Moth's Tales: Obstiné

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Ver Sacrum Vi sono gruppi che nel buio di sale prove di provincia trascorrono le ore ad affinare tecnica ed armonie, giungendo ad una solida comunione d’intenti e di gusti cementata dalla amichevole frequentazione e dal sacrifizio di estenuanti spostamenti per raggiungere questi luoghi convenuti ove dare libero sfogo alla loro creatività. Ponendo come base di partenza l’esempio di più illustri colleghi, traendo spunto ed ispirazione dai lavori di questi, alimentano le loro aspirazioni, le quali, proprio perchè trattasi di musicisti sostenuti dalla sola passione, meritano riconoscimento e stima. I Moth’s Tales danno alle stampe una altra raccolta di canzoni, la seconda, seguendo “Decadent truth” del 2003, scegliendo ancora una volta, forse perchè obbligati a farlo da un mercato dominato da logiche perverse, la strada perigliosa ed onerosa dell’autoproduzione, la quale se non altro concede loro massima libertà di movimento. Ed “Obstiné”, concedetemi il fin troppo facile giuoco di parole, materializza la loro ostinazione, la loro esuberante e legittima volontà di diffondere il frutto delle loro inclinazioni artistiche. La bellezza di questi undici pezzi è riposta tutta nella loro semplicità, che li rende gradevoli fin dal primo ascolto; un candore espressivo disarmante che fa di ogni canzone un ottimo esempio di musica profonda sì, ma al contempo assolutamente godibile. Gran pregio, di questi tempi, ove l’apparenza e la superficialità paiono dominare incontrastate, riuscire a proporre un prodotto genuino ed assolutamente scevro da forzature. Non una bieca dimostrazione di forza, ma tanta grazia innata, che certamente è parte inscindibile del DNA artistico di questi ragazzi. All’origine di queste composizioni troviamo elementi di chiara derivazione new-wave, quella del periodo d’oro dei primi ottanta, con le chitarre a cesellare finemente, con elegantissima discrezione, ogni singolo episodio, centellinando le note come un bene prezioso. La sezione ritmica dimostra grande fantasia ed inventiva quando esse necessitano, come nel percussionismo tribaleggiante della particolare “It wasn’t me”, altrimenti il rigore di Roberto Battilana (basso) e di Miguel Gazziero (drums) riesce a donare ad ogni singolo pezzo una marcata linea espressiva. La voce di Caterina Signor si dimostra sufficientemente matura e ben impostata, per nulla timorosa dell’importante ruolo che ricopre nell’economia del sound del gruppo. Le mie preferenze vanno alla lunga (sette minuti ed una manciata di secondi) “Raving eyes”, song dai dolciastri aromi dreampop, melliflua e ciondolante come certe giornate estive, quando l’arsura induce a ripiegarsi su se stessi, quasi a cercar conforto nell’ombra dell’intimità alla vampa abbruciante del sole, al bagliore ustionante della luce. Paradigma perfetto dello stile-Moth’s Tales… Musica che si adatta alla perfezione a pomeriggi trascorsi a meditare, a ritagliarsi uno spazio per la propria anima, lungi dalla frenesia che ci viene imposta dall’esterno, dal lavoro, dagli studi… od ad osservare le gocce di pioggia rigare lente i vetri della camera avvolta nella penombra serotina. A destare i nostri sensi ora appagati giungono episodi più movimentati, come “Violin scream”, con una porzione centrale che non può non far ricordare quanto esposto nei loro dischi da tanti gruppi all’epoca citata, con l’interazione perfetta fra chitarra, basso e batteria esalatata da piacevolissimi svolazzi tastieristici, e come la dinamica “Dislessia”. Maggiormente inclinante al dark risulta l’apertura “God forget you”, la quale sostiene con noncuranza l’incombenza d’essere posta al principio del disco, e che mette subito in evidenza la padronanza della cantante, a tratti omaggiante coi suoi vocalizzi P.J. Harvey e Dolores O’Riordan. Magnifica già nel titolo, “The conjunction with sea and sky” ribadisce quanto esposto in “Raving eyes”, abbellendosi di gustosissime rifrazioni chitarristiche che richiamano certa ambient alla Steve Roach e dividendo con questa la palma di migliore (ma lo sono tutte!) del lotto. Come quella linea immaginaria che unisce il cielo al mare, ci lascia basiti ad osservare l’immensità, mentre la voce di Caterina giunge da lontano, come sospinta dalla brezza scivolante leggera sulla sconfinata distesa azzurra ch’increspa delicatamente, giuocando con una infinità di riflessi che si sovrappongono e si moltiplicano. Chiudono le melancoliche “Singin’ alone”, il titolo è sufficiente a descrivere l’austera beltà da questa emanata, ed “(Another) sadness”, canzone che richiama la migliore produzione dei Cranberries, citando inoltre il “Saltarello” reso popolare alle schiere wave dagl’immaginifici Dead Can Dance.

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