Dynabyte: Extreme Mental Piercing

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Ver Sacrum I Dynabyte sono il progetto collaterale che Cadaveria, grande protagonista del suono oscuro italiano, porta avanti insieme a John (basso, attivo anche in Cadaveria, Necrodeath e Raza de Odio) e LJ Dusk (chitarra, drum machine, tastiere e programming), e questo Extreme Mental Piercing è il loro lavoro di debutto, dopo anni di militanza live underground. Per quanto riguarda le fonti di ispirazione siamo dalle parti della proposta di Rammstein e (soprattutto) dei Fear Factory più electro: potenti e galoppanti riff di chitarra, uniti ad una poderosa base ritmica e ad una gran quantità di loop e campionamenti. Ma lo diciamo tanto per orientarci nel genere, perché l’approccio dei Dynabyte è originale e molto personale. Mi sembra davvero che il pezzo che dia la cifra stilistica di tutto l’album sia la quarta traccia: una splendida cover di “Immigrant song” dei Led Zeppelin. Il brano è in qualche modo “raggelato” dagli inserti sintetici, ma riesce a mantenere la potenza e la forza di coinvolgimento del brano storico grazie ad arrangiamenti impeccabili e, al di sotto dell’allure tecnologica, rigorosamente nel solco della tradizione, e alla performance vocale di Cadaveria, perfetta, misurata (il confronto era da far tremare le vene e i polsi…) e mai -qui e in tutto il cd- spinta troppo verso il lato estremo (vedi l’uso del growling). Così, i Dynabyte (come i Cadaveria) sembrano gente desiderosa di sperimentare, ma con un memoria storica saldissima. Il pezzo di apertura, “I’ll rise” è potente, lisergico e ipnotico e ci presenta già una vocalist in gran forma, che sfoggia momenti inaspettatamente melodici o gelidamente sintetici. La successiva “I’m my enemy”, sfiora l’electro industrial ed è sostenuta da una strepitosa impalcatura di basso. Con “I stand still” sembrano far capolino i Rammstein, ma imprigionati in una ragnatela spiraliforme e allucinogena. “Face the storm”, con un’apertura quasi drum’n bass, si risolve in uno strepitoso pezzo ai limiti della psichedelia, dove Cadaveria ci ricorda, fra l’altro, in che modo sa usare la voce growl. “Final condition” fonde ad una granitica struttura thrash, deliziosi tocchi elettronici e melodie molto anni ’80. “178” è una breve, convulsa strumentale che introduce a “My brain”, complesso brano di decisa, coinvolgente attitudine industrial. “Dynabyte”, il pezzo che chiude il cd, invece potrebbe diventare un hit in dancefloors frequentati da gente intelligente. Ancora una volta, dunque, Cadaveria e quelli che lavorano con lei hanno centrato l’obbiettivo: speriamo ora che una degna distribuzione renda giustizia alle fatiche affrontate.

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