Unto Ashes: Songs for a widow

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Ver Sacrum Ho incontrato quasi per caso gli Unto Ashes all’epoca dell’uscita del loro secondo album, Saturn Return, che acquistai “sulla fiducia”, solo leggendo il nome dell’etichetta, la strumentazione utilizzata e, non posso nasconderlo, il fatto che il CD conteneva la cover della splendida “Ostia” dei Coil; devo dire che il disco mi piacque moltissimo fin da subito; continuai a seguire le vicende del gruppo statunitense per qualche tempo, poi per qualche motivo lo persi lungo la strada. Li ritrovo dopo quasi un lustro con delle variazioni all’interno della formazione: all’epoca si trattava, infatti, di un quartetto mentre oggi i due membri fondatori Michael Laird e Natalia Lincoln sono affiancati dalla sola Mariko (più un piccolo gruppo di collaboratori estemporanei). Anche dal punto di vista sonoro ho l’impressione che il trio stia cercando una nuova direzione da seguire: in questo Songs for a widow vengono tentati percorsi che non ricordavo nella loro musica: se effetti elettronici erano già presenti in passato, non ricordavo l’inserimento di ritmiche electro (presenti in “I am untouched”, una sorta di remix del quarto brano “Intacta Sum”) o di compatti riffoni metal (“Drei Todesarten”) con tanto di voce raschiata (“You will never know”) o ancora sonorità legate all’elettronica industriale (nel brano “Dream of the rood”, dedicato al ricordo di John Balance). I nostri sembrano divertirsi a fare cover quasi quanto i Laibach, e inseriscono qui due versioni di “One world one sky” dei Covenant (la prima, intitolata “One world (funeral)” è una breve e molto piacevole intro, la seconda chiude il CD), suonate in versione medievaleggiante in stile vagamente In Extremo acustici. Devo dire che lo stile degli Unto Ashes nel complesso continua a piacermi anche se ho l’impressione che alcuni dei tentativi fatti per cercare una nuova via al proprio suono siano un po’ impacciati e non incisivi come ci si aspetterebbe da un gruppo di tale esperienza e nomea. Sia chiaro, Songs for a widow non è a mio giudizio un brutto disco ma, rispetto ai suoi predecessori perde un po’ in personalità, caratteristica non secondaria del combo americano: l’impressione è che si possa trattare di un disco di transizione e che il trio sia effettivamente alla ricerca di una nuova identità musicale. Ci sono gruppi che sono riusciti ad attraversare in scioltezza le false barriere tra i generi, proprio rendendosi conto del fatto che tali barriere sono evanescenti e riuscendo in questo modo a tenersi lontani da stilemi e stereotipi; l’impressione che mi ha lasciato quest’ultima fatica degli Unto Ashes, anche se spero caldamente di sbagliare, è che per loro il percorso potrebbe non essere così facile.

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