Evergrey: Monday Morning Apocalypse

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Ver Sacrum “Monday morning apocalypse” segna il traguardo del sesto disco di studio per il gruppo di Tom S. Englund, e giungendo dopo un album dal vivo, che rappresenta sovente uno spartiacque nella vicenda artistica di un insieme musicale, segna l’approccio ad un sound moderno ed aggressivo, pur non generando particolari scompensi nella struttura genetica tipica degli Evergrey. Il contributo del duo di produttori costituito da Sanken Sandquist e da Stefan Glaumann, già visti all’opera con Rammstein, Def Leppard e Bon Jovi, certo si rivela fondamentale nell’approccio alla composizione, ed è esemplare a tal punto un brano come “Unspeakable”, striato da venature nu-metal che non si possono certamente ignorare. Anche l’apparato scheletrico di ogni singolo pezzo riserva più d’una novità, a principiar dal ridotto minutaggio degli episodi che segnano lo scorrere di “Monday morning apocalypse”. Tutti di durata aggirantesi sui tre/quattro minuti, a parte quello titolato “Still in the water”, il più lungo, ma relativamente contandone poco più di cinque. Belli i cori di “Lost”, dal chitarristismo tipicamente Evergrey, mentre la svelta “Obedience” fa il paio con la title-track posta al principio del disco: sei corde ficcanti, batterismo bello tosto ed il solito, appassionato cantato di Tom. Linee melodiche che si intersecano con frammenti sostenutissimi, ove la capacità di dettare il ritmo di Jonas Ekdal (drums) e del bassista Michael Hakansson esaltano il costante lavorio del principale compositore Henrik Danhage (chitarre), con le tastiere di Rikard Zander pronte ad entrare in scena da protagoniste quando lo sviluppo della canzone lo richiede. Di Englund abbiamo già scritto in abbondanza pure in passato, basti rilevare che pure su “MMA” si esibisce con autorevolezza e senza accusare sbavatura alcuna. L’aver per la prima volta affidato la produzione a degli esterni ha ulteriormento giuovato alla resa finale, come lo dimostra la bella ed incisiva “The curtain fall”, dai forti richiami rammsteineiani, o la darkeggiante “In remembrance” dai cori minacciosi, d’altronde le liriche sono incentrate su quanto nella vita d’ogni giorno può accadere: incidenti, morte, malattie… “At loss for words” s’articola su passaggi chitarristici serrati e dichiaratamente metallici, mantendendo intatta la cupezza che da sempre identifica lo stile del combo svedese. In costante evoluzione, e questo nuovo capitolo della loro discografia lo dimostra. Nemmeno il breve strumentale per solo piano “Till Dagmar” ci rasserena, essendo melancolico e precedendo la dura e plumbea già citata “Still in the water”, costruita su una parte centrale debitrice di certa doomeggiante epicità. Moderni ed essenziali, gli Evergrey non temono il confronto con le più aggiornate tendenze della musica alternativa, facendole anzi proprie e rendendole parte dell’economia del loro lavoro. “The dark I walk you through”: fantastica non solo nel titolo! Una traccia aperta da un sinistro arpeggio di chitarra si sviluppa poscia lungo coordinate obscure e moderne. Un brano da ascoltare attentamente, la dimostrazione che pure da un fenomeno caduco come il nu-metal si possono ricavare input geniali, sopra tutto se incastrati al meglio in un puzzle soniko già in avanzata fase di sviluppo. Nel finale entrano decisamente le keys, a completare un’opera di assoluto valore. Ma il livello rimane alto anche in chiusura di disco, come dimostrato dall’efficace “I should”, magistralmente giuocata su parti rilassate ed altre più ficcanti, e sulla chiaroscurale “Closure” affidata ai soli Englund e Zander. Inquietante l’artwork: potenzialmente, siamo tutti minacciati, ogni uno di noi può venir trasformato, da questa folle contemporanea società, in un mostro. Ovvero in una vittima del sistema perverso che ci guida!

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