Coil: The ape of Naples

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Ver Sacrum Come è ovvio che accada in questi casi, nessuno di noi può avere idea di come suonerebbe questo The ape of Naples se, più o meno due anni fa, non fosse scomparso John Balance. È in ogni caso molto probabile che questa sia la release che metterà fine alla gloriosa storia dei Coil e, altrettanto probabilmente, nel futuro avremo modo di vedere sul mercato discografico soltanto ristampe e recuperi di materiale perduto nelle pieghe del tempo. Il CD contiene alcune tra le ultime registrazioni della voce di John Balance e i brani sono stati assemblati da Peter “Sleazy” Christopherson. Non so da dove il nostro abbia preso l’ispirazione: forse tutto era già presente nelle registrazioni, forse qualcosa ha aggiunto il senso di perdita, fatto sta che il risultato, voglio dirlo da subito, è a mio parere uno dei migliori dischi dei Coil. Sarà forse perché, da un punto di vista del suono e dell’ispirazione, sembra riavvicinarsi ai tempi di Scatology e Horse rotorvator, due dischi che io inserisco tra i miei preferiti in assoluto, o forse per la vena di malinconia che pervade il disco, presente anche nell’uso della voce di Balance, come se in qualche modo presentisse quello che stava per accadergli, fatto sta che, fin dal primo ascolto, The ape of Naples mi ha coinvolto profondamente come pochissimi altri CD hanno fatto negli ultimi anni. Meravigliosa, quindi, l’apertura con “Fire of the mind”, un lento canto funebre accompagnato da dolci melodie e ritmiche in sottofondo. Segue “The last amethyst deceiver”, nuova versione di uno dei brani più amati dei Coil recenti. “Tattooed man” riesce a tirar fuori atmosfere decadenti, fumose e piene di malinconia, con i suoni di una fisarmonica che riesce a rivoltare le viscere e un feeling vagamente Tuxedomoon, che si ritrova anche nel successivo, breve intermezzo elettronico “Triple sun”. “It’s in my blood” e “I don’t get it” mi riportano ai Coil dei tempi passati, con influenze di jazz malato nel secondo brano. “Heaven’s blade” è una canzone che si poggia su una secca base elettronica, mentre la lenta “Cold cell” prosegue la linea malinconica che sembra essere alla base del CD in oggetto. Seguono una nuova versione di “Teenage lightning”, arzigogolata quanto basta negli strani suoni di sottofondo, l’abbraccio gelido ma piacevole di “Amber rain” per arrivare al brano di chiusura “Going up”, che si rifà alle composizioni più morbide e “classicheggianti” del combo inglese e vede un ospite (Sarrazine) alla voce, perfetta chiusura per un capolavoro che riesce a condensare tre decenni di musica industriale in poco più di un’ora. Anche dai testi e dalle parti cantate sembrerebbe che in Balance ci fosse una sorta di triste presentimento, tanta è l’angoscia che riescono a trasmettere. Il prezzo del CD è piuttosto alto ma non ho alcun dubbio a riguardo: si tratta di un’opera di un livello qualitativo talmente elevato e che riesce a suggerire così tante emozioni che vale ben più della ventina di euro che costa.

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