Speciale Visual Kei

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Lo abbiamo già scritto e lo ribadiamo a scanso d’incomprensioni: il termine Visual Kei non definisce un genere, ma più semplicemente indentifica dei gruppi che pongono massima attenzione all’aspetto visivo della loro espressione artistica. Accomunati dalla ricerca dell’effetto scenico, non per questo trascurano i contenuti musicali e, pur traendo grande ispirazione da quanto proviene dagli Stati Uniti e dall’Europa, iniettano nella loro arte dosi ora massicce, ora più labili, di elementi tratti dalla tradizione musicale e più in generale artistica del loro Paese. Al quale sono ovviamente assai legati, essendo tutt’oggi fortissima la componente nazionalistica che anima ogni giapponese. Schizofrenici ed a volte incoerenti, i visual rockers sono riusciti comunque a suscitare l’interesse delle folle giuovanili, sopra tutto in Germania. Abbiamo preso in considerazione quattro dischi di altrettanti gruppi, per introdurre su queste pagine il Visual Rock, nell’ambito di una più organica analisi di questo fenomeno, la quale non si esaurirà certamente in questi spazi. Vi terremo aggiornati, onde permettervi di ottenere quante e più dettagliate informazioni possibili sul Visual Kei!

Moi Dix MoisBeyond the gate (CD, 2006, Gan-Shin/Audioglobe)

Moi Dix Mois: Beyond the gate

Si sono esibiti nell’ambito del “Midnight special” dell’Agra (Wave Gotik Treffen – Lipsia 2006), accolti da uno stuolo di fedelissime ed ansanti groupies: sono i Moi dix Mois del mefistofelico Mana, il loro creatore ed assoluto padrone (completano la line-up Seth, Shadow X e K). Beyond the gate è un mini cinque pezzi compiuti, aperto e chiuso da canoniche intro (“The other side in blood”) ed outro (“The other side of the door”), questa ultima reprise in salsa techno della prima. “Eternally beyond” è minacciosa e terrifica, con chitarra, basso e batteria che interagiscono fra di loro, supportate da tastiere magniloquenti. Il cantato epico dell’eccentrico Seth rende il pezzo ancor più avvincente, anche se a qualcuno potrà ricordare le colonne sonore dei cartoon nipponici! “Deus ex machina” è squassata da beats elettro, i quali precedono la solita chitarrona e vocals come sempre enfatiche. Anche per questo brano, riconoscere una matrice precisa si rivela opera assai ardua: i Moi dix Mois si divertono a miscelare influenze diverse, così a tracce di organo si alternano schianti EBM, in un parossistico incrocio di note che paiono a volte sparate a casaccio. Ancora la sei corde a dominare “Vain”, espressa in inglese e giapponese, dotata almeno d’una interessante parte centrale, più rilassata e centrata rispetto a quanto proposto in principio di canzone. Seth se la cava discretamente con l’idioma anglosassone, e questo è già di per sé un buon risultato. Potrebbero piacere sia ai cultori dei Christian Death versione-Valor, che agli appassionati di black melodico, certo i Moi dix Moi non si fanno pregare, in quanto ad estremismo esecutivo! Il look è dichiaratamente “obscuro”, una versione nipponica del goth-dressing, i compari di Mana potrebbero senza timore entrar a far parte dell’entourage del Reverendo Manson. Introdotta da un pianismo spettrale e dal cupo rimbombar di campane a morto, “Deflower” rappresenta la immancabile ballatona; darkeggiante e discretamente riuscita, anche grazie all’uso di peculiari vocalizzi muliebri, è probabilmente l’episodio migliore di questo conturbante Beyond the gate. Non mancano ovviamente le impennate della sei corde (Mana, titolare di questo strumento, è un egocentrico!), a spezzare l’andamento funereo del brano, ancora una volta interpretato con sufficiente destrezza dal solito Seth. La metallica “Unmoved” mi ha lasciato piuttosto indifferente, risolvendosi in una arruffata cavalcata assolutamente priva di meriti e straziata dalle belluine urla del vocalist. Risulta comunque un lavoro sufficiente Beyond the gate: l’originalità latita, a partire dai titoli, ma le buone intenzioni non mancano.

Dir en GreyVulgar (CD, 2006, Gan-Shin/Audioglobe)

Dir en GreyDir en grey sono dei veterani della scena VK, essendo attivi fin dal 1997 ed avendo fino ad ora collezionato cinque album, una remix-collection, diversi singoli ed una nutrita serie di DVD. Hanno all’attivo un concerto al Budokan, prima indie-band a calcare quel celebre palco: evento tenutosi nel ’98, il due di novembre, dinanzi ad ottomila spettatori! Lo stesso anno firmarono per East West Japan, rilasciando di seguito tre singoli che raggiunsero i primi posti della Top 10 Single Chart e l’albo Gauze (piazzatosi al quinto posto della classifica nazionale nipponica). Vulgar è il titolo della loro penultima fatica discografica (il secondo marchiato Gan-Shin dopo Withering to death del 2005, che lo seguì), essendo stato pubblicato nel 2003 (ndr. in madrepatria: l’edizione europea della Gan-Shin che qui esaminiamo è del 2006), un disco ove sonorità nu-metal s’incrociano con ritmiche techno e certo furore iconoclasta di derivazione punk. Impressionante il wall-of-sound eretto dai cinque scatenati musicisti in “Audience killer loop” “The III D empire” ed in “Increase blue”, mentre nella più lenta e cadenzata “Shokubeni” prevale un’atmosfera insana e marcatamente darkeggiante. Molto curato l’artwork, con splendide foto a corredare i testi e dotato di un libriccino con la traduzione delle liriche in inglese e sunteggiante la storia del gruppo. Gli sforzi della Gan-Shin paiono in questo caso ampiamente giustificati: i Dir en grey si dimostrano compatti e sicuri delle loro capacità. I testi intendono spronare il pubblico connazionale a considerare maggiormente le pubblicazioni locali, ignorando quanto proviene dall’estero. Al gruppo deve stare particolarmente a cuore questa campagna, se Vulgar ha richiesto ben sei mesi di duro lavoro di composizione e di registrazione. A loro dire, il lungo periodo di recessione patito dall’economia giapponese in questi anni ha prodotto nefaste influenze pure in ambito artistico, determinando una epoca di perniciosa stasi. Un rilassamento al quale i Dir en grey vogliono chiaramente porre fine! La riuscita “Sajou no uta” e la potente “Red… (em)” dispiegano le potenzialità del combo, facendosi apprezzare in virtù di una attenta ricerca di sonorità moderne e non convenzionali. Per la scena Visual Kei, troppo spesso tacciata di dar asilo a schiere di pallidi imitatori e nulla più, una bella sferzata di energia! Più caotica ed inconcludente è “Asunaki koufuku, koenaki asu”, brano che proprio non riesce ad incidere, un’accozzaglia di suoni senza senso e di urla da maniaco che poteva esser evitata. Anche perchè, contando Vulgar ben quindici tracce, una limatina avrebbe giuovato alla sua linea! Il livello torna a volgere verso l’altro nella skizzatissima “Marmalade chainsaw”, vero delirio soniko ove il nu-metal dei Dir en grey devia verso sonorità prossime ai Guano Apes (è presente una voce femminile), magari strizzando l’occhio a certe soluzioni fuori di testa care ai Faith No More, e nella più classica, ma avvincente “Kasumi”, mentre la breve (per fortuna) “A to the core” pare come un poco riuscito tentativo di proporre una versione ironica d’una sigla di un cartone animato… Nella parte finale del CD, emergono per virulenza espositiva “New age culture”, la quasi-death “Obscure”, dagli interessanti innesti ambient, la dinamica e modernista “Child prey” e la darkissima e molto nu “Amber” (la mia preferita!), graziata da un cantato finalmente ispirato. Autori di riuscite tournée in Asia (mete delle loro visite Corea, Taiwan, Hong Kong e pure la conservatrice Cina: a Shangai la polizia locale è dovuta intervenire, con quali conseguenze per il malcapitato pubblico possiamo immaginare, per calmare le schiere di scatenati fan!), i Dir en grey hanno già suonato quest’anno in Europa, nel corso del Rock am Ring, al Rock am Park, all’E-Werk di Colonia. Ricordo vieppiù i quasi quattromila spettatori (biglietti esauriti in settantadue ore!) della già citata data di maggio 2005 alla Columbiahalle di Berlino, un evento che venne pubblicizzato solo via internet. Forti di una non comune costanza, che permette loro di sopportare con stoica determinazione mesi di hard work, si apprestano ora a presenziare massicciamente il nostro continente, avendo costituito delle solide teste di ponte pure in Francia ed in Belgio.

MUCC6 (CD, 2006, Gan-Shin/Audioglobe)

Spazio ora ai MUCC ed al loro 6. Intro industrial titolata “666” (ah, la fantasia!), poi via al massacro sonoro. Niente di particolarmente eclatante, per carità, comunque un discreto nu-metal pompato a dovere, non per nulla il chitarrista Miya ed i suoi compari citano esplicitamente Korn, Limp Bizkit e Disturbed fra le loro principali influenze. Non male il cantato, tipicamente enfatico come si confà agli acts VK. “Kuukyo na heya” è tosto episodio ove sezione ritmica granitica e chitarrona pesante si mettono in bell’evidenza, molto particolare lo stacco centrale di “Akai sora”, dimostrazione che i nostri possiedono capacità di scrittura autonome e che sanno prendere le distanze dagli ingombranti maestri che si sono scelti. Un pezzo tirato, dall’incedere quasi punkeggiante. D’altronde MUCC è insieme provetto, potendo vantare ben otto anni di militanza ed altri cinque dischi in carniere. E la particolare, a tratti jazzata “Haribote no otona” lo dimostra appieno: un brano dalla struttura elaborata, senza risultare per questo pesante, anzi, nel suo sviluppo si rivela agile e capace di sorprendere in virtù di atmosfere cangianti ed enigmatiche. Si ripetono, ma il risultato stavolta è positivo solo in parte, nella troppo caotica “Fourtysix”, che almeno non supera i due minuti e mezzo. Il nu professato dalla band, contaminato dai particolari passaggi chitarristici di Miya, torna nell’epica (nel senso nipponico del genere) “Kami no oshi”, che fa molto cartoon, senza per questo risultare stupidina, e nella veloce “Haru, kaze no fuita hi”, mentre per pudicizia mi limito a citare l’inutile “Yuubeni” e la conclusiva “Haruka”, la presenza delle quali rischia seriamente di inficiare la qualità (per altro più che discreta) dell’intiero disco. Punti di forza dell’insieme, il pluricitato Miya (e la sua sei corde è davvero decisiva), un cantato finalmente centrato (a parte qualche inevitabile scivolata nel patetico), ed una coesione strumentale non comune. Ma, lo ripetiamo, i MUCC non sono dei novellini.

Merrynu Chemical Rhetoric (CD, 2006, Gan-Shin/Audioglobe)

merryUltimo disco di questa serie è nu Chemical Rhetoric dei Merry, aperto da una folle intro che fa da apripista alle successive dieci tracce, tutte di breve durata (solo una supera i quattro minuti e mezzo). Altro gruppo da tenere in considerazione, in quanto capace di “performare” su livelli medio-alti, come confermato da “Kubitsuri Rondo” e dall’indiavolata “Meisai no Shinshi” (peccato per certi coretti…). Citazione d’obbligo per l’artwork: il booklet è ben curato, degno di un gruppo/movimento che fa dell’immagine uno dei cardini del proprio successo. Apporto fotografico che fa emergere la particolare vena dark della band ed ulteriore dimostrazione di come i VKs nulla lascino al caso. Come i loro colleghi MUCC, anche i Merry amano scherzare colle loro composizioni: è il caso della bislacca, ma assai accattivante, “Bara to Katasumi no Blues” (blues deviato con tanto di dubi-duba cantati in coro), mentre per il trittico “Kanashimi blue train”, “Atashi wa suke neko” e “Shambara” v’è poco da aggiungere, essendo tipiche del genere. “Nisemono Tengoku” presenta vaghi riferimenti alla new-wave (o meglio alla rinnovata versione di questa tanto à la page ultimamente) ed è bella nervosetta, mentre “Refrain – doyoubi no namida” possiede un sound azzeccatissimo, moderno senza mai perdere di vista la melodia (con un cantato incisivo). Chiude la svelta “Karappo na uta”, puro divertissement dallo spirito nu-punk, tanto per rilassarsi un pochino, dopo una giornata di duro lavoro!

Quattro gruppi ed altrettanti dischi, rappresentanti di un movimento in rapida e travolgente espansione. Fenomeno passeggero? Moda caduca o destinata ad imporsi? Solo il futuro custodisce la risposta a questi legittimi quesiti. I giapponesi, si sa, sono tenaci, e questa loro qualità costituisce senza dubbio un punto a loro favore. La scena Visual Kei è in fermento, nuove band sono pronte a scalare le vette della notorietà. E Ver Sacrum non si lascerà cogliere impreparato! Gentili lettori, arigatou gozamaisu (grazie mille)!

Grazie al competente e chiarissimo collega redattore Kaonashi, stilo di seguito una breve traduzione dei titoli citati nella lingua madre dei gruppi (ho voluto evitare di farlo in sede di articolo, dedicandogli una piccola sezione a parte, per non appesantire il testo dello stesso), specificando che la traduzione risulta assai difficoltosa, essendo complicata dall’assenza dei caratteri nativi e del contesto, elementi fondamentali della lingua giapponese. Ulteriore nota di merito per il bel lavoro svolto da Kaonashi!

Dir en Grey – Vulgar
Shokubeni: Parola di difficile traduzione: shoku-eclissi, nascosto, difettoso; beni-vermiglio
Sajou no uta: Canzone di sabbia
Asunaki koufuku, koenaki asu: Felicità senza domani, domani senza gioia
Kasumi: Nebbia
Nisemono Tengoku: Paradiso dei bugiardi (ndHad. gran titolo!)
Karappo na uta: Canzone vuota

MUCC – 6
Kuukio na heya: Stanza vuota
Akai sora: Cielo rosso
Haribote no otona: Un adulto di cartapesta
Kami no oshi: Stella nel cielo (o Stella degli Dei)
Haru, kaze no fuita hi: Primavera, un giorno nel quale soffia il vento
Yuubeni: Sera (Yuu) e cremisi (Beni), trattasi comunque di termine inventato (il colore della sera al tramonto?); il nostro Kaonashi precisa che trattasi pure di una qualità di cachi.
Haruka: distante, remoto

Merry – nu Chemical Rhetoric
Meisai no Shinshi: Un signore con un camouflage
Dekiai no suisou: Acquario – o cisterna – di cieco amore
Bara to Katasumi no Blues: Blues della rosa e dell’angolo
Kanashimi blue train: Il treno blu della tristezza (giuoco di parole coll’ingelse blue?)
Atashi wa suke neko: Sono una gattina smarrita
Refrain – doyoubi no namida: Refrain – lacrime di sabato

Speciale Visual Key:

Parte 1: le origini

Parte 2: i gruppi

Parte 3: i dischi

Parte 4: intervista all’etichetta Gan-Shin

L’estetica della Visual-kei

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