Desiderii Marginis: That Which Is Tragic And Timeless

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Ver Sacrum Era da molto tempo che non mi capitava di ascoltare un nuovo lavoro di questo progetto, direi da quel Deadbeat uscito ormai cinque anni or sono. Di nuovi lavori ne sono stati pubblicati, ma per qualche motivo non mi è più capitato di incrociarli nel mio percorso. Devo dire che di cambiamenti, rispetto al lavoro sopra citato, ce ne sono, e sono anche vistosi: quello era senz’altro opera di buona fattura, molto intenso e oscuro ma forse altrettanto tipicamente dark ambient, senza grandi particolarità che potessero farlo spiccare rispetto ad altri. Diverso il discorso per questo nuovo CD, in cui alle usuali influenze dell’ambient più oscura si alternano fasi più limpide e luminose, direi quasi “space” (ad esempio “It’s a cold trail”) o si mescolano piacevoli trame folk, con chitarre acustiche (credo che siano campionate e successivamente elaborate) sullo sfondo dell’elettronica o, ancora, percussioni il cui suono appare essere a metà strada tra quello di un qualche strumento rituale e quello, più tipicamente industriale, di un dispositivo metallico autocostruito. Per quanto non si tratti del primo tentativo di fondere tra loro sonorità ambient, industrial e folk, ritengo che questo di Desiderii Marginis sia uno dei meglio riusciti tra quelli che sono riuscito ad ascoltare ultimamente, riuscendo in alcuni punti ad essere addirittura rilassante (spero che la cosa non sia ritenuta un’offesa in casa Cold Meat…). Ma la caratteristica che rende questo lavoro, a mio giudizio, decisamente superiore alla media è la capacità di riuscire a miscelare alla perfezione le varie influenze, soprattutto nel caso di alcuni brani in crescendo in cui, per un attimo, ciascuna delle parti sembra voler prendere il sopravvento ma viene subito circondata dalle altre e nuovamente amalgamata: per quanto mi riguarda, i risultati ottenuti sono di gran lunga superiori a quelli dei compagni d’etichetta Ordo Rosarius Equilibrium, almeno per ciò che riguarda le loro ultime incisioni. A tratti il complesso sonoro diventa fortemente rituale ed evocativo (“Stolen silent” e “Where I end and you begin”) ma rimane leggermente meno scuro e soffocante di altri lavori dell’etichetta, per le inquietudini della quale quest’opera potrebbe rappresentare un notevole passo avanti nella ricerca di un nuovo sbocco creativo.

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