Artica

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I migliori auspici rasserenano il principiar del nascente 2006, per tutti noi che amiamo sonorità dark rock inalterabili all’usura del tempo. Vede la luce in fatti Plastic terror dei bravi Artica, un lavoro che s’innalza ai gradi d’internazionale statura e forte di undici tracce d’eccellente spessore, fra le quali s’evidenzia la scelta del cantato in anglo-sassone. Un disco che segnerà nel bene i dodici mesi gothici a venire, e che Ver Sacrum non poteva certo ignorare. Come si confà ai grandi, tributiamo agli Artica ogni dovuto onore, ed apprestiamoci a pascere la nostra insaziabile curiosità, profittando della pazienza e della disponibilità di questi valenti musici.

Foto di Emanuela Scarpa © www.articaweb.

Siete in attività dal 1989, ed avete sancito con le vostre canzoni la storia del gothic-rock italiano. Vi sarei grato se riassumeste i capitoli salienti della vostra vicenda artistica, dagli esordi fino alla pubblicazione di Ombra e luce.

Beh, grazie per il complimento. Diciamo che più che altro, visti gli anni trascorsi e l’età raggiunta cominciamo a essere dei dinosauri… Scherzi a parte siamo partiti ufficialmente nel 1989 come Artica muovendoci con materiale proprio nei locali di Roma. In realtà tutti noi già ci conoscevamo da diversi anni essendo stati studenti nella stessa scuola e avendo già collaborato insieme a piccoli progetti musicali. Con molta lentezza poi negli anni a seguire abbiamo registrato i primi demo-tape (allora si lavorava ancora con multitraccia a nastro magnetico): Marea, nel 1992 e Dalia nel 1994. Amici di Roma che collaboravano con Energeia di Davide Morgera, mandarono il nostro primo demo a Olivier Paccaud, allora frontman dei francesi Lucie Cries. Fondatore della label Alea Jacta Est, fu lui il primo a dare libero accesso agli Artica nel mondo delle compilation. Di qui negli anni a seguire il nostro nome è girato sempre più fino a raggiungere la tedesca Nyctalopia che nel 1995 stampò Ombra e Luce, album che di fatto conteneva il meglio dei precedenti demo, più qualche altro inedito.

Proprio a quel disco voglio ancora riferirmi: sono trascorsi dieci anni ed oltre, eppure quelle dodici canzoni risultano ancora attualissime. Indizio del loro indubitabile valore!

Credo che per prima cosa tutto dipenda dal fatto che per ogni disco abbiamo lavorato con una meticolosità quasi maniacale, senza lasciare nulla al caso, insistendo sui dettagli e all’occorrenza registrando i brani anche dieci volte. Alla fine, piaccia o non piaccia la linea melodica, il sound risulta sempre di un certo livello. Secondo poi credo che per una rock band sia paradossalmente più difficile invecchiare nel sound. Se senti God’s Own Medicine dei Mission credo avrai la medesima impressione: è un album rock, suonato bene e senza tanti fronzoli. Speak and Spell dei Depeche Mode (che adoriamo, sia chiaro) essendo suonato prevalentemente con synth è facilmente riconducibile a sonorità che si utilizzavano 20 anni fa. Il fatto poi di gradire i brani per il contenuto e la melodia è soggettivo. Ed ovviamente siamo più che contenti che ci sia chi li apprezza ancora oggi.

All’epoca definiste il nome che vi siete scelti, come lo specchio fedele delle atmosfere che con la vostra musica intendevate ricreare. A oltre tre lustri di distanza, vi riconoscete ancora in queste sensazioni?

Direi proprio di no. O meglio ormai Artica è il nostro nome ed è davvero uno sforzo cercare di capire come si combina con la nostra musica. Quando Stefano per la prima volta propose il nome Artica facevano coldwave. Il nome quindi ci sembrò calzante. Poi già dal secondo demo ci siamo avvicinati più al gothic-rock e questa corrispondenza lentamente ha cominciato a svanire.

Cosa si prova a venir indicati come dei capiscuola?

Chi è stato a dirlo?! Lo voglio conoscere! E chi sarebbero poi i nostri allievi? E’ veramente un grande onore, ma francamente non so quanto ci sia di vero. Vero è che nei primi anni ’90 non c’erano molti gruppi che facevano gothic-rock e per giunta in italiano, eravamo noi e pochi altri.

Come venivate giudicati oltre confine (ribadisco che Ombra e luce venne pubblicato da Nyctalopia), in un’epoca durante la quale la presenza di gruppi italiani era marginale in rapporto alla temperie dark internazionale? E come entraste in contatto colla label di Joelen Mingi?

Fu sorprendente. Avemmo l’ardire di mandare i demo in giro per l’Europa, allora anche aiutati dall’etichetta napoletana Energeia che, anche per nostra scelta, non fu mai la nostra label, ma che ci distribuì attraverso il suo mail order. I risultati che ottenemmo furono del tutto inaspettati. In più io collaboravo a tempo perso ad un magazine gothic italiano (Under The Black Rose) e avevo modo di venire in contatto con diversi gruppi, cosa che mi dava l’opportunità di propinare a destra ed a manca cassette degli Artica. Poi non togliamo i rapporti con testate storiche italiane, tra cui la stessa Ver Sacrum, che ci furono sempre molto vicine. Questo insieme di elementi ebbe effetto e gli Artica giunsero effettivamente a livelli di notorietà estera raramente concessi a una band che fa musica alternativa in italiano. Questo bisogna riconoscerlo. Ricordo i contatti con la Germania, la Francia, l’Inghilterra, gli Usa, l’Australia… ricevemmo anche una cartolina di congratulazioni da un fan di Tokio! Fu Joerg Kleudgen degli House of Usher che dopo averci fatto un’intervista per Gothic Magazine passò il nostro demo a quello che allora era il suo produttore, quel furfantello di Joelen Mingi, poi scomparso con i nostri soldini (fu proprio una bella storia, n.d.H.)… avrei dovuto capirlo dalla musica degli Angina Pectoris che non era un tipo affidabile (vero… n.d.H). Ad ogni modo la distribuzione fu ben fatta e il nome degli Artica girò parecchio.

Ora la situazione è radicalmente mutata, decisamente in meglio, e le sortite oltralpe dei nostri rappresentanti si contano copiose, come pure i successi ch’essi meritatamente ottengono. E che quindi offrono nuove opportunità a chi intende diffondere la propria verve artistica di ricevere i dovuti rispetti. Ed anche voi avete contribuito a questa crescita.

Credo che il ruolo determinante in questo senso l’abbiano determinato i grandi Festival tedeschi di musica gothic. Quelli sono eventi che riescono a richiamare migliaia di persone da tutta Europa e centinaia di gruppi. Suonare per suonare è bello, ma non sempre utile. Anche un tour va programmato con intelligenza e tenendo conto di una grande serie di variabili. In questo ci siamo affidati alla Decadance che cura anche il lato manageriale. Contiamo di muoverci al più presto con qualche data e magari, quando le temperature saranno un pochino più alte, di fare più di qualche tappa in Nord Europa.

Nel 2003 è stato ri-pubblicato su CD, con l’aggiunta della bonus “7 anni”: come è maturata l’importante decisione di far rivivere quell’episodio cardine della storia del gothic nazionale, e quanto ha contribuito la passione che anima il buon Alessio della Decadance Records, che ne patrocinò l’uscita, a renderla realtà?

Rispetto a Natura, il nostro secondo album, le cui sorti furono legate all’inesperienza nostra e di Radio Luxor, l’etichetta italiana con la quale lo realizzammo, Ombra e Luce era stato diffuso partendo dalla Germania che già allora era terreno più che fertile per la musica gothic. Quando Mingi scomparve “col gatto nel sacco” ben presto divenne una rarità e, cosa incredibile, ancora molto ricercata. Il primo passo dell’accordo con la Decadance fu quindi quello di riproporre al pubblico il nostro primo lavoro. E’ stata una scelta, quella di Alessio, che ci ha reso davvero molto felici e che almeno sul piano ideale rende merito a un lavoro che anche a nostro avviso non meritava d’essere solo un pezzo da collezione.

Foto di Emanuela Scarpa © www.articaweb.it

Ed ora Plastic terror: qual’è stata la molla che ha fatto scattare il desiderio di ripresentarvi al pubblico?

La molla vera è propria è stata la proposta di Alessio di lavorare insieme a un nuovo progetto. Noi, malgrado i numerosi anni di silenzio non avevamo mai smesso di suonare e lavorare su nuovi brani. Aspettavamo però, dopo la delusione seguita alla scomparsa della Nyctalopia e ai comunque pochi riscontri ottenuti da Natura, di trovare qualcuno che finalmente lavorasse con serietà prendendosi carico di produrre, ma anche fare da manager alla band. C’è voluto parecchio tempo, poi finalmente qualcosa è successo con la Decadance.

Cosa è accaduto negli ultimi anni, in quali progetti siete stati impegnati?

Niente di particolare. Abbiamo sempre suonato tra di noi. Nessun progetto parallelo. Considera anche che dopo Natura per noi tutti (siamo coetanei) la vita è cambiata perché uscivamo dall’Università e ci trovavamo a dover entrare nel mondo del lavoro…. è stato un trauma non dedicare più tutte quelle energie al progetto Artica. Ma sarebbe stato inumano riuscirci. Per questo cercavamo qualcuno che si prendesse cura di noi.

Come ed in che lasso di tempo si sono generate le nuove canzoni?

Le canzoni sono nate negli ultimi tre, quattro anni. Alcune sono state scritte addirittura in italiano poi riviste in inglese. Ripeto, non avendo mai smesso di suonare quello che ascolti su Plastic terror è almeno in parte un repertorio che già presentavamo da qualche anno nelle sporadiche esibizioni live. Il sound però è completamente rinnovato. C’è stato molto lavoro. Le modalità di composizione non sono mai cambiate: tranne qualche raro caso in cui la canzone viene ideata da uno di noi a casa, generalmente si parte da uno spunto che si sviluppa insieme. Sulla linea melodica si scrive poi il testo in base alle idee che la musica stessa suscita.

E’ come se non fosse comunque scorso così repente: è un disco chiaramente “Artica”, tanto che appunto ho provato le medesime sensazioni ascoltando i brani novelli e quelli più datati, uniti da un continuum espressivo e dalla grande carica emotiva che sempre vi ha distinti.

Grazie. Beh, questo significa che abbiamo mantenuto fede al nostro stile. Non c’è stato molto da lavorare a dire la verità. Diciamo che rispetto ai lavori precedenti, anche con l’aiuto della Decadance, siamo riusciti a spogliarci di elementi eccessivamente epici e suoni come clavicembali, violini, etc. che relegavano il sound a qualcosa di obsoleto o comunque già fatto. Le linee melodiche comunque sono sempre Artica. Il lato dei suoni è quello sul quale abbiamo cercato di concentrare prevalentemente le energie.

Ben nove tracce sulle undici complessive sono cantate in lingua inglese. L’abbandono, seppur parziale, del nostro idioma è conseguenza di una compulsata decisione, e corrisponde alla necessità di ottenere una più ampia visibilità, oltre che facilitare l’accesso a mercati ed ad un pubblico più vasti?

Analogamente ai suoni, abbiamo lavorato anche molto sulle liriche con l’esigenza di lasciare da parte metriche e metafore e trovare un modo più diretto e spigliato di comunicare. Sicuramente l’inglese in questo ci ha aiutato moltissimo. La scelta è stata dettata in primo luogo da questa esigenza, unita a quella di avere la chance di sperimentare ancora di più oltre che quella, come notavi tu, di provare a puntare il naso un po’ oltre confine e comunicare più facilmente con un maggiore numero di persone.

Lo sviluppo di questi brani e l’abbraccio di una differente metrica ha comportato una modifica alle vostre abitudini compositive, un approccio diverso alla scrittura?

No, sul fronte compositivo non sono cambiate le dinamiche. L’elemento positivo è la novità, quindi il gusto di misurarsi e sperimentare con una lingua differente. Questo è molto bello e stimolante.

I testi, da sempre splendidi, costituiscono una delle peculiari caratteristiche della vostra personalità artistica, non temete che espressi in altra lingua perdano parte del loro vigore, della loro epica urgenza?

Come dicevo, in parte l’elemento epico allegorico era quello di cui volevamo spogliarci. Ci serviva intimamente un approccio più schietto ed immediato. L’inglese ci ha dato questa chance. Relativamente al vigore, non so, non mi pare si sia perso molto. In italiano per esempio una canzone come “Plastic terror” non avrebbe senso, mentre in inglese funziona. Ma non sta a noi giudicare. Finora i responsi sono stati comunque tutti positivi. Perciò pare che l’esperimento sia riuscito!

E come nasce e si sviluppa una vostra canzone? Quali sono gli spunti che ne segnano la struttura lirica, generano essi da letture, da esperienze di vita o da cos’altro?

Immagini. Le immagini sono sempre all’inizio di una canzone. A loro volta le immagini nascono da sensazioni indotte da situazioni reali, da un bisogno interiore, da una parola letta o sentita dire. Il tutto è sempre molto intimo, mai pianificato a tavolino. Non è possibile per noi decidere di scrivere una canzone contro la guerra, per esempio. Cosa dire? Che la guerra è brutta e uccide tanti essere umani? Vero, ma banale e poco efficace, oltre che difficile. Allora si verte più sulle sensazioni. Si immagina cosa si potrebbe provare a essere arruolato in un esercito come soldato e si segue questa traccia. Da questa impostazione per esempio è nata “The deserter”.

Foto di Emanuela Scarpa © www.articaweb.i

La cura che riservate agli arrangiamenti ed il vigore strumentale espresso evidenziano la vostra coesione d’insieme ed uno stile netto ed immediatamente identificabile. E’ chiaro che ancora una volta la vostra maturità ha giuocato un fondamentale ruolo.

Di ingenuità ne abbiamo commesse parecchie e sbagliando, si dice, si impara. Ma abbiamo sempre preso la musica molto seriamente. Per noi non è solo uno sfogo tra amici o una passione da coltivare nei ritagli di tempo. E’ il collante delle nostre cinque esistenze e rappresenta ciò che avremmo sempre voluto vivere ma che possiamo gustare solo a piccole dosi. La serietà deriva dal fatto che, pur essendo fondamentalmente persone molto alla buona e rilassate, questo progetto è per noi molto importante ed è un valore che appunto va al di là del mero suonare insieme. La maturità forse dipende dai nostri 35 anni?

E liriche ed apparato strumentale sono frutto di un lavoro di unione, o dell’apporto di ogni distinto componente?

In ogni caso, anche se la canzone viene da uno solo di noi quando la si suona insieme la si arrangia nuovamente, quindi direi che sul fronte musicale lavoriamo tutti uniti. Per praticità e un po’ per convenzione (oltre che per immensa passione) le liriche le scrivo prevalentemente io che mi trovo così facilitato nel gestire il matrimonio tra testo e melodia della voce.

Davvero splendida la copertina, la quale al meglio si sposa al titolo dell’opera, Plastic terror: appunto, quale significato attribuite a questo “terrore plastico”?

Plastico è tutto ciò che è fittizio. La nostra società è fondata, lo vediamo tutti i giorni, sul culto di un’immagine che è falsa. False ragioni per cui si comincia una guerra, false tette, false labbra, falsi capelli… la tv, la propaganda pubblicitaria, la politica…Il terrore è che questo pensiero plastico prenda sempre più piede installandosi in maniera indelebile nei modelli culturali, ormai anche in Oriente dove un tempo ci si recava per trovare sé stessi… In parte è già così e la cosa è davvero spaventevole perché il superfluo sta prendendo il posto della sostanza. Per riconoscere ciò che è superfluo è necessario avere maggiore coscienza di sé, essere più presenti, chiedersi più spesso le ragioni delle nostre scelte. Dalle risposte che ci daremo sarà possibile capire quanto le nostre stesse azioni spesso siano superflue, per certi versi pilotate da un comune modo di sentire, o nella peggiore delle ipotesi da strutture comportamentali e relazionali create ad hoc per ottenere dei risultati chiari: dal vendere il detersivo a votare per questo o quel partito… mi fermo.

Un disco che alterna fasi irruente, con brani dall’andatura assai sostenuta, ad altre decisamente rilassate. Fra queste, spicca il mio brano favorito, la ballata “Ocean”: trattasi di episodio dalla squisita fattura, e non esagero affermando che sarebbe degnissimo d’appartenere alla discografia dei The Mission! E’ praticamente perfetto nel suo bilanciamento fra melodia e drammaticità.

E’ curioso come nacque “Ocean”. Venne da sé una sera in sala. La cosa singolare è che era con un ritmo molto più sostenuto e che la voce era un’ottava più alta, insomma stava per diventare un pezzo un po’ più movimentato di quello che poi è. Subito tuttavia mostrò le potenzialità melodiche. Poi è stata presa con calma, è nato il testo, il riff di chitarra, più alcune soluzioni di tastiera davvero raffinate. Ultimamente in una recensione abbiamo letto che questa è la canzone che Wayne Hussey avrebbe sempre voluto fare, ma che non è mai riuscito a fare (credo di conoscere quello scribano, gasp! n.d.H.)… diciamo piuttosto che è la ballata che gli Artica avrebbero sempre voluto fare e che poi hanno fatto. Suona meglio.

E proprio la lezione dell’insieme di Wayne Hussey appare ancora decisiva, seppur riletta in una ottica assolutamente personale, come nella magnifica “Nemesi”. Come giudicate le ultime uscite della storica band albionica?

Colgo l’occasione per dire che è molto buffo il fatto che quando cantavamo in italiano all’estero ci dicevano tutti che somigliavamo agli Heroes del Silencio (qui in Italia eravamo i piccoli Litfiba). Oggi che cantiamo in inglese siamo come i Mission… e va bene… Il fatto è, ragazzi miei, che pur riconoscendo un ruolo fondamentale nella mia formazione canora al papà dei Mission, le similitudini derivano molto anche dal tono della voce. Piero Pelù anche, malgrado tutto, ha una voce baritonale. Non capisco perché nessuno mi ha ancora paragonato a Ian McCulloch o a Bono Vox… dovrò lavorarci di più… Tornando a Hussey e a The Mission mi piace abbastanza Aura e molto l’ultimo singolo “Breath me in”, però ammettiamolo, facciamo musica diversa… Aggiungo infine che personalmente reputo una persona in grado di incantare il pubblico con una chitarra per due ore da solo su un palco una bestia rara. Hussey l’ha fatto ed è davvero un mostro.

Sempre a proposito di grandi, nel corso dell’anno appena spirato abbiamo assistito alla rinascita dei Fields of the Nephilim, seppure col solo Carl McCoy: ritenete che il perseverare sui palcoscenici di questi numi tutelari giuovi al movimento, o distolga l’attenzione del pubblico, magari di quella frangia meno sensibile, dalle realtà emergenti?

Francamente non sappiamo cosa faccia bene o male a questo movimento che mi limiterei a definire artistico e non certo filosofico come altri dicono. Certo non fa bene restare incatenato a stereotipi. Ascoltare il nuovo album di McCoy ci ha fatto un certo effetto. Nonostante tutto, sì, è stato come tirare un respiro di sollievo. Gran bell’album considerando che le ultime due precedenti produzioni erano rimaste un po’ in secondo piano rispetto ai fasti di Elizium.

E fra i nuovi gruppi, c’è qualcheduno che ha sollecitato il vostro interesse?

Prevalentemente nella musica alternativa: band come i Bloc Party, Killers, Interpol, i non proprio nuovissimi Yeah, Yeah, Yeahs, non sono niente male. Ma nel gothic, poco e niente direi se non parliamo di band con all’attivo un certo numero di lavori.

Foto di Emanuela Scarpa © www.articaweb.it

Intrattenete rapporti con insiemi connazionali, sopra tutto vostri concittadini, considerando la folta schiera di compagini capitoline affacciatesi sulla scena negli ultimi anni?

Una volta era la regola, ma da quando siamo usciti un po’ dal giro è diventato più desueto. Senza considerare che il 99 per cento delle band che si formarono nei primi anni 90 e con i quali avevamo maggiori rapporti, non c’è rimasto granché. Speriamo presto di tornare in scena con altri gruppi italiani, sarebbe bello condividere le emozioni come qualche anno fa.

Perché avete titolato un brano “Roma brucia”? Cela un significato particolare, questo titolo così minaccioso, adattato ad una traccia davvero dotata di gran tiro?

“Roma Brucia” è una canzone politica, benché non lo possa sembrare. Con molta diplomazia mi limiterei a dire che al tempo in cui fu scritta, e parliamo di diversi anni fa, un imperatore in particolare ci sembrò tanto minaccioso quanto Nerone, se non di più… ma fortunatamente era fuori dalle mura della città eterna. Dentro, nella nostra fortezza, siamo al sicuro da diversi anni. E’ una canzone di abbandono, rabbiosa ma remissiva per certi aspetti. Questa è l’altra faccia della medaglia della democrazia: a volte si è costretti a ingoiare dei rospi indigesti…

Siete inoltre ricorsi a porzioni elettroniche (“Engel”): una scelta che esprime la determinazione di approcciare nuove forme espressive, con le quali accostarvi a sonorità che negli ultimi anni hanno decisamente segnato l’ambiente gothiko, determinandone una profonda metamorfosi, pur senza stravolgere il vostro “obscuro marchio”?

Più che altro abbiamo voluto emancipare il nostro suono rinunciando a clavicembali, archi e organi e modernizzando il sound, riportandolo sì a frequenze più attuali. In questo ha influito molto l’esperienza delle persone che hanno collaborato con noi in studio, come Roberto dei Pulcher Femina, Massimo dei Miriam e lo stesso Alessio. Ci hanno aiutato a ampliare la gamma di scelte sulle quali lavorare mettendoci a disposizione, oltre che una diversa esperienza, banchi di suoni di tutto rispetto. E’ stato bello sperimentare insieme. Nella fase finale della produzione avevamo tutti idee molto in linea l’uno con l’altro. Abbiamo scoperto lati di noi che ancora non avevano avuto modo di essere espressi.

E quali aspettative riponete nel vostro ultimo parto artistico?

A livello di gratificazioni tutte direi. E’ il massimo che avremmo potuto fare perciò ci aspettiamo il massimo che potremmo ottenere… il che non significa ovviamente la copertina di The Rolling Stone, ma che almeno ci si possa godere con maggiore intensità quei piccoli momenti di condivisione col pubblico che ripagano di tutti gli investimenti fatti a livello creativo, di impegno e certo anche economici. Concerti, riscontri immediati quindi, sarebbero la carta giusta per spronarci a proseguire in questo progetto.

Pur essendo ancora recente la pubblicazione del CD, quali opinioni avete fino ad ora raccolto? Quale sopra tutto è stata la reazione dei vostri fan della prima ora, di coloro che vi seguono fin dagli esordi, e che hanno imparato ad amarvi ed apprezzarvi con i classici “Indomita” o “Preghiera MCMXCV” (per citare due ai quali sono particolarmente legato)?

Finora pochi per la maggiore parte dei recensori hanno dichiarato di preferire gli Artica di una volta. La stragrande maggioranza preferisce quelli di Plastic Terror ed appoggia le scelte fatte dal gruppo. Lo riscontriamo quotidianamente. Ad ogni modo, non mi stancherò mai di ripeterlo, considerando che da NaturaPlastic… sono passati otto anni, non vedo tutta questa differenza, perciò reputo queste distinzioni assolutamente fuori luogo. Plastic Terror è il risultato anche di tecnologie, espedienti, formule espressive che otto anni fa non potevamo neanche immaginare… altrimenti chissà, magari l’avremmo già fatto. Non c’è stata nessuna inversione di rotta, nessun cambiamento radicale… Ricordo per esempio un CD degli In Camera. Un album dark all’ennesima potenza che in coda conteneva brani della stessa band di qualche decennio successivo. Beh, per la miseria, quello è un cambio di rotta. Dal dark alla techno… Stessa cosa dicasi per i Paradise Lost o per i Love Like Blood che al tempo di Gothic erano un gruppo gothic-metal e oggi sembrano i Metallica. E’ una scelta condivisibile e che non giudichiamo. Ma non direi che gli Artica si muovono in questa direzione. Poi magari chissà in futuro potrebbero cambiare molte cose, ma per ora va bene così.

Ed il rapporto di collaborazione con Decadance Records, una etichetta che, seppur piccola, sta compiendo una opera davvero meritoria?

Per ora tutto rose e fiori. La forza di questa sintonia fonda le sue basi, oltre che nella qualità delle persone a livello umano e professionale, nel fatto che con Alessio & C. ci conosciamo da moltissimi anni. Abbiamo avviato questo progetto quasi contemporaneamente. Ne siamo davvero lieti. Si lavora duro, ed a giudicare dai primi responsi dell’album anche bene. Speriamo di continuare ancora a lungo su questa strada.

Per concludere, vi chiedo di lanciare un appello al popolo di Ver Sacrum: convinceteli a fare loro Plastic Terror!
No. Almeno qui niente pubblicità. Un saluto caloroso a tutti e ci vediamo presto dal vivo.
Grazie tante per la bella ed impegnativa intervista.
Un caro saluto a te, Luca, Marzia e Manfred (che fine avete fatto?) (N.d.L.M.M.: Nei casini come sempre! A presto, speriamo! Ciao Alberto!).

Foto di Emanuela Scarpa © www.articaweb.it

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