Artica: Plastic Terror

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artica_plastic-terrorA due anni dalla ristampa del – fondamentale – “Ombra e luce” (che ribadì il valore di veri caposaldi della scena italiana, una riesumazione che ci permise di giuovarci ancora di una manciata di imparagonabili perle) la stella degli Artica torna a rifulgere vigorosa nell’obscuro firmamento del goth-rock, reclamando la deferenza dovuta agli astri che più degli altri ci guidano attraverso gli indefinibili confini dell’Universo. “Plastic terror” è aperto dalla sofferta “Black eyes”, ove il nervoso magma soniko prodotto dagli istrumenti sostiene un cantato quanto mai cupo (citare McCoy, quello più ispirato, quasi che l’ottimo Alberto Casti abbia voluto seguire l’evoluzione stilistica che ha segnato in questi anni il suo maestro, fissa delle coordinate, utilizzando una pietra miliare di facile reperibilità) ma fin dalla successiva “Sacrificium” il sound si distende, assumendo contorni sempre più netti e personali. Gran lavorio delle tastiere di Massimiliano Bonavita e della dinamica sezione ritmica composta da Michele Mariella e da Stefano Marcon, è indiscutibile il valore di questi veterani (formazione immutata), tanto che Gabriele Serafini, chitarrista di nobile lignaggio, ce lo rende invidiato da molti combi foresti. Insiste la title-track, avvalorata da una porzione strumentale gradevolissima e dall’ennesima, grande prova di Alberto. Tracce vieppiù valorizzate da una produzione eccellente. C’è quindi spazio per una ballata, “Ocean”, il brano che Wayne Hussey, credetemi!, vorrebbe firmare come proprio, e che gli Artica trasformano in uno sfavillio di emozioni! Le successive “Engel” e “The deceiver” sono quasi ovvie, in questo contesto, eppure il loro livello è ben superiore alla media alla quale siamo negli ultimi anni adusati, ribadendo la statura internazionale di “Plastic terror” e degli Artica. Ed è conseguente l’utilizzo dell’inglese, che se da un lato sgrava di quell’aura melodrammatica della quale i loro classici quali “Indomita”, “Dahlia”… erano pervasi, proietta questo disco in una dimensione decisamente più consona alla sua intatta cifra. “Nemesi” e “Fade Away” portano le stimmate dei classici, “Aggressione” (cantata in madre lingua) rimanda a quanti appena citati, coll’irruento incedere di un assalto all’arma bianca. Un ponte sospeso sul passato e proiettato al futuro, dallo shockante effetto praticamente assicurato! La severa compostezza di “I don’t fit” ci prepara al commiato: una mesta, commovente cerimonia che magnifica i suoi esecutori, e ch’induce l’ascoltatore ad un quieto abbandono, cullato dalle note dolenti della chitarra, che salgono al cielo sospinte dalle volute di fumo innalzantesi da pire brucianti incensi e fronde umide di pioggia. Ancora l’italiano marchia la conclusiva “Roma brucia”, valgono le considerazioni appena stese per “Aggressione”, della quale par essere la degna sorella. “Plastic terror” consegna agli annali del goth gli Artica, ed è un onore aver partecipato a questo evento, la portata del quale potremo valutare ancora in avvenire. Ribadisco la caratura elevata della produzione, e d’una grafica adattissima, alla quale l’attiva Decadance Records ci ha ormai… viziati!

TagsArtica
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