Filii Nigrantium Infernalium: Fellatrix Discordia Pantokrator

0
Condividi:

Ver Sacrum Quando mi è arrivato il promo di questo cd portoghese l’artwork (con le scritte al rovescio…), il titolo, il monicker pressoché incomprensibile mi avevano fatto pensare di essere di fronte all’ennesima band di black metal estremo o, al più, di indus-ambient satanista. L’impressione sembrava essere confermata dall’intro atmosferica e campionata. Ma poi attacca il primo pezzo “Calipso” (ma che fatica leggere i titoli!! Devo usare uno specchio…) e piombo in pieni anni ’80: a parte la voce particolarissima del cantante BTHZR (ebbene sì, così si chiama) che utilizza una sorta di screaming acutissimo e grottesco in portoghese (sembra un bambino torturato) vengo sommerso da un muro di riff granitici e pulitisssimi (appena appena sporcati da qualche distorsione che rimanda al black) che vanno avanti come una locomotiva e che mi riportano alla mente Bathory, Venom ma anche la velocità quasi hardcore dei Motorhead. Interessante, dunque procediamo… “Bordel no Eden” è uno strepitoso rock’n’roll doom (che vede fra l’altro Caterina Rasposo dei Dwelling (!) duettare con la voce isterica di BTHZR) pesante ed ipnotico degno dei Saint Vitus. “Azur (Heliophobia)” è ancora una volta una riproposizione del proto-black di Bathory e Venom, ed i riff sembrano proprio una riedizione filologica di quelle sonorità. “Morte Geómetrica” rievoca l’essenza dell’ultra thrash che ci aveva fatto innamorare dei primi Slayer, con tanto di assoli chitarristi frenetici e schizzati. “Cães de Guerra” (ancora con Caterina Rasposo come guest, ma i contributi esterni sono molti, purtroppo di realtà portoghesi che non mi è dato conoscere) è un pezzo splendido, in cui il gruppo recupera alla grande ritmiche e sonorità che potremmo definire genericamente old-school , per far capire in qualche modo l’atmosfera. Con “Moïra”, ecco di nuovo death- thrash galoppante di insistita ispirazione “storica” (quella chitarra solista….!!!), con un finale “virtuosistico” kitsch quanto basta. La lunga “A Forca de Deas” è di nuovo oscuro e tecnico thrash Slayer-style solo un po’ più teatralizzato (vedi l’epilogo…), che ci riporta alla mente epici incontri di pogo e incoscienti stage- diving. “Sacra Morte” chiude degnamente il lavoro con un solido omaggio alle atmosfere alla Bathory. Un disco davvero strambo, quasi buffo nella sua “inattualità” e, forse, proprio per questo molto più sperimentale di molte cose che ci vengono proposte oggi: una sorta di divertente, adrenalinico tributo alle realtà seminali di un genere proteiforme e dalla storia ormai lunga. Siamo anche coscienti, che forse un recensore con dieci anni meno di noi avrebbe recensito questo disco in maniera affatto diversa: ma tant’è…. Se, poi, volete rendervi conto delle facce degli autori di questo lavoro andate sul loro sito: troverete delle foto che sembrano scattate vent’anni fa.

Condividi:

Lascia un commento

*