Dead Can Dance

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Dead Can Dance

Dead Can Dance al Teatro Dal Verme (foto di Ankh)

Sono passati diversi lustri dal giorno in cui, del tutto ignaro di ciò che stava per capitarmi, sono entrato in un piccolissimo negozio di dischi a Trastevere in cui mi recavo spesso alla ricerca di qualcosa di nuovo da ascoltare. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, al punto che quel negozio non esiste più da parecchio tempo, ma la sensazione che provai all’epoca è ancora netta e chiara nei miei ricordi; entrai ignaro ed uscii conscio del fatto che qualcosa era cambiato, perché la musica che avevo ascoltato aveva toccato qualche corda profonda del mio spirito, corda che, dopo tanti anni, ancora vibra. Entrare nel piccolissimo locale e avere impressione di essere penetrato in un antico tempio durante la celebrazione di un rito misterico fu un tutt’uno, tale era il misticismo di cui la musica era pregna.

Da quel giorno, non è stato possibile allontanarmi dai suoni e dalle atmosfere create dal duo australiano ed è nata la fortissima passione per il genere musicale da loro iniziato; è quindi comprensibile che la notizia del loro scioglimento fu per me un colpo duro da digerire, anche perchè non ero mai riuscito a sentirli suonare dal vivo; dopo aver visto le esibizioni di gruppi come Laibach e Coil, i Dead Can Dance erano rimasti i soli, tra i gruppi che più amo e che hanno contribuito a creare il mio gusto musicale, che non avevo potuto apprezzare in un’esibizione live. E’ possibile quindi immaginare con quale emozione ho accolto la notizia della reunion e del tour mondiale che, incredibile a dirsi, avrebbe toccato anche il suolo italico: il giorno stesso in cui sono stati messi in vendita i biglietti sono riuscito ad accaparrarmi le poltrone in quinta fila, e da quel momento ho iniziato il conto alla rovescia.

Come spesso capita nelle grandi occasioni, il concerto è preceduto dall’incontro di persone che, a causa della mancanza di tempo e delle distanze chilometriche, non si vedono da lungo tempo; in questo caso, il concerto ha portato anche ad una più unica che rara riunione di buona parte della redazione di Ver Sacrum, variamente sparsa all’interno della sala grande del Teatro Dal Verme, recentemente ristrutturato in forma di Auditorium; ma baci, abbracci e amabili chiacchiere non sono riusciti a scrollarmi di dosso la tensione per l’evento musicale da me più atteso da tanti anni a questa parte.

Una volta entrato noto che la posizione è ottima per la visione del concerto ma un po’ troppo lontana per riuscire ad ottenere foto di buona qualità; inizio subito a sbirciare tra la strumentazione, cercando di intuire quale sarà il numero dei musicisti sul palco; la tensione sale fino al momento in cui le luci si abbassano e, con il ritardo di prammatica, inizia il concerto, inizia l’emozione… “Nierika” è il brano a cui viene affidata la responsabilità di aprire il concerto; scelta corretta, visto che ben rappresenta l’ultima produzione del gruppo prima dello scioglimento e sarà proprio questo il periodo da cui verranno tratti la gran parte dei brani: per intenderci da Into the Labyrinth in poi; nella scaletta saranno presenti anche diversi brani che non conoscevo, alcuni dei quali, credo, ancora non pubblicati e presumibilmente facenti parte di una prossima uscita discografica (“Saffron”, “Love that cannot be” e “Crescent”), altri tratti dal primo CD autoprodotto da Lisa Gerrard, che credo sia acquistabile solo via web, intitolato Mantras of a lost archetype. Poco spazio è invece lasciato a chi sognava di ascoltare brani dai primi, amatissimi lavori: “Saltarello”, “Severance”, “Black Sun” e, graditissima sorpresa, la splendida “Dreams made flesh” dal primo disco dei This Mortal Coil. La sensazione di trovarsi in presenza di un grande ensemble che esegue meravigliosa musica mi pervade fin dai primi secondi e non posso non riempirmi di una gioia incredibile; Lisa Gerrard, come ci si poteva aspettare, si presenta per ultima sul palco, avvolta in una lunga tunica gialla, sacra sacerdotessa del meraviglioso rito che si sta per svolgere sotto i nostri occhi.

Dead Can Dance

Dead Can Dance al Teatro Dal Verme (foto di Ankh)

Fin dall’inizio le voci dei due musicisti affascinano e ipnotizzano il pubblico, ma è con “Love that cannot be” che i brividi iniziano ad attraversarmi inesorabilmente: il canto solista di Lisa Gerrard riempie la sala e lascia tutti a bocca aperta per l’intensità, la carica mistica, la capacità di cambiare non solo la tonalità ma anche il timbro della propria voce, senza alcuno sforzo apparente; anche Brendan Perry non è da meno, e la sua voce calda alterna brani di folk contaminato a tecniche simili a quelle mediorientali. Diversissimo il comportamento sul palco dei due: lei sembra pervasa di una grazia ultraterrena, eterea quasi quanto la sua voce, si muove poco, non parla mai e suona il suo yang ch’in (direi una versione cinese del nostro dulcimer); lui è molto più focoso, suona diversi strumenti, fa da direttore d’orchestra per il gruppo e mi è sembrato di vedere anche un gesto di rabbia a causa di un problema tecnico che, credo, non gli abbia permesso di sentire nelle spie il suono della sua ghironda nell’esecuzione di un brano (purtroppo non sono certo di quale fosse il brano: forse proprio il saltarello anche se mi sorge il dubbio che potesse trattarsi di “Black Sun”, che forse proprio per questo non è presente nel doppio CD della serata). Non ci sono momenti di calo sotto nessun aspetto e la mia coscienza si libra nei suoni, quasi incosciente della fisicità del corpo, per quasi due ore, fino alla conclusiva “Hymn for the fallen”, una bellissima ninna nanna dai toni blues, dedicata ai bambini afgani, che riporta tutti alla realtà.

Come sempre, mi sembra opportuno ricordare che quando parlo dei Dead Can Dance perdo ogni affidabilità e distacco, diventando clamorosamente di parte, e le mie parole vanno necessariamente filtrate: è per questo motivo che, al termine del concerto, ho fatto una piccola indagine tra alcuni dei miei compagni di avventura e, devo dire, l’esibizione ha colpito un po’ tutti. Unico appunto che mi sento di dover fare, e credo che la cosa fosse abbastanza vistosa, è cha ho avuto l’impressione che tra i due musicisti ci fosse un velo di freddezza e distanza: tra loro non una parola, non uno scambio di occhiate, non un sorriso.

Trattandosi di un gruppo così importante, sicuramente ogni persona nel pubblico aveva in mente una scaletta ideale e non c’è alcun dubbio che anch’io, come moltissime altri, avrei gradito ascoltare più brani da quella che ritengo essere la trilogia di capolavori (da Within the realm of a dying sun ad Aion); ciononostante l’esperienza del concerto mi ha spinto ad ascoltare nuovamente, devo ammettere dopo molto tempo, i lavori più recenti del gruppo e a rivalutarli; d’altra parte Lisa Gerrard e Brendan Perry non sono più quelli di quindici o vent’anni fa: oggi seguono nuovi percorsi e i loro brani più vecchi, pur rimanendo di una bellezza smisurata, non li rappresentano più come vorrebbero.

Un plauso anche ai musicisti che li hanno accompagnati sul palco, che mi sembra giusto e doveroso segnalare, ineccepibili, sicuramente in secondo piano ma di fondamentale importanza per le perfetta riuscita dell’esibizione: oltre, ovviamente, a Brendan Perry e Lisa Gerrard, il gruppo è composto da Niall Gregory (percussioni), Lance Hogan (percussioni, chitarra, basso, e voce), Patrick Cassidy (tastiere), Simeon Smith (percussioni), Michael Edwards (tastiere). A questo punto non mi resta che attendere pazientemente e sperare che, prima o poi, esca un nuovo lavoro del duo e magari di avere la fortuna di vederli suonare una seconda volta.

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Dead Can Dance al Teatro Dal Verme (foto di Ankh)

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