Speciale Visual Kei

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Qualche tempo fa ci sono arrivati in redazione dei CD promo della label tedesca Gan-Shin: nelle note stampa allegate si illustrava la missione dell’etichetta, ovvero la promozione dei gruppi giapponesi del Visual Kei. Messi i CD sul lettore la nostra curiosità si è trasformata inizialmente in stupore e poi nuovamente in curiosità. La musica di Dir en Grey o dei Moi Dix Mois è davvero “esotica” per il padiglione auricolare di un occidentale. Al di là del giudizio di merito su questi lavori (che in verità molti di noi, io – Christian Dex – in primis, hanno trovato un po’ indigesti) abbiamo deciso di approfondire l’argomento in uno speciale, un po’ come eravamo soliti fare nella Ver Sacrum “stampata”.

Lo speciale qui presente consta di 4 parti più un rimando nella sezione “Arte & Cultura”: in esse abbiamo cercato di analizzare il Visual Kei mediante un’introduzione sulla storia del movimento (la presente pagina, a cura di Hadrianus), una serie di schede su alcuni dei gruppi, realizzata da Grendel, una pagina di recensioni di CD, analizzati da Hadrianus, e infine un’intervista realizzata dal sottoscritto all’etichetta tedesca Gan-Shin, a cui si deve il merito (o la colpa, secondo i detrattori del genere) di questo grande interesse in Europa per i gruppi giapponesi. Strettamente collegato è poi l’articolo di Kaonashi L’estetica della Visual-kei, accompagnato da uno speciale fotografico, in cui viene descritto il mondo delle fan giapponesi di questo movimento, le cosiddette Gothic Lolitas.

E’ infine doveroso ringraziare Gabriele Giustini della Audioglobe, che non solo ha reso possibile l’intervista con i responsabili della Gan-Shin ma ci ha anche fornito tutte le foto pubblicate in questo speciale.

Mana dei Moi Dix Mois

Mana dei Moi Dix Mois © www.gan-shin.de

M’accadde, non più d’un paio di mesi or sono, d’imbattermi in un articolo pubblicato da un quotidiano nazionale, trattante i cosiddetti “paesi emergenti” dell’Estremo Oriente e l’impatto che i loro prodotti hanno sulle nostre economie. Le cosiddette “tigri asiatiche” protagoniste in questi anni di una crescita vertiginosa che sta incidendo profondamente sugli scambi commerciali mondiali, stravolgendo nettamente gerarchie che nei secoli s’erano consolidate e che vedevano Europa e Stati Uniti dominare incontrastati (l’occidente, ma questo è un termine che mi lascia piuttosto perplesso: dal nostro punto di vista, la Cina è ad oriente, ma vista da Pechino, è l’America a trovarsi ad est!). L’estensore, manifestando un’approfondita conoscenza della materia, ammoniva noi occidentali (lui stesso lo era, ma il suo punto di vista era ben più illuminato di quanti, troppi!, inalberino eventuali pericoli derivanti da una possibile invasione, ed il suo giudizio risultava pertanto scevro d’ogni imbarazzante pregiudizio) a non lasciarci andare ad inutili e perniciosissime manifestazioni di chiusura o peggio di rifiuto totale di ciò che di colà proviene. Anzi, esortava ad accogliere la sfida lanciata dai famelici felini dell’Oriente, occasione unica e stimolante non solo dal punto di vista strettamente produttivo (rapporto costi di produzione/prezzi al consumo, qualità degli articoli, ecc.), ma anche e soprattutto da quello culturale ed umano. E sopra tutto rendere coscienti e più aperte le classi politiche di Stati che troppo spesso hanno sacrificato, in nome di vagamente impellenti necessità di crescita, libertà individuali, sicurezza sul posto del lavoro, equità sociale.

Ma l’economia, anche se trattasi certamente della quotidianità alla quale non possiamo sottrarci, poco riguarda il nostro sito. Sintetizzando, l’articolista riportava l’esempio paradigmatico delle automobili giapponesi, le quali fino a qualche lustro or sono venivano additate come elemento esotico, con successiva elencazione di possibili problemi insorgenti a danno di chi le acquistava, ma che hanno saputo occupare fette di mercato sempre più consistenti, fino ad imporsi come veri e propri modelli di qualità e convenienza. Ovviamente questo il parere di chi firmava quel pezzo, che qualcheduno potrà trovare discutibile, e che è stato riportato solo come introduzione all’argomento di questo scritto.

Appunto, la musica dell’oriente. Più precisamente, la via giapponese alla new-wave (od al dark, al gothic, al rock, fate vobis…).

Anche da questo punto di vista, in un’epoca di globalizzazione spinta, vi è stata una presa di coscienza da parte dei nostri lontani (ma chi lo è oggidì, con internet, colla comunicazione iper-veloce…) amici, di quelle che sono le loro potenzialità artistiche, anche messe in relazione con la loro peculiare cultura e tradizione musicale (e non solo strettamente musicale). Certo, l’emulazione ancora una volta è palese, ed è dovuta in gran parte alle forme di idolatria spinta riservata dai nipponici alle star occidentali. A Tokio e dintorni, il paffutello Robert Smith è considerato tutt’oggi un simulacro incontrastato, e non è certo l’unico: come ignorare la venerazione fanatica della quale era fatto oggetto David Sylvian? Quanti dischi live sono stati inoltre registrati al celebre Budokan? Non sempre i tentativi d’esportare la loro musica hanno sortito effetti positivi, come per alcuni insiemi metal (Loudness, Tsunami, EZO), dei quali anni or sono si leggeva in merito alla loro provenienza più che al valore dei loro dischi. Meri esempi di clonazione, destinati all’insuccesso ed ad essere ricordati come fenomeni eccentrici e nulla più. Mi capitò fra le mani pure un disco di un complesso che in tutto e per tutto imitava quelli italiani degli anni settanta come PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Orme… Desolante, una vera e propria fotocopia, una serie di brani suonati con inaudito zelo, ma assolutamente privi di passione, di grazia e di luce propria. Ed il picco negativo si raggiungeva ogni qualvolta compariva la voce, stridula ed esprimentesi in uno stentato inglese… V’è pure però chi, europeo, giustamente ha voluto approfondire certe tematiche, certi stili esecutivi e compositivi. E’ il caso della nostra Susan Janet Ballion, l’eroina Siouxsie Sioux, che col fido Budgie si è lasciata ispirare per l’ultimo parto artistico dei rinati The Creatures, Hai!, alla grande tradizione musicale del Sol Levante. Con apprezzabile risultato.

Ma le isole giapponesi ospitano un nugolo di band pronte a salire sul grande palcoscenico mondiale! E le avanguardie di questo nutrito contingente sono già giunte da noi. Non solo per curiosità, ma anche per rendere merito al loro impegno, apprestiamoci ad analizzare le produzioni di alcune di queste. Con l’umiltà e l’imparzialità che contraddistinguono il nostro operato e lo stile redazionale di Ver Sacrum.

Alcuni di loro, sopra tutto in Germania, sono già assurti al ruolo di stelle. Mi riferisco ai Dir en grey ed ai kagerou, già ospiti di festival di grande richiamo quali Rock am Ring e Rock am Park, ed ai D’espairsRay, i quali hanno suonato al famosissimo Wacken Open Air. Ultima solo in ordine cronologico, l’apparizione al Wave Gotik Treffen di Lipsia dei Moi Dix Mois, accolti come vere star dal pubblico femminile accorso solo per vederli finalmente all’opera. Che sospironi! E proprio in terra tedesca è nata la Gan-Shin Records, prima etichetta europea ad occuparsi esclusivamente del Visual Rock, divenendo un punto di riferimento per tutti coloro che intendono accostarsi a questo fenomeno, in così rapida espansione che la label, non più tardi del primo aprile di questo anno, cavalcando l’onda della caldissima accoglienza che i francesi, pubblico e media, MTV France in testa, hanno riservato agli insiemi nipponici, ha inaugurato un proprio ufficio in Parigi.

In collaborazione con Universal International e con cinque band giapponesi (Dir en grey, Moi dix Mois, kagerou, D’espairsRay e Mucc), Gan-Shin Records principiò la propria attività distribuendo sul suolo tedesco i dischi pubblicati da questi, guadagnandosi l’interesse sia degli addetti ai lavori che dei maggiori quotidiani (pure il Financial Times dedicò spazio a questo avvenimento); non potevano mancare, considerando il forte impatto visivo di questi artisti, le televisioni: sia quelle nazionali (ARD, ZDF, WDR, SWR ed ORB) che quelle private (Arte, Sat1, Pro7) non si sono certo lasciate sfuggire l’opportunità di offrire al loro pubblico questa incredibile novità! Ora Gan-Shin allarga il proprio raggio d’azione: abbiamo poc’anzi citato la nuova sede parigina della compagnia, che sta penetrando via via i mercati europei. Scandinavia, Olanda, Grecia, Spagna, Austria, Svizzera ed ovviamente Italia sono già state interessate dal piano di espansione dell’etichetta.

Japan Rocks!

kagerou

kagerou © www.gan-shin.de

A metà degli anni novanta appare un nuovo termine: Visual Kei; può essere tradotto semplicemente come visual rock, come elemento visivo della nuova arte musicale, il rock, appunto. Abiti appariscenti, di forte impatto, eccentrici anche nella ripresa di elementi più classici quali kimono, divise militari o mute scolastiche. Con ampio uso di latex, pelle, materiali sintetici assortiti. Futurismo e classicità uniti nella ri-definizione della Manga-cultura. Largo inoltre a trucco pesante e marcato, capelli cotonati e coloratissimi, ostentazione di canini appuntiti come nella migliore tradizione vampirica. Modelli di riferimento: Marilyn Manson non poteva mancare, ma pure Dani Filth e, scavando nel passato, l’immancabile Duca Bowie, Marc Bolan, Gary Glitter, i Kiss, ed infine i Motley Crue, i Poison e tutta l’appariscente gang espressa da Los Angeles negli anni ottanta, prima che l’avvento del grunge spazzasse via i lustrini dal Sunset Strip. Un look deliberatamente trasgressivo, volutamente androgino, in quanto le nuove leve della visual art si ispirano pure al teatro Kabuki (genere sorto nel XVI secolo circa, consistente in spettacoli di danze e canti eseguiti dapprima da attrici, dal 1629 esclusivamente da uomini, divenuto in seguito popolare attraverso la rappresentazione di vicende eroiche e storiche. Ha in pratica soppiantato il no, creato da Zeami Motokyo, tutt’oggi appannaggio di attori maschi, più stilizzato ed elitario del Kabuki).

La tradizione artistica nazionale è parte imprescindibile della cultura moderna del Giappone, e non poteva certamente venir trascurata dai visual-rockers. Dal punto di vista prettamente musicale, Kei Rock non definisce un genere codificato, piuttosto un impasto, più o meno riuscito, di stili musicali diversi, sovente ben distinti gli uni dagli altri. E’ comunque l’effetto, ancora una volta, a costituire l’elemento marcante: i gruppi aderenti al movimento tendono a comporre brani anthemici e di sicura presa, anche se non mancano le ballatone, ovviamente: punk, goth-rock, nu-metal e pop, ma anche industrial e folk costituiscono in linea di massima le principali coordinate seguite dai compositori. Ma si sa che sovente le etichette sono fuorvianti, ed in questo caso possono esserlo ancora di più! Anche riguardo i contenuti la varietà è assicurata: testi che spaziano dalla critica sociale al puro nonsense, ballate ora sensuali e sovente stucchevoli, ora esplicitamente e morbosamente sessuali. E soprattutto espresse in lingua madre. Può apparire paradossale, ma nell’evoluto Giappone la maggior parte della popolazione non parla inglese od altre lingue occidentali, quindi l’uso di queste potrebbe costituire un ostacolo non indifferente, spesso insormontabile, oltre alle non trascurabili difficoltà di pronunzia che ne deriverebbero. L’effetto a volte è assai particolare, somigliando ai noti vocalizzi che condiscono le colonne sonore dei cartoons prodotti colà. Ma i volonterosi musicisti riescono a superare evidentemente qualsisia impasse! Lo spirito d’iniziativa e la disciplina giapponesi in questo devono giovare parecchio, anche per quanto riguarda l’aderenza alla particolare metrica, la quale non prevede l’uso di rime. Essendo parte della cultura giuovanile del paese, anche il Visual Rock subisce le palmari contraddizioni che segnano quella società. Da un lato l’evidente ed insorgente spirito di ribellione e di contrapposizione a tutto ciò che appare vecchio, dall’altro la deliberata e manifesta adesione alla tradizione culturale nazionale! Dicotomia resa ancor più evidente dall’atteggiamento che questi artisti hanno sul palco e nella vita di ogni giorno. Se nel corso di una esibizione va in scena l’eccesso, in tutte le sue manifestazioni, anche quelle più estreme, tanto da farli apparire dei folli schizzatissimi, appena terminato il concerto questi ragazzi tornano ad essere degli educati e rispettosi cittadini!

Il successo riscosso in terra nipponica da Marilyn Manson e dai gruppi nu-metal quali Slipknot, Korn e Limp Bizkit ha fatto da detonatore all’esplosione del fenomeno: se prima i gruppi Visual Rock erano costretti ad esibirsi in piccoli clubs, confinati in anonime cantine e patrocinati da minuscole etichette, ora si trovano a condividere l’esaltante esperienza della notorietà. Non mancano ovviamente le copertine, dedicate loro da affermati magazines quali Shock, Cure, Fool’s Mate ed Ultra Veat. Un successo travolgente che ha fatto di Dir en grey, Janne Da Arc e D’espairsRay delle vere e proprie vedette. Tanto che i loro fanatici supporter sono pronti a tutto, anche a gesti irrazionali, come il suicidio di diversi ragazzi che fece seguito a quello, clamoroso, del componente degli X-Japan Hideto “Hide” Matsumoto.

Dir en Grey

Dir en Grey © www.gan-shin.de

L’interesse manifestato in Germania nei confronti del Visual Kei subisce un costante e vistoso incremento, come confermato da Matthias Muessig di Neo Tokio: l’importazione di CD giapponesi raggiunge ora le diverse migliaia di copie per ogni uscita; i patiti del VK sparsi nei diversi “land” della Federazione vengono stimati in venti-trenta mila unità! Per placare la loro onnivora fame si sono organizzati in fan-club, gestiscono aggiornatissimi forum e danno alle stampe pure una fanzine, “Visions of decadence”. Massiccia ovviamente la presenza assicurata a concerti ed altri eventi: le recenti performances dei Dir en grey al Rock am Ring, dei Mucc al Wacken Open Air, forse il festival più celebre in ambito metal (e non solo) degli ultimi anni, dei Moi dix Mois al Wave Gotik Treffen di Lipsia, gli oltre tremila spettatori che hanno gremito la Columbiahalle di Berlino a fine maggio del 2005 testimoniano la virulenza contagiosa della febbre da Visual Rock! E non è certo finita qui, considerato che sono già state fissate le date delle prossime esibizioni dei kagerou e dei D’espairsRay, a testimonianza della grande attenzione riservata al movimento dall’importante agenzia Brainstorm e dalla Gan-Shin Records. Ma pure il resto dell’Europa non è esente dal fascino androgino emanato da questi esotici glam-punk-goth poseurs!

Fra i nomi più celebri di questa variopinta e schizofrenica scena, vanno senza altro citati i Mucc (o MUCC) e l’ex vocalist dei L’Arc-en-Ciel, Hyde. I primi sono attivi da circa otto anni, ed hanno pubblicato fino ad ora quattro album; vantano inoltre qualcosina come seicento esibizioni live nel loro paese. Propongono un discreto nu-metal, chiaramente derivativo ed influenzato dai padri putativi del genere, Korn e Limp Bizkit su tutti. Ben diversa la proposta artistica di Hyde, riconducibile grosso modo alla wave degli Psychedelic Furs ed a certa spacconeria post punk che ha fatto la fortuna (!) di Billy Idol. Fuoriuscito dal gruppo madre nel 2001, ha dato alle stampe fino ad oggi due “ciddì”, l’ultimo dei quali, dall’esplicito ma scontatissimo titolo 666, assai recente avendo visto la luce nel corrente anno. Due pubblicazioni esemplari per quanto riguarda la comprensione del variegato fenomeno Visual Rock. Ed il 2006 vedrà l’uscita pure dei nuovi lavori di Dir en grey, D’espairsRay, Moi dix Moi e degli attesissimi MUCC, tutti patrocinati dall’attentissima ed iper-attiva (come lo sono i suoi protetti, d’altronde) Gan-Shin Records.

Citazione finale: Giappone, ancora Giappone
“C’è qualcosa di molto stimolante nel crescere e maturare lentamente. Questo spiega perchè la nostra esperienza in Giappone è stata per certi versi insoddisfacente: è stato ottenere troppo, e troppo in fretta”. David Sylvian – The Face – ottobre 1981, brano tratto da “David Sylvian” – Arcana 1988. Un nome, Japan, un destino: oltre all’incredibile successo colà tributatogli, sono da ricordare le fondamentali collaborazioni con Akiko Kano, con Sandii & the Sunsetz, con gli Ippu Du di Masami Tsuchyia, che partecipò come chitarrista all’ultimo tour della band, quello dal quale fu tratto il live Oil on canvas, e sopra tutto con Ryuichi Sakamoto, genio ineffabile che contribuì non poco alla successiva esponenziale maturazione creativa dell’ex efebo Sylvian (di sfuggita: Yuka Fujii, che i maligni additano quale responsabile dello scioglimento della band, ma questa è un’altra storia…).

MUCC

MUCC © www.gan-shin.de

Speciale Visual Key:

Parte 1: le origini

Parte 2: i gruppi

Parte 3: i dischi

Parte 4: intervista all’etichetta Gan-Shin

L’estetica della Visual-kei

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