Atrium Carceri: Kapnobatai

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Ver Sacrum Con un’invidiabile regolarità (tre dischi in tre anni, tutti usciti nel mese di settembre), Simon Heath ci presenta il suo nuovo lavoro, dopo Cellblock e Seishinbyouin. Ricordo che accolsi con favore il primo CD del progetto, da molti trovato piuttosto banale, per la sua capacità di rendere bene il senso di gelido isolamento e di abbandono che il titolo del CD e le immagini di copertina e del libretto già ispiravano. La ricerca prosegue nella stessa direzione anche se perde un po’ dell’estrema freddezza dell’esordio, probabilmente a causa della presenza di rumori più “umani” (o apparentemente provocati da esseri viventi). C’è minore distacco, quindi: forse perché l’analisi sembra spinta verso l’essere vivente piuttosto che verso il luogo che lo ospita e stavolta, accanto ai suoi temi preferiti (la solitudine di una cella d’isolamento o quella di una mente malata) e al gelido suono elettronico tipico di questi progetti, si nota la presenza di influenze etniche e di strumentazione acustica, come se ci si stesse muovendo verso una direzione di ambient più rituale, come anche il titolo può far immaginare (i Kapnobatai erano, tra le antiche popolazioni anatoliche, una sorta di setta di sciamani danzanti). Meno opaca e asfissiante di quella di molti suoi compagni d’etichetta, la musica del progetto Atrium Carceri sembra addirittura spingersi, in taluni casi, verso strutture più “rock” (ad esempio in “Impaled Butterfly” ma le virgolette sono assolutamente d’obbligo). L’impressione positiva riguardo a questo progetto rimane, sebbene abbia la sensazione di trovarmi di fronte a un periodo di mutamento che potrebbe portare a risultati interessanti.

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