Ran: Ran

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Ver Sacrum Una copertina effigiante il grazioso musetto d’un felino non può che ben predisporre l’animo del vecchio e sensibile Hadrianus! Quando poi il dischetto custodisce tanta qualità, come chiedere di più? Ran è il progetto che vede uniti sotto la stessa sigla la bravissima Romina Salvadori (vocals, Estasia e prima ancora Antinomia, gruppo che ebbi l’onore di trasmettere anni ed anni or sono!) e l’ex-Templebeat Giorgio Ricci ai synths. Musica che giuoca con profitto sul riuscito contrasto fra la celestiale voce della cantante, una delle più incisive dell’intiero panorama musicale italico, e l’algide e siderali sonorità prodotte dalle macchine sapientemente guidate dall’esperto Giorgio. Bene ha fatto l’indomabile Alessio di Decadance Records a firmare subito l’opera, perchè senza dubbio trattasi di una delle uscite più interessanti di questo ultimo scorcio di 2006, un lavoro di levatura assolutamente internazionale. Graziosissima l’opener “Wonder”, ma è solo il principio: Romina ci guida attraverso cangianti landscapes, ora dominati da nebbie impenetrabili, ora aprentesi su squarci d’inusitata e selvaggia beltade. “Anatomy”, “Collyrium” e “Kaliyuga” non sono semplici palestre ove il duo (coadiuvato dal bassista Giampaolo Diacci su sei delle dieci tracce complessive, e dalla chitarra di Piero Leinardi su “See saw”) esercita la propria bravura, ma il liberarsi d’una urgenza artistica definita dalle forti personalità dei due bandleaders. La enigmatica e crepuscolare “Foggy” giunge a dimostrarlo: pezzo as-so-lu-ta-men-te grandioso, amalgama perfetto fra il freddo sound delle tastiere e la voce, calda ed evocativa. “Oxygen” si svela come uno degli episodi più sperimentali del lotto; “The great below” è dark! Trent Reznor apprezzerebbe (o apprezzerà, se avrà occasione di ascoltarla) questa alienante versione, ne sono certo! Ben si accoppia con la successiva “Call”, reminiscente la magniloquente drammaticità dei Dead Can Dance più obscuri; un percussionismo ritualeggiante ed arcane tastiere sorreggono l’ispirato canto, sullo sfondo par vibrare un vero didgeridoo, fantastico! E’ la capacità di scrivere belle canzoni ad essere esaltata in “Ran”, e quanto oggidì ve n’è necessità lo possono confermare migliaia di inutilissime pubblicazioni che si affastellano come assurdi sepolcri della creatività! Chiude la breve ed inquietante “Splinters”, occulta litania per anime tormentate. Non scopriamo certo oggi Romina e Giorgio, “Ran” (il disco ed il loro sodalizio artistico) è il risultato di una lodevolissima comunione, frutto di qualità rarissime, quali la bravura, la modestia e lo spirito di ricerca. Non serve aggiungere altro.

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