Muse: Black holes and revelations

0
Condividi:

Ver Sacrum La prima cosa che viene da domandarsi dopo aver sentito Black holes and revelations è cosa si siano messi in testa i Muse, quei fantastici musicisti che ci avevano colpito al cuore con album come Showbiz (1999) e Origin of symmetry (2001), e che poi con Absolution (2003) avevano confermato di avere un grande talento e delle intuizioni veramente geniali. Il loro potente guitar-sound, unito a melodie davvero efficaci create dalle onnipresenti tastiere, aveva colpito un po’ tutti per la sua originalità ed aveva subito convinto sia gli estimatori dell’alternative rock di stampo anglosassone che altre categorie di ascoltatori, spesso attratti dalle dicotomie che hanno sempre caratterizzato le track composte da Matthew Bellamy e compagni (vedi ad esempio il già citato contrasto tra sonorità grezze e atmosfere romantiche), o dalle capacità tecniche che i tre sono stati capaci di esprimere. Non che questo lavoro sia del tutto deludente, ma certo più di un dubbio lo fa venire, e il perché si fa presto a dirlo… In pratica si ha l’impressione che i Muse abbiano un po’ perso l’ispirazione e che le loro nuove canzoni non siano così efficaci quanto il vecchio materiale. In alcuni casi ho addirittura pensato che il trio si sia autocitato, assemblando pezzi che ricordano cose già pubblicate in precedenza (“Assassin” è uno di questi…), mentre altre volte ho maliziosamente dedotto che il gruppo, in mancanza di buone idee per il disco, abbia deciso di pescare qua e là nel repertorio della musica alternativa contemporanea, giusto per suonare diverso e più attuale. Gli esempi più palesi sono “Invincibile” (che sembra quasi appartenere ai Keane tanto è patinata e melensa…), “Knights of Cydonia” (che infatti è un sorta di epic rock song con chiarissimi e inaspettati riferimenti al power metal e a formazioni come i… Rhapsody!!), “Starlight” (che senza le tastiere e velocizzata potrebbe sembrare un pezzo dei Green Day…) e “City of delusion”, un brano nel quale ci sono palesi richiami alla musica latina e a quella orientaleggiante. Chiaramente sono presenti anche dei buoni episodi (in particolare l’opener “Take a bow” e l’elettronicissima “Map of the problematique”), ma in generale non si può dire che ci sia da esaltarsi, visto che l’album include pure cose un po’ soporifere come “Supermassive black hole”, “Soldier’s poem” e “Hoodoo”. Insomma, non c’è poi molto da stare allegri con Black holes…, soprattutto se ci si era appassionati alla band britannica perché capace di dar vita ad un sound tagliente ed incisivo, che purtroppo in questo disco è quasi del tutto assente. Credo comunque che nella carriera di un gruppo un mezzo passo falso ci possa anche stare, per cui aspetterò di vedere che combinerà con il prossimo cd, se tornerà sui suoi passi o se invece diventerà ancora più pop di come è adesso…

TagsMuse
Condividi:

Lascia un commento

*