L’estetica della Visual-kei

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L’universo Visual Kei non può essere compreso pienamente se non si tiene conto dei fan. Sebbene sia probabilmente semplicistico affermare che tutte le Gothic Lolita ascoltino Visual Kei è innegabile che fra i due movimenti ci siano dei forti punti di contatto. Non è un caso quindi che Mana, il leader dei Moi Dix Mois, ha anche inaugurato una linea di moda per Gothic Lolitas, con tanto di vendita diretta nel suo negozio di Harajuku. A corredo di questo articolo pubblichiamo inoltre un piccolo ma interessante speciale fotografico.

Cosplay Violinist, foto di Thomas Lottermoser a.k.a. manganite

Nel numero estivo di “Kateigaho International Editinon”, Seiji Yamagiwa dipinge con chiarezza il mondo shoujo rappresentato nei romanzi in stile shoujo manga (manga -ovvero “fumetti” per quanto riduttiva possa essere tale definizione- per ragazze) dello scrittore Novala Takemoto.

Preso a portavoce ed in qualche modo lui stesso a modello del mondo delle ragazze, Novala Takemoto sintetizza l’estetica shoujo in due concetti di grado via via maggiore: “kawaii” e “otome”. “Kawai”, che ha lo stesso significato di “cute, lovely” in inglese è la caratteristica fondamentale dello stile Visual kei dellegothic lolita (“goshikku roriita” in giapponese), un concetto che è in relazione più con le principesse rococò francesi del XVIII secolo che con le geisha indigene e quindi, dal loro punto di vista giapponese, assume la connotazione di “esotico” e antitradizionale, ovvero “anti-geisha”. “Otome” è il “kawaii” portato all’eccesso, il kawaii irraggiungibile, estremo e, per usare un termine giovanilistico, “mitico”.

Il movimento rock nato negli anni ’80 in Giappone che al pari delle band europee e americane univa la musica ad una forte connotazione estetica e glam, anche se probabilmente con maggiore eccessi, ha dato origine alla sottocultura delle gothic lolita che niente ha a che fare con il personaggio descritto nel libro di Nabokov, né con il seppur acerbo erotismo espresso dalla protagonista. La “lolita” è semplicemente “kawaii” e non sexy, adorabile ma non erotica, più simile a una bambola di porcellana d’epoca vittoriana che alla sexy geisha veicolata ad uso e consumo dell’immaginario occidentale, anch’essa comunque distante anni luce dall’essenza di una vera geisha giapponese che, se fortunati, si può vedere attraversare velocemente e a piccoli passi una strada del quartiere Gion a Kyoto.

Le “gosurori” (contrazione per “goshikku roriita”) di Harajuku, il quartiere di Tokyo dove è facile incontrarle, hanno un campionario visuale che si rifà allo stile vittoriano, al rococò, neoromantico e vagamente kitsch con trine, cuffie, parasole (d’altronde molto comuni in Giappone anche per le donne che non si rifanno a nessuna moda) e scarpe dall’aspetto infantile, così come descritto nel best-seller di Takemoto, Shimotsuma monogatari. Dall’opera è stato tratto nel 2004 un film dallo stesso titolo che ha avuto un notevole successo in patria e notorietà anche in Italia. A conferma del “misundertanding” culturale il titolo sia italiano che americano è reso in Kamikaze girls, fornendo un’immagine ancora una volta distorta delle due protagoniste che non posseggono nessun istinto “kamikaze”. E’ la storia, ancora una volta e come di consueto nello shoujo manga tra due ragazze e della loro relazione: un tipo di relazione platonica che è una caratteristica unica nella sottocultura shoujo. Takemoto ancora una volta spiega che “le gothic lolita diventano e aspirano ad essere kawaii con lo scopo di creare una sessualità femminile in senso para-femminista. In un mondo come quello giapponese dove, malgrado la formale eguaglianza tra i sessi, in realtà la società è ancora comunque maschio-centrica le gothic lolita sembrano portare il kawaii al limite della militanza”.

Quella che si può facilmente scambiare con sindrome di Peter Pan è in realtà un modo per cercare una propria via, una propria responsabilità; non si tratta di vera e propria rivoluzione, ma forse più di una presa di coscienza unita alla voglia di divertirsi e un po’ di trasgredire liberandosi dopo la scuola delle divise tipiche delle scuole superiori giapponesi. Lontane dal tradizionale “iki” (stile pacato) del mondo giapponese le gothic lolita re-interpretano attraverso occhi giapponesi l’estetica dell’eccesso.

Riferimenti:
http://en.wikipedia.org/wiki/Gothic_Lolita
http://en.wikipedia.org/wiki/Novala_Takemoto
http://www.morbidoutlook.com/fashion/articles/2002_07_gothiclolita.html
Martinelli, Leonardo. “Harajuku: questa pazza, pazza Tokyo…”, in Gulliver, anno IX, n. 3, marzo 2001, pp. 50-78.
Antonietta Pastore, Nel Giappone delle donne, Einaudi.
A cura di Marco Pellitteri Anatomia di Pokemon, Edizioni Seam

Si ringraziano Thomas Lottermoser (a.k.a. manganite), Patrick (a.k.a. Patosan) e José Silva Pinto (a.k.a. Tonspi) per averci concesso il permesso di usare le loro foto per questo articolo e per lo speciale fotografico!

Black rose, foto di Thomas Lottermoser a.k.a. manganite

Speciale Visual Key:

Parte 1: le origini

Parte 2: i gruppi

Parte 3: i dischi

Parte 4: intervista all’etichetta Gan-Shin

L’estetica della Visual-key

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