AFI: Decemberunderground

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Ver Sacrum Gli americani AFI hanno esordito come band hardcore punk, ma con il passare del tempo la loro proposta musicale si è notevolmente evoluta, avvicinandosi sempre più ad altri generi. In particolare il disco della svolta è stato l’interessante Sing the sorrow (2003), che ha permesso al gruppo di farsi conoscere ben oltre i confini della propria scena di appartenenza, o almeno di quella che li vedeva protagonisti agli esordi. Io stessa ho iniziato a notarli grazie a quel lavoro e a brani come “The leaving song” e “Girl’s not grey”, ma devo ammettere di essere stata parecchio colpita anche dal look di Davey Havok e compagni, che all’abbigliamento da skater preferiscono di gran lunga il gothic-style, ovviamente abbinato a massicce dosi di make-up… Come c’era da aspettarsi anche Decemberunderground prosegue sulla stessa linea del suo predecessore, proponendo una serie di episodi orecchiabili e di grande impatto, che confermano quanto già sapevamo a proposito dell’abilità compositiva della band e dell’importanza che essa attribuisce alla componente melodica delle proprie canzoni. Ancora una volta quello che impressiona di più è il fatto che il sound del quartetto sia una via di mezzo tra l’emo-core tanto in voga negli ultimi anni, l’alternative rock inglese e certe sonorità pop/wave anni ottanta che non sono mai preponderanti, ma riescono a conferire ai pezzi quel tocco di originalità che li rende assai godibili. Davvero buona la prova del cantante, dotato di una timbrica riconoscibilissima e anche piuttosto bravo dal punto di vista interpretativo (non per niente la sua performance è alquanto efficace sia nelle parti aggressive che nei momenti in cui il ritmo rallenta e le atmosfere si fanno più tenui e malinconiche). Ed è proprio la malinconia uno dei punti di forza della musica degli AFI: non che si possa parlare di sound tetro e oscuro, ma certamente il mood che caratterizza molti dei brani è più crepuscolare che solare, vedi ad esempio “Love like winter”, “Endlessly, she said”, “The missing frame”, “The interview” e “Kiss and control”. Tra le track in cui invece tale peculiarità spicca di meno citerei l’ottima “Miss murder” (contraddistinta da un ritornello bastardo che ti entra in testa e non se ne va più via…) e le impetuose “Kill caustic” ed Affliction” (due veri hit per ogni emo-core fan!). Un album da avere insomma, soprattutto per chi già era rimasto folgorato da quello che lo aveva preceduto…

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