Triora

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Passeggiando nell’antico borgo…
Spirano gli ultimi giorni d’estate allorquando, dalla solatia costiera ligure indorata dall’astro alto levato, m’accingo a percorrere la via tortuosa che, dopo una trentina di chilometri, tra il verde smeraldo della Valle Argentina, mi porterà alfine a Triora, il “paese delle streghe”. Lascio Taggia e la quiete del suo chiostro, che par così remoto dai gaudii delle folle ch’accalcano la vicina riviera, ed attraverso Badalucco, col suoponte di Santa Lucia, bizzarramente aggranchiato sulle sue due arcate asimmetriche. Indi è Montalto Ligure ad accogliermi, novello peregrino, il cui cimitero è benevolmente protetto dalla vetusta pieve dedicata a San Giorgio, ed infin Molini di Triora, borgo vantante il suo Santuario di Nostra Signora della Montà, ricco di storia popolare, agglomerati ove davvero ci si può dedicare alle delizie dell’anima, tanta pace ispirano col loro aspetto semplice. E di qui inizio finalmente la aspra salita che mi porterà al paesello meta del mio breve viaggio. Il tempo è mutato, ora scuri nembi corrono il cielo plumbeo, foriero di piogge. Giungo a Triora, ed un forte vento sferza, freddo, i carugi del villaggio. Par quasi un monito, siamo così lontani dalle spiagge, dai lussi. Quivi domina il gusto sobrio della gente di montagna, la schiettezza di chi colla natura ha imparato a convivere nel reciproco rispetto. Pochi i turisti che incontro nel corso della mia visita. Gli abitanti del paese sono cordiali, d’un’ospitalità genuina.

M’inoltro tra i vicoli bui, attraverso viuzze strette fra casette grigie, ammassate l’una accanto alle altre, spoglie ma dignitosissime. Non posso non notare il cimitero il quale, in alto arroccato, custodisce il paese colle sue anime. La brezza frusta i tetti, precipita fra le viuzze, acquista forza sibilando tra i muri di sassi, tra i portali di pietra nera lavorati a mano, scompiglia le mie vesti. M’avvicino lento alla Cabotina. Restano dei ruderi, sui quali s’avvinghia tenace la cupa vegetazione. Quivi, secoli or sono, le presunte streghe (le bàgiue) del luogo incontravano il Diavolo. Quivi consumavano i loro riti licenziosi. Tosto s’abbatterono sui probi villici malattie oscure. Si verificarono morti improvvise, sparizioni ingiustificabili. Vennero i tempi infausti delle atroci carestie. Eventi che, tra questi boschi silenti, trovarono presto bieca giustificazione. Erano loro, le lamie, cagione di questi mali, codesto era il prezzo che la popolazione integerrima doveva pagare per il patto che le sciagurate avevano stretto col loro sozzo padrone, il Demonio. L’Inquisizione fece risuonare il suo tristo nome fra queste valli incantate, il gemere dei suoi angusti canoni, ed una dozzina di poverette provarono sulle loro pure carni di contadine il morso di spaventevoli stromenti. Atroci torture che ben conosciamo, che ancora ci ripugnano, e che all’epoca (scivolava lento il XVI secolo) dovevano apparir vieppiù terrificanti, per quei spirti ingenui timorati della Croce. Ecco, fra questi acciottolati si respira un’aere magico, ultraterreno. Fra quei resti sghembi, col vento che fischia fra le fronde dei castagni, colle nubi sfilacciate che coprono il cielo colla loro coltre di ferrigna ovatta, l’umanità par ridursi a polve trasportata dalla corrente.

M’inerpico fino al castello, che Genova volle negli anni tra i secoli XII e XIII, onde profittare delle indubbie qualità difensive del sito, non prima di aver cercato fra i muriccioli, invano, resti evidenti della fortezza di San Dalmazzo, che la mia guida riporta nei pressi dell’omonima chiesetta. Scendo verso lo stretto viale che mi ha introdotto al centro dell’abitato, e mi soffermo a visitar il curatissimo Museo Etnografico e della Stregoneria. Nella sua prima sezione documenta la spontanea esistenza di questi luoghi, coi suoi riti immutabili, colla sobrietà commovente dei rudi gesti che segnavano la povera vita dei campi. Si scende poi al piano dedicato alle vicende che resero foscamente celebre Triora. Nelle bacheche si susseguono ordinatamente pubblicazioni note e meno conosciute, edizioni di testi i cui titoli non ci sfuggono. Poi la saletta dedicata al processo alle sventurate inquisite, le delicate coscienze delle quali vennero lordate da accuse infamanti dettate dalla paura dell’ignoto, dall’ignoranza atavica. Dalla barbarie di coloro che pretendevano, folli, di sostituirsi coi loro precetti rigati di sangue innocente a Dio. Grottesche quelle pagine vergate da calligrafie incerte che fissavano la loro condanna. Assai suggestive appaiono, immerse nella penombra, le ricostruzioni d’una sala di tortura e d’una cella. Quei manichini cerei paion vivere le loro ambasce… Non si può non cedere all’emozione, in parte mitigata dall’aura tranquilla, par paradosso!, emanata dal luogo. Risalgo all’aria aperta, rade gocce di pioggia picchiettano il mio volto adombrato. Percorro ancora una volta le stradine. Mi soffermo dianzi la bella facciata della collegiata dell’Assunta(sorta su di un preesistente fanum pagano, ospita squisite opere d’arte tra le quali un “Battesimo di Cristo” di Taddeo di Bartolo, datato 1397). La mia visita termina. Scaccio dalla mente sinistre immagini di crudeli inquisitori avvolti nei loro scuri sai. Nelle orecchie rimbomba cupo il solenne salmodiare di chierici invasati. Nelle nari penetra il lezzo pungente dell’incenso e della carne bruciata. Tosto spazzato dalla corroborante brezza calante a precipizio dai monti a mondare corpi e coscienze. Rinvigorito, riprendo la via del mare. Scendendo, il cielo s’apre, ed il sole torna a dominare il paesaggio. Ma il pensiero corre ancora, fissato dai vermigli barbagli del fuoco di nefasti roghi, a quelle poveracce che pagarono a prezzo carissimo i loro aneliti, la loro diversità.

Una strega ed il suo supplizio: Franchetta Borelli.
Fra le stanzette ordinate del Museo di Triora, raccolgo alcune righe, giovandomi della doviziosa documentazione posta ad uso del visitatore.
“Franchetta del fu Battistino Borelli è assurta ad emblema della tragica caccia alle streghe, che rischiò di trasformarsi in un’autentica carneficina. Un crudele costituto del 19 settembre 1588 documenta il suo supplizio.
Vista la sua ostinazione a negare ogni colpa, il giudice ordinò che fosse posta, vestita unicamente di un mantello di tela bianca, sul cavalletto, non prima di averle fatto tagliare i capelli e radere i peli. L’accusata si lamentava in continuazione, invocando il Signore, Cristo e l’angelo del cielo… Dopo cinque ora di tortura non si lamentò più… Solo dopo tredici ore le venne data un po’ d’acqua e più tardi le fecero bere alcune uova fresche. Improvvisamente si calmò, mettendosi a parlare col commissario Scribani ed i suoi assistenti… Finalmente, dopo ventun ore di supplizio, le venne data da mangiare della minestra di pane tritato, terminata la quale restò nuovamente silenziosa per altre due ore. Fu allora che, rivolta a se stessa, disse: “Franchetta, di stare sul cavalletto due o tre ore in più cosa vi importa?”. Il giudice, resosi conto che la tortura applicatale si era rivelata inutile, la fece slegare e ricondurre in prigione. Passò qualche giorno e Franchetta, dopo essere stata esorcizzata da un sacerdote, fu nuovamente torturata ma nulla confessò. Si presume che sia infine stata liberata perchè questa donna, assurta a simbolo di quella tremenda caccia, cessava di vivere alcuni anni dopo, il 2 gennaio 1595, cristianamente sepolta”. (Museo Etnografico e della Stregoneria).

Il commissario Scribani.
I processi furono condotti dal commissario straordinario della Repubblica di Genova Giulio Scribani. Giunto a Triora l’8 giugno del 1588, si applicò con insensato zelo alla sua missione, tanto che presto ben tredici donne furono condotte alle carceri di Genova. Con loro un uomo, Biagio Verrando. Estese le sue ricerche ai paeselli limitrofi, Andagna, Castelvittorio, Montalto e Badalucco. Qui trovò morte, piegata dalle angherìe, tal Luchina, moglie di Paolo Rosso. Fu data esecuzione di sei condanne a morte, mentre altre cinque poverette perirono di stenti nel buio delle carceri genovesi. Nulla si sa della sorte toccata alle altre ivi rinchiuse. Successivamente lo stesso Scribani, preda della follia, venne scomunicato, per poi venir successivamente riabilitato!

Indirizzi utili
IAT – Corso Italia nr. 3 – Tel. 018494477
Museo Etnografico e della Stregoneria – Corso Italia nr. 1 – Tel 018494477 (dalle 14.30 alle 18 – orario estivo 15 18.30). Sabato, domenica e festivi anche al mattino, dalle 10.30 alle 12.
Comune di Triora – Tel. 018494049
Associazione Turistica Pro Triora – Tel. 018494477

Pubblicazioni
Bagiue – Le streghe di Triora – Fantasia e realtà di Sandro Oddo. Agile e scorrevole, questo volumetto ripercorre le vicende che videro protagoniste le bàgiue di Triora. Buono l’apparato bibliografico di sostegno all’opera, ottima documentazione. Edito da Associazione Pro Triora, presso la quale può essere richiesto.
Le streghine assurde di Diana Fontana. Serie di simpatici raccontini pei più piccini, ma non solo. Per educare al rispetto delle diversità con un sorriso. Pro Triora Editore (vedi sopra).

Triora è la Loudun italiana, la Salem europea. Ma è più giusto dire che Loudun è la Triora di Francia e Salem la Triora del New England, poichè il celebre processo alle streghe si svolse a Triora nel 1588, e indubbia è la sua priorità cronologica, mentre in nulla è inferiore agli altri due in quanto a spaventosa tensione. D’altra parte, il borgo arroccato sulle montagne liguri è uno dei punti del pianeta in cui si rompe la maglia rassicurante intessuta dalla cultura illuministica e in cui le tenebre elementari emergono allo scoperto. Su tutta la superficie terrestre esiste una rete di luoghi “segnati”, e se ne potrebbe tracciare una mappa: gli incroci di sulfuree coordinate, gli aleph di cui non si dovrebbe parlare.
Triora, illustre tra gli aleph del pianeta, non è un luogo esclusivo: è soltanto un centro privilegiato di rivelazioni, e la circostante terra incognita, con le sue caverne di cui si sconsiglia l’accesso ai profani e agli sprovveduti (nonchè agli illuministi irriducibili, sui quali è caduto tagliente il sarcasmo di Elémire Zolla), non è poi un mondo a sé.”
Quirino Principe – La terra, la donna, il diavolo, il libro.

Ringrazio il Signor Sandro Oddo, a lui debbo la soddisfazione di tante curiosità sul villaggio di Triora e sulle vicende che fra le sue viuzze oblique si consumarono.

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