Echo West: In pop we trust

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Ver Sacrum In un periodo di revival, in cui in tanti generi “basta che sia oldie” e tutto va bene, distinguere tra chi copia e chi fa di sonorità in auge anni prima la forma in cui riversare il proprio estro diventa un compito arduo, sia per l’eccessivo numero di nomi in circolazione, sia perché i battage pubblicitari spesso hanno la meglio sull’effettiva qualità delle proposte. Gli Echo West appartengono alla seconda, striminzita categoria. E in maniera abbastanza particolare: catalogati nell’ambito industrial quanto in quello apocalyptic folk e correlati, pur senza farvi a mio parere effettivamente parte, 12 anni di attività, una discografia sterminata tra cd, mini, split e partecipazioni a compilation varie. E adesso un nuovo album, In pop we trust. Dove il duo di Dortmund stupisce ancora una volta con la sua capacità di interpretare a modo suo un’electro minimale che sa di primissimi anni 80 focalizzandola in un’ottica “dark” nel senso più letterale del termine. Armonie malinconiche e intense, battiti scarni ma capaci di colpire in profondità, permeate da un’atmosfera cupa e carica di un’emotività nera che si sviluppa in infinite diramazioni, nei momenti più soft e in quelli maggiormente sincopati . “In pop we trust” entra dentro dall’omonima opener, con la sua melodia semplice e “gloomy”, e si snoda tra ritmiche quadrate, incisive, a volte marziali come in “Fucking Gloom”, accompagnate da linee melodiche che conferiscono a brani come “In deine augen” e “So kalt” una forma-canzone inusuale e a suo modo ineccepibile. La capacità degli Echo West di costruire brani dall’impatto immediato, unici nella loro rielaborazione di stili, sfiora senza mai convergere completamente con atmosfere care agli amanti del folk apocalittico, dell’old-school ebm e della darkwave, volgendo in uno stile che li fa unici nel panorama attuale, inconfondibili nella loro strana ed efficace esclusività. Echo West, stando a quella parte della loro discografia passata che ho avuto modo di ascoltare, non necessitavano comunque di miglioramenti al loro sound già così personale, ma con “In pop we trust” hanno saputo plasmarlo in una maniera che, guardandosi attorno, non risulta avere uguali. Un jet-lag sonoro da cui non si torna stravolti, ma gradevolmente sorpresi.

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