Kutna Hora: Obsession, Faith, Perseverance

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Ver Sacrum Gran bel disco, “Obsession, Faith, Perseverance”, gran bel disco davvero. Passione, lacrime, gioia, sentimenti, veri, reali, emozioni tangibili. Provengono dall’Argentina, Gabriel Carbone e Fernando Javier Diéguez, e la loro musica evoca spazi sconfinati, l’odore del fieno di praterie immense, il sibilo del vento che le attraversa, notti insonni trascorse ad osservare il cielo punteggiato dal tremolio di remoti astri persi negli spazi siderali, accompagnati dall’austero ritmo d’un tamburo percosso da mani sicure. Tanto che l’ultimo brano, “Last song” appunto, induce a ricominciare daccapo, come una vita che pareva perduta ed una speranza rinnovata che infonde il coraggio, la voglia di ricominciare. Da quella “Our Lady of Sedlec” che nel suo incedere minaccioso, scandito da cori, urla disperate, romor di tempesta e da un cupo ed ostentato rullio, rappresenta forse la fine dell’incubo. Forse. Inquadrare i Kutna Hora nel filone dell’apocaliptyc folk è riduttivo, anche se questo emerge a tratti, segnando più d’un episodio. In “If I could ride my horses”, ballata dal sapore celtico, il violino di Valeria Collante (presente e decisivo anche in “Circles”) disegna tratti di grande effetto, mentre la breve ma significativa “The voice of God” ben evidenzia la capacità dei nostri di comporre tracks epiche ed evocanti gesta eroiche e cruenti duelli. “Farlands” assembla immagini di paesaggi desertici illuminati dall’incerto chiarore lunare, la sola voce è accompagnata dall’arpeggio della chitarra e dalle battute di marziali percussioni, mentre la porzione finale è decisamente psichedelica! “Empty room” esala il profumo dolciastro di addii consumati frettolosamente, onde lenire il dolore del distacco. Invano, il cuore sanguina… Ancora soprese, come nell’intro orientaleggiante di “Holy”, che poscia si stemprea in una gradevole folk ballad ove il violino (elettrico stavolta, suonato magistralmente da Denise Eppler) assume il ruolo del protagonista, affiancandosi alla sei corde acustica a sostegno di un canto ispiratissimo. Prima della citata “Last song”, irrompe la cupa ed ossessiva “O.F.P.”, terribile monito, sorella dell’altrettanto enigmatiche “Baguala” e “Dies Irae”, le tenebre e la paura di non farcela che riprendono il sopravvento. L’ho scritto e lo ribadisco, “O.F.P.” è un gran disco. Dotato di quella genuina semplicità che ce lo fa amare, fin dal primo ascolto.

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