Veni Domine: IIII - The Album Of Labour

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Ver Sacrum Finalmente! Temevo che il nuovo, attesissimo lavoro dei dark-christian rockers svedesi non vedesse proprio la luce! Pareva si fossero cacciati in un lungo, obscuro tunnel privo di sbocco, essendo il processo compositivo principiato addirittura nel 1997, e le registrazioni sul declinare del 2000. Infine i Veni Domine, comunque non dei campioni di prolificità, ce l’hanno fatta, non ostante una fastidiosissima malattia che ha minato la salute del cantante Fredrik, colpendolo proprio alle corde vocali, al suo strumento! “IIII” è disco cupo e darkeggiante, lontano comunque dalla pomposa magniloquenza caratterizzante l’esordio “Fall Babylon fall”, dalle trame complesse e strutturato su di un pesantissimo doom poggiante su solidi tappeti tastieristici, e pure dagli episodi che seguirono quel disco, “Material sanctuary” e “Spiritual wasteland”. A tratti “The album of labour” (titolo paradigmatico della situazione venutasi a creare) sa essere più intimista, umbratile, malinconico, pur restando fermamente ancorato ad atmosfere dark. Indubbiamente i nostri sono ulteriormente maturati, sia come uomini che musicisti, ed è cresciuta in loro l’uurgenza di sperimentare nuove vie espressive, pur mantenendo un alto livello qualitativo. Vi sono degli episodi assolutamente notevoli, quali “Inner circle” o “Doom of man”, mentre l’opener “”Waiting for the blood red sky” si richiama a tratti al passato, e pure tracce sorprendenti, come il lento atmosferico “Deep down under”: dall’andamento quasi jazzato, subisce nella sua porzione centrale una repentina accelerazione. “Eli lema sabachtani” è minacciosa e cupissima, dilaniata da chitarre nervosissime, le tre parti di “River of life” rimandano ai Queensryche più introspettivi, l’ultima, curiosamente posta in fondo al CD ed indicata come “I” è, pur nella sua lunghezza (sfiora gli otto minuti, altro punto di contatto colla passata produzione), intrigante piece sviluppantesi attorno ad un arcano recitato. Un brano di grande presa, scarno ed essenziale quanto efficacissimo. Un plauso alla piccola Rivel Records, etichetta davvero indie nella più nobile accezione del termine, capace di proporre lavori di raro valore. Testi ispirati in parte alle scritture, ma perfettamente calati nel crudo contesto contemporaneo.

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