla trilogia dedicata al Paradiso Perduto di Milton. Sembra continuare qui il percorso artistico iniziato con il CD precedente che mi aveva colpito per diversi aspetti; in particolare, riusciva in qualche modo a distanziarsi da quanto il gruppo ci aveva fatto ascoltare negli anni precedenti, senza per questo motivo dover rinnegare tali origini ma, semplicemente, arricchendo le proprie radici culturali: ero rimasto così favorevolmente impressionato da inserirlo al vertice della mia personale classifica di fine anno. Ciò che colpisce di questo nuovo album è la ricchezza strumentale e la potenza espressiva, grazie alla partecipazione di un ensemble incredibile, composto da una cinquantina di musicisti, tra strumenti e coro. Nel complesso si tratta di un lavoro notevolissimo, talmente ricco di influenze (dalla musica classica ai Dead Can Dance, dai suoni della Grecia antica alle avanguardie accademiche del ventesimo secolo) che, in alcuni frangenti, non ho potuto fare a meno di avere l’impressione di trovarmi davanti a momenti di leggera confusione, come se in alcuni brani le diverse influenze non riuscissero ad amalgamarsi con la dovuta regolarità e pulizia. In realtà si tratta di momenti brevi e isolati, la cui presenza si fa notare abbastanza all’interno del flusso omogeneo dell’ascolto ma che, forse, richiedono ancora qualche ascolto per essere digeriti. Si inizia molto bene, con l’introduttiva “Chaomphalos” e la successiva “Ardour”, che sembrano riportarci ai vecchi tempi del gruppo, grazie ai cori angelici, ma con meno barocchismi. Nella successiva title track ci si muove altrettanto bene su terreni più complessi ed avanguardistici, con ritmi ferratissimi di timpani e una voce che non può non far pensare a Brendan Perry, pur senza raggiungerne le vette, e strutture innovative delle sezioni d’archi. Un po’ sullo stesso stile “Ares in the eyes”, ma qui si iniziano a notare i problemini di integrazione cui si accennava in precedenza: le strutture noise ambient sembrano essere forzatamente incollate alla base neoclassica. In “The Hemlok sea” la nebbia si dirada solo in parte, con le percussioni sincopate e le strutture in stile industriale che danno l’impressione di essere un po’ fuori posto. Con “La Terre N’aime Pas Le Sang” e “A song of ashes” si torna a livelli più consoni: due brani di bella musica contemporanea, basati sull’uso aggressivo degli archi e sull’incastro improvviso delle percussioni, cui si aggiunge la voce quasi recitante nel secondo brano, che suggeriscono sensazioni di angoscia. In “Laceration” tornano i cori angelici e i lenti ritmi dei timpani che ci riavvicinano allo stile tipico del gruppo. Nuovamente inquietudine ispira “Poliorkrtika”, cantata/recitata in greco (almeno credo) da una voce femminile mentre ci si muove su terreni più dolci e classicheggianti, ma pur sempre oscuri, in “Blood and grey skies entwined”, che si chiude con rumorismi elettronici, stavolta ben amalgamati. Conclude il disco “Therenos”, introdotta da violoncelli e contrabbassi, lenta nel suo dolce e caldo incedere. Si tratta di un lavoro importante, senza dubbio, che merita di essere approfondito con numerosi ascolti; al momento il leggero disagio che alcuni brani provocano in me è ancora presente ma spero che ciò non distolga altri dall’acquisto di questo nuovo album degli Elend.

Web: http://www.elend-music.org/home.html
Email: contact@elend-music.org
TagsElend
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