Massimiliano Nuzzolo

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Al suo esordio come romanziere, Massimiliano Nuzzolo, scrittore e produttore del gruppo elettro-rock Soluzione, si confronta con le inquietudini della sua generazione, alla continua ricerca di un’identità, in perenne conflitto con il mondo ma soprattutto con se stessa. Parallelamente alle emozioni del protagonista scorre la musica della sua adolescenza, gli amatissimi Cure innanzi tutto, fedeli compagni di viaggio, viatico insostituibile per la sua anima.
Nel “parco più grande di Mestre”, lo stesso del libro, incontro Massimiliano Nuzzolo, di nerovestito e sempre pronto al sorriso. Una chiaccherata che si snoda attraverso i molteplici spunti che offre il suo romanzo.

Nel tuo libro l’aspetto che più risalta agli occhi è la stretta unione, oserei dire simbiotica, tra un discorso prettamente letterario e uno musicale. Come sei arrivato a questa fusione e soprattutto con quale intento?
Sono partito proprio da questa fusione in quanto la musica e la letteratura sono due aspetti fondamentali e di pari importanza nella mia vita, per questo ho voluto trasportarli sulla pagina. La musica diventa un simbolo per parlare dell’arte nel senso più ampio del termine e di come questa possa condizionare le scelte delle persone. I due protagonisti Pietro e Alice, rappresentano uno l’aspetto passionale e “passionario”, l’altra l’aspetto manageriale, freddo e calcolatore proprio del produttore. Due mondi opposti che coesistono anche nell’ambiente letterario. Mi interessava analizzare la musica perchè è l’arte che coinvolge maggiormente le persone, grazie all’alta fruibilità che la rende disponibile a tutti.

Leggendolo, a posteriori, mi è venuto in mente uno dei miei scrittori preferiti, Pier Vittorio Tondelli. Anche lui ha inserito nelle sue opere echi di simpatie musicali, analizzando finemente le tribù metropolitane degli anni Ottanta, anche i dark per esempio ne Un weekend postmoderno…
A me non interessava fare un’analisi antropologica del “popolo dark” perchè non credo si possano inserire in schematizzazioni di genere, quello che mi interessava era osservare ciò che avevo vissuto sulla mia pelle, attraverso le mie sensazioni. Essendomi vestito sempre di nero fin da piccolo, ero affascinato dall’esplorazione della letteratura e della musica di questa generazione che si ispira ad un pensiero senza limiti ben definiti, ma che ha influenzato molte persone, compreso il sottoscritto. Anche il mio libro, come tutte le opere artistiche, è in parte autobiografico e nasce da un’osservazione strettamente personale ed emotiva, senza chiudersi in un’indagine scientifica. Anche Tondelli scriveva con questo intento: nei suoi racconti parlava della musica non per soldi o per recensire un gruppo (quello già lo faceva per i giornali), ma perchè era affascinato da questa, era un discorso prettamente emozionale.

Parliamo dell’ambientazione. Sia nel cinema sia nella letteratura, la fascinazione per un luogo rispetto ad un altro risulta fondamentale alla costruzione del plot narrativo. Cosa rappresenta per te la provincia? Cosa hai voluto catturare dalla realtà periferica di Mestre?
Mestre è una cittadina di provincia del Nordest, un posto “difficilmente raggiungibile” dalla cultura in senso ampio del termine. Ricordo per esempio che negli anni Ottanta era difficile che qui ci fosse un grande concerto o che avvenisse qualcosa di culturalmente importante. In un certo senso ho voluto trasferire sulla pagina questo, il fatto cioè che quando abiti fuori dai grandi centri urbani è difficile sia emergere professionalmente, sia essere raggiunti dalle novità che in posti come Milano o Londra arrivano con due anni di anticipo. Nel mio libro esistono tre realtà differenti: Mestre che rappresenta appunto la provincia, Milano è il simbolo del mondo industrializzato che toglie le emozioni e Rimini, invece, si trasforma in luogo metaforico, il paese delle favole, il luogo ideale dell’infanzia.

Negli anni Novanta nascevano letterariamente Silvia Ballestra, Isabella Santacroce, Enrico Brizzi o Giuseppe Culicchia, tutti accomunati dal desiderio innato di fare letteratura attraverso la musica e attraverso il disagio esistenziale dei trentenni che non vogliono crescere… Per te i cosiddetti trentenni di oggi, con le loro paure e le loro inquietudini, offrono spunti profondi e di spessore contenutistico? Sono drammaturgicamente interessanti?
Credo di sì in quanto essere umani. Non credo sia l’età a condizionare il contenuto, diciamo che forse il filone “generazionalista” si sta esaurendo in quanto se ne parla in modo abbastanza “leggero”. Stimo molto gli autori citati ma spero che l’originalità del mio libro derivi dal fatto che i trentenni sono raccontati in maniera diversa rispetto al passato: non è più il trentenne standard protagonista di tanti libri degli anni scorsi, o quello dei film alla Muccino, piuttosto è un trentenne “isolato” dentro un contenitore atermico, asettico, che continua a conservare delle Emozioni, mentre la società che gli sta intorno (e che va al contrario), lo reputa un disadattato. Questa generazione è interessante da analizzare perchè, essendosi posticipato tutto, è difficile che un ragazzo di vent’anni anni abbia ben chiaro quello che vuole fare nella propria vita, e anche se lo sa, ha grandissime difficoltà nel realizzarlo. Trent’anni invece è l’età in cui si dovrebbe diventare uomini, è il periodo in cui si fanno le grandi scelte (un mare di difficoltà comunque) e in cui si cerca di librarsi in volo senza cadere e spiaccicarsi. Io sto ancora volando…

Continuando a parlare di scrittori, come ti sembra la realtà culturale-letteraria del Nordest?
Eterogenea in quanto non mi pare che ci sia una poetica comune e in alcuni la ricerca è più spiccata che in altri. Mi riferisco per esempio a Vitaliano Trevisan o a Tiziano Scarpa che considero le due punte di diamante in quest’ambito. Poi ci sono gli autori consolidati come Romolo Bugaro e Giulio Mozzi che ormai definirei dei Classici. Probabilmente dimentico qualcuno ma ora non me ne vengono in mente.

Nel tuo libro la malinconia e l’insofferenza è sempre presente, l’incapacità di trovare una giusta sistemazione un problema ricorrente. Qualche critico ha scritto che si possono intravedere tematiche nichiliste o neoesistenzialiste, tuttavia non mi sembra un libro così pessimistico… Tu come la vedi, hai dei riferimenti letterari consapevoli a tal proposito?
Certamente! A parte le tematiche kierkegaardiane disseminate qua e là e mutuate dai film di Ingmar Bergman, un regista che adoro, coesistono spunti derivati dalla filosofia esistenzialista e nichilista che vengono estemperati un po’ in tutte le pagine. E’ vero che questa filosofia è edulcorata e mistificata (nel senso che è resa apparentemente easy listening come le canzoni della radio), mascherata in un modo quasi cinico e dissacrante. I libri su cui mi sono formato sono Lo Straniero di Camus che è un libro sacro per la mia generazione, nonchè La Nausea di Sartre, ma non solo questi: i racconti/romanzi di Poe, Carver, Ellis, Wallace, ma pure Wilde, Baudelaire, ecc. Ecc. E Manlio Sgalambro, filosofo che adoro e che ha collaborato alla stesura del pezzo Invasioni di campo con la band che produco, i Soluzione.

Le figure femminili all’interno del romanzo sono sempre molto forti e decise a differenza degli uomini che stentano a maturare…
Credo molto nelle donne. Per me hanno veramente una marcia in più! Già il fatto che riescano a mettere al mondo dei figli crea fascino e lo creerà per sempre e poi, chi se non le donne potrebbero incarnare sulla terra il mito della Bellezza? Inoltre le donne possiedono sia la tenacia, sia la costanza, a differenza degli uomini che sono degli eterni bambini. I due protagonisti Pietro e Alice, per quanto diversi, sono comunque due facce della stessa medaglia, ovvero rappresentano in modo simbolico l’intera umanità, come yin e yang che si scontrano o si incontrano a seconda dei casi, senza soluzione di continuità e continueranno a farlo per sempre, fino a quando il genere umano esisterà.

Uno degli aspetti che hai voluto inserire, e forse questa è la tematica più oscura che hai affrontato nel tuo libro, è La Morte, tuttavia mi sembra solo in parte analizzata. E’ stata una scelta voluta?
La Morte, malgrado quello che può sembrare, è presente in tutto il libro; è un fantasma che perseguita i personaggi, è il tempo che scorre e l’incapacità di concepire il Tutto come perenne e perpetuo. Naturalmente si focalizza nel punto in cui l’amico di Pietro gli annuncia che sta per morire ed è un momento pesante ma trattato volutamente “con leggerezza” perché in parte autobiografico. Non mi piaceva l’idea di ampliare il discorso sulla Morte perché a mio avviso è un tema molto banalizzato dalla letteratura, dal cinema e spesso anche dalla musica e sebbene io ne sappia molto per motivi personali, non mi interessava cullare il lettore in una specie di ipocrisia, per sentirsi dire quello che è abituato ad ascoltare su questo argomento. Volevo evitare i cliché standard noiosi e patetici imposti dalla società borghese a riguardo.

Siccome scrivo per un sito che si interessa soprattutto di musica oscura, mi dici quali sono i tuoi gruppi preferiti in questo ambito?
Adoro ovviamente i Cure, con loro sono cresciuto e posso dire di ascoltarli tuttora. Poi citerei i Joy Division, un altro dei miei gruppi preferiti. Amo in modo particolare la New Wave e gruppi come i New Order, gli Ultravox, in Italia gli Underground Life, i primi Litfiba, i Diaframma. Di adesso mi piacciono molto le band che sperimentano con l’elettronica (la lista sarebbe lunghissima). E ovviamente mi piacciono molto i Soluzione. E’ un gruppo molto promettente che produco con la Jost. Ciliegia è il loro primo disco, adesso uscito in edizione speciale limitatissima. Lavorano in modo molto originale su sonorità che spaziano dai Kraftwerk, ai Pink Floyd, al rock più aggressivo, passando dai Depeche Mode ai Cure. I testi in italiano, apparentemente semplici, sono vera poesia e si avvicinano molto al lato oscuro della vita. Con loro sto lavorando al secondo disco e siamo in tour con la sonorizzazione del mio romanzo. Questo spettacolo è stato creato insieme a loro sezionando il romanzo in quattro episodi e inserendoci dei suoni molto particolari, la lettura di alcuni brani e alcune canzoni inedite dei Soluzione. Ed è probabile che diventi un disco.

In una battuta come definiresti il tuo libro?
Essenzialmente bello! Essendo molto autocritico non mi sarei mai sognato di cercare un editore per un’opera in cui non credessi ciecamente. So che il libro può piacere come no, questo dipende dal gusto personale del singolo individuo, ma il bello che intendo io, va al di là del significato più banale. Volevo comunicare un messaggio e credo di esserci riuscito, a tratti con leggerezza, a tratti con cinismo, con nichilismo e disincanto, con divertimento anche. Sono sicuro che i lettori che lo sfoglieranno o che l’hanno fatto, si sono resi partecipi di qualcosa. Penso di aver trasmesso delle emozioni e questo è lo scopo essenziale della Letteratura. Se un libro stabilisce un legame emotivo con i lettori è già un successo.

L’ultimo disco dei Cure non è ancora stato composto da Robert e soci: si annuncia da sempre, si attende da anni, forse non arriverà mai, chissà… Nel frattempo ci ha pensato un altro ragazzo immaginario a scriverlo. Ma sicuramente questo non sarà l’ultimo…

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